20.05.26
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Finanza verdePiano Mattei
La Corte dei conti sta indagando sul Fondo italiano per il clima, il veicolo di 4,4 miliardi di euro da destinare a progetti di contrasto al cambiamento climatico nei Paesi con economie emergenti. Sull’istruttoria aperta i magistrati non rilasciano alcuna informazione. Ma da quanto ricostruito da IrpiMedia sulla base di una contestazione scritta della Corte, si deduce che i magistrati stanno cercando di stabilire se le risorse sono state allocate per raggiungere i risultati previsti dalla finanza climatica oppure abbiano ormai un altro scopo.
Secondo la ricostruzione di IrpiMedia, la Corte starebbe indagando sulla decisione del governo di spostare gran parte delle risorse del Fondo (il 70%, cioè circa 3 miliardi) sul Piano Mattei, l’iniziativa che secondo il governo cambierà le relazioni tra Italia e Africa, trasformando il continente da beneficiario di aiuti umanitari a nuovo partner commerciale.
Non è chiaro infatti se questo trasferimento di risorse sia in linea con lo scopo del Fondo clima, cioè il contrasto al cambiamento climatico. Finora la Corte ha dato all’operazione contabile un’approvazione con riserva, perché mancherebbero ancora alcuni documenti fondamentali per una valutazione completa.
Secondo quanto appreso da IrpiMedia, la procedura aperta avrebbe lo scopo di stabilire se ci sia stato o meno un danno erariale o un’irregolarità contabile. Alla richiesta di commento da parte di IrpiMedia la Corte dei conti ha risposto di non poter fornire ulteriori dettagli.
L’inchiesta in breve
- Il Fondo per il clima rischia di non svolgere le funzioni di mitigazione del rischio climatico che si prefigge soprattutto da quando è stato allocato in larga parte per il Piano Mattei, il programma di investimenti italiani in Africa
- In una relazione di maggio la Corte dei conti ha riconosciuto al Fondo clima la capacità di sostenere progetti rilevanti, ma riconosce il rischio che siano favoriti quelli con un ritorno economico più chiaro
- La Corte dei conti sta anche indagando sulla decisione di spostare tre miliardi dal Fondo clima al Piano Mattei. Ha chiesto al governo dei documenti, ma alcuni sono ancora mancanti
- La risposta del governo ha comunque già rivelato dei documenti prima segreti. Uno di questi riferisce di un allargamento dei criteri di selezione dei progetti per non accogliere solo quelli strettamente climatici. A IrpiMedia risulta che questo non sia nemmeno il primo allargamento
- Tra i progetti che hanno beneficiato dei nuovi criteri approvata a marzo 2024 ce n’è anche uno di Eni in Kenya che si pone l’obiettivo di creare una filiera per la produzione di biocarburanti
Nel frattempo, il 4 maggio la Corte ha anche pubblicato una relazione sulla gestione del Fondo italiano per il clima, esito di una verifica ordinaria sulla capacità del fondo di avere un impatto climatico reale e un ritorno economico.
Risultato: per i magistrati contabili, il Fondo ha importanti progetti attivi seppur nella difficoltà di conciliare obiettivi climatici e sostenibilità finanziaria. È infatti un “fondo rotativo”, cioè deve generare ritorni economici attraverso il rientro dei capitali investiti.
Il rischio è che i progetti più necessari per il clima – come per esempio opere idrauliche, che generano ben pochi ritorni finanziari – siano esclusi perché non “bancabili”, e cioè con sufficienti garanzie economiche. E il rischio di fondo, quindi, è che finisca per tradire lo scopo “climatico” per cui è stato pensato.
Si fa presto a dire “finanza climatica”
Istituito con la legge di bilancio del 2022 e operativo dal 2023, il Fondo clima è gestito da Cassa depositi e prestiti (Cdp) e da due organi, il Comitato di indirizzo e il Comitato direttivo sotto il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase).
La Corte dei conti ha aperto due procedure sul Fondo clima – la prima sull’efficacia del Fondo, la seconda sul fatto che una quota sia impiegata dal Piano Mattei – perché è tenuta a esercitare il controllo sia sulla sua efficienza (relazione pubblicata) sia sulla correttezza legale degli atti che ne descrivono le caratteristiche (istruttoria ancora aperta).
Il decreto del presidente del Consiglio dei ministri (dpcm) del 30 ottobre 2024 è l’atto attraverso cui il governo ha definito l’orientamento strategico e le priorità di investimento del Fondo clima. Nello stesso testo stabilisce anche di spostarne il 70% – cioè tre miliardi di euro – sul Piano Mattei.
La modifica della metodologia “rio marker”
«La finanza climatica dovrebbe avere un principio molto chiaro – spiega Marica di Pierri, portavoce dell’Ong ambientalista A Sud e coordinatrice del progetto Osservatorio Eni –: le risorse mobilitate devono produrre benefici concreti, misurabili e duraturi nei Paesi beneficiari.
Oggi però esiste un problema strutturale: non c’è una definizione vincolante e condivisa di cosa possa essere contabilizzato come finanza climatica, e questo apre spazi molto ampi a operazioni che rischiano di essere orientate più alla promozione industriale e geopolitica dei Paesi donatori che alle priorità climatiche dei Paesi partner».
Una parte della società civile, comprese le organizzazioni della cooperazione allo sviluppo e Ong che si occupano di tutela ambientale e diritti umani, ha più volte affermato che lo spostamento del Fondo clima nel Piano Mattei rischia di dirottare fondi nati per sostenere la giustizia climatica verso interessi strategici italiani, soprattutto energetici e migratori.
La modifica dei criteri di selezione dei progetti
Il cambio di gestore del Fondo clima, infatti, ha avuto delle ripercussioni sul modo in cui sono utilizzati i tre miliardi di euro che ora sono in dotazione al Piano Mattei.
Nella replica alla Corte dei conti la Presidenza del Consiglio ha infatti inserito un allegato da cui si evince che sono stati modificati i criteri di ammissibilità per gli interventi del Fondo, presumibilmente allo scopo di inserire tra i finanziabili anche progetti che con i vecchi criteri del Fondo clima sarebbero rimasti fuori e che invece sono importanti nell’ottica del Piano Mattei.
Come si sono allargate le maglie del Fondo clima
L’Italia, come altri Paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione e per lo sviluppo economico (Ocse), rendiconta i flussi di finanza per il clima attraverso la metodologia «Rio Marker», un sistema di indicatori qualitativi elaborato dall’Ocse per valutare quanto un progetto contribuisca agli obiettivi ambientali e climatici fissati dalle convenzioni internazionali.
Ogni progetto finanziato riceve un punteggio. Se l’obiettivo climatico o ambientale è centrale, cioè se il progetto non può essere realizzato senza la finalità di contrasto al cambiamento climatico, viene assegnato un indicatore “2”, definito «principal objective», obiettivo principale. Se invece il progetto può essere realizzato anche senza obiettivo climatico, ma contiene comunque una componente ambientale significativa, riceve un indicatore “1”, definito «significant objective», obiettivo significativo.
Pensiamo al caso della costruzione di un ospedale dotato di pannelli solari: l’intervento ha un beneficio climatico, ma l’obiettivo principale resta la costruzione dell’ospedale stesso, che verrebbe realizzato anche senza la componente di efficientamento. In questo caso il contributo per il clima è significativo ma non principale.
Come ha potuto ricostruire IrpiMedia parlando con due diverse fonti, si è passati da un obiettivo climatico principale alla configurazione dell’attuale normativa che ha diviso in due le risorse tra progetti con obiettivi climatici significativi e principali.
L’ampliamento dei criteri, all’epoca, è avvenuto in sordina. Non si può stabilire se la documentazione che attende la Corte dei conti riguardi proprio questo passaggio perché né la Corte né il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase) hanno risposto alle domande di IrpiMedia. Sappiamo però che la variazione dei criteri Rio marker non è stata mai comunicata dal governo e dagli organi competenti, nonostante l’obbligo di trasparenza e pubblicità degli atti.
Nel dpcm di ottobre 2024, si esplicita che gli interventi del Fondo clima verranno concentrati al 50% su obiettivo climatico principale e l’altro 50% con obiettivo significativo, mentre nel documento allegato alla risposta della Corte si può leggere che prima del Piano Mattei gli interventi del fondo per l’80% si concentravano su operazioni con obiettivo principale di mitigazione e adattamento (il più ambizioso in termini di impatto climatico) mentre solo il 20% era dedicato ai progetti con obiettivo “significativo”.
Questo cambio numerico finisce per allargare la quantità di progetti che possano accedere al fondo, da qui il termine ampliamento, ma diluisce anche la rigidità nella rendicontazione poiché data la natura meno rigida dell’indicatore 1. IrpiMedia ha chiesto un commento al Mase, Cdp e il segretariato del fondo clima e nessuno ha risposto.
Il Comitato di indirizzo è tenuto per legge a pubblicare i verbali delle riunioni relative al Fondo clima per obbligo di trasparenza, ma le delibere non è detto che siano consultabili.
Nel documento inviato in seguito alla Corte dei conti, una sintesi dell’incontro del 14 marzo 2024, si legge che è stato approvato «un ampliamento rispetto ai criteri di ammissibilità e rendicontabilità degli interventi del Fondo» la cui proposta iniziale, risalente al 21 dicembre 2023, antecede anche il lancio del Piano Mattei.
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Questa però non sarebbe l’unica modifica ai criteri di valutazione dei progetti. IrpiMedia ha appreso che prima di dicembre 2023 i criteri di ammissibilità del Fondo clima erano ancora più rigidi.
Prestito, quanto mi costi
Il Fondo clima già prima di essere in larga parte “trasferito” nel Piano Mattei aveva delle sue caratteristiche particolari. «Nelle varie Conferenze delle parti sui cambiamenti climatici (Cop) che si sono susseguite negli ultimi anni, è emersa una preferenza per i contributi a fondo perduto nella finanza climatica», spiega Caterina Molinari, analista finanziaria del think tank Ecco Climate.
Invece, da quando è entrato in vigore nel 2023, il Fondo clima ha imposto un ritorno dei capitali. «Analizzando i dati di contributi alla finanza climatica dal 2020 al 2023, l’Italia ha sempre erogato sovvenzioni a fondo perduto; con l’entrata del Fondo clima abbiamo notato un grande cambio di rotta. Tra il 2023 e il 2024 i contributi dell’Italia sono raddoppiati, ma la quantità di sovvenzioni a fondo perduto è rimasta uguale, per cui la crescita c’è stata solo rispetto ai prestiti», spiega l’analista.
Da quando il Fondo clima è entrato nel Piano Mattei ha anche la possibilità di erogare finanziamenti in “regime non concessionale”. A differenza della tradizionale finanza climatica, che tende a concedere prestiti a tassi agevolati, il regime “non concessionale” prevede finanziamenti a condizioni di mercato.
Questo significa alzare il prezzo del denaro dato in prestito, ponendo ulteriori problemi a chi deve restituire il debito, in particolare se si tratta di attori provenienti dal Sud globale.
«In generale i grandi fondi multilaterali per il clima funzionano a fondo perduto e, in caso di prestiti, utilizzano il regime concessionale, per cui a tasso agevolato. In questo il Fondo italiano è un’eccezione», conclude Molinari.
Rispondendo alla Corte dei conti, la presidenza del Consiglio ha affermato di aver agito seguendo il regime del libero mercato e di applicare fondi agevolati solo in casi eccezionali.
Il caso Eni: un progetto approvato con le nuove griglie
Eni ha ricevuto nell’ambito del Piano Mattei 75 milioni di euro – in questo caso a tasso agevolato, anche se non è chiaro perché – per un progetto relativo allo sviluppo della filiera per la produzione di olio da semi in Kenya destinato ai biocarburanti. Un progetto molto analizzato, dalla stampa e non solo perché presenta già dal progetto criticità in merito all’impatto dichiarato in termini di mitigazione e adattamento climatico.
È stato tra i primi presentati a Cdp, già nel 2023, insieme ad altri quattro interventi. Questi ultimi hanno ricevuto luce verde già a novembre (anche se non tutti sono ancora in corso); Eni, invece, ha dovuto aspettare il cambio dei criteri di selezione dei progetti, a marzo del 2024 per ottenere l’approvazione.
Secondo un’inchiesta di Politico Europe di marzo 2026, è ancora dipendente per buona parte da materie prime importate dall’estero, come semi oleosi provenienti dal Sudafrica, mettendo in dubbio l’effettiva creazione di una filiera locale sostenibile.
Come ha potuto constatare IrpiMedia nel marzo 2025 durante una visita in Kenya nelle zone interessate dal progetto, la filiera nel Paese fa fatica a decollare. Dalle testimonianze raccolte tra i contadini di diverse contee, sia nelle aree interne del Kenya che nelle aree costiere, emergono elementi di criticità soprattutto per la mancanza o l’incompletezza dei contratti, i forti ritardi nella distribuzione dei semi per la produzione, spesso consegnati fuori stagione delle piogge, e la conseguente perdita dei raccolti da parte dei contadini.
A questo si aggiungono le oltre 50 testimonianze raccolte nel corso di diversi viaggi durante il 2025 dai ricercatori dell’Università degli Studi di Milano tra i contadini coinvolti nel progetto di Eni che riferiscono problematiche simili.
Secondo quanto dichiarato dall’azienda, i progetti legati al ricino avrebbero come obiettivo il supporto al Kenya nel raggiungimento dei target di decarbonizzazione al 2030. Tuttavia, il prodotto raccolto viene poi inviato alle bioraffinerie italiane di Gela e Venezia per la lavorazione e l’impiego nella filiera europea, come indicato anche da Eni.
Questo elemento solleva ulteriori interrogativi sulla coerenza del progetto con gli obiettivi di adattamento nei Paesi beneficiari, così come definiti dalla finanza climatica, e sul reale equilibrio tra benefici locali e valorizzazione industriale in Europa.
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