Calvairate, l’isola di fronte alla marea della gentrificazione di Milano
Mentre Milano promette quartieri vivi, inclusivi e brulicanti, a Calvairate vecchi abitanti e lavoratori fanno i conti con sfratti, precarietà e una città che cresce senza di loro
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Diritto alla casaPosto all’incrocio tra via del Turchino e via Maspero, il bar Starlight è il luogo ideale per intraprendere un viaggio nel passato e nel presente di Calvairate, quartiere popolare del quadrante sud-est di Milano, incastonato tra viale Corsica e corso Lodi da nord a sud, e tra viale Umbria e l’enorme area dell’Ortomercato, da ovest a est.
Che sia inverno o estate, trovare dei tavolini liberi sul marciapiede antistante il bar è sempre difficile: c’è chi beve un caffè, chi mangia un toast, molti hanno un bicchiere di vino rosso o bianco in mano.
Gianni è uno di loro. Ottantacinque anni portati con disinvoltura, una parlantina veloce che accelera dopo qualche bicchiere. La prima volta che lo incontriamo ci racconta che sta costruendo una sua personale versione di un vascello della Sumud Flotilla, dagli oblò della quale si affacciano i volti dei suoi amici del quartiere.
Coffee and cigarettes
«La sto costruendo con le conchiglie delle capesante e con le cassette di legno che mi porta Hani dal mercato del pesce, dove lavora», ci spiega, mentre con il dito scrolla sullo schermo del telefono in cerca di una foto che non riesce a trovare.
Egiziano, età indefinibile tra i 40 e i 50 anni, Hani è seduto di fianco a Gianni, in una mano tiene una birra, nell’altra una sigaretta appena accesa. Sono amici da diversi anni, nonostante la differenza di età e di provenienza.
Spesso, al mattino, si ritrovano a mangiare le ostriche che Hani porta in dono ai suoi amici dopo la notte passata a lavorare tra un bancale di tonno e uno di pesce spada. Poi, ovviamente, si fa tappa al bar Starlight per due chiacchiere e un bicchiere di vino: per Gianni è quello del buongiorno, per Hani quello della buonanotte.
In quartiere li conoscono tutti e chiunque passi davanti al bar si ferma da loro per una battuta, un brindisi, una lamentela da condividere.
«Gianni, sono le 10:00 del mattino e hai già un bicchiere in mano?», lo redarguisce ironicamente Samir, 24 anni, egiziano come Hani, in tenuta da corsa. Samir si è da poco trasferito in quartiere e ogni mattina passa allo Starlight per un caffè veloce prima di iniziare la sua giornata di allenamenti.
In coda al bancone c’è anche Polette che sta aspettando il suo turno per comprare sigarette e accendino. Tutte le volte che Polette entra allo Starlight, gli occhi degli avventori cadono inevitabilmente sui ricci di un rosso infuocato, tendente all’arancione, che le cadono sugli occhi blu e vispi.
«Vorrei solo comprare le sigarette e scapparmene di nuovo a casa, ma non posso non fermarmi a fare due chiacchiere. Sono una donna piuttosto solitaria e vorrei solo tornare da Kedi, il mio gatto».
Gianni, Hani, Samir e Polette hanno età, provenienze e storie diverse. Ma c’è una cosa che li accomuna: a Calvairate ci sono arrivati attraverso percorsi differenti, con fatica hanno provato a ricrearsi un loro spazio ma ora rischiano, nuovamente, di essere espulsi dalle logiche spietate della gentrificazione.
Samir, Gianni e Hani vivono a Calvairate. Le loro vite si sfiorano tra le case popolari, il bar del quartiere e il lavoro, mentre la rigenerazione urbana ridisegna lo spazio e mette in discussione il loro diritto a restare © Federica Bonalumi
Benvenuti a Calvairate
Calvairate è uno dei quartieri forse meno noti, ma più interessanti della città, perché difficile da inquadrare: periferico, ma non lontano dal centro; popolare, ma allo stesso tempo meta di nuovi residenti più abbienti in cerca di una soluzione.
Come si legge su alcuni annunci immobiliari è una «zona strategica e in continua riqualificazione, […] sempre più vivace e attrattiva», adatta a «chi sa guardare oltre» e che rappresenta «uno dei quartieri milanesi in maggiore evoluzione».
Un’arteria importante è via Molise, che lo taglia in due metà quasi speculari attraversando piazzale Cuoco e che rappresenta una delle strade su cui insistono alcuni dei più importanti piani di riqualificazione urbana della città ad oggi in via di sviluppo: il progetto Aria che interessa l’ex macello, e la Biblioteca Europea di Informazione e Cultura (Beic).
Calvairate in numeri
Calvairate è un piccolo quartiere del sudest milanese, confinante con le più rinomate zone di Porta Romana, Corvetto e XXII Marzo, con cui condivide l’appartenenza al Municipio 4 della città.
La popolazione residente a Calvairate, se si sommano i dati degli ex NIL (Nuclei di Identità Locale) “Umbria-Molise-Calvairate” e “Ortomercato”, raccolti dal comune al 31 dicembre 2024, è di 27.336 abitanti, sul totale cittadino di oltre un milione e quattrocentomila.
Degli oltre 27 mila abitanti del quartiere, 3.339 hanno più di 75 anni (più del 12%) e 6.384 hanno cittadinanza straniera, prevalentemente egiziani (1.200 residenti) e filippini (861).
Grazie ai dati sul “Disagio socio-economico di individui e famiglie a livello sub-comunale (IDISE)” pubblicati da ISTAT il 10 dicembre 2025, ma relativi all’anno 2021, si può avere un dettaglio significativo dell’incidenza di alcune dinamiche nel quartiere.
Un dato significativo ad esempio è quello sul disagio sociale delle persone anziane (70 anni e più) che non risiedono in convivenza e sperimentano la solitudine e le possibili difficoltà economiche derivanti dalla mancanza di una casa di proprietà, che a Calvairate raggiunge il 18,3% contro la media cittadina d3l 12,5%. Altro indicatore Istat preoccupante è il terzo, che valuta l’incidenza percentuale di individui in famiglie a basso reddito, con un valore di 19,9% e addirittura 27,2% in nel sub quartiere “Ortomercato”, a fronte di una media cittadina del 18,4%.
Un quartiere dove stanno piovendo oltre 700 milioni di euro di investimenti pubblici e privati, per progetti di riqualificazione urbana che si fanno da un lato strumento di attrazione per nuovi capitali e dall’altro di espulsione per i residenti storici.
Una precisa esemplificazione del concetto di “città neoliberale”, secondo Laura Raccanelli, antropologa urbana che si è occupata dell’etnografia del limitrofo quartiere Corvetto, dove il territorio diviene luogo del profitto e la città stessa la merce da mettere sul mercato.
«In particolare, si crea valore dai vuoti urbani, eredità delle dinamiche di deindustrializzazione», spiega Raccanelli. «La città chiama questa dinamica “rigenerazione“, perché mette a profitto questi spazi oggi abbandonati, con dinamiche che vedono il pubblico ritirarsi per lasciare agire il privato, che, di fatto, diventa il soggetto che immagina e attua i processi di trasformazione della città».
Pulaster!
Uno dei simboli di Calvairate è il complesso di case popolari Ettore Ponti, meglio note come “case del Turchino”, edificato a partire dal 1939 fino al 1942 su progetto degli architetti Franco Albini, Renato Camus e Giancarlo Palanti, oggi composto da sette file di caseggiati che si affacciano su via Maspero e, appunto, via del Turchino.

A raccontarcelo è Gianni, che vi si è trasferito da ormai più di cinque anni, cioè da quando ha dovuto abbandonare forzatamente la sua vecchia abitazione nel vicino ex mercato dei polli, o dei pulaster, come preferisce chiamarlo lui in dialetto milanese.
Nel 2021, infatti, dopo anni di tensioni con i residenti, il Comune di Milano ha proceduto allo sgombero definitivo di tutti gli edifici all’interno dell’area del mercato, per poi abbatterli e lasciar spazio allo sviluppo del progetto di rigenerazione urbana Aria, nell’ambito del programma internazionale “Reinventing cities”.
Aria e Beic
ARIA è il nome del nuovo quartiere che nascerà sulle macerie dell’ex macello di Milano, e rappresenta uno dei più ambiziosi interventi di rigenerazione urbana in corso a Milano, con un investimento previsto di circa 600 milioni di euro. Nella descrizione del progetto, si trovano condensate molte delle parole d’ordine tanto care ad architetti ed urbanisti del capoluogo lombardo: il nuovo quartiere è infatti descritto come «vivo, brulicante di attività capaci di esplorare nuovi modi di imparare, divertirsi, crescere, abitare e lavorare. Grazie al nuovo Campus internazionale IED al POD, il science district dedicato alla divulgazione delle tecnologie future, e alla gestione degli spazi aperti, ARIA è un quartiere che attrae fin da subito i cittadini con un palinsesto di iniziative e usi temporanei dedicati alla cultura, alla creatività e alla solidarietà. Studenti e residenti saranno i city makers che renderanno Aria una nuova meta urbana: luoghi di lavoro, di produzione-fruizione di servizi: un abitare sostenibile basato sulle esperienze inclusive e innovative di coabitazione e usi temporanei collaborativi».
Sui 15 ettari di terreno su cui sorgevano l’ex macello e l’ex mercato avicunicolo vedranno la luce nuovi edifici sia residenziali (la gran parte destinate a social housing, si legge sul comunicato ufficiale) che a destinazione mista (ricettivo, uffici, laboratori, spazi espositivi e commerciali), uno studentato, un centro medico, il Campus IED Milano.
Leader del progetto ARIA è Redo sgr, società di gestione del risparmio che amministra 2.300 appartamenti sul territorio lombardo e, si legge nella più recente relazione di impatto, «tra le principali benefit corporation italiane impegnate in favore di un sistema economico inclusivo, equo e rigenerativo».
A poche centinaia di metri dal cantiere di Aria, affacciato su viale Molise, si può ammirare lo scheletro in costruzione della nuova Biblioteca Europea dell’Informazione e della Cultura. Anche in questo caso, nella descrizione del progetto non manca il profluvio di parole pescate dalla neolingua dei progettisti urbani. «BEIC è un laboratorio urbano dedicato alla cultura, alla conoscenza e all’innovazione. Un ecosistema aperto, fisico e digitale, dove la città incontra l’Europa e il quartiere si trasforma in crocevia di relazioni e idee», si legge sul sito istituzionale.
Al momento, il vero crocevia si trova però al Tribunale di Milano, poiché la procura ha aperto un fascicolo di indagine relativo all’ipotesi di turbativa d’asta e falso in relazione al concorso internazionale di progettazione del 2022. Tra gli indagati figurano nomi di spicco, come quello di Stefano Boeri, archistar di fama internazionale. Il progetto, che ha ricevuto un finanziamento, tra gli altri, di oltre 100 milioni di euro dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, salvo ulteriori stop e ritardi dovuti all’indagine, dovrebbe essere terminato nel 2026.


C’era però poco da reinventare, a sentire Gianni, dato che i residenti dell’ex mercato dei polli vivevano lì in pace da generazioni e non avevano alcuna intenzione di abbandonare le mura dove erano nati e cresciuti, o tantomeno di esplorare «nuovi modi di abitare», come suggerisce la Cooperativa Unitaria Abitare Milano, chiamata a realizzare 200 appartamenti in edilizia convenzionata agevolata in proprietà e in affitto all’interno del progetto Aria.
«Al mercato dei polli ci ho vissuto e lavorato praticamente tutta la vita», racconta Gianni, «fin quando da bambino, negli anni ‘50, mi alzavo all’alba per accompagnare mio zio, con cavallo e calesse, fino in stazione centrale, dove al tristemente noto binario 21 arrivavano i treni carichi di galline e galli pronti per esser venduti».
Le lotte dei vecchi residenti contro i nuovi sviluppatori immobiliari della città poco hanno potuto contro lo sgombero coatto e l’abbattimento degli edifici, ma qualcosa sono riuscite ad ottenere: Gianni, insieme ad alcune altre famiglie dell’ex mercato dei polli, è stato trasferito a poche centinaia di metri, in un appartamento delle case del Turchino, appunto.


Racconta con nostalgia e non poca amarezza la sua storia, mentre si affaccia sull’enorme spazio rimasto abbandonato dopo la demolizione del mercato, attualmente rifugio di conigli, gatti e altri animali che trovano riparo tra il fogliame delle piante selvatiche cresciute in mezzo a detriti e cemento.
La parete di un edificio smembrato rimasta, chissà perché, ancora in piedi è in parte ricoperta di mattonelle.
«Quello era il mio bagno», dice Gianni, sorridendo mentre indica il muro rimasto a fare da solitario guardiano del cantiere abbandonato.
Gianni pedala per il suo quartiere che fa fatica a riconoscere © Federica Bonalumi
Nello spazio vuoto che resta dopo la demolizione, c’è una lapide dedicata ai caduti delle due guerre mondiali, uno dei pochi frammenti di memoria salvati. Ancora oggi, ogni 25 aprile, i vecchi abitanti chiedono di poter entrare nello spazio abbandonato per deporre una corona di fiori © Federica Bonalumi
Il pesce più fresco d’Italia
Tra le persone che chiacchierano animatamente ai tavolini del bar, le voci parzialmente coperte dai rumori del traffico di fine pomeriggio e lo sferragliare del tram 16, c’è anche Hani.
Gianni, non prima di essersi procurato un bicchiere di rosso, lo avvicina e gli mostra sul cellulare la foto della barca di legno costruita con le conchiglie portategli dal suo amico.
Hani, guardandola, non trattiene un sorriso: «Sei un Maestro, Gianni».

Hani vive in un piccolo appartamento di poco più di 30 mq, in un palazzo che affaccia su via Lombroso da un lato e via Maspero dall’altro.
Dieci minuti scarsi di camminata dal mercato ittico di Milano, dove lavora tutte le notti come facchino, a partire da mezzanotte fino alle prime luci del mattino, quando finalmente le porte dell’enorme mercato si aprono a pescherie e ristoranti in cerca di quello che un luogo comune molto radicato definisce «il pesce più fresco d’Italia».
Il basso edificio rettangolare del mercato del pesce si trova proprio di fronte all’imponente mercato ortofrutticolo, i cui due padiglioni di 80.000 metri quadrati totali dominano l’intera area dei mercati all’ingrosso gestita da SogeMi.
Società per azioni che gestisce per conto del Comune di Milano i mercati all’ingrosso e quelli di quartiere della città, Sogemi nasce nel 1979 dalle ceneri di Ortomercato spa e via via espande la propria presenza e, soprattutto, il proprio patrimonio immobiliare.

In particolare, nel 2010 acquista dal comune di Milano, per 32 milioni di euro, le sei Palazzine Liberty, gioielli architettonici del quartiere, con facciate decorate e balconi in ferro battuto, salvo poi riconsegnarle allo stesso comune otto anni più tardi per appianare dei debiti; sempre nel 2018 acquista invece Foody, il logo di Expo 2015, attuando una strategia di rebranding dei mercati, il cui nome diventa appunto Foody Mercato Agroalimentare Milano.
Le palazzine Liberty e l’esperienza di Macao
Le Palazzine Liberty vennero costruite nei primi anni del ‘900, come scrive Giovanna D’Amia, professoressa del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, a seguito della decisione del Comune di «destinare ai nuovi impianti di macello, mercato e scalo bestiame l’area inedificata della cascina Caminella nel riparto di Calvairate, che aveva un’estensione di oltre 300.000 mq e si trovava a ridosso della linea ferroviaria che serviva la stazione di Porta Vittoria».
Edificato a partire dal 1914, inaugurato solo nel 1930 anche a causa dei ritardi dovuti alla Prima Guerra Mondiale, il nuovo macello di Milano entrò in crisi appena trent’anni dopo la sua apertura per venire infine dismesso nell’aprile del 2007.
Sottoposte a vincolo da parte della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio, decisione che creerà non pochi problemi per la riqualificazione immaginata dal progetto Aria, le Palazzine tornano inaspettatamente a nuova vita nel 2012.
La palazzina della Borsa delle carni del macello su viale Molise viene infatti occupata dal collettivo Macao, che dopo lo sgombero subito dalla Torre Galfa, decide di trasferirvi le proprie attività politiche e culturali.
Dopo anni di completo abbandono, la palazzina si rianima e si riempie non di bovini in attesa di essere macellati, ma di mostre, festival, concerti e dibattiti, diventando immediatamente un punto di riferimento per tutti i milanesi, e non solo, in cerca di opportunità culturali alternative a quelle, sempre più mainstream e costose, offerte dal circuito istituzionale.
L’occupazione della Palazzina Liberty è tutt’altro che banale, non solo per il quartiere, ma per l’intera città: accade infatti in un periodo di forte repressione degli spazi occupati, che, come rileva il collettivo “Milano in movimento”, ha visto ben cinquanta sgomberi tra il 2011 e il 2018.
Chi aveva riposto le proprie speranze di una città più equa ed inclusiva nelle giunte di centrosinistra che si sono susseguite dal secondo decennio dei 2000 (con Giuliano Pisapia prima e Giuseppe Sala in seguito) si è dovuto ricredere: la rotta della città era già inesorabilmente segnata in direzione opposta, verso l’assegnazione di spazi e territori a favore di progetti speculativi e, spesso, escludenti.
Anche Macao non si salverà a lungo da queste dinamiche.
L’occupazione terminerà nel 2021, a seguito dei solleciti di sgombero per lasciar spazio al progetto di rigenerazione urbana ARIA (vedi primo box) e per lo stato di abbandono in cui versa tutta l’area circostante, che rende la gestione dello spazio occupato troppo complessa e pericolosa.

Oltre a dare lavoro a 5.000 persone, direttamente e indirettamente attraverso le diverse cooperative che operano negli spazi dei mercati, è anche uno dei motori dello sviluppo urbanistico del quartiere Umbria-Molise-Calvairate.
Ne è prova tangibile il progetto Foody 2025, con cui Sogemi ha potenziato il Mercato Agroalimentare, trasformandolo in uno dei più grandi hub agroalimentari d’Europa.
Sogemi è stata anche oggetto di diversi scandali e inchieste giudiziarie, come quella recente sul lavoro in nero, che ha visto il presidente della società, Cesare Ferrero, a giugno 2025, ammettere di fronte alla commissione Lavoro, Antimafia e Partecipate del comune di essere al corrente dell’entrata nel mercato di persone non autorizzate, ma di aver preferito non ricorrere a metodi repressivi perché quegli «scavalcamenti (della recinzione dell’ortomercato, ndr) permettono a una serie di persone, di notte, di avere 6, 8, 10 euro in tasca per non rubare».
Hani per sua fortuna un contratto regolare lo ha, e ne va molto fiero.
«Per me l’unica cosa importante è avere il lavoro», ci racconta mentre spegne l’ultima sigaretta, prima di varcare i cancelli dell’ortomercato a mezzanotte meno qualche minuto per cominciare il turno.


Nelle prime ore della notte, quasi tutta l’attività si svolge nei magazzini ai lati dello spazio di preparazione e vendita della merce, dove i camion che arrivano da tutta Italia scaricano i bancali di pesce, pronti per essere caricati sui muletti che poi, in un continuo andirivieni, li consegnano alle varie cooperative presenti nel mercato.
Dalle 2:00 in poi gli spazi del mercato si animano invece di decine di operai che, come Hani, hanno il compito di far trovare tutto pronto e pesato entro le 4:00, orario in cui i cancelli si aprono agli acquirenti all’ingrosso.
Prima di cominciare la corsa tra i bancali, c’è tempo giusto per una velocissima colazione al bar del mercato: caffè, brioches e un’altra sigaretta con i colleghi che si fanno compagnia tutte le notti.
Hani si sveglia alle 23 per iniziare a lavorare a mezzanotte. Percorre via Lombroso che da casa sua lo porta al mercato ittico © Federica Bonalumi
Ogni notte Hani lavora come facchino al mercato ittico, tra bancali di pesce, muletti in corsa e turni che iniziano a mezzanotte e finiscono all’alba © Federica Bonalumi
Io qui non ci voglio stare
Trentina di nascita, Polette scappa di casa appena diciassettenne e arriva a Milano nel 1972, attratta dalla vitalità culturale e politica della “grande città”, ma anche e soprattutto per amore.
L’amore durerà poco, ma la sua nuova vita nel capoluogo lombardo continuerà e si farà sempre più eccitante: trova lavoro come tecnico di laboratorio al Policlinico, va ad abitare in Ticinese, un monolocale minuscolo, ma con una grande terrazza che affaccia sulla Darsena,
Pur con tante difficoltà, quella di Polette era comunque una vita “da sogno”, resa possibile, paradossalmente, dalle politiche abitative dell’epoca democristiana e, in particolare, all’equo canone introdotto nel 1978 dal quarto governo Andreotti ed eliminato vent’anni dopo dal primo governo D’Alema.
E con la fine dell’equo canone, finisce anche il sogno. O meglio, inizia quell’incubo che va sotto il nome di “sfratto esecutivo”.
Negli anni ‘80 e ‘90 iniziano i piani di grande riqualificazione della zona della Darsena e di tutta Ticinese, che procedono a ritmo lento per i primi anni 2000 fino all’accelerazione finale, nel 2008, quando il Bie (Bureau International des Expositions) assegna a Milano l’organizzazione di Expo 2015.
Ticinese, quartiere storicamente popolare, pieno di trattorie e locali a buon mercato, famoso per le sue tipiche case di ringhiera, cuore pulsante della scena alternativa e punk milanese, deve diventare il nuovo fiore all’occhiello della città meneghina e, quindi, va ripulita.
O per meglio dire, riqualificata.
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La Darsena diviene in pochi anni il simbolo di quella che Racanelli definisce una «trasformazione estetica, che spettacolarizza il suo tessuto urbano», ovvero un quartiere funzionale alla narrazione da cartolina, all’attrazione di nuovi turisti, non certo alla vita comune dei suoi residenti.
«Per me non c’era più posto in Ticinese. Pur lavorando, con il mio stipendio da tecnica di laboratorio non potevo permettermi un affitto in zona, così il Comune mi propone due alternative abitative nella zona sud est della città. Ci penso a lungo, finché la mia scelta ricade, a malincuore, su via del Turchino».
Nel 2001 Polette si trasferisce nel nuovo appartamento assegnatole dall’amministrazione, al quarto piano, affacciato su via Maspero, e da subito vive con grande sofferenza il trasloco forzato.
«Mi sono sentita completamente sradicata, persa. Come da ragazza ero voluta scappare da Trento, appena arrivata qui sarei voluta scappare da Calvairate… ma un conto è avere 17 anni, un’altra storia è averne quaranta».
Venticinque anni dopo il trasferimento, lo sconforto si è trasformato in rassegnazione. «Non ho una mia routine di quartiere, frequento poco gli altri inquilini del Turchino e anche al bar vengo solo per comprare le sigarette. Appena posso, esco dal quartiere, ma non torno mai in Ticinese. La nostalgia è ancora troppo forte, anche se non come all’inizio: quando, finito di lavorare, uscendo dal Policlinico salivo sul tram 16 per venire qui, mi veniva quasi da piangere».
Nonostante tutto, un po’ per voglia e un po’ per necessità, ha comunque stretto dei legami con alcuni residenti. Gianni, ovviamente, ma anche Graziano, fotografo e poeta occasionale, con cui condivide il gusto per l’arte e la bellezza, e alcuni altri residenti del Turchino conosciuti durante le riunioni del comitato inquilini.
Come tutti, anche Polette si trova infatti ad affrontare i disagi della vita in una casa popolare: infiltrazioni d’acqua mai sistemate, che hanno causato lo scrostamento di un muro dell’appartamento; l’assenza del gas da più di un anno, per un tubo difettoso che il gestore non intende riparare, facendo ricadere la responsabilità – e il costo, ovviamente – dell’intervento su di lei.
Anche per lei, MM spa, la società che dal 2014 gestisce il patrimonio di case popolari del Comune di Milano, è il grande nemico, o meglio, il grande assente di questa storia.
MM
MM,nata nel 1955 con l’intento di progettare le linee della Metropolitana della città di Milano, dal 2014 gestisce il patrimonio ERP del Comune di Milano, cioè l’edilizia residenziale pubblica.
Si occupa – si legge sul suo sito – delle attività amministrative, contabili e tecnico-legali, dei rapporti con l’utenza, della manutenzione ordinaria e straordinaria, della tutela del patrimonio e delle attività propedeutiche all’assegnazione degli alloggi.
Società per azioni partecipata al 100% dal Comune di Milano, da giugno 2025 è presieduta da Elio Franzini, già rettore dell’Università Statale di Milano.
Toccata nel 2022 da un’inchiesta della Procura di Milano, che ha coinvolto alcuni dirigenti della società per presunta corruzione e turbativa d’asta, non gode certo di una buona reputazione tra gli inquilini delle case a cui dovrebbe garantire manutenzione e abitabilità quantomeno dignitosa.
Sempre di corsa
Dopo anni di sistemazioni temporanee, Samir è arrivato da poco nel complesso popolare di via del Turchino grazie a un progetto di ospitalità solidale.
Trovare casa a Milano è stato uno degli ostacoli più grandi. «È molto difficile, soprattutto se sei straniero. Quando chiamavo per un annuncio e sentivano il mio nome o capivano che ero egiziano, smettevano di rispondere. I prezzi poi erano fuori portata».

Dopo un prosieguo amministrativo e diciotto mesi in un progetto di accoglienza, via del Turchino è il primo luogo in cui inizia a sentirsi davvero a casa. Come Gianni, anche Samir condivide i problemi quotidiani del complesso popolare: muri fatiscenti, termosifoni che spesso non funzionano, cancelli con le serrature guaste, il servizio di portineria assente da mesi, oltre al timore di quello che succederà al costo della vita una volta che i nuovi residenti cominceranno ad occupare le nuove residenze in fase di costruzione.
«Le difficoltà ci sono», dice, «ma qui almeno so che ho una casa per i prossimi quattro anni».
Samir è arrivato in Italia a quattordici anni, partendo da Asyut, un piccolo paese nel cuore dell’Egitto, dopo un viaggio durissimo attraverso il Mediterraneo. «In Egitto correvo sempre per scappare dal professore che mi inseguiva» racconta. «Per me la corsa era un modo per scappare o per tornare a casa velocemente».
In Italia correre diventa altro: prima uno strumento per definirsi, poi una passione e infine un lavoro. «Cercavo qualcosa che fosse davvero mio, ed è così che mi sono accorto che nella corsa ero veramente bravo».
Samir inizia ad allenarsi in modo strutturato ed entra in RunChallenge, un progetto che promuove la corsa inclusiva, iniziando a lavorare come allenatore e tuttofare al centro sportivo. Sempre grazie a RunChallenge inizia anche a fare da guida a un atleta non vedente, Alessandro, con cui si allena quotidianamente con l’obiettivo di partecipare alle Paralimpiadi di Parigi 2024.
Legati da un cordino con due cerchi alle estremità, sincronizzano passo e direzione. Alessandro corre all’interno, Samir all’esterno e con le spalle e il gomito indirizza i movimenti del suo compagno. A guardarli di profilo sembrano un unico corpo in movimento. Insieme vincono il titolo italiano e stabiliscono due record nazionali nei 200 e nei 400 metri.
Il percorso però si interrompe pochi mesi prima delle gare: le regole dell’International Paralympic Committee prevedono che anche le guide siano cittadini del Paese che rappresentano. Samir, che non ha ancora ottenuto la cittadinanza italiana, non può più gareggiare, e con lui è costretto a fermarsi anche Alessandro.
Samir continua però ad allenare e poco dopo viene contattato da un brand svizzero di abbigliamento sportivo che lo assume come allenatore e ambassador. «Grazie a quello che ho guadagnato con la corsa sono riuscito a costruire una casa grande in Egitto, su quattro piani», racconta con orgoglio. Lì una casa c’è, in via del Turchino lo spazio è piccolo e precario, ma è il punto di partenza per costruire una stabilità.
Prima di partecipare alla cena di quartiere con gli abitanti delle case del Turchino, Samir si allena. Spera che un giorno la corsa possa diventare un momento condiviso, capace di unire gli abitanti del quartiere © Federica Bonalumi

Coscienza politica
«Lì c’era la Caproni, facevano gli aerei per la guerra; di là c’era uno stabilimento della Marchetti e in fondo lì c’erano la Isotta Fraschini, la Tbb e tante altre officine metalmeccaniche».
È impossibile seguire il dito di Gianni che muovendosi veloce in aria indica come l’ago impazzito di una bussola vari punti all’orizzonte.
Il quadro, pur nella confusione geografica, risulta comunque chiaro: per quasi tutto il novecento, almeno fino agli anni ‘80, Calvairate è stato un quartiere a forte prevalenza operaia, con una forza lavoro che si trasferiva a vivere nel quartiere per via della vicinanza di tante industrie e, quindi, di svariate opportunità di lavoro.
«Io non ci ho mai lavorato, perché sotto un capo non ci sono mai saputo stare. Preferivo il mercato dei polli, anche se poi qualche lavoro nell’edilizia l’ho dovuto fare. Ho anche aperto una cooperativa nel dopoguerra e quasi riuscivamo a prendere degli appalti per Milano 2!».
Gianni è la memoria storica del Turchino, ma allo stesso tempo ne esprime anche la coscienza politica, o almeno, quella che un tempo era la coscienza politica prevalente.
«Un quartiere rosso, con una forte lotta partigiana durante la Seconda guerra mondiale. Qui verso il Turchino abitavano i proletari, gli operai delle fabbriche e gli impiegati dei mercati; in via Molise c’erano le altre case popolari e la situazione era un po’ peggio che qua, mentre dopo i due ponti c’erano le case minime, e lì stavano i più disperati».
Le cosiddette “case minime” o “ultrapopolari”, costruite negli anni ‘20 e destinate alle classi più povere e alle famiglie che non potevano permettersi neppure l’affitto nelle case popolari, erano quelle che ospitavano, per dirla come Gianni, il sottoproletariato dell’epoca.
Gli ultimi, i dimenticati, i senza speranza.
«Oggi mi pare che la situazione sia peggiorata, che anche noi del Turchino siamo diventati sottoproletari. Pensionati con la minima che faticano ad arrivare a fine mese, immigrati a cui nessuno offre un lavoro decente, una massa di disperati insomma».
Quando la riqualificazione del quartiere sarà terminata, se la dinamica seguirà quella già vista in altri quartieri simili della città, gli attuali abitanti si troveranno accerchiati dai nuovi residenti più abbienti.
A quel punto non gli rimarrà che allontanarsi ancora di più, lontano dalla città e dallo sguardo di chi può permettersi di abitarla. Una città che stringe i suoi confini sociali e decide chi può restare e chi no.
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