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«Dietro la vostra frutta, ci sono le nostre lacrime». Il gusto amaro delle banane dal Costa Rica all’Europa

Lo sfruttamento dei lavoratori nella monocultura della frutta è aggravato dall’uso massiccio di pesticidi vietati in Europa, che però continuiamo a produrre ed esportare nei Paesi a basso reddito di tutto il mondo

#PesticidiAlLavoro

26.06.24

Sara Manisera

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Da oltre vent’anni le giornate di Lidieth Gomez sono scandite dal ronzio degli aerei agricoli. All’alba e al tramonto, il cielo di Matina, capoluogo della provincia di Limón, sulla costa caraibica del Costa Rica, è sorvolato da aeroplani, elicotteri e, negli ultimi tempi, anche da droni che irrorano agrochimici sulle piantagioni di banane, come una pioggia viscosa. 

L’orizzonte della casa di Lidieth, una palafitta di legno spoglia, appoggiata su terra battuta, è un mare verde senza fine, un’immensa distesa di bananeti della Finca Limofruit SA. La finca è posseduta dal gruppo Acon, una delle principali aziende nazionali del Costa Rica, specializzata nella produzione ed esportazione di banane e ananas.

L’inchiesta in breve

  • Il Costa Rica è il terzo Paese esportatore di banane, dopo Ecuador e Filippine. Due ananas su tre vendute al mondo è prodotto nel Paese centroamericano. Il 50% della produzione di banane viene distribuito in Europa dalle principali aziende come Dole Food Company, Chiquita International e Gruppo Acon
  • La produzione di banane e ananas avviene attraverso pratiche agricole intensive e l’utilizzo di pesticidi proibiti in Europa tra cui il Mancozeb, il Chlorpyrifos, il Chlorothalonil, l’Etoprofos e il Diquat che continuano ad essere esportati in Costa Rica 
  • In diversi centri educativi visitati da IrpiMedia sono avvenuti gravi episodi di intossicazione dei bambini e degli abitanti a causa dell’applicazione di pesticidi altamente tossici 
  • Studi epidemiologici condotti dall’IRET-UNA in Costa Rica evidenziano alterazioni degli ormoni tiroidei e potenziali danni al sistema nervoso e allo sviluppo fetale causati dall’esposizione a pesticidi
  • Anche le condizioni di lavoro nelle piantagioni sono estremamente dure, con violazioni dei diritti umani e del lavoro, e retribuzioni inadeguate

Lidieth, madre single, vive qui con due dei suoi tre figli ed è una delle 451 donne che fa parte del programma di ricerca dell’Istituto Centroamericano di Studi delle Sostanze Tossiche dell’Università Nazional in Costa Rica, (IRET-UNA), uno studio epidemiologico sull’esposizione ai pesticidi, noto come programma Infantes y Salud Ambiental (ISA), che ha coinvolto da oltre 14 anni donne incinta e bambini. 

Un aeroplano utilizzato dalle compagnie bananiere per applicare pesticidi sorvola la cittadina di Bataan, nel cantone di Matina.

Il cielo del centro abitato, circondato dalle piantagioni, è giornalmente attraversato dagli aerei che applicano pesticidi per i grandi marchi della frutta come Chiquita, Del Monte, Dole, Acon, Fyffes.

Secondo uno studio internazionale pubblicato nel 2022 il fungicida Mancozeb è il prodotto maggiormente utilizzato: circa 1 applicazione a settimana per un totale di 67kg/ha l’anno di prodotto applicato © Marco Valle

Il focus dello studio sono gli effetti dei pesticidi e di altri contaminanti ambientali, come piombo e manganese, sulla salute tiroidea delle donne incinta e sullo sviluppo fetale. La ricerca, realizzata attraverso l’analisi di urine, capelli e sangue, ha analizzato come queste sostanze, usate nelle piantagioni di banane, alterino i livelli di ormoni tiroidei, fondamentali per lo sviluppo cerebrale dei feti.

«Ero incinta del mio primo figlio quando hanno iniziato questo studio. Ho accettato immediatamente di farne parte perché, anche se lavoro come donna delle pulizie, so che questi chimici non fanno bene. Ogni volta che gli aerei passano, gli occhi iniziano a bruciarti e ti prudono le braccia. L’odore è terribile, spesso ti viene la nausea. Dicono che questi chimici servono per esportare la frutta ma a noi ci fanno la doccia di pesticidi ogni mattina e sera». 

Tra i pesticidi studiati e ritrovati nel sangue di donne e bambini, inclusa Lidieth e suo figlio Daniel, oggi quattordicenne, ci sono il Chlorothalonil e il Mancozeb, due fungicidi ampiamente usati nelle coltivazioni di banane, associati a potenziali effetti cancerogeni, gli organofosfati, come il clorpirifos, noti per i loro effetti neurotossici soprattutto sui bambini, e i neonicotinoidi, un tipo di insetticida, con impatti negativi sullo sviluppo neurologico.

Pesticidi e tiroide

Lo studio ha analizzato l’esposizione a pesticidi comuni, manganese e piombo e gli effetti sulla funzione tiroidea tra le donne incinte in Costa Rica.

Esiste una correlazione tra l’esposizione a queste sostanze e alterazioni nella funzione tiroidea, cruciali per lo sviluppo fetale.

Manganese nel sangue

Questo studio ha esaminato i livelli di manganese nel sangue e nei capelli delle donne incinte.

Ha concluso che l’esposizione elevata a questa sostanza potrebbe avere effetti neurotossici sia per le madri sia per i nascituri.

Pesticidi nelle urine

Lo studio ha monitorato le concentrazioni di un metabolita del Mancozeb, nelle urine delle donne incinte esposte a questo fungicida tramite applicazione aerea.

I risultati indicano un’esposizione significativa che potrebbe avere implicazioni per la salute materna e fetale.

Bambini e pesticidi

Questo studio ha esaminato gli esiti respiratori e allergici tra bambini di 5 anni esposti a pesticidi.

I risultati hanno evidenziato un aumento dei problemi respiratori e delle allergie in questa popolazione.

3.000 campi di calcio

È l’equivalente dell’area di foresta distrutta in Costa Rica, tra il 2000 e il 2015, per fare spazio alle piantagioni di ananas.

Alcuni di questi agrochimici come il Mancozeb, il Chlorpyrifos, il Chlorothalonil, l’Etoprofos, il Diquat, sono stati vietati tra il 2018 e il 2021 in Europa, ma qui continuano ad essere prodotti ed esportati in altri Paesi, incluso il Costa Rica, per coltivare frutta standardizzata, tra cui banane e ananas.

“Standardizzata” in questo contesto significa esteticamente piacevole e “tutta uguale” come la vuole il mercato, la sola che le grandi aziende come Dole Food Company, Chiquita International, e il gruppo Acon, comprano esportano e vendono in tutto il mondo, inclusi nei principali supermercati europei. 

Costa Rica: la monocultura di banane e ananas serve il mercato di esportazione

Nel 2023, il Costa Rica ha prodotto circa due milioni di tonnellate di banane. È il terzo Paese esportatore al mondo, dopo Ecuador e Filippine. Secondo il Ministero del Commercio Estero del Costa Rica, circa il 50% delle banane esportate va negli Stati Uniti, mentre il restante viene distribuito principalmente in Europa​, in particolare nei Paesi Bassi, Regno Unito, Italia e Germania. 

Anche per il mercato delle ananas, il Costa Rica fa da padrone. Due ananas su tre venduti al mondo provengono da qui: nel 2023, la produzione è stata di circa 2,5 milioni di tonnellate, secondo i dati forniti dalla Camera nazionale dei produttori e degli esportatori di ananas della Costa Rica (CANAPEP): il 52% è stata esportata verso gli Stati Uniti, mentre il 43% in Europa, nei Paesi Bassi, Belgio, Italia e Spagna.

Un bracciante spruzza delle sostanze chimiche in un campo agricolo tra i distretti di Santa Rosa e Cipresses.

Secondo le analisi dell’Istituto Regionale degli studi sulle Sostanze Tossiche (IRET), le sorgenti di acqua per uso potabile di Carlos Calvo e Platòn sono contaminate da prodotti secondari (metaboliti) del Chlorothalonil con valori 200 volte superiori al limite consentito per l’uso umano © Marco Valle

Dal 2000 al 2015, il Paese ha registrato una crescita del 700% nella produzione di ananas e sono più di 58 mila gli ettari destinati solo alle ananas, dove sono impiegati 32 mila lavoratori. 

Secondo UNDP negli stessi anni, la rapida espansione delle piantagioni, tuttavia, ha distrutto oltre 5.000 ettari di copertura forestale, pari alla dimensione di oltre 3.000 campi da calcio, e causato gravi conseguenze per le comunità locali nelle principali aree di produzione proprio per l’uso intensivo di pesticidi. 

Benché il Costa Rica sia conosciuto per avere una delle densità di biodiversità più elevate al mondo – circa il 6% delle specie si concentrano qui – il Paese è anche il sesto per uso di pesticidi, con un consumo di 17,6 chilogrammi per ettaro, secondo i dati della FAO. Un altro studio del 2022 di UNDP, invece, indica addirittura un consumo di 34,45 chilogrammi per ettaro.

Due turisti attraversano in barca il Rio Gandoca durante una escursione organizzata da una delle numerose agenzie turistiche presenti nelle località turistiche di Cahuita, Puerto Viejo e Manzanillo.

Il Costa Rica è conosciuto all’estero per le sue politiche “verdi”, il turismo ecologico e la ricca biodiversità: il 6% delle specie al mondo raccolte nello 0,03% di superficie. Secondo i dati FAO è anche il sesto Paese per densità di uso di pesticidi con 17,6 chilogrammi per ettaro all’anno di sostanze chimiche applicate © Marco Valle

La produzione di banane e ananas in Costa Rica avviene principalmente attraverso pratiche agricole intensive. Questo include l’uso massiccio di fertilizzanti chimici e pesticidi per massimizzare la resa per ettaro e produrre frutta, senza difetti estetici, in grande quantità e a basso costo. Ma gli impatti di questo modello di produzione ricadono interamente sull’ambiente e sulle comunità locali che vivono accanto alle piantagioni. 

Le “nostre” banane

La varietà di banana più consumata al mondo è la Cavendish, che domina il mercato globale delle banane grazie alla sua resistenza durante il trasporto e alla sua lunga conservazione post-raccolta. Questa varietà è un clone, il che significa che tutte le piante di Cavendish sono geneticamente identiche, propagate attraverso tecniche di coltivazione vegetativa anziché attraverso la semina.

Essendo cloni, le banane Cavendish sono particolarmente vulnerabili alle malattie e agli attacchi fungini, poiché una malattia in grado di attaccare una pianta può potenzialmente infettare tutte le altre.

Un esempio è il fungo Tropical Race 4 (TR4), una ceppo del fungo Fusarium che causa la malattia del marciume radicale o Panama disease, particolarmente devastante poiché può rimanere nel terreno per decenni e attualmente non esistono metodi efficaci per eliminarlo una volta che ha infettato un’area. La diffusione di TR4 ha già causato enormi perdite economiche nei Paesi produttori di banane e continua a rappresentare una minaccia seria per la produzione globale.

L’uso massiccio di agrochimici nelle piantagioni di Cavendish è una risposta diretta alla loro suscettibilità a malattie e parassiti, ma ha portato al problema della farmacoresistenza, poiché i patogeni evolvono per resistere ai trattamenti chimici.

Scuole intossicate con pesticidi proibiti in Europa

Il 23 giugno 2023, gli alunni, le insegnanti e il personale amministrativo della scuola elementare IDA La Victoria, a Santa Rita de Rio Cuarto, iniziano a sentire un miasma nauseante, a metà tra l’odore di carburante e un composto chimico. La scuola si trova nel cantone di Río Cuarto, nella provincia di Alajuela, circondata da vaste distese di piantagioni di ananas. 

«Me lo ricordo bene quel giorno, è stato terribile. Abbiamo applicato il protocollo e fatto uscire i bambini ma l’aria fuori era peggiore di quella all’interno. Dopo una manciata di minuti, quasi tutti i bambini hanno iniziato a iper ventilare», racconta a IrpiMedia Rosalyn Sibaja Gomez, la preside della scuola.

«Come potete vedere siamo letteralmente accerchiati da campi di ananas. Le aziende spruzzano di tutto ma questi prodotti hanno l’etichetta verde, come se fossero buoni per la salute e potessimo berli», dice con pungente sarcasmo.

Dai documenti dell’IRET e del ministero della Salute, ottenuti e visionati da IrpiMedia, risulta che gran parte degli agrochimici ritrovati nella scuola sono vietati in Europa. Tra questi compaiono l’ametrina, il diazinon, il clorpirifos, l’oxifluorfen, il terbufos, il cadusafos.

Un campo di ananas bruciato a pochi metri dalla scuola primaria Alfredo Miranda Garcia nella frazione di Estela Quesada. Gli abitanti testimoniano che durante la bruciatura del campo il fumo ha invaso la scuola (chiusa a quell’ora) e le case vicine causando problemi respiratori a bambini e adulti © Marco Valle

Alcuni alunni della scuola elementare la Victoria affacciati alla finestra durante la ricreazione. Il 23 giugno 2023, 14 studenti sono stati trasportati d’urgenza in un centro medico e al pronto soccorso dopo che il campo di ananas, distante circa 10 metri dalla scuola, è stato trattato con dei pesticidi © Marco Valle

Spesso i campi di ananas, prima di essere bruciati, vengono trattati con un erbicida altamente tossico, il paraquat. Questo prodotto, già altamente pericoloso, se bruciato può produrre diossina ed è illegale nelle coltivazione di ananas in Costa Rica. Ciononostante sono molti gli agricoltori che utilizzano questa pratica, in quanto più economica rispetto ad arare e eradicare le piante prima della nuova piantumazione © Marco Valle

Dopo poche settimane, il 4 agosto, l’episodio si ripete, nella stessa scuola ma con sostanze chimiche cosparse da un’altra azienda. In totale sono 38 i bambini e le insegnanti intossicate e trasportate in ospedale il 23 giugno e il 4 agosto. Dopo le denunce e i sopralluoghi del ministero della Salute, poco è cambiato. «L’azienda Agronindustrial RyB ha installato una fila di alberi e adesso spruzzano i pesticidi di notte o il fine settimana», chiarisce la preside. 

IrpiMedia ha provato a raggiungere l’azienda Agronindustrial RyB e il Gruppo Orsero più volte ma non hanno risposto alla nostra richiesta di intervista.

La scuola di Rio Cuarto non è un caso isolato. A febbraio 2024, IrpiMedia ha visitato altri quattro centri educativi dove sono avvenuti gravi episodi di intossicazione e di applicazione di pesticidi altamente tossici.

Uno di questi è la scuola Alfreda Miranda Garcìa, nel paese Estela Quesada de Santa Isabel de Río Cuarto, un’altra zona sacrificata alla produzione di ananas. Al nostro arrivo, l’aria è acre e pungente, i campi sono bruciacchiati e ciò che resta sul terreno sembrano moncherini di ananas consumati dall’incendio.

«Usano il paraquat per seccare e bruciare le piante, così fanno più veloce», spiega Héctor Dàvila, lavoratore nelle piantagioni di ananas, iscritto al sindacato dei lavoratori SINTRAAC. «In teoria bisognerebbe togliere le piante con un macchinario ma questo processo è molto più lento e necessita di più lavoratori. Invece così risparmiano».

Sheyri, 13 anni, gioca nel cortile di casa sua, a pochi metri da una grande piantagione di banane dove ogni settimana vede droni ed elicotteri che spargono pesticidi. Quando la madre di Sheyri, Maydelin (34) era incinta di lei è stata iscritta al programma per monitorare la presenza di pesticidi nelle donne incinte e nei bambini e i loro potenziali effetti sulla salute e sullo sviluppo © Marco Valle

Sheyri, 13 anni, gioca nel cortile di casa sua, a pochi metri da una grande piantagione di banane dove ogni settimana vede droni ed elicotteri che spargono pesticidi © Marco Valle

Una donna di etnia Ngäbe (42 anni) morta di un cancro al fegato. Viveva con i suoi 4 figli a 40 metri dalla bananiera dove sua figlia e suo cognato continuano a lavorare © Marco Valle

La proprietà, la Agroindustrial Piñas Del Bosque Finca La Virgen, si estende per 600 ettari e appartiene al gruppo Dole Food Company. Alle richieste di chiarimento da parte di IrpiMedia, Dole Food Company fa sapere che «la Virgen è un’azienda agricola biologica che non utilizza sostanze chimiche di sintesi», e aggiunge: «Dole ha smesso di usare il paraquat in tutte le sue aziende agricole di ananas da febbraio 2008». 

La visita sul campo, tuttavia, evidenzia il contrario. Secondo le testimonianze e le prove raccolte (foto e video) dagli abitanti della zona e dalla direttrice della scuola elementare, l’utilizzo del paraquat sarebbe ricorrente. 

«Non è la prima volta, lo fanno sempre di pomeriggio o la notte ma il giorno dopo la puzza è insopportabile. I bambini non possono stare né in classe, né fuori. Sono passati tre giorni ma l’odore è ancora persistente. Abbiamo segnalato più volte il problema alle autorità locali ma la verità è che siamo Davide contro Golia», dice Mariza García Miranza, professoressa e direttrice della scuola elementare.

Accanto alla donna, sono riuniti un gruppo di genitori e abitanti della zona, tra cui Maciot Robles Padilla, 41 anni, tre figli e un marito assunto dalla multinazionale statunitense.

«Non ho paura di parlare, sono molto preoccupata. Tutti noi siamo ammalati, con asma, tosse e allergie. Ci vedono come un frutto da spremere. Qual è il beneficio per la comunità? Nessuno. Vedi, non abbiamo neanche una strada. La ricchezza va tutta fuori e quello che rimane qui è solo distruzione e persone che si ammalano». 

È tutto legale: colonialismo chimico 

Tra il 2019 e il 2021, l’Unione europea ha vietato diversi pesticidi nel settore agricolo sul suolo europeo, come il Mancozeb, il Chlorothalonil, il Chlorpyrifos, usati principalmente contro insetti, erbe infestanti e malattie fungine, poiché considerati potenzialmente cancerogeni, interferenti endocrini, responsabili di potenziali danni cerebrali ai bambini e feti, e con un impatto devastante sugli ecosistemi e gli organismi acquatici, a causa delle loro proprietà bioaccumulative e della loro elevata tossicità.

Nonostante i divieti in Europa, queste sostanze – sia come principio attivo, sia come composti già preparati – continuano ad essere esportati verso diversi Paesi, incluso il Costa Rica, dove sono utilizzati principalmente nelle coltivazioni intensive di banane e ananas, a ridosso di scuole, centri abitati e sugli stessi lavoratori.

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Dall’analisi dei dati del servizio Fitosanitario dello Stato del Costa Rica del 2023 risulta che prodotti banditi in Europa continuano a entrare nel Paese centroamericano: tra questi ci sono l’Ak 42 22 EC, più noto come Clorpirifos esportato dalla multinazionale UPL dal Belgio, l’Acrobat, ovvero il Mancozeb esportato da Basf Italia, il Dicarmid 60 EC // Tekla 60 EC ovvero il Diazinon esportato da Spagna, passando per la Cina e arrivando in Costa Rica. 

Anche un documento del ministero dell’Agricoltura del Costa Rica ottenuto da IrpiMedia mostra la lista di pesticidi usati a partire dal 2021 con applicazione aerea sulle piantagioni di banane. Nella lista sono presenti diversi agrochimici contenenti principi attivi come il Mancozeb, il Chlorotalonil, il Diazinon e il Diuron, tutti vietati nell’Unione Europea. 

L’esportazione di sostanze pericolose e pesticidi banditi o severamente limitati dall’Unione europea è regolata dalla Convenzione di Rotterdam.

Il principio alla base è che i Paesi importatori decidano da soli se vogliono importare determinate sostanze chimiche (compresi i pesticidi). Il regolamento sull’assenso preliminare in conoscenza di causa (Prior Informed Consent, “PIC”, regolamento Ue n. 649/2012) disciplina l’importazione e l’esportazione di certe sostanze chimiche pericolose e impone obblighi alle imprese che desiderano esportare tali sostanze nei paesi extra Ue.

Il regolamento però non tiene conto del ricatto economico a cui sono sottoposti i Paesi a basso reddito.

Una famiglia riempie le taniche di acqua potabile da una autocisterna messa a disposizione dalla AYA, l’azienda statale che si occupa degli acquedotti e delle fogne in Costa Rica © Marco Valle

Jose, 59 anni vive a Heredia e da oltre 20 anni lavora per l’AYA. Da oltre un anno e mezzo, con una autobotte, rifornisce di acqua potabile i cittadini del cantone di Oreamuno dove l’acqua è contaminata da un pesticida, il chlorothalonil © Marco Valle

«Non è giusto che nei Paesi più poveri si comprometta la salute della maggior parte delle persone, dell’ecosistema acquatico, dei micro organismi e dei suoli per permettere a pochi di continuare il loro business», dice Fernando Ramirez Muñoz, ricercatore dell’Istituto Centroamericano di Studi sulle Sostanze Tossiche, in Costa Rica.

Secondo Ramirez si tratta di un vero e proprio “colonialismo chimico”: «Il chlorpyrifos o il mancozeb sono stati vietati nell’Unione europea grazie a fatti, studi scientifici e ricerche comprovate, ma sembra che questi fatti non si applichino ai Paesi a basso reddito».

Per Adalbert Jahnz, portavoce della Commissione europea per l’ambiente, gli affari marittimi e i trasporti raggiunto via mail da IrpiMedia, «un divieto di esportazione dall’Ue non significa automaticamente che i Paesi terzi smettano di utilizzare tali prodotti. Potrebbero ancora importare pesticidi da altri luoghi. Convincere questi Paesi a non utilizzare tali pesticidi rimane quindi cruciale» e aggiunge che «nella Strategia delle sostanze chimiche per la sostenibilità, la Commissione si è impegnata a garantire che le sostanze chimiche pericolose vietate nell’Ue non possano essere prodotte per l’esportazione, incluso modificando la legislazione pertinente se e quando necessario». 

Secondo Laurent Gaberell, esperto di cibo e agricoltura per l’organizzazione non governativa indipendente Public Eye che da anni si occupa di pesticidi, «anche se ci dovesse essere un divieto di esportazione dall’Unione europea, la filiera resta complessa e controllata da poche grandi multinazionali con sedi in diversi Paesi. Potrebbero comunque comprare i principi attivi da India e Cina, riformulare la sostanza in Messico o Colombia con le filiali locali di Syngenta o Basf, cosa che sta già avvenendo. Andrebbe fatto un ragionamento sistemico più allargato: questi prodotti chimici sono persistenti, restano per decenni nell’acqua e nel suolo, contaminando tutto».

Per Berendina Van Wendel De Joode, epidemiologa ambientale e coordinatrice del programma ISA sulle donne e i bambini dell’Istituto Centroamericano di Studi delle Sostanze Tossiche dell’Università Nazional in Costa Rica c’è una evidente responsabilità del sistema agroindustriale e un doppio standard.

«Da decenni lavoriamo sui pesticidi e abbiamo ormai prodotto tantissima informazione scientifica. Ma i bambini e più in generale i cittadini del Costa Rica non hanno lo stesso valore di quelli europei. Se il Costa Rica si dovesse lamentare, le multinazionali dei pesticidi o della frutta si sposterebbero altrove. Il loro obiettivo è vendere banane, non difendere la salute pubblica. È l’intero sistema che dovrebbe cambiare. A partire dal modo in cui si produce la frutta». 

Come si lavora nelle piantagioni: una forma di schiavitù moderna

A guardarle da vicino, le piantagioni di banane della zona di Cuatro Millas, nella Finca Banadosmil dos del gruppo Dole, appaiono come la catena di montaggio di un’industria chimica a cielo aperto, aperta ventiquattr’ore su ventiquattro, sei giorni su sette. Nei campi, il lavoro è costante. Alle prime luci dell’alba, c’è chi cosparge attorno ai rizomi delle banane un mix di erbicidi con una pompa a zaino. Alzando lo sguardo, un aereo agricolo sorvola la piantagione spruzzando dall’alto una pioggerellina appiccicosa.

Braccianti trasportano le banane fino ad un sistema di carrucole utilizzato per trainare la frutta fino all’impianto di inscatolamento © Marco Valle

Sistema di carrucole trainato a mano utilizzato per trasportare le banane dal campo all’impianto di lavaggio, trattamento e inscatolamento © Marco Valle

Braccianti addetti alla raccolta delle banane trainano 25 caschi di banane verso l’impianto di lavaggio e inscatolamento. Ogni casco di banane pesa circa 80 Kg © Marco Valle

Operaie dell’impianto di confezionamento etichettano e spennellano un chimico sulle banane arrivate dal campo attraverso un sistema di carrucole trainate a mano © Marco Valle

«Siamo sempre colpiti dal veleno quando lavoriamo. Ho anche scritto un richiamo all’azienda ma non è servito. Non abbiamo altra scelta».

Gérman Jimenez, 51 anni, lavora come erbicida dalle 4:30 alle 11:30. È uno dei più fortunati perché lavora solo sette ore, guadagna 18 mila colones, circa 32 euro al giorno, ha quattro figli, e vive all’interno della piantagione in una baracca di legno e lamiera, senza acqua potabile ed elettricità.

Intanto, un’altra squadra è impegnata a coprire i caschi di banano con sacchetti di plastica blu impregnati di chlorpyrifos e altri insetticidi, per evitare che i frutti siano mangiati da parassiti, insetti e uccelli. I lavoratori, gran parte nicaraguensi, si muovono veloci, da pianta a pianta, con una scaletta in legno sulle spalle. La appoggiano sul fusto, salgono rapidi, coprono il casco e proseguono.

Accanto a loro, si osservano altri lavoratori agganciati a una carrucola, tramite una cintura stretta attorno all’addome. Il loro compito è quello di correre, trainando, come dei buoi, i caschi di banane ancora acerbi fino all’impacchettatrice, la zona per la lavorazione, l’imballaggio e il trattamento delle banane destinate all’esportazione. 

Qui le banane vengono prima lavate con l’acido citrico o con un disinfettante per uccidere la cocciniglia, poi tagliate con un movimento ripetitivo, selezionate in base al calibro, messe in una camera di fumigazione per frenare la maturazione della corona e impacchettate per essere inviate in Europa.

A seguire questo processo sono soprattutto donne lavoratrici. In genere, la giornata inizia alle 5 del mattino e termina alle 5 del pomeriggio, interrotta da una pausa di trenta minuti. La paga oscilla tra i 22 e i 30 dollari al giorno.

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IrpiMedia ha raccolto più di quaranta testimonianze di lavoratori non solo della finca Banana dosmil dos del gruppo Dole Food Company ma anche in altre piantagioni e aziende controllate da Chiquita International e gruppo Acon. Le dichiarazioni delle persone intervistate confermano una violazione sistematica dei diritti umani e del lavoro. 

«Le persone che mangiano banane in Europa non sanno che dietro la vostra frutta ci sono le nostre lacrime. Siamo maltrattate verbalmente, discriminate e guadagnamo pochissimo», racconta Yaney Elizondo Gutiérrez, 39 anni, selezionatrice di Chiquita nella Finca Canfin. «Quattro anni fa sono rimasta incinta, mi hanno lasciato a casa senza motivo. Ho fatto ricorso grazie al sindacato e sono stata reintegrata. Mi hanno messo in una postazione più faticosa e dopo pochi mesi ho perso il bambino. Per far valere la mia voce, ho perso tutto».

Elizondo Gutiérrez è diventata la prima rappresentante sindacale di Sitrap, il sindacato dei lavoratori delle piantagioni agricole dentro la finca Canfin di Chiquita. Oggi continua a lavorare ma, racconta, «non mi lasciano in pace, le pressioni sono costanti. In genere cercano di isolarti per non farti parlare con le colleghe».

Anche altri lavoratori intervistati che si sono rivolti o iscritti al sindacato lamentano le stesse pratiche vessatorie.

«Chi osa sindacalizzarsi, viene trattato come un delinquente», dice Hector Arrieta, 46 anni, da venti anni seminatore manuale per il gruppo Acon. Si occupa della preparazione del terreno e della semina delle ananas, un lavoro faticoso e usurante, fatto sotto il sole ed esposto a pesticidi. La paga è a cottimo e oscilla tra le 18 e le 23 mila colones al giorno (32-35 euro).

«Noi siamo uno strumento, un ingranaggio del mercato. È così che funziona. La vita è dura, il salario è basso per vivere dignitosamente. Dopo una vita di sacrifici dentro le piantagioni di ananas, non posso neanche permettermi di pagare gli studi di mia figlia», dice cedendo al pianto.

Braccianti e operaie al lavoro. Gli operai del settore dell’ananas sono per lo più migranti nicaraguensi appena arrivati nel Paese o che vivono in Costa Rica ormai da anni.

I salari medi sono del tutto uguali a quelli del settore bananiero (19, 20 euro al giorno) ma spesso i lavoratori vengono reclutati da intermediari (contratistas) che cercano personale da proporre alle aziende e trattengono parte del loro salario come compenso © Marco Valle

Benché il Costa Rica sia considerato un Paese a reddito medio basso, il costo della vita si aggira intorno ai 3.000 euro per una famiglia di quattro persone, escluso l’affitto. I lavoratori delle piantagioni di banana e ananas guadagnano tra i 700 e gli 800 euro. 

IrpiMedia ha provato a contattare tutte le aziende della frutta. Solo Dole International ha risposto alle richieste di chiarimento facendo sapere che «Dole si impegna ad adottare pratiche di lavoro eque e a rispettare le leggi locali in materia di lavoro. Prendiamo molto sul serio qualsiasi accusa di pratiche discriminatorie o moleste e ci impegniamo a indagare e a rispondere a tali richieste». 

Didier Leiton Valverde conosce da vicino quali siano gli effetti dei pesticidi e della fatica nei campi. Per anni ha lavorato nelle piantagioni a contatto con il Nemagon, un pesticida altamente tossico, usato dalle principali aziende, come Standard Fruit Company (ora Dole), Del Monte e United Fruit (ora Chiquita) per far crescere i loro raccolti più velocemente. Bandito negli Stati Uniti nel 1979, è stato usato per decenni in America Centrale, Caraibi e Asia, uccidendo e rendendo sterili migliaia di persone. Incluso Didier Leiton, oggi segretario generale di Sitrap, sindacato dei lavoratori delle piantagioni agricole con circa 2.500 affiliati.

«Il Costa Rica si vende come un Paese verde e felice, con i vulcani, le spiagge e i parchi ma questa immagine è falsa. Sotto la superficie, c’è un altro Costa Rica, fatto di violazioni dei diritti umani, monoculture e salari da fame. Non vogliamo che le multinazionali della frutta smettano di comprare banane dal Costa Rica. Chiediamo il rispetto dei diritti umani dei lavoratori», spiega Leiton a IrpiMedia.

Operai scaricano nella vasca di lavaggio le ananas raccolte in uno dei campi coltivati a Rio Cuarto © Marco Valle

Le ananas provenienti dal campo vengono lavate in una vasca, passano attraverso la selezione, l’etichettatura, l’imballaggio e finiscono in aree refrigerate che ne rallentano la maturazione © Marco Valle

A novembre 2023, grazie a una legge tedesca sulle violazioni umane lungo le catene di approvvigionamento, entrata in vigore il 1 gennaio 2023, il sindacato Sitrap insieme a Oxfam Germania ha presentato un reclamo nei confronti dei supermercati Aldi e Lidl. Questo è avvenuto a seguito di una serie di prove e segnalazioni di gravi violazioni dei diritti umani e del lavoro raccolte dal sindacato in varie piantagioni di banane.

La nuova legge tedesca stabilisce obblighi di due diligence basati sui Principi Guida delle Nazioni Unite: se le aziende violano questi obblighi, possono essere multate dall’autorità competente, in base alla gravità della violazione e al fatturato totale dell’azienda.

«Un aspetto particolarmente interessante è che Aldi ha accettato di impegnarsi con il sindacato locale e sta negoziando misure adeguate per la protezione dei lavoratori che in precedenza erano stati esposti a sostanze chimiche mentre lavoravano nella piantagione. Tuttavia, le trattative con i sindacati sono ancora in corso», spiega a IrpiMedia Tim Zahn, consulente per le politiche sui diritti umani nelle catene di fornitura globali per Oxfam Germania.

Julio, 51 anni, è un bracciante indigeno Ngäbe trasferito 30 anni fa da Panama a Sixaola (Costa Rica) per lavorare nell’industria bananiera. Ha iniziato come raccoglitore, poi “imborsatore” e poi per 10 anni come spargitore di erbicidi, insetticidi e nematocidi con la pompa irroratrice a spalla.

Quando i suoi livelli colinesterasi (enzima il cui abbassamento dimostra la contaminazione da insetticidi organofosfati e carbammati) sono diventati troppo bassi ha cambiato mansione finché non ha perso quasi totalmente la vista e la capacità di deambulare. Ad oggi è stato licenziato dalla compagnia bananiera e dovrà abbandonare la casa in cui vive con sua moglie e i suoi 5 figli © Marco Valle

«Il monocultivo non è sostenibile. La biodiversità ci sfamerà» 

Intanto, in Costa Rica c’è chi porta avanti un’agricoltura organica basata sulla biodiversità delle specie vegetali, una pratica che affonda le sue radici nella cultura ancestrale delle comunità indigene.

Marina Lopez, fa parte della comunità Bribri, un popolo indigeno diviso dalla colonizzazione sui territori degli attuali Panama e Costa Rica e oggi vive a Uatsi, a una decina di chilometri dal Puerto Viejo de Talamanca, porta di ingresso dei colonizzatori spagnoli e porto da cui, per secoli, venivano imbarcate banane e altra frutta tropicale verso l’Europa e gli Stati Uniti.  

Nella sua azienda agricola, immersa in una foresta rigogliosa e intricata, Marina produce banane, caffè, cacao e altri prodotti, venduti tramite i circuiti del commercio solidale o direttamente a piccoli gruppi di turisti che lei stessa accompagna, insieme a suo figlio, nella foresta a conoscere piante ed erbe medicinali.

«Tutto qui è organico. I nostri antenati non hanno mai lavorato con gli agrochimici e anche io ho scelto di non farlo. Avrei potuto produrre di più con gli agrochimici ma ciò significava uccidere altre forme di vita, i fiumi e i suoli. Le borse blu di plastica piene di pesticidi usate nelle piantagioni intensive finiscono nei fiumi e nel suolo, quindi nel nostro cibo. Io non penso che questo sia sviluppo. Penso che il vero sviluppo sia la tutela della biodiversità. Solo così possiamo davvero sfamarci».

Vista aerea di una delle decine di piantagioni di banane che circondano la cittadina di Bataan © Marco Valle

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Crediti

Autori

Sara Manisera

Editing

Giulio Rubino

Visuals

Lorenzo Bodrero

Ha collaborato

Darìo Chinchilla

Con il supporto di

Foto & video

© Marco Valle

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