La guerra interna del Myanmar
In Myanmar ci sono oltre 130 etnie. La maggioranza della popolazione appartiene a quella Bamar, di religione buddista, da cui viene il nome Birmania. Le lotte di alcuni gruppi etnici per ottenere maggior indipendenza rispetto al governo centrale vanno avanti dal 1948, anno in cui il Paese è diventato indipendente dal dominio coloniale britannico.
Dopo una serie di dittature militari – il primo colpo di stato è del 1962 – e repressione delle proteste dell’opposizione, nel 2015 è iniziato un periodo di maggior democrazia, con la vittoria alle elezioni da parte della National league for democracy (Nld) capeggiata da Aung San Suu Kyi. Nel febbraio 2021, tuttavia, l’esercito birmano ha spodestato con la forza l’Nld, che aveva vinto nuovamente le elezioni nel 2020. A quel punto, la popolazione è scesa in strada contro il nuovo regime.
Quando la violenza verso gli oppositori si è inasprita, sempre più persone hanno preso la via delle campagne e delle foreste, unendosi ai gruppi armati già presenti o formandone di nuovi.
L’esperienza nella guerriglia sviluppata dai gruppi etnici nella storica lotta contro le giunte militari ha formato la spina dorsale della lotta armata dei ribelli contro il Tatmadaw. Oggi la giunta militare controlla appena il 20% del territorio nazionale.

Solo la capitale Naypyidaw e poche altre grandi città come Yangon rimangono sotto il controllo dei generali, mentre le campagne appartengono ai ribelli. La zona centrale del paese è contesa fra l’esercito e il People’s defence force (Pdf), un gruppo armato ribelle di etnia Bamar.
Ai diversi gruppi combattenti si è affiancato il cosiddetto “governo ombra” o National unity government (Nug) – costituito da parlamentari e membri del governo birmano eletto. Ma le etnie minoritarie non si fidano completamente del loro alleato, visto come simbolo dell’etnia dominante. In questo contesto le fazioni ribelli hanno diversi obiettivi: tutti combattono contro la giunta militare per la libertà, ma alcuni vendono anche un’opportunità per raggiungere l’indipendenza del proprio popolo dal governo centrale.


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