01.11.24
Le ultime elezioni tenutesi in Regno Unito hanno decretato il laburista Keir Starmer nuovo primo ministro. Ora, si attendono modifiche alle politiche migratorie precedentemente adottate dal governo conservatore, sia sul fronte della sicurezza delle frontiere, che sul piano Ruanda, che Starmer ha dichiarato di voler eliminare nel corso della sua prima conferenza stampa tenuta lo scorso 6 luglio.
Allo stesso tempo, è diventato ufficiale a settembre che la Bibby Stockholm, la chiatta rossa e grigia utilizzata come alloggio per i richiedenti asilo, inizierà a chiudere a fine novembre: un’operazione che dovrebbe durare diverse settimane.
Si chiamava Leonard Farruku il giovane 27enne di nazionalità albanese morto suicida il 12 dicembre scorso proprio a bordo della Bibby Stockholm. Secondo quanto raccontato da altri richiedenti asilo a bordo della nave al Guardian, prima di morire, l’uomo aveva mostrato segni di forte squilibrio.
In breve
- Leonard Farruku, un richiedente asilo 27enne di nazionalità albanese, si è suicidato a bordo della Bibby Stockholm, una chiatta rossa e grigia utilizzata come centro per migranti in Regno Unito. La sua morte è un simbolo
- Le politiche di hostile environment (ambiente ostile) che, per anni, sono state attivamente promosse dagli ultimi governi conservatori britannici, infatti, hanno colpito in maniera particolarmente dura i migranti albanesi
- Il fatto che l’Albania sia considerato un Paese sicuro dal governo di Londra porta a una valutazione frettolosa e imprecisa, spesso pregiudiziale, delle richieste di protezione internazionale fatte dai cittadini albanesi, anche quelli vittime di tratta
- A peggiorare il quadro vi è anche una narrazione mediatica e politica criminalizzante: gli arrivi irregolari via mare vengono dipinti come un’invasione e i migranti che arrivano tramite la Manica vengono accusati di abusare del sistema d’asilo britannico
- Ora il nuovo governo laburista di Keir Starmer chiuderà la Bibby Stockholm, ma è difficile pensare che le politiche nei confronti degli arrivi irregolari e dei cittadini albanesi cambieranno drasticamente
Ormeggiata a Portland, nel Dorset, la Bibby Stockholm è lunga quasi 94 metri e larga più di 27 e, secondo quanto sostenuto dal ministero degli Interni, può ospitare fino a 500 persone.
Come già riportato da IrpiMedia, la nave appartiene al gruppo Bibby Line Group, che ha alle spalle una storia plurisecolare nell’industria marittima britannica e che, nell’aprile del 2023, ha annunciato un accordo con il governo della durata di 18 mesi: nonostante le diverse segnalazioni e proteste da parte di organizzazioni e ong contro queste modalità di alloggio, lo scorso giugno, l’ex primo ministro Rishi Sunak aveva annunciato di voler introdurre altre due strutture galleggianti.
Tuttavia, a distanza di oltre un anno, di queste due floatels – un nomignolo largamente diffuso per definire questo tipo di strutture – non se n’è più parlato, e ora si va a chiudere la vicenda.
Il decesso di Farruku segue quello del cittadino albanese Alfred Dosku, 37 anni, morto in ospedale a Redhill, nel Surrey, a seguito di un tentativo di suicidio quasi un mese prima, il 17 novembre, nel centro di permanenza per immigrati di Brook House. Sempre il Guardian riporta la testimonianza di un assistente sociale che aveva sollevato numerose volte preoccupazioni riguardo lo stato di salute mentale di Leonard Farruku prima che fosse portato sulla chiatta, senza però essere ascoltato.
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«Ci sono molte parti importanti della sua storia che devono essere raccontate perché sono convinto che questo accadrà di nuovo se non si fa pressione su coloro che hanno il dovere di sostenere queste persone e che costantemente non fanno il loro dovere», aveva dichiarato l’operatore, parlando di «inganno».
Anche persone che condividevano con Farruku il periodo sulla Bibby Stockholm hanno confermato le condizioni del ragazzo. A “Faruk”, come veniva chiamato dagli altri detenuti, era stato infatti promesso che sarebbe stato portato in un hotel a Swindon, ha aggiunto l’operatore al quotidiano britannico.
Le ragioni della migrazione
I motivi per cui gli albanesi emigrano sono da ricercare nel tessuto sociale ed economico del Paese: in Albania la corruzione, la disoccupazione, le cattive condizioni di lavoro e un elevato tasso di povertà spingono molte persone a cercare migliori opportunità economiche altrove.
Tra i problemi che il Paese deve affrontare ci sono anche quelli legati al traffico di esseri umani, la violenza legata alle bande criminali, e quella sessuale e domestica, come riporta anche un articolo del centro legale Migrant and Refugee Children’s Legal Unit (MiCLU). I motivi per cui i migranti lasciano l’Albania, tuttavia, possono anche sovrapporsi, e le circostanze mutare dopo la partenza.
«Il governo albanese sembra incapace o non disposto a risolvere» tutti questi problemi, scrive sempre il MiCLU. Ed è sempre lo stesso a riportare che sia la comunità internazionale, sia le linee guida del ministero dell’Interno britannico, «riconoscono che la tratta di esseri umani è un problema significativo in Albania».
Una scheda informativa del ministero dell’Interno britannico pubblicata a marzo 2024 conferma che «l’Albania è un Paese d’origine per la tratta di donne, uomini e bambini verso altri Paesi europei, compreso il Regno Unito», che i dati sul fenomeno sono limitati, ma che tuttavia il Paese rimane «sicuro». Questo perché non è in guerra ed è un Paese candidato all’adesione all’Unione europea, nonostante sia emerso che un rifugiato albanese possa fuggire dal proprio Paese «quando la sua vita è minacciata da fattori non statali, se il suo Paese d’origine non è in grado o non vuole proteggerlo».
Tra i motivi chiave della migrazione dall’Albania al Regno Unito c’è anche il fattore economico, come sottolinea un rapporto pubblicato dalla Commissione affari interni britannica nel 2023, che spiega come migliori prospettive di lavoro e redditi più alti spingano i migranti a intraprendere pericolosi viaggi per raggiungere il Regno Unito.
Quando si parla dell’Albania è necessario ricordare il profondo legame che il Paese ha con l’emigrazione: una lunga storia che tocca praticamente ogni famiglia, e che vede una parte significativa della sua popolazione avere legami al di fuori dei propri confini.
La comunità albanese nel Regno Unito è numerosa e ben radicata nel territorio e, con l’uscita dall’Unione europea a seguito della Brexit – e la conseguente crisi di manodopera – in migliaia sono stati spinti a migrare in un Stato che offre migliori opportunità lavorative rispetto l’Albania. Le partenze, spinte dalle precarie condizioni economiche e dai problemi di schiavitù moderna nel Paese, e per la difficoltà di ottenere il visto, sono spesso affidate a trafficanti che gestiscono i flussi, che possono arrivare a sfruttare i migranti stessi per i loro personali guadagni, riporta un altro report del MiCLU.
Entrare legalmente, e ottenere il visto, è molto difficile dopo l’uscita del Paese dall’Unione europea, non solo per i migranti albanesi.
Il nodo del Paese sicuro
Nel gennaio 2021 il Regno Unito ha implementato un sistema di immigrazione a punti chiamato points-based immigration system, «che privilegia le competenze e il talento rispetto alla provenienza di una persona», un mezzo per valutare e selezionare lavoratori stranieri qualificati per venire a lavorare nel Paese.
Questo ha reso più difficile assumere lavoratori dall’Ue, ma ha facilitato l’ingresso di coloro che vengono da altri Paesi, scrive il Financial Times. Gli stessi datori di lavoro hanno fatto un uso maggiore del sistema a punti, e ciò ha contribuito all’aumento delle richieste di visto da parte dei lavoratori provenienti da Paesi esteri.
Richiedere l’asilo può rappresentare l’unica opzione per i migranti albanesi per sottrarsi dalle persecuzioni che subiscono in Albania dove, oltre i problemi legati alla corruzione e alla violenza domestica, le «difficoltà economiche e la povertà possono essere la ragione alla base della persecuzione originaria, con alcuni giovani che sono stati trafficati nel Regno Unito per pagare il debito esistente di una famiglia», scrive nello stesso rapporto il MiCLU.
Per coloro che fuggono dalle persecuzioni, tuttavia, non esiste un visto per chiedere asilo nel Regno Unito, e i percorsi sicuri e legali per farlo sono pochi. I cittadini albanesi possono cercare rifugio in Europa, poiché hanno libertà di movimento nell’area Schengen, ma «temono che i loro persecutori siano in grado di localizzarli facilmente all’interno di tale area», continua il MiCLU.
Tuttavia, rimane il nodo del Paese visto come “sicuro”, ed è quindi difficile farsi riconoscere la condizione di rifugiato. Ma mentre non tutti gli albanesi che arrivano tramite i barchini chiedono asilo, scrive il MiCLU, affermare che l’Albania è uno stato “sicuro” alimenta la tesi che gli albanesi abusino del sistema d’asilo e appoggia «argomenti pericolosi che vorrebbero limitare l’accesso alla determinazione individuale dello status di rifugiato», conclude il rapporto del centro.
I barchini partono solitamente da Calais, nel nord della Francia, diretti verso le coste del Regno Unito: nei campi profughi non ufficiali nella zona sono presenti migranti di diverse nazionalità, tra cui kosovari, afghani, curdi, eritrei, o sudanesi, che cercano di raggiungere le coste britanniche grazie ai trafficanti curdo-iracheni che gestiscono l’area, e a cui si sono aggiunte anche le reti albanesi, come riporta un articolo della Bbc del 2022.
Nello stesso anno a richiedere asilo sono stati circa 15.070 migranti albanesi, cifra che nel 2023 è drasticamente scesa a 3.230, riporta l’Home Office britannico.
Il Consiglio per i rifugiati ha stimato un totale più alto, pari a 15.569. Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio sulla migrazione dell’Università di Oxford, ad aver richiesto asilo in UK nel 2022 sono circa 16.000 albanesi, che costituiscono il 18% di tutti i richiedenti asilo: circa 12.000 di questi sono arrivati in piccole barche attraverso la Manica. Gli albanesi hanno costituito la nazionalità predominante tra gli arrivi via mare nel 2022, pari al 27% del totale.
«Dei 12.301 arrivi albanesi (via mare) nel 2022, l’85% aveva presentato domanda di asilo entro la fine del 2022. Ciò significa che circa il 67% dei richiedenti asilo albanesi nel 2022 è arrivato tramite piccole imbarcazioni (10.699 su 15.925)», riporta sempre lo stesso osservatorio.
Il governo britannico ha però insistito per creare una narrazione volta a criminalizzare i migranti albanesi, distorcendo l’opinione pubblica a proprio favore con affermazioni senza un vero e proprio riscontro: nel 2022 avevano fatto molto discutere le dichiarazioni da parte della segretaria degli Interni Suella Braverman che aveva definito «un’invasione» l’aumento dei migranti irregolari di nazionalità albanese nel Regno Unito, finendo per negare l’esistenza di motivi concreti per la quale gli stessi avrebbero dovuto lasciare il Paese.
Questo ha portato gli albanesi, così come gli altri richiedenti asilo arrivati nel Regno Unito, ad essere accusati di aver “abusato” del sistema d’asilo inglese, i cui piani post-Brexit erano quelli di implementare una politica migratoria volta a ridurre – se non fermare – il numero di arrivi illegali nel Paese. Il governo britannico sostiene che i casi di schiavitù moderna, per la quale può essere richiesto l’asilo, dovrebbero essere trattati dal governo albanese se avviene un rimpatrio.
La legge britannica sarebbe dunque “abusata” per ritardare i rimpatri.
Una narrazione criminalizzante
La narrazione criminalizzante del governo ha tuttavia alimentato un clima di discriminazione, ostilità e paura sia nei confronti dei migranti, che verso i richiedenti asilo e i rifugiati.
La soluzione individuata per fermare questi flussi ha tre aspetti principali: oltre la già citata criminalizzazione dei richiedenti asilo, anche la creazione di accordi con la Francia volti a impedire nuove partenze, e la cooperazione con Paesi terzi considerati sicuri per implementare le deportazioni.
Su quest’ultimo punto, nel luglio 2023 è stato approvato l’Illegal Migration Bill, che stabilisce che chiunque arrivi irregolarmente nel Regno Unito vedrà la sua richiesta di asilo ritenuta “inammissibile”, con il rischio di essere detenuto a tempo indeterminato e successivamente rimandato nel proprio Paese d’origine o, appunto, in uno ritenuto sicuro.
Da qui il “piano Ruanda”, chiamato anche Rwanda Bill, un disegno di legge che, dichiarando lo Stato come sicuro, ha consentito a Londra di stringere accordi per deportare i richiedenti asilo a 6.400 km dal Regno Unito: il trattato è stato approvato lunedì 22 aprile 2024 e, secondo quanto riportato dal Guardian, i primi trasferimenti sarebbero dovuti avvenire a luglio, decisione ormai superata dalle ultime elezioni.
In merito alla questione migratoria, e dopo i numeri registrati nel medesimo anno, nel dicembre 2022 il Regno Unito ha stretto accordi anche con l’Albania con l’obiettivo di contrastare l’immigrazione irregolare nel Paese, frenare gli sbarchi sulle coste e successivamente rimpatriare rapidamente gli albanesi in Albania.
In un articolo di Melting Pot si cita il report No such thing as justice here, pubblicato il 24 febbraio da Border Criminologies e dal Centre for Criminology dell’Università di Oxford, che fa il punto proprio sul contesto di criminalizzazione dei richiedenti asilo nel Regno Unito, tra i quali figurano anche gli albanesi. Lo studio evidenzia come l’introduzione nel 2022 dei reati quali “l’arrivo illegale” e la “facilitazione” alimentino solamente la sofferenza dei migranti, già traumatizzati e sfruttati, con la detenzione che pesa sulla salute mentale degli stessi nel lungo periodo.
Accordi internazionali in divenire
Le posizioni dell’esecutivo britannico guidato da Keir Stramer sono in discontinuità con il precedente governo rispetto alle politiche di gestione dei flussi migratori, ma una notizia ha recentemente posto alcune domande.
È la vicenda di 89 richiedenti asilo appartenenti al gruppo etnico Tamil, provenienti dallo Sri Lanka, che tre anni fa approdarono all’isola Diego Garcia. L’isola si trova nell’arcipelago di Chagos, uno dei pochi territori coloniali britannici d’oltremare sopravvissuti, e ospita la più grande base militare statunitense nell’oceano Indiano.
Recentemente, dopo anni di battaglia legale, il Regno Unito ha annunciato che restituirà la sovranità dell’arcipelago a Mauritius, e gli 89 richiedenti asilo – secondo quanto denunciato da organizzazioni che difendono i diritti umani – rischiano di finire in un campo per richiedenti asilo in Romania.
La proposta (si tratterebbe di un periodo di sei mesi, in alternativa al rimpatrio volontario) fa parte di un accordo mediato dall’Unhcr, che però ha suscitato molte polemiche in Regno Unito.
«La detenzione ha un impatto significativo sulla salute di coloro che sono detenuti per aver chiesto asilo. Questo spesso aggrava l’impatto dei traumi subiti nei Paesi d’origine, durante i viaggi di trasferimento e gli effetti del limbo del sistema di asilo del Regno Unito. La scarsa assistenza medica all’interno del carcere fa sì che le persone spesso subiscano ulteriori ritardi nell’accesso all’assistenza sanitaria di cui hanno bisogno, peggiorando le condizioni. La detenzione ritarda il processo di concessione dello status di rifugiato», si legge nel report.
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Mentre non ci sono ancora abbastanza dati per capire quanto la detenzione influenzi le richieste d’asilo in corso, lo studio evidenzia come anche l’effetto di avere precedenti penali possa pesare sulla salute mentale dei migranti: con l’istituzione nel luglio del 2023 del requisito di “buona condotta”, per coloro che hanno ottenuto lo status di rifugiato è particolarmente difficile ottenere l’accesso alla cittadinanza britannica.
Con l’introduzione nel 2022 del Nationality and Borders Act, infatti, le persone che hanno riportato una condanna pari a 12 mesi di detenzione non potranno fare richiesta di cittadinanza «a prescindere da quando o dove è stato commesso il reato».
Lo stesso dispone che l’entrata illegale nel territorio inglese può portare all’arresto e, in un secondo momento, alla detenzione.
In questo quadro si inseriscono i numeri albanesi: anche i migranti che arrivano a bordo dei barchini a largo delle coste del Regno Unito rischiano di essere reclusi nei centri di detenzione inglesi.
Tuttavia, essendo stata l’Albania classificata come “Paese sicuro” secondo lo stesso Nationality and Borders Act, le richieste d’asilo possono essere considerate inammissibili. Nel 2022 e nel 2023 l’Albania è stata la nazionalità più ammessa in detenzione per immigrazione, scrive il MiCLU nel suo report.
Criminalità e autolesionismo
Il decesso a bordo della Bibby Stockholm del giovane albanese Farruku rappresenta la punta dell’iceberg: dei rischi a livello di salute mentale a cui erano esposti i migranti al suo interno ne aveva parlato lo scorso agosto anche The Conversation, sottolineando come le condizioni di affollamento della struttura potevano creare ansia, depressione e disagio psicologico.
«Sono stati stabiliti legami tra l’affollamento e i problemi di salute mentale nella popolazione generale, ma è probabile che i rischi siano più elevati per coloro che sono fuggiti di recente dal loro paese d’origine a causa del trauma che hanno già vissuto», si legge.
Rischi diffusi anche a livello di igiene e sicurezza a bordo, a cui nessuno sembra aver pensato.
Oltre ai cambiamenti politici apportati dal governo, anche la narrazione nei media e nel discorso politico impattano sulla salute mentale degli albanesi: «I giovani che sosteniamo ci dicono spesso che trovano dannose le narrazioni mediatiche e politiche su di loro e sul loro Paese e che “non vogliono essere trattati come spazzatura”. Questo ha un forte impatto sul loro senso di appartenenza, poiché sono dovuti fuggire dall’Albania ma non si sentono benvenuti nel Regno Unito», sottolinea un altro report del MiCLU.
La mancanza di una rappresentanza legale nel Paese specializzata in immigrazione che si interessi e si occupi nello specifico della natura dei loro casi, complica ancora di più il successo di una loro richiesta d’asilo. Senza il supporto e la testimonianza di un esperto che spieghi e delinei le difficoltà e i rischi della migrazione albanese, e come «le circostanze individuali del richiedente sono in contrasto con le linee guida del Paese», è improbabile che i casi possano essere presi in carico.
«L’impossibilità di accedere a consulenze legali, l’esperienza di stigma e discriminazione nella vita quotidiana, e l’alto rischio che le loro richieste di asilo siano certificate o che i rinvii per tratta siano respinti. La minaccia della detenzione aggrava tutti questi fattori e rende la detenzione estremamente difficile da sopportare. È chiaro che le conseguenze sulla salute mentale degli albanesi detenuti possono essere gravi. È necessario che il sistema di detenzione riconosca queste pressioni e metta in atto ulteriori protezioni e salvaguardie per mantenere gli albanesi detenuti al sicuro e in salute», conclude il MiCLU.
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