Lungo la rotta: storie di traffici, geopolitica e migranti
Dal Mediterraneo centrale, in questi anni, sono arrivate centinaia di migliaia di persone. Le politiche italiane ed europee hanno cercato di sigillare questa rotta, senza mai riuscirci. Una serie sulle dinamiche politiche e criminali tra Libia e Italia
13 Novembre 2019

#MediterraneoCentrale

L‘Italia è il Paese europeo più esposto al fenomeno dell’immigrazione irregolare e, di conseguenza, al suo contrasto. I provvedimenti italiani hanno modellato l’approccio europeo, introducendo strategie antimafia e collaborazioni tra autorità europee e libiche per catturare i trafficanti di uomini. Su carta, è l’obiettivo numero uno dell’azione europea. In termini di condanne, però, nonostante gli sforzi, i risultati sono ancora scarsi: a finire in carcere, di solito, sono gli “scafisti”, i migranti che guidano i barconi, e altri membri di poca importanza. Mai, invece, i vertici delle varie organizzazioni.

 Dalla caduta di Gheddafi, nell’ottobre del 2011, in Libia si è formata una nuova classe dirigente criminale, che ha costruito il proprio potere economico e d’intimidazione sul contrabbando di uomini e gasolio. Alcune delle milizie coinvolte controllano l’ovest del Paese, vicino al confine con la Tunisia: da qui partono i migranti e qui ha sede il più importante impianto petrolifero di Eni nel Paese, a Mellitah.

Quest’area, la Tripolitania, dal 2016, è stata più vicina al Governo di accordo nazionale (Gna), formazione sostenuta dall’Onu, a cui si oppone il generale dell’Esercito nazionale libico Khalifa Haftar, la cui roccaforte storica è in Cirenaica, est della Libia. Gna e Enl sono i principali attori del conflitto civile che sta consumando il Paese da anni.

Il naufragio da cui tutto ebbe inizio

Accadde il 3 ottobre del 2013: un barcone stracarico di persone si ribaltò a largo di Lampedusa. I morti accertati furono 366. Fu il primo naufragio di queste dimensioni in acque italiane, una data spartiacque. La comunità cattolica scoprì la «vergogna», sussurrata con rabbia da Papa Francesco nel microfono. La politica italiana, dopo i balbettii iniziali, riuscì a lanciare la prima e unica missione umanitaria condotta dalla Marina militare fino ad oggi: Mare Nostrum. E l’opinione pubblica scoprì i trafficanti di uomini. Accusato di essere il mandante di quella strage, il criminale dietro il viaggio della morte, è un etiope, Ermias Ghermay, dal giugno 2018 sotto sanzioni delle Nazioni Unite.

In questo contesto così frammentato, il Governo italiano, con il supporto dell’Unione europea e della sua agenzia di pattugliamento dei confini Frontex, ha formato ed equipaggiato la Guardia costiera libica. Lo scopo: fermare i trafficanti di uomini e gasolio. Il problema, però, è che le stesse milizie formate dagli italiani sono quelle che comandano il contrabbando, in particolare nella città di Zawiya.

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CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli
Lorenzo Bodrero

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