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“La Negra” Rodriguez, “broker” dei narcos

Precaria del mondo del crimine, deve lasciare Milano dopo uno screzio con persone legate al clan Morabito. Si ricostruisce una piazza a Napoli, dove il suo arrivo riaccende una faida a Case Nuove

12.03.21

Lorenzo Bagnoli

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Ecuador
Milano
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Nei primi mesi del 2016 intorno alla piazza di spaccio della Stazione Centrale di Milano, la Guardia di finanza nota l’ascesa di Evelyn Rodriguez Guerrero, una donna ecuadoregna. Nell’ambiente la chiamano “La Negra”. Non spaccia, intermedia le relazioni tra spacciatori e fornitori: consegne da quattro-cinque chili di cocaina per volta. Basa il suo successo sulla rete di contatti di cui dispone, prevalentemente in Sudamerica e prevalentemente donne. Non appartiene a nessuna stirpe criminale e non ha protezioni particolari. Figure come queste resistono fino a quando sono funzionali alla nobiltà criminale. Nel caso di Rodriguez, la donna rimane a Milano finché la sua strada incrocia quella di un uomo imparentato con Giuseppe Morabito detto U’ Tiradrittu, ossia il capo di una delle più potenti famiglie della criminalità organizzata calabrese, la ‘ndrangheta. L’evento la costringe a cercare riparo altrove, a ricostruirsi una piazza, a rimettersi sul mercato.

Da Rodriguez, i finanzieri sono riusciti a ricostruire una rete di broker, fornitori, trafficanti e spacciatori che dall’Italia conduce in Spagna, Olanda, Albania, Sudamerica. Manodopera criminale specializzata.

L’attività investigativa si è conclusa lo scorso gennaio con 19 ordinanze di custodia cautelare (due in carcere) e due tonnellate di droga sequestrate, in diverse tranches, dopo che il cuore dell’investigazione si è esaurito a cavallo tra 2016 e 2017. Tra gli indagati, anche “La Negra” Rodriguez. Gli investigatori non ipotizzano alcun vincolo associativo tra le persone coinvolte, né chiariscono il livello di coinvolgimento della ‘ndrangheta, che però affiora in continuazione.

I “broker freelance” come Rodriguez – collaboratori a cottimo che durano fino a quando garantiscono il prodotto – lambiscono le organizzazioni più grosse, in Italia come in Sudamerica, senza esserne parte per davvero. Sono figure precarie negli scacchieri criminali. Alcuni di loro – in città dove il mercato della droga è libero e basato sulla competizione e non sul monopolio di certe famiglie – possono anche arrivare a posizioni di potere in certe piazze, ma non hanno un lignaggio criminale che garantisca loro di durare nel tempo. È solo una congiuntura positiva del mercato a farli stare dove sono. Congiunture spesso molto effimere. La qualità dei contatti che si portano in dote può tuttavia segnare il futuro di una piazza di spaccio: lo sviluppo oppure l’esaurimento.

Lo spaccio in piazza Prealpi

Nel momento in cui la Guardia di finanza di Milano comincia a interessarsi a lei, “La Negra” Rodriguez ha un’ampia rete di clienti. Tra loro compaiono alcuni dei trafficanti che controllano le principali piazze di spaccio della città, nomi più o meno storici e radicati nel tessuto criminale meneghino. La loro durata è spesso proporzionale alla vicinanza con clan mafiosi. Tra questi, l’uomo con la fedina penale più lunga è Armando Pietromartire, nome associato da sempre a piazza Prealpi, a nord-ovest di Milano. La prima volta è stato arrestato nel 1994, a 24 anni, durante l’operazione Belgio. L’indagine prendeva il nome da via Belgioioso, dove abitava Maria Serraino, matrona di ‘ndrangheta deceduta nel 2017. “Mamma eroina” è stata a capo del clan Di Giovane-Serraino, che ha conquistato il mercato della droga di Milano, a partire dagli anni Ottanta.

Uno scorcio di piazza Prealpi © Luca Quagliato

Nel 2007, Pietromartire viene arrestato di nuovo e nell’ordinanza gli inquirenti milanesi lo citano insieme a Mario Carvelli, nel 2009 condannato a 30 anni per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. Insieme ai Tatone, altro nome storico della mala milanese, i Caravelli gestivano gli stupefacenti a Quarto Oggiaro, selva di palazzoni popolari a un chilometro da piazza Prealpi. In quel momento particolare il quartiere ha vissuto una stagione particolarmente difficile in termini di infiltrazioni criminali. L’ultima condanna di Pietromartire risale al 10 gennaio 2019 per detenzione di circa sei chili di hashish, armi, munizioni e ricettazione. Nello stesso anno Pietromartire ricorre in Cassazione, ma la Suprema corte rigetta il suo ricorso confermando la condanna.

La Signora della pioggia

Il colombiano John Jairo Montoya Valencia lo chiamano Mucha Fe, “tanta fiducia” perché si fa anticipare il denaro per l’acquisto dei carichi. È un altro dei contatti di peso de La Negra Rodriguez. Intercettato, una volta parla di 200 mila euro che aspetta di incassare a credito, prima di avere consegnato la merce. Residente a Riccione, Montoya Valencia è già passato per le maglie della giustizia italiana e ha rimediato condanne per oltraggio a pubblico ufficiale e false dichiarazioni relative al permesso di soggiorno. Agli investigatori milanesi risulta anche latitante per reati di droga commessi in Romagna, così Milano, città che conosceva e frequentava già in precedenza, diventa il luogo dove nascondersi.

L’affidabilità di Mucha Fe è garantita da una donna colombiana il cui soprannome è Lluvia, “la Signora della pioggia”. Adriana Maria Jimenez Cardona, residente in Olanda, oggi è latitante. Il profilo che emerge dall’indagine è di una donna al comando: ogni volta che qualcuno la nomina, lo fa con reverenza.

Lluvia rappresenta un importante canale di importazione della cocaina dal Sudamerica e della marijuana dall’Albania. Dispone di una rete di logisti molto fitta e articolata, in particolare in Spagna e Paesi Bassi. A maggio del 2017, uno degli uomini in contatto con lei, un tassista, organizza un gommone con a bordo 1,5 tonnellate di marijuana. Viene sequestrato a Brindisi su segnalazione della Guardia di Finanza di Milano.

La persona sbagliata

Le quotazioni dei broker della droga cambiano velocemente. Il mare, a Milano soprattutto, è abbastanza vasto da lasciare a tutti la possibilità di nuotare. Chi sbaglia, però, a meno che non appartenga al gotha della criminalità cittadina, esce dal giro. L’errore peggiore è mettersi contro qualcuno di loro, come ha fatto, probabilmente senza saperlo, Rodriguez.

“La Negra” si è fidanzata con un ragazzo colombiano nel momento della sua ascesa. È uno sbandato che vive alla giornata, per lo più di truffe. Anche a lei, così, capita di fingere di avere carichi che in realtà non ci sono. Tra le vittime di un carico-fasullo, però, finisce anche l’uomo sbagliato: Daniele Scipione (non indagato), che dopo il matrimonio è entrato a far parte di una delle famiglie a cui non procurare danni, mai. Ha infatti sposato la nipote di Giuseppe Morabito, detto U’Tiradrittu, il boss di Africo. Il matrimonio, riporta l’indagine Crimine 2, si è celebrato «il 31 agosto 2009, a Bovalino», alla presenza delle più importanti famiglie di ‘ndrangheta.
Per quanto nato nel 1934 e attualmente all’ergastolo, Giuseppe Morabito è ancora un nome di peso, soprattutto nel traffico di stupefacenti. Basta evocarlo per aggiudicarsi un posto tra i narcos. La cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti, non a caso, ha stretti contatti con il Sudamerica sanciti decenni fa e che durano ancora oggi.

“U’ Tiradrittu”, boss da oltre sessant’anni

“Tiradrittu” letteralmente significa “spara dritto”. Va inteso come “spara senza rispetto”, a chiunque, perché al di sopra di ogni legge. Giuseppe Morabito ha mutuato il soprannome dal padre Rocco. Rocco e Giuseppe sono tra i nomi che si tramandano nella storia dei Morabito di Africo, famiglia di ‘ndrangheta di altissimo profilo criminale. Il nome di Peppe “U’ Tiradrittu” compare negli annali della magistratura italiana dal 1967, quando è stato accusato di essere il mandante della strage nel mercato di Locri, tre le vittime. È stato assolto nel 1971.

Negli anni Settanta è stato protagonista dell’ascesa criminale della criminalità organizzata calabrese grazie all’alleanza con i Barbaro di Platì, i Pelle di San Luca e i Pisano-Pesce-Bellocco di Rosarno, una struttura a cui gli inquirenti daranno nel 2003 il nome di “Crimine”. È il gradino più alto delle gerarchie ‘ndranghetiste, costituita allo scopo di gestire l’organizzazione che stava vivendo una fase di arricchimento, grazie soprattutto ai sequestri prima e al narcotraffico dopo.

I Morabito sono ancora oggi radicati nei Paesi produttori di cocaina in Sudamerica e rappresentano un anello fondamentale nella catena del rifornimento di droga verso l’Europa. Negli anni Ottanta Peppe Morabito è diventato il capo della cellula criminale (“locale” in gergo) di Africo, a tutt’oggi la roccaforte della famiglia, a seguito della faida di Motticella. In quegli anni dalle sue parti ha trovato un rifugio anche Totò Riina, il Capo dei capi di cosa nostra, che si racconta, si aggirasse in paese vestito da prete. Tra i due boss c’era una profonda amicizia e U’Tiradrittu è ritenuto un alleato della mafia siciliana negli anni dello stragismo (1992-1993). Nello stesso periodo, uomini dei Morabito si sono trasferiti a Milano, per gestire la colonizzazione del Nord: nel capoluogo lombardo Tiradrittu ci aveva trascorso un periodo di soggiorno obbligato, nel 1982.

Nel 1992 il nome del capobastone compare tra i destinatari di un ordine di custodia cautelare: è accusato di associazione mafiosa finalizzata al traffico di stupefacenti. È allora che si dà alla latitanza, che è durata fino al 18 febbraio 2004, quando è stato arrestato alle pendici dell’Aspromonte. «Trattatemi bene», sono state le parole che ha detto ai carabinieri, secondo i cronisti dell’epoca. Astuto, potente e carismatico sono gli aggettivi che ricorrono di più nelle descrizioni che ne fanno le indagini giudiziarie. Ancora oggi il nome risuona nelle intercettazioni come una sorta di lasciapassare per fare narcotraffico di grosso cabotaggio. È una garanzia di caratura criminale. Sta scontando l’ergastolo in regime di carcere duro – a cui è sottoposto ininterrottamente dalla cattura – alla casa circondariale di Opera, periferia sud di Milano. Data l’età – a ferragosto 2021 saranno 87 anni – e le pessime condizioni di salute in cui versa, da anni cerca di ottenere misure alternative alla detenzione in carcere, senza successo.

Quando capisce l’errore, Rodriguez scappa, temendo per la sua vita. Mentre prende un treno diretta a Roma, cerca di costruirsi una piazza di spaccio alternativa, una nuova rete di clienti. Ad aspettarla, nella capitale, c’è Andrea Mauro, un importante broker della cocaina. La loro destinazione finale è Napoli, la prossima piazza dove vuole operare Rodriguez. Anche Mauro ha contatti diretti in Sudamerica, così, tra i due nuovi soci, inizialmente nasce una sorta di competizione. Forse millantando o forse no, fatto sta che al telefono Rodriguez dice che i suoi interlocutori appartengono alla famiglia di “Tomate”, vicina al Cartel de Medellin, il cartello colombiano fondato da Pablo Escobar. Sembra trattarsi del gruppo di El Tomate, alias Juan Diego Arcila Henao, che effettivamente è stato la mano destra di Pablo Escobar e poi rilasciato nel 2002.

La guerra di Case Nuove

Rodriguez, a Napoli, si rende utile non solo nell’intermediazione dei carichi. Un suo contatto, tale Martha, permette al suo nuovo gruppo di ridurre quattro chili di cocaina di pessima qualità («diventa gialla», dice Mauro al telefono) in un chilo vendibile. Martha spedisce dalla Colombia il marito, detto “El Chimico” che dopo un giorno chiuso nella «sala operatoria» – nome con il quale il gruppo si riferisce a un magazzino nella provincia di Napoli – riesce nell’impresa.

Insieme a Mauro, a ottobre 2016 Rodriguez incontra anche Giuseppe Vatiero e Giuseppe Cozzolino, che secondo le ricostruzioni delle indagini avrebbero dovuto vendere la droga dei due broker in città. Cozzolino è ritenuto dagli inquirenti un membro del clan Mazzarella, mentre Vatiero sarebbe parte della famiglia Caldarelli, loro storici alleati. Vatiero è da poco uscito dal carcere al momento dell’incontro. I due stanno stringendo nuove partnership perché il loro clan in guerra per il controllo del rione urbano di Case Nuove.

Rodriguez, con i suoi agganci, può rappresentare un valido fornitore per mantenere vivo lo spaccio. I rivali appartengono al clan Rinaldi, che sotto la spinta dell’Alleanza di Secondigliano sta cercando di espandersi dal confinante quartiere di San Giovanni a Teduccio. Vatiero, capoclan di Case Nuove, resta gravemente menomato il 7 ottobre 2016 dopo una sparatoria. Il 10 febbraio scorso sei uomini sono stati arrestati con l’accusa di essere gli esecutori del suo tentato omicidio. Difficile pensare che l’apice dello scontro sia solo una coincidenza con l’arrivo sulla piazza della nuova broker.

Per approfondire

Inchiesta

Ascesa e rovina del principe dell’hashish a Milano

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Rinaldi

Crediti

Autori

Lorenzo Bagnoli

Editing

Luca Rinaldi

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