Crimini in alto mare: indagine su un massacro
Ad agosto il comandante di un peschereccio è stato arrestato a Taiwan con l’accusa di aver ordinato una serie di omicidi in acque internazionali, nel 2012. Tutto comincia con il fortuito ritrovamento di un video
26 Ottobre 2020
Ian Urbina

Una voce, fuori dall’inquadratura, urla in mandarino: «Più avanti, a sinistra! Cosa stai facendo? Più avanti, a sinistra». Poi: «Spara, spara, spara!».

I proiettili fanno spruzzare l’acqua intorno a un uomo che si sbraccia. Uno lo colpisce. Il suo corpo rimane immobile. Il sangue punteggia nel blu dell’oceano. Più tardi, i marinai sghignazzano e si mettono in posa per le foto.

Il video sgranato delle uccisioni del 2012, che mostra il metodico massacro di almeno quattro uomini nell’Oceano Indiano, circola in qualche angolo buio di internet da più di sette anni. Ora, le autorità di Taiwan hanno arrestato un sospetto: un uomo cinese di 43 anni, che ritengono essere colui che ha dato l’ordine di sparare. Gli investigatori sperano li conduca agli altri uomini presenti sulla scena.

Il caso, ancora in corso, mostra le difficoltà di perseguire crimini in mare aperto. C’erano almeno quattro tonniere con palangari sulla scena di un crimine durato più di 10 minuti, in pieno giorno. Ma nessuna legge ha obbligato uno della dozzina di testimoni a denunciare le uccisioni – e nessuno l’ha fatto. L’applicazione della legge in mare aperto è poca, la giurisdizione è un tema complicato. Le autorità hanno appreso degli omicidi solo grazie al video apparso su un cellulare dimenticato su un taxi alle Fiji, nel 2014.

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Il video girato dal peschereccio Ping Shin 101 durante il massacro

Non è ancora chiaro chi siano le vittime o chi abbia aperto il fuoco. Ogni anno avviene un numero imprecisato di esecuzioni commesse nello stesso modo. I marinai a bordo della nave da cui è stato girato il filmato hanno detto prima a un investigatore privato e in seguito, in camera, a una troupe televisiva che stava girando un documentario, che una settimana prima hanno assistito a un’esecuzione simile.

Wang Feng Yu, ritenuto nel momento dell’attacco il comandante della nave battente bandiera taiwanese Ping Shin 101, è stato preso in custodia dalla Guardia costiera di Taiwan in agosto, dopo che la nave che comandava in quel momento ha attraccato al porto taiwanese di Kaohsiung. È trattenuto in carcere mentre i procuratori indagano.

«Ora che abbiamo il comandante abbiamo modo di interrogarlo sull’intera vicenda», ha dichiarato all’agenzia di stampa Central News Agency di Taiwan Tseng Ching-ya, la portavoce della Procura distrettuale di Kaohsiung.

Hsu Hung-ju, vice capo procuratore di Kaohsiung, ha detto al Washington Post che investigazioni del genere durano dai sei agli otto mesi: «Dipende dai casi – ha affermato – ma non ci vuole troppo tempo».

Hsu si è rifiutato di dire se il procuratore Hsu Hung-pin abbia interrogato i testimoni o meno. Sebbene si sia rifiutato di fornirne il nome, Hsu ha comunque detto che Wang è difeso da un avvocato.

La Ping Shin 101 – Foto: The Outlaw Ocean Project

Il video, girato dalla Ping Shin dopo quello che sembra essere un naufragio, è spaventoso. Un uomo in acqua solleva le braccia sopra la testa, con i palmi all’insù, in quello che appare come un gesto di resa. Un proiettile gli perfora la parte posteriore del capo, facendolo cadere a testa in giù. Il suo corpo galleggia, senza vita. Un uomo armato con un fucile semiautomatico sembra sparare almeno 40 colpi: «Ne ho colpiti cinque», grida uno in mandarino.

Trygg Mat Tracking, una società di ricerca norvegese che si occupa di criminalità marittima, ha identificato il Ping Shin 101 confrontando le riprese del video con immagini provenienti da un database marittimo. Gli ex marinai sono stati individuati tramite Facebook e altre piattaforme di social media in cui avevano discusso del tempo trascorso a bordo. Le interviste a questi ex marinai, alcuni dei quali hanno affermato di aver assistito alle uccisioni registrate nel video, hanno permesso di scoprire il nome del capitano e i dettagli della strage.

Sia gli ufficiali della Commissione per il Tonno dell’Oceano Indiano, ente che rilascia le licenze di pesca nella regione dove è avvenuto la strage, sia personale del registro navale di Taiwan, ente responsabile di far applicare le leggi a bordo dei pescherecci che battono bandiera taiwanese, si sono rifiutati di fornire informazioni riguardo agli equipaggi, ai comandanti presenti sulla scena, alle rotte seguite dalle navi o ai porti in cui hanno attraccato più recentemente.

L’area tra la Somalia e le Seychelles in cui è avvenuto il massacro

Le autorità di Taiwan, a cui sono stati mostrati i nomi di uomini e navi nel 2015 e nel 2016, hanno dichiarato che gli uomini assassinati fossero rimasti coinvolti in un attacco pirata andato storto. Tzu-yaw Tsay, l’allora direttore dell’agenzia di controllo della pesca di Taiwan, ha addirittura posto dubbi sul fatto che le uccisioni costituissero degli omicidi. «Non sappiamo cosa sia successo – ha detto Tsay -. Perciò non abbiamo modo di dire se è lecito o meno».

Gli esperti di sicurezza marittima, però, avvertono che la pirateria è stata usata come giustificazione di un vasto numero di presunti crimini, reali e non. Le vittime, dicono, potrebbero essere membri dell’equipaggio che si sono ammutinati oppure ladri colti sul fatto oppure semplicemente pescatori rivali.

«È quasi impossibile sorvegliare il mare aperto e a volte le persone prendono in mano di loro iniziativa certe situazioni, come in questo caso – dice Klaus Luhta, vice presidente della International Organization of Masters, Mates & Pilot, un sindacato dei marittimi. Nota che gli uomini uccisi appaiono disarmati e senza difese, non in grado di rappresentare una minaccia.

«Che sia un caso di giustizia privata oppure una strage a sangue freddo per ragioni che non conosciamo, resta il fatto che si tratta di omicidi in mare», aggiunge.

Stragi del genere proseguono incontrollati, continua Lutha, senza un maggiore tracciamento dei casi di violenza in mare aperto, senza maggiore trasparenza dei registri navali e delle compagnie di pescherecci e senza un maggiore sforzo dei governi di investigare chi perpetra questi reati.

La maggior parte dei Paesi non ha né la capacità finanziaria né l’interesse a sorvegliare acque internazionali di giurisdizione incerta.

Perseguire questi reati è importante, dichiara lo storico dell’Accademia navale americana Claude Berube, perché ciò che accade in mare tocca tutti. Secondo alcune stime, il 90% del commercio mondiale si sposta su navi e il pesce è la principale fonte di proteine per buona parte della popolazione mondiale.

Se crimini come la vendita sottocosto del petrolio, la pesca in acque vietate, lo sfruttamento degli equipaggi o l’uccisione di marinai ripresa da una telecamera restano impuniti, sostiene Berube, gli armatori che vogliono infrangere la legge ottengono un vantaggio competitivo. Berube dice che l’illegalità in mare rende inoltre consumatori e contribuenti tacitamente complici di abusi dei diritti umani e dell’ambiente.

«L’opinione pubblica dovrebbe essere preoccupata dei crimini in mare perché questi crimini non cominciano né si fermano lì – dice -. Hanno ripercussioni a terra che toccano le vite ed economie».

Ma la violazione delle leggi può essere contrastata solo quando è denunciata, il che accade raramente in acque internazionali. Le aziende mercantili e di pesca, gli assicuratori marittimi, le agenzie di sicurezza privata, le ambasciate e i registri navali tracciano vari gradi di violenza ma non c’è un database unico, esaustivo, centralizzato e disponibile al pubblico.

Il programma Stable Seas (Mari in equilibrio, ndr) della fondazione di base in Colorado One Earth Future (si occupa di ambiente, pace, sviluppo sostenibile, ndr) ha ottenuto accesso a buona parte di queste informazioni. L’ex ufficiale della Marina militare americana Jon Huggins, consulente esperto del programma, afferma che le informazioni raccolte includono diversi reati: furti di gasolio, dirottamenti, traffico di esseri umani, pirateria.

Quando gli ufficiali del programma hanno cercato di convincere i diversi gruppi che raccolgono le informazioni a renderle disponibili pubblicamente, sono stati respinti. Le aziende di gestione del rischio hanno chiesto per quale motivo dovessero condividere i dati con i potenziali compratori. Gli Stati rivieraschi hanno temuto che i dati potessero mostrare quanto le loro acque siano pericolose, spaventando così gli investitori. I registri navali sono stati riluttanti all’idea di poter essere poi obbligati ad agire contro questi crimini, cosa che hanno poca capacità e ancor meno intenzione di fare.

Le denunce di crimini accaduti in mare sono merce rara. Berube enumera i motivi: molte navi non sono coperte da assicurazioni per le quali fare rapporto varrebbe la pena. I comandanti si oppongono alle indagini che per ficcare il naso in ogni dettaglio possono provocare dei ritardi. La maggior parte dei Paesi non ha flotte d’alto mare o guardie costiere che pattuglino oltre le acque territoriali; non hanno né la capacità finanziaria, né l’interesse a sorvegliare acque internazionali di giurisdizione incerta.

«Abbiamo affrontato queste sfide con la pirateria somala una decina d’anni fa – dice Berube -. Alle navi mercantili era detto per lo più che erano da sole e hanno caricato a bordo squadre di agenti di sicurezza in assenza di supporto nazionale o internazionale».

Nonostante tutto ciò, conosciamo molto della strage del 2012. Aldrin e Maximo, due marinai filippini della Ping Shin 101 (come molti filippini, usano solo un nome) hanno dichiarato in camera a un investigatore privato di aver assistito alla strage. Maximo nel video sorrideva e dopo l’omicidio posava per fare dei selfie. Indossava una maglietta troppo grossa blue-navy con scritto “Hang 10” (modo di dire dei surfisti che cavalcano onde molto difficili, ndr). Anche un altro marinaio a bordo della Chun I 628, altra nave sulla scena, ha descritto la stessa scena.

La Ping Shin 101 nell’agosto del 2012 stava pescando da qualche parte tra la Somalia e le Seychelles, hanno detto Aldrin e Maximo all’investigatore privato Karsten Von Hoesslin in un’intervista registrata, quando hanno ricevuto un segnale radio che una nave vicina era stata attaccata dai pirati. Non è stato chiarito quale fosse; si sentivano grida dappertutto, hanno ricordato i testimoni. Pensavano che i pirati fossero disarmati.

Maximo, uno dei marinai filippini a bordo della Ping Shin 101 – Foto: The Outlaw Ocean Project

I marinai della Ping Shin 101 hanno aperto il fuoco e gli uomini nelle imbarcazioni più piccole sono saltati in acqua. Alcuni di loro hanno cominciato a gridare che non erano una minaccia. Uno dei marinai ricorda di averli sentiti gridare «no somali!», «no pirati».

Wang Feng Yu era il comandante della Ping Shin 101. Aveva una trentina d’anni, poco per un comandante. Aveva un drago tatuato sul braccio sinistro. I membri dell’equipaggio lo chiamavano «Captain Hoodlum», Comandante Delinquente. «Era un tipo rude – dice un marinaio, Aldrin, a Van Hoesslin, direttore dell’agenzia di sicurezza Remote Operations Agency -. Aggredisce la gente». Aldrin aggiunge che il capitano Wang aveva un temperamento feroce: «Quando commettevi un errore, ti tirava pugni e calci».

Secondo i documenti che geolocalizzano la nave, la Ping Shin 101, 50 metri di nave, era di proprietà di un dirigente d’azienda di Shanghai, Lee Chao Ping, proprietario della Ping Shin Fishery Co. Ltd. di Kaohsiung, Taiwan. Gli sforzi per contattare Lee sono stati inutili. I documenti online mostrano che l’attività è chiusa dal 2018. Un agente di sicurezza lo scorso settembre ha riferito che nel palazzo che si trova al precedente indirizzo della sua società alcuni anni fa c’era una Ping Shin o Ping Hsin Fishery, ma l’ufficio è chiuso da allora. Anche l’Interpol e le agenzie di investigatori privati specializzate in crimini marittimi non sono state in grade di rintracciare Lee.

Nel 2013 Duncan Kawino, il quale ha dichiarato di aver lavorato alla Ping Shin 101 quando ha attraccato al porto di Mombasa, Kenya, ha sostenuto che la nave trascorreva la maggior parte del tempo a pescare in acque somale, ma ha anche dichiarato che il pescato proveniva dalle acque delle Seychelles, dove diceva che l’imbarcazione avesse una licenza di pesca. La Ping Shin 101 e la Chun I 628 avevano ciascuna tre guardie armate a bordo, tutte pakistane, dicono i testimoni. Il video mostra almeno quattro uomini uccisi, ma Aldrin e Maximo dicono che è probabile che ce ne siano stati molti di più, tra i 10 e i 15.

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I testimoni affermano che le vittime probabilmente non erano pirati. «Non avevano armi a bordo, ma solo equipaggiamento per la pesca – dice Maximo -. Era sbagliato sparare a quelle persone. Ma non c’era nulla che potessi fare».

Non è nemmeno un evento isolato: scontri simili sono avvenuti una settimana prima, sostiene Aldrin. Le circostanze che ha descritto in camera per una serie di documentari sono le stesse: presunti pirati speronati, colpiti e uccisi, i corpi lasciati galleggiare in acqua. Un video che pare abbia ripreso l’attacco precedente è stato scoperto da Trygg Mat Tracking, la società di ricerca norvegese.

Alla fine, il Ping Shin 101 è finito sul fondo dell’oceano. La nave è affondata il 7 luglio 2014, meno di due anni dopo le sparatorie registrate nel video. Wang, ancora il capitano, ha trasmesso un segnale di soccorso citando un guasto meccanico. «È esploso qualcosa», dice un membro dell’equipaggio davanti alla telecamera.

Le autorità taiwanesi hanno emesso un mandato d’arresto per Wang solo nel dicembre 2018. Ad agosto, per i pubblici ministeri è arrivata la svolta. Un peschereccio con palangari di tonno chiamato Indian Star, di proprietà di una compagnia taiwanese e battente bandiera delle Seychelles, è arrivato a Kaohsiung, Taiwan. La nave da pesca aveva una storia di violazioni, incluso l’uso di licenze contraffatte e la pesca in aree proibite.

Più importante per le autorità, però, era l’uomo al comando. Non appena Wang Feng Yu è sceso a terra, lo hanno arrestato.

CREDITI

Autori

Ian Urbina

Editing

Lorenzo Bagnoli

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