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«Hanno preso le nostre terre e distrutto la foresta». L’olio di palma del Borneo per il mercato europeo

Erbicidi e pesticidi altamente tossici, vietati in Europa ma esportati in Indonesia e Malesia, sono ampiamente impiegati nelle monocolture intensive di olio di palma. Con gravi danni per gli ecosistemi e la salute delle comunità locali

#PesticidiAlLavoro

28.06.24

Daniela Sala, Adi Renaldi, Budi Baskoro

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«Spruzzavo sia il veleno giallo che quello verde», dice Herna. Dice proprio così, in bahasa indonesia: racun, veleno. Parla del Roundup, l’erbicida a base di glifosato della Monsanto, e del Gramoxone, il nome commerciale con cui è noto il Paraquat, prodotto da Syngenta.

Per quasi sei anni, dal 2006 al 2011, Herna (che come molte persone in Indonesia non usa il suo cognome) ha lavorato nella cosiddetta “squadra manutenzione”, in una delle piantagioni di palme da olio nel Kalimantan Centrale (il Borneo indonesiano) della Musim Mas, una multinazionale con sede a Singapore, che gestisce tra le altre cosa una bioraffineria a Livorno e sei impianti tra Spagna e Paesi Bassi.

L’inchiesta in breve

  • L’olio di palma, usato tanto nell’industria alimentare quanto in quella dei biocarburanti, è strettamente collegato a fenomeni di deforestazione in tutto il mondo
  • In Indonesia, Paese che produce il 50% di tutto l’olio di palma a livello mondiale, i lavoratori sono quasi costretti a lavorare nelle piantagioni, complice il land-grabbing delle multinazionali che si sono accaparrate buona parte delle terre coltivabili
  • Qui non solo i lavoratori sono sfruttati e malpagati, ma sono anche esposti, con scarsa preparazione, ai danni derivanti da un uso massiccio di pesticidi
  • I pesticidi in uso in Indonesia sono spesso banditi in Europa, a causa dei loro effetti tossici sulla salute e sull’ambiente, ma sono comunque prodotti qui e esportati legalmente
  • Ma le lobby dei pesticidi, che raggruppano aziende come Bayer, BASF, Syngenta e Corteva, hanno investito circa 15 milioni di euro all’anno per difendere i loro interessi presso le istituzioni europee, riuscendo finora ad evitare che i loro veleni vengano banditi definitivamente

«Spesso dopo il turno di lavoro avevo nausea, vomito e vertigini. Non so esattamente perché, ma anche le mie colleghe avevano gli stessi sintomi. Sapevo che erano sostanze pericolose e ho sempre avuto paura a maneggiarle», racconta.

Herna ha avuto appena un assaggio di quanto sia tossico il Paraquat, ma le è bastato: una mattina mentre lo stava diluendo con l’acqua, come da istruzioni, una goccia di liquido le è schizzata sulla mano, causandole una bruciatura che ci ha messo settimane a guarire.

I frutti delle palme da olio su cui Herna per anni ha quotidianamente spruzzato pesticidi ed erbicidi, sono raccolti, spremuti e raffinati, nell’ambito di una filiera che dall’Indonesia arriva in Europa. L’olio di palma infatti è un prodotto ampiamente utilizzato oltre che nell’industria alimentare, anche per la produzione di biocarburanti.

L’Unione europea ha annunciato la dismissione graduale, entro il 2030, dei biocarburanti a base di olio di palma, a causa della deforestazione che l’espansione delle monocolture provoca. Nel frattempo però, non solo l’Europa resta tra i principali importatori di olio di palma, ma continua ad esportare pesticidi altamente tossici, soprattutto nei Paesi del Sud globale.

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Commercializzato dal colosso svizzero Syngenta, il paraquat è infatti vietato in Europa dal 2007, a causa della sua pericolosità per la salute e per l’ambiente. Nel 2019 l’Indonesia è diventata il terzo importatore mondiale di questo prodotto dall’Europa, dopo Stati Uniti e Brasile.

Cos’è il Paraquat

Il Paraquat – commercializzato da Syngenta anche con il nome di Gramoxone –  è un erbicida non selettivo, che agisce sulla fotosintesi delle piante, uccidendole. È usato come diserbante ed è ritenuto particolarmente efficace nel controllo delle erbe infestanti resistenti ad altri erbicidi. 

Le proprietà diserbanti della molecola (che è stata sintetizzata a fine ‘800) sono state scoperte negli anni ‘50. Il Paraquat, inizialmente commercializzato dalla società britannica Imperial Chemical Industries (ICI), è oggi prodotto e venduto dalla multinazionale svizzera Syngenta.

Syngenta è stata fondata nel 2000 dalla fusione della divisione agrochimica di Novartis con Zeneca Agrochemicals e, fino al 2018, era una sussidiaria del gruppo cinese ChemChina. Nel 2020, Syngenta è stata acquisita dallo stesso gruppo.

Tra il 2018 e il 2022 Syngenta ha registrato un aumento dei suoi profitti del 32%, per un totale di 1,9 miliardi di euro l’anno.

Uno degli impianti manifatturieri di Paraquat più grandi del gruppo (con oltre 400 dipendenti) si trova ad Huddersfield, nello Yorkshire

Tra i più potenti (e tossici) erbicidi ancora sul mercato, il Paraquat impedisce alla vegetazione equatoriale di proliferare, permettendo alle palme da olio di crescere più in fretta e più alte, e produrre di più.

Herna, che oggi ha 48 anni e sei figli, è cresciuta in un piccolo agglomerato di case che fino agli anni ‘90 era ancora circondato dalla foresta. La famiglia aveva un piccolo pezzo di terra e nessuno immaginava che quella vita, semplice ma tranquilla, sarebbe cambiata così repentinamente.

Con l’arrivo delle monocolture di palme da olio la famiglia di Herna ha perso il terreno in cui coltivava riso e alberi da frutto e che rappresentava per loro la principale forma di sostentamento. È così che Herna, a vent’anni, non ha avuto altra scelta che accettare un lavoro proprio in una di quelle piantagioni che avevano drasticamente alterato lo stile di vita nel suo villaggio.

Sungai Sekonyer (Kalimantan Centrale), Indonesia

Una donna si lava utilizzando l’acqua di un canale adiacente al fiume Sekonyer.

Fino ad alcuni decenni fa, gli abitanti vivevano nell’area che ora si trova all’interno del parco nazionale di Tanjung Puting. Negli anni ‘90 sono stati espulsi e costretti a stabilirsi dall’altro lato del fiume, oltre il confine del parco, dove si sono presto ritrovati circondati dalle monoculture di olio di palma. L’acqua del fiume e dei canali è pesantemente inquinata, e per bere oggi gli abitanti raccolgono l’acqua piovana © Daniela Sala

Storie come quelle di Herna sono ormai la normalità nel Kalimantan Centrale. A lavorare nelle piantagioni come addette ai pesticidi sono soprattutto donne, che nella stragrande maggioranza dei casi ricevono solo una preparazione sommaria per il rischioso lavoro che svolgono.

«Il primo giorno di lavoro il caposquadra ci ha raccomandato di fare attenzione alla direzione del vento», spiega M., che lavora nella piantagione di una grossa azienda, la Hamparan Masawit Bangun Persada dal 2013. M., che ha 28 anni, è pagata alla giornata e riesce a mettere insieme circa due milioni di rupie al mese (poco più di 115 euro) – uno stipendio decisamente basso anche per gli standard locali.

I dispositivi di protezione personale deve procurarseli da sola: «Uso una mascherina di stoffa, per proteggere il naso e la bocca. I caposquadra ci sgridano se non la indossiamo», spiega. Una protezione però che è più di facciata che altro: il pezzo di stoffa che M. usa come mascherina, lo lava da sé ogni giorno e lo riutilizza anche per tre mesi, fino a quando non è completamente usurato.

Indonesia, leader mondiale nell’esportazione di olio di palma

L’Indonesia è il maggior esportatore mondiale di olio di palma. Nel 2022 ha coperto quasi il 50% del fabbisogno globale. Circa il 10% delle esportazioni finiscono in Europa – dove il principale Paese importatore è l’Italia.

La produzione intensiva dell’olio di palma e l’uso massiccio di Paraquat e altri erbicidi sono indissolubilmente legati.

In totale, nel 2020 l’Indonesia ha importato pesticidi per un valore totale di circa mezzo milione di dollari, un mercato in continua crescita. Nel 2019 l’Indonesia ha importato dal Regno Unito 2.300 tonnellate di Paraquat.

Nel cuore del Borneo

Nella provincia di Seruyan, nel Kalimantan centrale, sono centinaia i villaggi che, fino a una decina di anni fa erano circondati dalla foresta e ora si ritrovano invece circondati dalle monoculture di olio di palma.

Sembuluh, il lago inquinato

Il lago Sembuluh è il lago più grande del Kalimantan centrale. Gli abitanti hanno sempre fatto affidamento sul lago per la pesca e come fonte di acqua potabile.

Ma da quando le monoculture di olio di palma si sono espanse a dismisura l’acqua del lago è sempre più inquinata, da scarichi, pesticidi e fertilizzanti.

In una delle zone più piovose al mondo, sulle rive di un grande lago, oggi gli abitanti non hanno abbastanza acqua pulita.

Malesia

La Malesia, dopo l’Indonesia è il secondo esportatore mondiale di olio di palma.

Nel 2004 il Paese aveva vietato l’importazione e l’uso del Paraquat, ma dopo appena due anni il divieto era stato cancellato a causa delle forti pressioni da parte delle aziende produttrici e dell’industria dell’olio di palma, che hanno chiamato a difesa del pesticida le associazioni dei proprietari terrieri e sponsorizzato “studi” che ne dichiaravano la sicurezza.

Nel 2020, dopo quasi due decenni di dibattito, il Paraquat è stato definitivamente bandito.

Herna, seduta a gambe incrociate sul pavimento di casa sua, a Penyang, ha lo sguardo stanco. Il caldo umido non dà tregua, l’aria è pesante e a poco serve il ventilatore. È difficile immaginare come, in questo clima, Herna, M. e le loro colleghe possano lavorare con in spalla un contenitore da oltre 15 chili, senza mai togliere la mascherina.

E in effetti i video che ci mostrano le lavoratrici dal cellulare, le riprendono insieme alle colleghe mentre lavorano con le mascherine abbassate, senza guanti né altre protezioni. In mancanza di altro, il tamarindo e il latte sono ritenuti (erroneamente) i migliori rimedi fai da te per limitare i danni derivanti dall’esposizione alle sostanze tossiche.

Herna ha sopportato per anni continui malesseri, a volte così intensi da costringerla a restare a letto per giorni. Il medico della piantagione, a cui qualche volta ha chiesto un aiuto, le ha sempre detto di non preoccuparsi troppo, prescrivendole al massimo del paracetamolo o un antiemetico.

Alla fine Herna ha iniziato a soffrire di un dolore alla bocca dello stomaco, «come una coltellata». Il medico ha ipotizzato che potesse essere il sintomo di un problema ai polmoni. La causa non è mai stata chiarita perché Herna non ha potuto fare ulteriori esami: troppo costosi. Ha deciso però che non ce la faceva più e ha lasciato il lavoro.

Bangkal (Kalimantan Centrale), Indonesia

Bangkal conta circa quattromila abitanti e si trova sulle rive del lago Sembuluh. Fino a pochi anni i residenti utilizzavano l’acqua del lago per lavarsi e per bere, e pescavano nel bacino. Ma da quando le monoculture di olio di palma si sono espanse tutto intorno il lago è sempre più inquinato e l’acqua è diventata inutilizzabile © Daniela Sala

Ha fatto di tutto per trovare un altro impiego, «ma da quando ci sono le piantagioni non c’è nessun altro lavoro», conclude.

In sottofondo, si avverte costante il rumore del traffico lungo la Trans Kalimantan, l’autostrada che taglia a metà il Borneo meridionale e che passa a poche decine di metri da casa di Herna. I camion si susseguono in un via vai costante: in una direzione trasportano i frutti della palma da olio verso le raffinerie. In quella opposta l’olio raffinato, verso i porti e il mercato estero.

Circondati dalle piantagioni

L’Indonesia è di gran lunga il maggior esportatore di olio di palma. Nel 2022 ha coperto quasi il 50% del fabbisogno globale, seguita dalla Malesia, con il 30%. Gli usi industriali dell’olio di palma sono innumerevoli, dal settore alimentare e cosmetico, alla produzione, soprattutto, di biocarburanti.

Circa il 10% delle esportazioni finiscono in Europa. In Italia, il maggiore importatore in Europa, fino al 2022 la maggior parte dell’olio di palma indonesiano andava alle raffinerie Eni di Gela e Porto Marghera, utilizzato poi come carburante per i veicoli.

L’Italia complice

Nel 2022, con 595 mila tonnellate l’Italia è stato il primo Paese in Europa per importazioni di olio di palma dall’Indonesia, nonché il decimo al mondo

In Indonesia la palma da olio, originaria dell’Africa occidentale, è state introdotta come pianta ornamentale durante l’occupazione coloniale olandese, che è durata per oltre tre secoli, fino al 1949. Quando, a fine Ottocento, i colonizzatori si sono accorti che le palme, oltre ad essersi adattate perfettamente al clima, producevano più frutti che nella regione di provenienza, è iniziata la monocoltura intensiva, a spese della foresta pluviale.

Nonostante intense campagne ambientaliste, nell’ultimo decennio la deforestazione connessa all’espansione delle piantagioni è solo rallentata. E addirittura nel 2023 è tornata a crescere.

La produzione intensiva dell’olio di palma e l’uso massiccio di Paraquat e altri erbicidi sono indissolubilmente legati.

In totale, nel 2020 l’Indonesia ha importato pesticidi per un valore totale di circa mezzo milione di dollari, un mercato in continua crescita. Nel 2019 l’Indonesia ha importato dal Regno Unito 2.300 tonnellate di Paraquat. Dal 2017, con l’acquisizione di Syngenta da parte di ChemChina sono aumentate inoltre la produzione e le esportazioni dalla Cina, rendendo la filiera del paraquat sempre più difficile da tracciare.

Pesticidi bannati in Europa, ma usati in Indonesia

Nel 2019, il Regno Unito ha esportato in Indonesia oltre 2.300 tonnellate di Paraquat, un erbicida altamente tossico e per questo vietato in Europa, il quale contava per il 94% degli erbicidi esportati dal Vecchio continente

Al divieto di impiego e commercializzazione in Europa hanno fatto seguito quelli di decine di altri Paesi. Ad oggi sono più di 50 (tra cui il Brasile, fino a pochi anni fa tra i maggiori importatori) e tra questi, paradossalmente, ci sono anche i principali Paesi produttori ed esportatori della sostanza: Cina, Svizzera e Regno Unito.

Perché il Paraquat è vietato

Il paraquat è stato vietato o severamente limitato in diversi Paesi e regioni in tutto il mondo a causa delle notevoli preoccupazioni per la salute umana e l’ambiente. 

  • Gli avvelenamenti. Il paraquat è talmente tossico che basta ingerirne una quantità minima, un sorso, perché si verifichino effetti letali o comunque danni permanenti. Uno studio realizzato dal Centre for Pesticide Suicide Prevention in Malesia ha rilevato come l’ingestione di pesticidi (specie tra gli agricoltori) sia il secondo metodo di suicido più diffuso nel paese e come la reintroduzione del paraquat (dopo il divieto del 2004) sia risultata in un nuovo aumento dei casi di avvelenamento (volontari e accidentali).
  • Il Morbo di Parkinson. L’esposizione alla molecola sembra essere associata all’insorgere del Morbo di Parkinson. Negli Stati Uniti è in corso una class action contro Syngenta da parte di oltre 2 mila persone (tra cui centinaia di agricoltori) che si sarebbero ammalati dopo essere stati esposti per anni al paraquat. Un’inchiesta del 2022 del Guardian, grazie all’accesso a centinaia di documenti interni di Syngenta, ha rivelato che l’azienda stessa era consapevole dei rischi e avrebbe manipolato diverse ricerche per minimizzarli.
  • L’impatto sull’ecosistema. Il paraquat contamina l’ambiente, inclusi il suolo, l’acqua e l’aria, con effetti negativi permanenti sulla biodiversità e sugli ecosistemi.
  • Piante “paraquat-resistenti”. L’uso intensivo di paraquat può portare allo sviluppo di erbe infestanti resistenti all’erbicida. Questo porta ad un uso sempre maggiore di paraquat o di altri erbicidi più potenti e tossici, creando un circolo vizioso di dipendenza estremamente dannoso.

Di recente, nel 2020, anche la Malesia (i vicini di casa dell’Indonesia) ha reintrodotto il divieto. Il dibattito è durato quasi due decenni: il Paraquat era stato inizialmente bandito nel 2004 ma il Governo aveva fatto marcia indietro appena due anni dopo a causa delle forti pressioni da parte delle aziende produttrici e dell’industria dell’olio di palma, che hanno chiamato a difesa del pesticida le associazioni dei proprietari terrieri e sponsorizzato “studi” che ne dichiaravano la sicurezza.

In Indonesia, invece, nessun dibattito né alcuna ipotesi di divieto all’orizzonte. Il Paraquat è semplicemente inserito nella lista delle sostanze pericolose che possono essere maneggiate solo da lavoratori opportunamente formati.

Oltre alle interviste di IrpiMedia, i dati raccolti da PANAP (Pesticide Action Network Asia Pacific) indicano che questo requisito raramente è rispettato. Da un’indagine condotta nel 2019 in quattro aziende, con interviste ad oltre 50 lavoratrici, emerge che la maggior parte di loro non conosca con esattezza i rischi connessi ai prodotti che maneggia. E solo una delle quattro aziende coinvolte dall’indagine avrebbe messo a disposizione delle lavoratrici e dei lavoratori dell’acqua con cui lavarsi dai prodotti contaminanti a fine turno.

Una situazione resa ancora più difficile dalle precarie condizioni di lavoro: secondo una stima di PANAP infatti il 70% dei lavoratori delle piantagioni non ha un contratto. 

«I dispositivi di protezione personale in questo contesto non possono funzionare e non sono la soluzione», ribadisce Sarojeni Rengam, direttrice di PANAP e autrice del report: «Questi pesticidi continuano ad essere impiegati perché nel breve termine sono la soluzione più economica e che garantisce il miglior margine di profitto, senza però tener conto dei danni e degli effetti a lungo termine».

Penyang (Kalimantan Centrale), Indonesia

Sukatman insieme alla sua famiglia possiede un pezzo di terra in cui coltiva le palme da olio. La raccolta dei frutti, un lavoro faticoso e quasi esclusivamente manuale, avviene ogni due settimane circa © Daniela Sala

L’unica soluzione, conclude Rengam, è il divieto di utilizzo e di esportazione.

«Il fatto che queste sostanze siano prodotte ed importate da Paesi in cui sono vietate per la loro pericolosità costituisce un doppio standard inaccettabile».

La commercializzazione del Paraquat a livello globale vale meno del 2% dei profitti complessivi di Syngenta, fa sapere l’azienda. Rispondendo alle domande di IrpiMedia, Syngenta afferma inoltre di aver introdotto etichette più esplicite sulle confezioni e diversi additivi, tra cui un colorante e un emetico, per prevenire l’ingestione accidentale della sostanza. In Indonesia, afferma sempre Syngenta, il Paraquat risponde alle necessità degli agricoltori che avrebbero poche altre alternative e avrebbe anzi, secondo l’azienda, l’effetto positivo di «aumentare la rendita per i piccoli produttori, riducendo il pesante lavoro manuale di solito affidato a donne e bambini».

«Le piantagioni hanno portato solo conflitti»

Nella provincia di Seruyan sono centinaia i villaggi a cui è toccata la stessa sorte di Penyang, il villaggio in cui è cresciuta Herna.

A poca distanza, i quattromila abitanti di Bangkal, quasi tutti Dayak, discendenti delle popolazioni indigene del Borneo, hanno fatto di tutto per resistere all’arrivo delle piantagioni. La prima volta, alla fine degli anni ‘90, hanno avuto successo e l’azienda (l’indonesiana Agro Indomas) che voleva stabilire una piantagione a pochi chilometri dal villaggio si è dovuta tirare indietro.

Un lavoratore raccoglie i frutti della palma da olio, in una monocultura di un privato © Daniela Sala

I frutti vengono caricati su camion e trasportati verso la raffineria. L’intera industria si basa sul lavoro manuale sotto pagato © Daniela Sala

Un serbatoio per la raccolta dell’acqua da un pozzo. Questi serbatoi sono una costante nel villaggio di Bangkal: una volta era il lago a procurare gran parte dell’acqua potabile, ma con l’avvento dell’industria dell’olio di palma e dell’inquinamento che ne consegue i pozzi sono diventati imprescindibili © Daniela Sala

Un lavoratore raccoglie i frutti della palma da olio, in una monocultura di un privato © Daniela Sala

I frutti vengono caricati su camion e trasportati verso la raffineria. L’intera industria si basa sul lavoro manuale sotto pagato © Daniela Sala

Un serbatoio per la raccolta dell’acqua da un pozzo. Questi serbatoi sono una costante nel villaggio di Bangkal: una volta era il lago a procurare gran parte dell’acqua potabile, ma con l’avvento dell’industria dell’olio di palma e dell’inquinamento che ne consegue i pozzi sono diventati imprescindibili © Daniela Sala

Ma nel 2005, contro la PT Hamparan Masawit Bangun Persada, non c’è stato nulla da fare, anche a causa dell’appoggio alla compagnia da parte dell’allora governatore locale, Darwan Ali, poi risultato implicato in una serie di casi di corruzione come rivelato da un’inchiesta di Gecko Project. La Hamparan, di proprietà della famiglia Tjajadi tramite il Best Group, ha ottenuto da Ali una delle più grandi concessioni mai rilasciate, che ne hanno fatto la principale azienda di palme da olio del Kalimantan Centrale.

Il Best Group rifornisce multinazionali come Wilmar, che a sua volta annovera tra i suoi clienti Nestlé, Colgate-Palmolive e altri giganti dell’industria. Fino al 2018 il Best Group rientrava nella lista dei fornitori di olio di palma sostenibile.

«Tutto è successo all’improvviso, senza alcuna consultazione con la comunità», racconta Sangkai Rewa, segretario di Bangkal e leader di AMAN, l’associazione che rappresenta la popolazione indigena del Kalimantan Centrale.

Sangkai è legato a Bangkal da generazioni. La sua casa in legno, su palafitte, come tutte le case dei dintorni, si trova ai margini del villaggio.

«Gli abitanti di Bangkal sono stati costretti a cedere la loro terra con minacce e raggiri. Intorno a noi era tutta foresta. Guardatevi intorno: che fine ha fatto oggi?».

Bangkal (Kalimantan Centrale), Indonesia

Un’imbarcazione sul lago Sembuluh, il più grande nella provincia del Kalimantan Centrale.

Per l’inquinamento causato dall’industria dell’olio di palma, l’acqua non è più potabile, le piante sono diventate invasive e i pesci sono sempre menoi © Daniela Sala

Oggi Bangkal è circondata da decine di piantagioni, ma le proteste contro la sottrazione delle terre da parte delle aziende e contro il mancato rispetto delle promesse fatte non si sono mai fermate. L’ultima, nell’ottobre 2023, è finita con l’uccisione di uno dei manifestanti, Gijik, un uomo di 35 anni, ucciso da un colpo di arma da fuoco esploso dalle forze di polizia schierate a difesa della piantagione.

Un caso che, secondo il Consorzio per la Riforma Agraria (KPA), un’associazione indonesiana che lotta contro il land grabbing, è tutt’altro che isolato. Tra il 2015 e il 2022 almeno 69 persone sono morte a causa di scontri e proteste contro l’accaparramento delle terre. Un fenomeno che, sempre secondo KPA, non può essere scisso dalla decisione di schierare le forze di polizia sempre ed esclusivamente in funzione repressiva, a difesa delle piantagioni.

«Queste compagnie hanno un atteggiamento completamente colonialista. Hanno preso le nostre terre, distrutto la foresta e stanno rendendo questo luogo inquinato e invivibile», dice Sangkai.

L’arrivo dell’olio di palma ha stravolto l’economia locale. La maggior parte degli abitanti di Bangkal ha sempre vissuto di pesca (Bangkal si trova sulle sponde del Sembuluh, il lago più grande della regione) e di agricoltura (alberi da frutto e della gomma, soprattutto).

Una bambina, come da tradizione, si bagna la fronte con il sangue di un bufalo sacrificato da poco. La comunità di Bangkal si è riunita per festeggiare il Mapas Lewu © Daniela Sala

A Bangkal, un paesino sulle rive del lago Sembuluh, la comunità locale (principalmente indigeni Dayak) festeggia il Mapas Lewu, una festa rituale il cui obiettivo originario è la purificazione dalle cattive influenze sia umane che spirituali © Daniela Sala

Ena, 60 anni, nella sua casa. «Da quando siamo stati costretti a vendere la nostra terra alle compagnie dell’olio di palma viviamo in miseria», dice © Daniela Sala

Una bambina, come da tradizione, si bagna la fronte con il sangue di un bufalo sacrificato da poco. La comunità di Bangkal si è riunita per festeggiare il Mapas Lewu © Daniela Sala

A Bangkal, un paesino sulle rive del lago Sembuluh, la comunità locale (principalmente indigeni Dayak) festeggia il Mapas Lewu, una festa rituale il cui obiettivo originario è la purificazione dalle cattive influenze sia umane che spirituali © Daniela Sala

Ena, 60 anni, nella sua casa. «Da quando siamo stati costretti a vendere la nostra terra alle compagnie dell’olio di palma viviamo in miseria», dice © Daniela Sala

Ora, i pochi residenti a cui è rimasto un pezzo di terra sono costretti a coltivare quasi esclusivamente palme da olio: è l’unica cosa che riescono a vendere. E il Paraquat ormai, oltre che nelle piantagioni, si trova anche nelle dispense della maggior parte degli agricoltori locali.

James Watt ne ha un flacone mezzo pieno che tiene in un armadio in cucina. Lo usa regolarmente: «Ho scoperto il Gramoxone nel 2015. Sono andato al negozio, a Sampit e ho chiesto al commesso di consigliarmi un’erbicida e mi ha dato questo», spiega, mostrando la confezione di plastica da cinque litri della sostanza. «Quando devo spruzzarlo, prima mi fumo una sigaretta, così mi accerto della direzione del vento».

Oltre ad essere un agricoltore, James Watt è un attivista. A 54 anni ha passato quasi metà della sua vita a combattere contro l’industria dell’olio di palma, provando a mediare tra i residenti e le aziende e pagandone il prezzo in prima persona.

Nel 2020, a seguito di un’azione dimostrativa nella piantagione, insieme ad altre due persone è stato condannato a 10 mesi di carcere per aver rubato dei frutti di palma da olio, proprio dalle piante che crescono nei terreni che una volta appartenevano ai residenti di Bangkal.

Alcune bottiglie e taniche di pesticidi, tra cui il Gramoxone, sono ammucchiate nel terreno dove James Watt, agricoltore e attivista, coltiva alcune palme da olio © Daniela Sala

Nell’usare i pesticidi, James non è solito indossare alcun tipo di protezione © Daniela Sala

Heni, residente nel villaggio di Pangkalan Tifa, mentre sparge l’erbicida Roundup tra gli alberi di palma del terreno di famiglia © Daniela Sala

Alcune bottiglie e taniche di pesticidi, tra cui il Gramoxone, sono ammucchiate nel terreno dove James Watt, agricoltore e attivista, coltiva alcune palme da olio © Daniela Sala

Nell’usare i pesticidi, James non è solito indossare alcun tipo di protezione © Daniela Sala

Heni, residente nel villaggio di Pangkalan Tifa, mentre sparge l’erbicida Roundup tra gli alberi di palma del terreno di famiglia © Daniela Sala

Watt non ha mai chiesto ai suoi genitori la ragione che li ha spinti a dargli il nome dell’inventore (scozzese) della macchina a vapore, che, si dice, ha dato il via alla rivoluzione industriale. Pur cogliendone la sottile ironia, è orgoglioso del nome che porta.

«Non riesco proprio a capire di cosa parli il Governo quando dice che le piantagioni di olio di palma avrebbero portato sviluppo e benessere», dice. «Per me la vera prosperità era prima: non avevamo bisogno di comprare quasi nulla: coltivavamo le nostre verdure, il riso. Andavamo a pesca e se volevamo carne bastava andare a caccia, nella foresta. Ora tutto questo è finito: facciamo fatica persino ad avere l’acqua».

Il disastro ambientale del Sembuluh e le responsabilità dell’Ue

In una delle zone più piovose al mondo, sulle rive di un grande lago, oggi gli abitanti non hanno abbastanza acqua pulita. Fino a pochi anni fa, oltre ad andarci a pesca, bevevano e si lavavano con l’acqua del Sembuluh.

Ma da qualche anno non è più così: i pescatori pescano sempre meno e devono andare sempre più al largo, le rive del lago si sono riempite di piante acquatiche invasive, l’acqua ha cambiato colore e chi la usa ancora per lavarsi rischia di trovarsi pieno di sfoghi sulla pelle.

Una vista dall’alto del lago Sembuluh, il lago più grande di tutta la regione ma sempre più minacciato dall’industria dell’olio di palma © Daniela Sala

Dall’alto, sono ben visibili le piante acquatiche invasive sulle sponde del lago. Secondo i residenti sono una causa diretta dei pesticidi e dei fertilizzanti riversati nel lago attraverso i canali di irrigazione © Daniela Sala

Così, tra le strade di Bangkal sono iniziati a spuntare qua e là – come funghi – dei grandi serbatoi colorati per raccogliere l’acqua piovana e da pozzi artigianali. Oggi ce n’è praticamente uno per casa, ma durante la stagione secca, tra aprile e settembre, restano spesso vuoti.

I residenti e gli attivisti locali non hanno dubbi: è tutta colpa dell’olio di palma e dei prodotti chimici (fertilizzanti e pesticidi) che finiscono nel lago attraverso i canali di irrigazione delle piantagioni.

Nel 2018, l’Agenzia per l’ambiente del Kalimantan centrale ha fatto analizzare le acque del lago, affermando che tutto risultava in regola e – apparentemente – smentendo le lamentele da parte dei residenti. 

Le conclusioni dell’Agenzia sono state però contestate da più parti, compresa l’ong Save Our Borneo.

«Abbiamo apertamente contestato le conclusioni dell’Agenzia», racconta il direttore di SOB, Muhammad Habibi. «Abbiamo chiesto di poter visionare i risultati e sapere dove erano stati prelevati i campioni, come erano stati trattati, per quali residui erano stati analizzati, ma l’Agenzia si è rifiutata di fornire qualunque dettaglio».

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A Sambas, nella parte occidentale del Borneo, in un’area geograficamente molto simile a quella del lago Sembuluh, anche per gli impatti dell’industria dell’olio di palma, i dati raccolti da associazioni ambientaliste come ECOTON (acronimo che sta per Conservazione delle zone umide e osservazione ecologica) sono preoccupanti: nei fiumi della regione sono stati rilevati livelli fuori norma di fosfati e cloruro.

Habibi teme per il destino del lago Sembuluh: «Il nostro sospetto è che le autorità locali non abbiano alcun interesse ad andare contro l’industria dell’olio di palma. Cosa succederebbe se si venisse a sapere che il disastro ecologico in corso nel lago Sembuluh è causato dalle compagnie?».

Quello che è certo, è che gli interessi dell’industria dell’olio di palma e delle aziende che producono pesticidi si estendono ben oltre Bangkal e il lago Sembuluh e arrivano al cuore dell’Unione europea.

Le leggi Ue e il mancato (divieto) all’export

Le principali leggi e normative europee su agricoltura sostenibile e pesticidi sono:

  • Il Regolamento (CE) n. 1107/2009, che stabilisce le norme per l’immissione sul mercato dei prodotti fitosanitari nell’Unione europea.
  • La Direttiva 2009/128/CE, che fissa i principi dell’azione comunitaria per la gestione sostenibile dei pesticidi. 
  • La Strategia Farm to Fork – parte integrante del Green Deal europeo – volta a promuovere «un sistema alimentare più sano, sostenibile e resiliente» in Europa.
  • Il Regolamento (UE) n. 2019/1021 sui pesticidi, che riguarda la commercializzazione e l’uso dei biocidi, cioè le sostanze utilizzate per controllare organismi nocivi, come insetti, batteri e funghi.

Nonostante alcuni Stati membri (tra cui, dal 2022, la Francia, pur con alcune limitazioni) abbiano introdotto un divieto anche all’esportazione dei pesticidi vietati in Europa, manca una legislazione europea in merito. Nel 2020 la Commissione europea si era impegnata a portare avanti una serie di proposte legislative sul tema, un impegno però che non si è ancora concretizzato, anche a causa delle pressioni da parte del settore interessato.

Mentre Syngenta, sul suo sito, si difende dalle accuse e promuove addirittura il Paraquat come un prezioso alleato contro la crisi climatica, un report di Corporate Europe ha rivelato i dettagli delle attività di lobby presso il Parlamento e la Commissione europea delle aziende produttrici di pesticidi.

Soprattutto, emerge come queste attività abbiano in ultima analisi portato all’affossamento del Regolamento SUR per la riduzione dell’uso dei pesticidi.

Il report si basa sui documenti ottenuti grazie a centinaia di Richieste di accesso civico (in base alla normativa FOIA). La strategia delle aziende (direttamente o tramite i numerosi soggetti di copertura come CropLife Europe e Euroseeds) è chiara: da un lato insistere sulla necessità di raccogliere ulteriori dati a riprova del presunto impatto negativo dei pesticidi e, dall’altro, per dimostrare che la riduzione dei pesticidi non metta a rischio la produttività, e quindi la sicurezza alimentare.

Aggregando i dati messi a disposizione da LobbyFacts, Corporate Europe stima che in totale Bayer, BASF, Syngenta e Corteva, insieme a cinque delle associazioni che rappresentano i loro interessi, abbiano investito circa 15 milioni di euro all’anno, dal 2020 ad oggi, in attività di lobby presso le istituzioni europee.

A febbraio del 2024, con le elezioni europee all’orizzonte, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato il ritiro della SUR, la proposta di regolamento sull’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari – una mossa che dalle organizzazioni ambientaliste è stata definita «un grave colpo alle Strategie del Green Deal e alla tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini».

Penyang (Kalimantan Centrale), Indonesia

Herna, 48 anni, ha lavorato nelle piantagioni di palme da olio spruzzando pesticidi altamente tossici per oltre sei anni, e ha deciso alla fine di andarsene a causa di problemi di salute. Era pagata circa 3,5 euro al giorno © Daniela Sala

«Il pacchetto di iniziative che nel 2020 la presidente della Commissione europea aveva paragonato allo sbarco sulla Luna per l’Europa, oggi dalla stessa presidente viene definito “controverso”», ricostruisce João Camargo, ricercatore e campaigner di Corporate Europe. 

Secondo Camargo quella di Von der Leyen è una mossa di puro opportunismo politico: «Nel 2020 le industrie del settore erano state prese un po’ alla sprovvista, ma in pochi anni hanno saputo ribaltare la narrazione a proprio favore». 

Di recente Corporate Europe ha analizzato e contraddetto le motivazioni (tra cui la riduzione dei profitti e la perdita di posti di lavoro) addotte dall’agroindustria per opporsi al divieto di esportazione dei pesticidi vietati:

«Per queste aziende è prima di tutto una questione di principio. Si tratta di poter continuare a mantenere il controllo sulle politiche e le scelte delle istituzioni europee», afferma Camargo.

All’indomani delle elezioni che hanno rinnovato il Parlamento europeo, sempre più spostato a favore dell’asse conservatore, la possibilità di un divieto alle esportazioni sembra allontanarsi sempre di più.

«A prescindere da dove avvengano oggi la produzione e le esportazioni, le multinazionali europee continuano ad essere responsabili delle mostruosità che hanno creato». conclude Camargo. Ma d’altra parte la storia europea è piena di esempi in cui le esternalità negative sono state scaricate all’estero, ai danni di popolazioni ritenute “meno uguali”: «Queste aziende non sono altro che la continuazione a livello industriale di pratiche colonialiste ben consolidate».

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Crediti

Autori

Daniela Sala
Adi Renaldi
Budi Baskoro

Editing

Giulio Rubino

Visuals

Lorenzo Bodrero

Con il supporto di

Foto di copertina

© Daniela Sala

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