Biometano: quando la transizione energetica diventa un affare finanziario
Una rete di aziende basate in Lussemburgo sta costruendo ventuno impianti a biometano nel centro e sud Italia. Risultano fra i principali assegnatari di fondi Pnrr per questo tipo di progetti ma, nel comune di Dragoni, uno di questi impianti è al centro di una contesa con la cittadinanza
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InquinamentoA Dragoni, piccolo comune dell’alto Casertano, incastonato ai piedi del Monte Melito, le parole “transizione energetica” e “biometano” sono entrate nella vita del paese all’improvviso a luglio 2022 come una doccia fredda, senza comunicazioni ufficiali e senza che nessuno fra i cittadini ne fosse informato.
«Non sapevamo neanche cosa fosse un biodigestore», spiega Pasquale De Pasquale – tra i primi ad approfondire la questione. «Ho iniziato a leggere e studiare. Ho visto che in altre zone d’Italia c’erano proteste per gli odori, per i camion e per le dimensioni degli impianti. Allora abbiamo iniziato a organizzarci».
Nel giro di poche settimane, nel paese parte una raccolta firme: su circa 1.500 cittadini adulti con diritto di voto, 1.300 esprimono parere contrario, conferma la sindaca di Dragoni Antonella D’Aloia. Un dato che racconta più di qualsiasi sondaggio quanto il progetto sia percepito come estraneo, imposto, lontano dalla vita quotidiana di un piccolo comune agricolo.
L’inchiesta in breve
- A Dragoni (CE) un impianto a biometano finanziato con fondi Pnrr viene autorizzato dalla Regione senza che la comunità locale venisse coinvolta dall’amministrazione comunale. I cittadini scoprono il progetto solo con l’avvio del cantiere nel 2022
- Il progetto è promosso da Cannavina Srl, controllata da Retina Holding, tra i principali assegnatari dei fondi Pnrr per il biometano, con almeno 21 impianti tra Campania e Lazio
- La catena societaria conduce fino al fondo australiano Macquarie, attraverso società in Lussemburgo e Regno Unito. L’operazione è sostenuta da banche europee e dalla Garanzia statale Archimede di Sace
- Le richieste di accesso agli atti presentate dal Comune di Dragoni e da IrpiMedia sono state respinte dal Gse, che ha invocato la tutela degli interessi economici della società, nonostante l’impianto sia stato ammesso a un finanziamento Pnrr da 16,4 milioni di euro
La vicenda ricorda quanto accaduto ad Auletta, nel Salernitano, dove un progetto simile — contestato dalla comunità locale — è diventato il simbolo di una transizione calata dall’alto, finanziata con fondi pubblici ma scollegata dai bisogni del territorio.
A differenza di quanto avvenuto ad Auletta – dove la mobilitazione e il lavoro di inchiesta di IrpiMedia hanno portato al blocco dell’impianto a biometano – a Dragoni, l’autorizzazione è stata rilasciata direttamente dalla Regione Campania con decreto n. 14 del 15 febbraio 2022 alla Cannavina Biometano Srl. Durante quella fase, il confronto istituzionale avveniva con la precedente amministrazione comunale guidata da Silvio Lavornia, che non avrebbe informato la popolazione né promosso momenti pubblici di condivisione del progetto.
«Noi l’abbiamo saputo con un cartello di cantiere. La vecchia amministrazione comunale ha tenuto tutto nascosto, non ha mai partecipato alle conferenze dei servizi in Regione. Non si presentavano. Silenzio-assenso», racconta sempre Pasquale De Pasquale, oggi presidente del Comitato Civico “No biogas a Dragoni”.
I lavori sono partiti a marzo 2025 e, come racconta De Pasquale, molti cittadini sono rimasti sorpresi dall’avvio improvviso delle opere. Da allora l’impianto ha preso forma rapidamente ed è già arrivato alla realizzazione del terzo silos. La società titolare dell’impianto in costruzione è la Cannavina Biometano Società Agricola Srl, che risulta assegnataria di 6,5 milioni di euro di fondi Pnrr del terzo bando del Gestore servizi energetici (Gse).
Ma già alle prime ricerche, dietro la Cannavina emerge un complesso schema di società che la controllano. La proprietaria di Cannavina infatti è Retina Holding Srl, una holding che figura tra i principali assegnatari dei fondi Pnrr destinati allo sviluppo del biometano in Italia (l’amministratore delegato ha precisato a IrpiMedia che l’effettiva erogazione dei fondi è subordinata a diversi parametri ancora da completare, ndr).


Retina Holding è la stessa società dietro l’impianto di Auletta, ed è collegata ad almeno 21 finanziamenti da circa 6,5 milioni di euro ciascuno per la realizzazione di altrettanti impianti tra Campania e Lazio, nei territori di Dragoni, Baia e Latina, Pietravairano, Sessa Aurunca, Pignataro Maggiore, Pontinia, Cassino, Lacedonia, Borgo Carso, Lucera, Velletri, Tuturano e Terracina.
Chi c’è dietro Cannavina: la galassia Retina e le banche
La Cannavina Biometano Srl, amministrata da Franco Torra, non è una società isolata: insieme a Retina Land, Neoagroenergie, Ingegneria Sostenibile, Eutecna Società Agricola, Latina Biometano e Agrimetano Sud fa parte di un gruppo di aziende riconducibili alla stessa capogruppo, Retina Holding Srl. Si tratta di una holding nata con un capitale sociale iniziale di appena 10mila euro e che oggi dichiara un capitale vicino ai sei milioni.
Nel corso della riorganizzazione del gruppo — avvenuta in vista dell’ingresso dei nuovi investitori e della strutturazione del finanziamento bancario — è stata costituita Retina Holding Seconda Srl: una società posseduta per il 49,9% dalla lussemburghese Retina SCA e per il 50,1%% da Biomethane Asset Holding – controllata italiana di EREN Industries – a sua volta interamente posseduta dal gruppo Macquarie Asset Holdings Limited, una società finanziaria che fa parte del gruppo internazionale Macquarie Group.
In altre parole, la maggioranza della holding che riceve finanziamenti per costruire decine di impianti di biometano in Italia fa capo, attraverso una catena societaria, a una delle più grandi banche d’investimento e società di gestione patrimoniale con sede in Australia.
La struttura societaria
Retina Holding e Retina Holding Seconda sono indirettamente possedute da una delle più grandi banche di investimento e società di gestione patrimoniale in Australia, la Macquarie Asset Holdings Limited.
Gli impianti realizzati da Retina Holding
La Cannavina Biometano è una delle società direttamente controllate da Retina Holding.
Insieme all’impianto di Auletta, Retina Holding ha realizzato (o è in procinto di realizzare) 21 altri impianti (qui ne sono mostrati solo 12).
Ma che interesse ha Macquarie in questi progetti?
Secondo Franco Torra, amministratore delegato e direttore generale di Retina Holding, il coinvolgimento del gruppo australiano è stato di natura tecnica e finanziaria: «Macquarie Capital ha supportato il progetto Retina nel perfezionamento delle operazioni che hanno definito gli accordi di equity e il project financing della prima fase, svolgendo un ruolo di advisory per conto del gruppo EREN Industries».
Secondo Amanda Mendoza, Senior Research and Campaign Coordinator presso il Private Equity Stakeholder Project, «vedere Macquarie entrare in un’operazione di questo tipo è del tutto prevedibile, quasi naturale. I grandi fondi di private equity non sono realmente interessati a una vera transizione energetica, anche se alcuni dei loro investitori lo sono. I fondi pensione pubblici, per esempio, investono tramite Macquarie in private equity per la “transizione verde”, che però spesso sono pieni di false soluzioni come la cattura del carbonio, il biometano, i crediti di carbonio e varie tecnologie cosiddette “pulite” che, a nostro avviso, servono soprattutto ad attrarre nuovo capitale. Si tratta di progetti energetici guidati più dall’ingegneria finanziaria che da reali obiettivi di transizione. I fondi cercano di creare valore e poi vendono tutto a qualcun altro».
Se il 50,1% del controllo economico dei progetti biometano di Retina è quindi in Australia, l’altro 49,9% invece va verso il Lussemburgo. Retina SCA infatti è registrata nel Granducato, ma è a sua volta controllata da altre società: Actarus Renewables, lussemburghese, che ha come azionista unico la società britannica Elamel Limited.
Elamel, secondo Torra, è azionista di Actarus Renewables e non svolge attività operative dirette. Infatti è una società molto “leggera”: nel 2025 ha dichiarato appena 11mila sterline in cassa e zero dipendenti nel 2024. L’indirizzo registrato — 10 Brook Street, Mayfair, Londra — risulta essere un recapito condiviso da decine di società, tipico delle sedi di comodo.
Dal registro delle imprese britannico risulta inoltre che la maggioranza della proprietà di Elamel sarebbe di Francesca Frosini. Questa galassia societaria è sostenuta da un pool di grandi banche europee — BPER, Intesa Sanpaolo, ING Bank, UniCredit, BNP Paribas e Société Générale — che hanno messo a disposizione circa 240 milioni di euro per la costruzione degli impianti a biometano. UniCredit ha avuto un ruolo centrale: banca agente, banca depositaria e intermediaria con Sace, l’ente pubblico che ha fornito la garanzia statale.
Nel modello finanziario, Retina SCA ha fornito il capitale iniziale (equity), mentre Actarus Renewables e Macquarie Capital hanno strutturato l’operazione, raccogliendo il pacchetto di finanziamenti con il supporto della Garanzia Archimede di Sace, strumento pubblico pensato per investimenti strategici. La garanzia copre nove impianti di biometano già autorizzati e ammessi ai contributi Pnrr.
Il risultato è che dietro un impianto presentato come progetto locale di energia rinnovabile si muove un’operazione finanziaria su scala internazionale, sostenuta da fondi pubblici europei e da garanzie dello Stato italiano.
«Sace nasce per assicurare i progetti, ma sempre più spesso finisce per garantire i prestiti delle banche per le imprese, come in questo caso», osserva Simone Ogno di ReCommon. «Il risultato è che operazioni economicamente deboli, che senza garanzia pubblica faticherebbero a stare in piedi, vengono rese bancabili grazie all’intervento dello Stato. In questa maniera i profitti restano privati, mentre i rischi delle operazioni vengono socializzati».
Secondo Ogno, il nodo principale riguarda le verifiche: «Il problema più grande è capire quale due diligence sociale e ambientale esegua Sace prima di concedere queste garanzie. Perché, nei fatti, sembra che queste valutazioni siano assenti o molto deboli, anche quando i progetti hanno impatti ambientali e sociali significativi».
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Alla richiesta di chiarimenti e documenti avanzata da IrpiMedia sulle verifiche sociali e ambientali svolte prima della concessione della garanzia, Sace ha risposto fornendo alcune informazioni di carattere generale, senza entrare nel merito delle valutazioni effettuate sul singolo progetto.
Nella risposta, l’ente ricorda che la Garanzia Archimede, introdotta dalla Legge di Bilancio 2024 (legge 30 dicembre 2023, n. 213, art. 1, commi 259-271), è uno strumento pensato per favorire investimenti infrastrutturali e produttivi sul territorio italiano, in ambiti che includono le infrastrutture, la transizione verso un’economia pulita e circolare, i servizi pubblici locali e l’innovazione industriale, tecnologica e digitale delle imprese.
In merito al caso specifico, Sace conferma di aver rilasciato nel 2025 una Garanzia Archimede «a copertura di un importo minoritario del finanziamento», senza però fornire dettagli sulle procedure di due diligence sociale e ambientale adottate. Per eventuali ulteriori informazioni, Sace indirizza direttamente a Retina, indicando come referente l’amministratore delegato Franco Torra.
Dal canto suo, Franco Torra precisa che «la Garanzia Archimede rilasciata da Sace riguarda il project financing che supporta la realizzazione dei primi dieci impianti, finanziato da sei primari istituti di credito europei, tra cui tre italiani». Aggiunge che «l’approvazione del finanziamento ha richiesto una vasta e dettagliata due diligence condotta da team specializzati in ambito legale, tecnico, ambientale e di mercato».
Tuttavia, la documentazione relativa a tale due diligence non è stata resa disponibile nè da Sace, né da Retina per la consultazione, nonostante sia stata richiesta tramite Accesso civico generalizzato. La risposta ricevuta da Sace sposta l’onere della trasparenza sul soggetto beneficiario della garanzia pubblica, lasciando aperti gli interrogativi sollevati da ReCommon sulla qualità delle verifiche preventive effettuate.
Secondo Andrea Hernández, analista finanziaria di Reclaim Finance, questi progetti «non sono considerati né di agricoltura locale, né di produzione di energia al servizio del territorio». A suo avviso, si tratta di operazioni in cui fondi di investimento acquisiscono infrastrutture sostenute da sussidi pubblici con l’obiettivo di rivenderle dopo alcuni anni a un prezzo più alto e realizzare un profitto. «Il biometano può essere inserito in fondi etichettati come “green” o “climate”, venendo così presentato agli investitori come un asset sostenibile», spiega.
Ma al di là dell’etichetta finanziaria e della narrativa “green”, utilizzata per attrarre capitali, resta la questione di che tipo di energia sia davvero il biometano. Torra sostiene che il biometano possa ridurre le emissioni legate agli allevamenti e contribuire alla diminuzione dei nitrati nei suoli agricoli, trasformando reflui e scarti in risorsa energetica. «Quanto alla sostenibilità, le diete degli impianti appartenenti al progetto hanno una riduzione attesa dell’impronta carbonica che si attesta ben oltre il 100%, rispetto alla percentuale minima dell’80% prevista dalle norme di riferimento».
Una valutazione che, tuttavia, può essere verificata solo conoscendo nel dettaglio il piano di approvvigionamento, le matrici utilizzate dagli impianti e la loro provenienza.


«Certo, le presentano come aziende rinnovabili che promuovono la transizione energetica, ma non è così che le classifichiamo», spiega Alex Hurley, analista e project manager presso Global Energy Monitor, un’organizzazione non profit che sviluppa e cataloga dati open source sulle infrastrutture energetiche globali, sulle risorse e sui consumi.
«È solo uno slogan, un modo per far credere alle persone di agire in modo “green”. A differenza del solare e dell’eolico, che durante l’uso non producono CO₂, il biometano, quando viene bruciato, rilascia comunque anidride carbonica e altri gas serra. Non fa parte di una reale transizione fuori dai combustibili fossili; è semplicemente una componente dell’infrastruttura del gas».
Accesso agli atti negato
Secondo Retina, il piano di approvvigionamento dell’impianto di Dragoni prevede l’utilizzo prevalente di deiezioni animali, con particolare riferimento a quelle bovine e bufaline, indicate come tra le principali fonti di emissioni climalteranti e di inquinamento da nitrati nei suoli e nelle falde.
Il gruppo sostiene inoltre che, sulla base di analisi condotte dalle autorità sanitarie della Provincia di Caserta, il territorio avrebbe un fabbisogno stimato tra 20 e 25 impianti analoghi, anche con funzione di mitigazione del rischio sanitario negli allevamenti bufalini. Tuttavia, il piano di approvvigionamento non è stato condiviso con la redazione di IrpiMedia e non è stato possibile visionarne il contenuto nel dettaglio.
Neanche il Comune di Dragoni è riuscito a vedere questi documenti: alla richiesta di accesso agli atti da loro fatta in data 18 aprile 2025, la Regione Campania ha risposto che «gli atti richiesti non risultano nella disponibilità del Gse, in quanto non rientrano tra la documentazione da allegare all’istanza di partecipazione alle Procedure competitive, secondo quanto previsto dal Decreto e delle Regole applicative».
In realtà, le regole applicative del decreto biometano, a pagina 91, prevedono che «nel titolo autorizzativo devono essere esplicitamente riportate le tipologie e le quantità annuali (o % in peso) di materie prime autorizzate per l’esercizio dell’impianto».
Anche una successiva richiesta di accesso agli atti presentata da IrpiMedia al Gse è stata respinta. Nella risposta, la Direzione Legale del Gse ha spiegato di aver individuato un «soggetto controinteressato» — la società proponente — che si è opposto alla diffusione dei documenti sostenendo che la loro pubblicazione avrebbe leso i propri interessi economici e commerciali.
Nella stessa comunicazione, il Gse ha messo direttamente in contatto la giornalista con il legale dell’azienda, trasmettendo la notifica al controinteressato e indirizzando la richiesta verso la sfera privata della società. Una modalità che solleva interrogativi sia sul piano della trasparenza — trattandosi di documenti relativi a un progetto finanziato con fondi pubblici — sia su quello della tutela dei dati personali di chi esercita un diritto previsto dalla legge.
Gse e la poca trasparenza
Il Gestore dei Servizi Energetici (Gse) è una società pubblica controllata dal Ministero dell’Economia che gestisce miliardi di euro di incentivi alle energie rinnovabili, compresi i fondi del Pnrr destinati al biometano. Svolge quindi funzioni di interesse pubblico ed è soggetto alle norme sulla trasparenza della pubblica amministrazione.
La legge italiana sul Freedom of Information Act (D.Lgs 33/2013) riconosce a chiunque il diritto di accedere a documenti detenuti da enti pubblici. L’obiettivo è permettere ai cittadini di conoscere l’operato della pubblica amministrazione.
Il 18 giugno 2025 IrpiMedia ha chiesto al Gse copia dei documenti relativi all’impianto di biometano previsto a Dragoni: piano di approvvigionamento delle biomasse, progetto tecnico, piano finanziario, contratti di fornitura e documentazione ambientale. L’impianto è stato ammesso a un finanziamento Pnrr da 16,4 milioni di euro.
Il Gse ha avviato la procedura ma, su richiesta della società controinteressata, il 22 luglio 2025 ha respinto l’accesso, sostenendo che la diffusione dei documenti avrebbe potuto danneggiare gli interessi economici e commerciali dell’azienda. Nella risposta, il Gse ha anche messo in discussione la qualifica professionale della giornalista richiedente, un passaggio che non ha rilievo giuridico: la legge non prevede limiti legati alla professione o allo status del richiedente.
Il Gse ha inoltre trasmesso la notifica direttamente al legale della società, mettendo la giornalista in contatto con l’avvocato dell’azienda privata. Una scelta che solleva dubbi sul piano della tutela dei dati personali. IrpiMedia ha quindi presentato richiesta di riesame il 6 agosto 2025 al Responsabile per la prevenzione della corruzione e della trasparenza del Gse.
Anche questa è stata respinta: nel provvedimento si ribadisce che la tutela degli interessi economici della società prevale sul diritto di accesso. Secondo le linee guida dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, il diniego dovrebbe basarsi su un pregiudizio concreto e specifico, non su una generica esigenza di riservatezza.
Inoltre, quando possibile, i documenti possono essere rilasciati con parti oscurate, invece di negare l’accesso in blocco. In questo caso, invece, l’accesso è stato respinto integralmente. Il risultato è un paradosso: un ente pubblico che gestisce fondi per la transizione ecologica nega l’accesso ai documenti necessari per verificare come quei fondi vengono utilizzati.
La mancata condivisione di un piano di approvvigionamento delle biomasse preoccupa molto il Comune di Dragoni: «Perché non c’è un piano di approvvigionamento a monte che garantisce la sostenibilità dell’opera? Perché più mangiano gli impianti, più prendono incentivi del Gse. È un impianto industriale pensato per intercettare fondi pubblici. Noi diventeremo la discarica di tutto il circondario», afferma la sindaca di Dragoni Antonella D’Aloia, denunciando un modello che — a suo dire — punta a massimizzare gli incentivi in base alla quantità di biomassa trattata, più che alla sostenibilità ambientale e territoriale.
Genio Civile, Tar e lavori nonostante i divieti comunali
Sul piano giudiziario, la società rivendica una lunga serie di pronunce favorevoli. Dopo il rilascio dell’autorizzazione, il Comune di Dragoni ha promosso diverse iniziative amministrative che — come evidenzia Franco Torra — hanno portato a «12 pronunciamenti da parte dei competenti organi di giustizia, tra Tar e Consiglio di Stato, tutti favorevoli alla Regione e alla società».
L’attuale sindaca Antonella D’Aloia, insediatasi dopo l’autorizzazione regionale, ha raccolto la volontà espressa da una parte significativa della cittadinanza contraria all’impianto, promuovendo una serie di ricorsi, segnalazioni e denunce. Finora le azioni intraprese si sono concluse con esiti favorevoli alla Cannavina, ma un fronte resta ancora aperto: secondo il Comune di Dragoni mancherebbero infatti le autorizzazioni sismiche, rilasciate dal Genio Civile.
Per queste carenze il Comune ha emesso fin dal 2024 provvedimenti di sospensione dei lavori per carenze documentali. La società ha fatto ricorso al Tar. La decisione del giudice amministrativo è attesa in queste settimane. Nel frattempo, i lavori stanno proseguendo.
Il Comune ha quindi emesso a luglio 2025 un’ordinanza di abbattimento di alcune opere, contro cui la società ha presentato ricorso. Il giudice amministrativo ha sospeso limitatamente all’ordine di demolizione, ma ha ribadito che non possono essere eseguite lavorazioni strutturali senza autorizzazione sismica.
Nel frattempo, il Genio Civile è intervenuto direttamente, emanando due ordinanze di divieto relative alle opere strutturali. Nonostante questi provvedimenti, il cantiere non si è fermato: il terzo silos è stato completato.
La vicenda è stata oggetto di diverse segnalazioni alla Procura di Santa Maria Capua Vetere e alla Procura europea in Lussemburgo. L’amministratore delegato Franco Torra ha ribadito la sua «disponibilità a ulteriori momenti di confronto con la comunità locale e con le istituzioni», ma i lavori proseguono nel frattempo senza sosta.
A gennaio 2026, l’amministrazione comunale ha trasmesso un’ulteriore informativa di reato alla Procura, dopo un sopralluogo effettuato dalla sindaca Antonella D’Aloia il 21 dicembre 2025. «Sono stata chiamata telefonicamente perché c’erano lavoratori in cantiere la domenica mattina», racconta. «Mi sono recata sul posto e ho chiamato la guardia di finanza di Piedimonte Matese. Quando sono arrivata, stavano facendo un getto di cemento, nonostante il divieto del Genio Civile sulle opere strutturali».
Secondo quanto riferisce la sindaca, i militari intervenuti avrebbero spiegato di non poter entrare in cantiere, limitandosi a identificare il capo cantiere. D’Aloia non nasconde la sua frustrazione: «Le ordinanze del Genio Civile, le segnalazioni alla Procura: tutto resta sulla carta, mentre il cantiere va avanti».
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