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Non è un’agricoltura per piccoli

Nel capoluogo siciliano, la politica spinge il settore e compie scelte sorde alle esigenze degli abitanti, mettendo così a rischio conquiste sociali e comunitarie dal basso

#SenzaSegnale

13.02.26

Giulia Bonelli
Elisabetta Tola

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Agricoltura
Lavoro
Sicilia
Umbria

«Zatar! Zatar!».

Sentiamo la voce di Eleonora Satta ancora prima di incontrarla, mentre entriamo nell’azienda agricola Janas. Sta chiamando uno dei suoi cani, un giovane Golden Retriever che ci corre incontro appena ci avviciniamo, seguito da un maestoso spino degli Iblei dal passo lento.

«Il nome? Deriva da una spezia palestinese, lo za’atar.»

Janas invece è un nome sardo. Proprio come Eleonora Satta, che quando ha scelto di trasferirsi in Umbria ha chiamato la sua azienda agricola come le fate che secondo la tradizione abitavano le domus de janas, tombe preistoriche tipiche della Sardegna prenuragica.

Siamo nella località di Colle Ombroso, a Porano, in provincia di Terni. È una fredda giornata d’inverno e il terreno è ricoperto da uno strato di fango misto a brina. Ci incamminiamo oltre l’area dove le galline razzolano libere, in direzione dei campi. Eleonora Satta racconta quello che ha spinto lei e il marito Ivan Parisi a lasciare la loro “vita di prima”, fondare una piccola azienda agricola e ricominciare da zero.

Eleonora Satta e Ivan Parisi all’ingresso dell’azienda agricola Janas nella località di Colle Ombroso, in Umbria
Eleonora Satta e Ivan Parisi all’ingresso dell’azienda agricola Janas nella località di Colle Ombroso, in Umbria © Barbara Ranghelli
Pecore e galline libere a Janas, parti integranti del paesaggio agricolo
Pecore e galline libere a Janas, parti integranti del paesaggio agricolo © Barbara Ranghelli

«Siamo parte di una generazione di ritorno alla campagna. Mio nonno era mezzadro in Sardegna, nella zona di Bancali, vicino Sassari. Io sono cresciuta in un ambiente contadino: ovunque andavo c’era un orto. Ho imparato a coltivare fin da piccola».

Una conoscenza atavica che per Eleonora Satta si risveglia del tutto solo diversi anni dopo, con la decisione, tutt’altro che semplice, di dar vita al progetto Janas.

«Ivan e io lavoravamo entrambi come informatici, vivevamo a Roma. Nel 2011 abbiamo deciso di cambiare vita. Ci siamo messi a cercare, finché non abbiamo trovato questo terreno. Io volevo piantare il grano: avevo in testa i racconti di mio padre, le sue corse in mezzo ai campi con le spighe di grano altissime. Insomma, la sua poesia mi ha incastrato in questa vita», sorride.

In breve

  • La Pac è il principale strumento europeo di sostegno all’agricoltura. Ma premia soprattutto le grandi aziende, lasciando i piccoli agricoltori con contributi ridotti e procedure burocratiche complesse da affrontare per chi avvia progetti alternativi e sostenibili
  • In Umbria, l’azienda Janas coltiva grano su 11 ettari, per lo più in affitto. «La nuova piccola agricoltura, se fatta senza terreni di famiglia, semplicemente non è sostenuta», ci raccontano i due proprietari. 
  • Quintosapore, altra azienda agricola non intensiva, coltiva oltre 1600 varietà di ortaggi con un modello sperimentale che valorizza biodiversità e intercropping, ma resta penalizzato dai criteri rigidi della Pac
  • In Sicilia, Caudarella, parte del consorzio Galline Felici, coltiva fichi d’india biologici, ma la Pac non riconosce il valore ecologico dei terreni e la burocrazia digitale crea intoppi continui
  • Le reti rurali aiutano a rompere l’isolamento dei piccoli agricoltori, ma devono confrontarsi con una Pac che «favorisce le specie agricole intensive e non è mai stata a sostegno delle piccole aziende, né della transizione agroecologica», come spiega Riccardo Bocci della Rete Semi Rurali
  • Queste non sono storie isolate: molti piccoli agricoltori vivono sfide simili, e Facta e IrpiMedia continueranno a raccoglierle attraverso un questionario aperto

Agricoltura alternativa fuori dai radar. I semi tradizionali di Janas

Janas è una delle numerose, anche se ancora minoritarie, realtà che in Italia provano a costruire un’agricoltura alternativa al modello agroindustriale dominante, controllato nell’intera filiera da grandi multinazionali. Nato dopo la Seconda guerra mondiale e potenziato dalla Rivoluzione verde, ossia dalla selezione di varietà di cereali e altre colture ad alta resa, questo modello ha aumentato la produzione ma a lungo andare ha impoverito i suoli, consumato l’acqua, inquinato le falde, peggiorato la salute dei lavoratori agricoli e contribuito a quasi un terzo delle emissioni a livello mondiale.

La sfida di Janas e di altre aziende di questo tipo è proprio quella di produrre inquinando meno e valorizzando le colture locali. Ma è una sfida che deve fare i conti con diverse problematiche, a partire dall’accesso alla terra. Il settore agricolo italiano è storicamente caratterizzato da aziende di piccole e piccolissime dimensioni. L’ultimo censimento agricolo dice che un’azienda media misura oggi circa 11 ettari. Esattamente la dimensione della terra coltivata da Janas: 11 ettari, distribuiti però in diversi campi. E questa è la prima, seria difficoltà. Per chi vuole investire in agricoltura, comprare o affittare la terra è il primo scoglio. Sia per la scarsa disponibilità di terra che per i costi elevatissimi a ettaro.

«Di questi 11 ettari», spiega Eleonora, «soltanto uno è nostro, gli altri sono in affitto. Questo ci porta a vivere una sorta di nomadismo agricolo. Ci capita di riqualificare terreni abbandonati e degradati, e una volta che la terra è tornata produttiva, magari dopo quattro o cinque anni, i proprietari tendono a non rinnovare i contratti. Così ci ritroviamo a dover ricominciare da capo da un’altra parte».

Fare agricoltura significa investire, a volte per anni, prima di vedere un risultato. E se poi quel campo te lo tolgono, hai buttato via l’investimento e devi cominciare da capo.

Questo meccanismo è particolarmente usurante soprattutto per gli agricoltori che, come Eleonora e Ivan, vogliono produrre molte colture diverse e costruire una filiera alternativa a quella agroindustriale.

Il progetto di Janas infatti punta sulla coltivazione di “grani pregiati”. Questi grani sono quelli che oggi, con una definizione imprecisa e un po’ furba, vengono chiamati “grani antichi”. In realtà, parliamo di varietà vegetali più o meno tradizionali, coltivate prima del passaggio all’agricoltura industriale. Varietà che, come diverse ricerche hanno ampiamente dimostrato, non solo offrono un’ampia gamma di sapori, odori e colori, ma sono anche più adatte a diversi territori e condizioni di terreno e richiedono meno input come irrigazione, fertilizzazione e pesticidi. Rendono un po’ meno, in media, ma resistono meglio alle malattie e alle condizioni climatiche avverse. Certo, richiedono maggiore attenzione, proprio quella che un’agricoltura di piccola scala può offrire.

Il mais appartenente a una popolazione tipica della località di Colle Ombroso, prodotto dall’azienda agricola
Il mais appartenente a una popolazione tipica della località di Colle Ombroso, prodotto dall’azienda agricola © Barbara Ranghelli
Ivan Parisi controlla uno dei campi che Janas ha in affitto. La difficoltà di comprare terreni propri è ciò che forza molti piccoli agricoltori al “nomadismo agricolo”
Ivan Parisi controlla uno dei campi che Janas ha in affitto. La difficoltà di comprare terreni propri è ciò che forza molti piccoli agricoltori al “nomadismo agricolo” © Barbara Ranghelli

«Quando mio nonno li coltivava, per lui non erano antichi: erano i grani che si usavano. Tant’è che mio padre ne conosceva solo i nomi dialettali. Per recuperarli ho scritto a tanti genetisti e ad alcune banche dei semi che ne conservavano qualche esemplare. Oggi produciamo diverse varietà che non erano più in coltura da anni», racconta Eleonora.

Ma oltre alla terra, l’altra chiave necessaria allo sviluppo di qualsiasi attività produttiva è l’accesso a strumenti di credito o sostegno economico per fare gli investimenti necessari. E qui entrano in gioco i meccanismi di sostegno allo sviluppo rurale, in primis quelli disponibili in tutto il territorio europeo, i fondi della Politica agricola comune, la Pac. Eleonora Satta ci lancia un lungo sguardo carico al tempo stesso di sofferenza e ironia. «Ah, la Pac, dite? Venite dentro, che ne parliamo anche con Ivan.»

I paradossi della Pac e le difficoltà delle piccole aziende

In effetti in campo comincia a fare freddo, così rientriamo e continuiamo la conversazione davanti al fuoco di un ampio camino. Lì ci raggiunge Ivan Parisi, di ritorno da uno dei campi appena seminati. Siciliano, un “informatico artigiano”, come si definisce lui, che ama il lavoro manuale quanto quello al computer. «Vengo da origini contadine – ci racconta. – I miei genitori avevano un terreno vicino a Milazzo, l’abbiamo coltivato insieme, una cosa piccolina. Avevamo alberi da frutto, ulivi, orto. Dalla campagna si vedeva il mare, un posto meraviglioso».

Ivan Parisi in una vecchia foto di famiglia. “Ivan e il grano”, si legge nella didascalia battuta a macchina: un legame antico con la terra
Ivan Parisi in una vecchia foto di famiglia. “Ivan e il grano”, si legge nella didascalia battuta a macchina: un legame antico con la terra © Barbara Ranghelli

Ecco perché il suo campo preferito, tra quelli che oggi coltiva in Umbria, è un piccolo appezzamento in collina che si affaccia su tutta Orvieto. «Lavorare lì è un piacere, ogni volta rallento fino al punto più alto per godermi la vista del Duomo da lassù».

Anche quel campo è in affitto e quindi c’è sempre un margine di incertezza. Eppure non è questa la principale preoccupazione di Eleonora e Ivan. Il problema, secondo loro, è il modello economico agricolo attuale, che schiaccia i piccoli agricoltori con costi (in termini di tempo e risorse) che superano ampiamente i benefici dei pochi sussidi ricevuti.

«La nuova piccola agricoltura, se fatta partendo da zero e senza terreni di famiglia, semplicemente non è sostenuta. Sta diventando una cosa per ricchi. Ti puoi permettere di farla solo se hai una sicurezza economica alle spalle», dice Eleonora. Proprio a questo dovrebbero servire i fondi di sostegno, ma l’attuale strategia non funziona.

L’agricoltura in Europa conta infatti in primo luogo sulla Politica agricola comunitaria, la Pac, uno dei primi programmi della storia dell’Unione europea. Avviata a inizio anni ‘60, è organizzata in cicli di programmi pluriennali. L’attuale schema, che copre il periodo 2023-2027, è stato definito in un momento storico e geopolitico che, seppure molto recente, è completamente diverso da quello che stiamo vivendo.

Fino al 2022, infatti, il focus europeo sembrava essere sulla transizione ecologica, e dunque il tanto citato Green Deal. Nella sua volontà dichiarata di contrastare la crisi climatica e ridurre in modo consistente le emissioni, la Commissione europea ha messo al centro del Green Deal il programma Farm to Fork e la strategia Biodiversità 2030, con obiettivi molto ambiziosi: dall’aumento delle colture biologiche fino al 25% del totale alla riduzione fino al 20% dell’uso dei pesticidi. Il programma prevede esplicitamente anche linee di sostegno ai giovani agricoltori, che per ora sono meno del 7% del totale, e a progetti che migliorano la sostenibilità e valorizzano la biodiversità agricola.

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Sulla carta. Perché purtroppo a dare concretezza a questi obiettivi è designato lo stesso strumento ideato per sostenere l’agricoltura europea convenzionale nei decenni scorsi: la Pac, appunto, che rimane profondamente inadatta a rispondere alle esigenze di imprenditori che si cimentano in progetti di agricoltura alternativa rispetto a quella industriale. Una contraddizione confermata anche da una relazione speciale della Corte dei conti europea del 2024. Se poi consideriamo che nel frattempo il clima politico globale è cambiato radicalmente e che, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il Green Deal europeo sta sbiadendo sempre più, possiamo immaginare che per i piccoli agricoltori come Eleonora e Ivan la strada sia sempre più in salita. 

Il sistema è contorto a partire dal meccanismo di assegnazione dei fondi. Di nuovo, sulla carta, il bilancio è consistente. L’intero programma europeo ha un budget di 387 miliardi di euro, pari al 25% del bilancio dell’Unione. Per l’Italia ci sono 37 miliardi di euro, che vanno divisi in due schemi. Il principale è il Fondo europeo agricolo di garanzia (Feaga), che dà finanziamenti diretti agli agricoltori che li richiedono, e che si basa sui cosiddetti “titoli“, calcolati in base agli ettari effettivamente coltivati. 

«Quello dei titoli è un sistema iniquo. Premia di fatto le poche aziende che gestiscono migliaia di ettari (il 3% delle aziende italiane controlla il 50% di tutta la terra agricola, ndr) e che ricevono centinaia di migliaia di euro all’anno. Per le piccole aziende come la nostra, il contributo dei titoli è quasi irrilevante. Noi riceviamo poche centinaia di euro l’anno, che non coprono nemmeno i costi», dice Ivan.

Anche solo accedere alla Pac ha un costo, sia economico che di tempo. Gli agricoltori non possono attivare le procedure da soli, ma devono affidarsi a intermediari come le organizzazioni professionali, i Centri di assistenza agricola (Caa) o consulenti aziendali. 

Non solo. Janas denuncia un meccanismo ancora più ambiguo. I titoli sono misurati in ettari gestiti e coltivati. Ma basta lasciarli a prato, e senza nessun vincolo con un territorio, per ottenere titoli. Così i proprietari terrieri più ricchi incassano fondi anche per terreni di loro proprietà, non coltivati e lasciati a prato, sparsi in tutta Italia. 

Le reti rurali contro l’isolamento e per la ricerca

La frustrazione espressa da Eleonora e Ivan è un sentimento diffuso nella piccola agricoltura. Sono in tanti i piccoli produttori innovativi che trovano poco sostegno nei meccanismi di finanziamento. In più, questi agricoltori sentono di essere isolati e criticati da chi difende lo status quo di pratiche agricole convenzionali.

Questo tipo di agricoltura è infatti spesso visto come un vezzo, un modello non replicabile su larga scala. Soprattutto, una delle critiche più frequenti nei confronti di questo tipo di agricoltura è che i prodotti hanno un costo troppo elevato. Insomma, questa agricoltura finisce con l’essere esclusiva e poco accessibile. 

Una situazione che accentua il senso di isolamento in cui spesso si trovano piccole aziende come Janas.  A cercare di combattere questa solitudine negli ultimi 20 anni sono nate in tutta Europa, e anche in Italia, diverse esperienze di reti rurali, che favoriscono lo scambio di conoscenze tra piccoli agricoltori, soprattutto quelli impegnati nella transizione agroecologica.

«Per noi il riferimento è la Rete Semi Rurali. È l’unica rete che sentiamo davvero come casa», dice Ivan. «Con loro abbiamo trovato supporto tecnico, scientifico e umano, soprattutto nei primi anni di attività. Dalla gestione delle malattie dei grani ai progetti sulla biodiversità, fino alla partecipazione a sperimentazioni sul campo e incontri pubblici».

La Rete Semi Rurali è nata nel 2007 con sede a Scandicci, in Toscana, per facilitare lo scambio e la condivisione tra le diverse realtà che sostengono la necessità di un’agricoltura sempre più biodiversa. Tra i fondatori c’è Riccardo Bocci, agronomo attivo anche in diversi progetti di ricerca europei i cui risultati dimostrano la validità di questo approccio. Proprio a Janas, per esempio, è stato realizzato il progetto Selianthus, che ha testato in campo nuove varietà o popolazioni di grano e girasole adatte alla coltivazione biologica. I risultati scientifici positivi poi alimentano azioni di lobby nei confronti delle istituzioni nazionali ed europee per incrementare il sostegno a questo tipo di agricoltura. 

«La Pac è stata concepita tra gli anni ‘40 e ‘50», ci spiega Riccardo Bocci nel corso di una lunga videochiamata, «per garantire dignità a una categoria particolarmente vulnerabile come quella degli agricoltori, esclusa all’epoca dalle tutele riconosciute ai lavoratori dell’industria. Ha smesso di tutelare i soggetti più deboli già durante la fase di modernizzazione dell’agricoltura, negli anni ’60 e ’70, quando l’agricoltura familiare tradizionale è stata trasformata in un modello agroindustriale integrato nella filiera, sull’impronta della produttività americana».

Così, secondo Riccardo Bocci, la Pac si è trasformata da strumento politico e sociale a grande motore industriale. 

«La Pac ha sempre favorito le specie agricole intensive, come cereali e mais, insieme alla zootecnia. Non è mai stata uno strumento a sostegno delle piccole aziende multifunzionali, né della transizione agroecologica. Per esempio, pratiche molto efficaci come l’intercropping, ovvero la coltivazione contemporanea di più specie nello stesso campo, faticano a essere riconosciute da una burocrazia rigida, che consente la registrazione di una sola coltura per particella». 

1600 varietà di ortaggi: l’intercropping di Quintosapore

“Coltivazione razionale degli orti”. Questa, secondo l’Enciclopedia Garzanti, la definizione di orticoltura. Ma entrando nell’azienda agricola di Quintosapore, nella campagna umbra appena fuori la splendida cittadina medievale di Città della Pieve, in provincia di Perugia, a tutto si pensa fuorché a un orto razionale. Qui ci sono campi che sembrano boschi, varietà di ortaggi di mille sfumature di colore e alberi che svettano tra un filare e l’altro.

Uno dei campi dell’azienda agricola Quintosapore a Città della Pieve (Perugia)
Uno dei campi dell’azienda agricola Quintosapore a Città della Pieve (Perugia) © Barbara Ranghelli
Il “modello bosco”: l’integrazione tra campi coltivati, alberi e microorganismi praticata da Quintosapore nelle campagne umbre
Il “modello bosco”: l’integrazione tra campi coltivati, alberi e microorganismi praticata da Quintosapore nelle campagne umbre © Barbara Ranghelli

«Quintosapore è nata da zero nel febbraio 2019», ci racconta Alessandro Giuggioli, fondatore dell’azienda insieme al fratello gemello Nicola. «Nessuno di noi era agricoltore in famiglia. Quando Nicola e io avevamo nove anni, i nostri genitori hanno comprato questo terreno in Umbria. Ci venivamo da Roma durante le vacanze. E passavamo il tempo con un vecchio contadino della zona, che aveva una sorta di banca dei semi personale: varietà tradizionali che coltivava solo lui. Ci ha insegnato che ogni seme si adatta al suo clima e al suo terreno».

Per i gemelli Giuggioli questa antica sapienza contadina si trasforma in un gioco. Cominciano a collezionare semi. Di tutte le forme e colori, e da tutte le parti del mondo. «I nostri amici – racconta – collezionavano figurine, mentre noi continuavamo ad aumentare la nostra collezione di semi».

La collezione rimane in un cassetto, mentre i gemelli crescono e iniziano a lavorare. La svolta arriva nel 2018, quando Alessandro ha 37 anni e si stanca della vita in città. «Proprio in quel periodo scopro che il terreno davanti alla casa di campagna, dove nel frattempo si erano trasferiti i miei genitori, è in vendita». È un’illuminazione. Vendendo l’appartamento di Roma, Alessandro Giuggioli compra 36 ettari di terra incolta. Un anno dopo, insieme al fratello, apre Quintosapore. Recuperando, per prima cosa, la collezione di semi. 

«Avevamo circa 500 varietà di semi conservate in frigorifero. Comincio piantandone alcune in un orto a cassoni, sfidando lo scetticismo locale. Tutti mi dicevano, “Tu sei matto, gli ortaggi in Umbria in collina, non ha senso…”. Ci provo lo stesso, all’inizio è un disastro. Con l’estate torrida, si brucia quasi tutto».

Quasi, ma non tutto. Alcuni incroci resistono, quelli selezionati direttamente in campo. La chiave pare proprio quella. «Iniziamo a incrociare, aiutando le piante con le api, e portiamo avanti in modo sistematico l’intercropping. Otteniamo varietà estremamente rustiche. Oggi circa il 30% delle nostre colture sono varietà esclusive, nate da questi incroci spontanei in campo».

Alessandro Giuggioli mentre ci racconta il suo approccio all’agricoltura: un metodo chiamato biomimica, che imita i processi naturali per rendere l’agricoltura sempre più autosufficiente
Alessandro Giuggioli mentre ci racconta il suo approccio all’agricoltura: un metodo chiamato biomimica, che imita i processi naturali per rendere l’agricoltura sempre più autosufficiente © Barbara Ranghelli

Le varietà di ortaggi ora sono 1600. Tra queste, 160 di pomodori, 60 di peperoni, 40 di melanzane, 20 di peperoncini. In corso, ci sono esperimenti su 40 varietà di zucchine. E il coloratissimo orto, che nutre molti abitanti della zona con il suo punto vendita nel centro di Città della Pieve, non si ferma. Collaborando con ricercatori e agronomi, i Giuggioli studiano  il “modello bosco”, e in particolare l’integrazione tra alberi, suolo e microorganismi. Per fare ombra agli ortaggi, in queste stagioni sempre più calde e torride, piantano una serie di paulownie nei campi coltivati. In questo modo, le coltivazioni più delicate, come pomodori e leguminose, sono protette da un’ombra naturale. 

Un modello virtuoso, ma che non è premiato dalla Pac. Che anzi li ha penalizzati. «Nonostante il valore ecologico dei nostri terreni, il sistema di controllo della Pac, che opera tramite foto aeree, non ha riconosciuto gli alberi come parte della coltivazione. Prima prendevo 8.000 euro all’anno di fondi, adesso sono diventati 4.700. Non facendo agricoltura intensiva e non lavorando tutto il campo, la Pac la prendo soltanto sulle strisce coltivate».

Gli orti con alcune delle moltissime varietà orticole coltivate da Quintosapore
Gli orti con alcune delle moltissime varietà orticole coltivate da Quintosapore © Barbara Ranghelli
Una varietà di lattuga coltivata a Quintosapore e appena raccolta
Una varietà di lattuga coltivata a Quintosapore e appena raccolta © Barbara Ranghelli

Fichi d’India, un’esperienza siciliana

Quasi mille chilometri più a sud, nell’entroterra catanese, Michele Russo da una quindicina d’anni lavora i terreni di famiglia. La campagna, non lontano dal bosco di San Pietro, riserva naturale di Caltagirone, un tempo ospitava soltanto fichi d’India. Poi, Michele ha deciso di trasformarla in una piccola azienda agroecologica.

Tra i filari di una delle colture simbolo della Sicilia, oggi ci sono alberi, arbusti ed erbe: l’obiettivo è produrre cibo, ma anche mantenere l’ecosistema in un equilibrio più stabile possibile, salvaguardando la biodiversità. Caudarella – questo il nome dell’azienda – fa parte del consorzio Le Galline Felici, a cui aderiscono oltre una cinquantina di produttori, in larga parte biologici, che servono oltre cinquecento realtà tra gruppi d’acquisto solidale e piccole botteghe, sia in Italia che all’estero.

«La produzione di Caudarella è basata sui fichi d’India, ma riesco a fornire al consorzio anche una discreta varietà di prodotti per il mercato locale», racconta Michele. «Siamo ancora pochissime aziende agroecologiche, nonostante la Sicilia sia stata la prima regione d’Europa ad aver accolto, con una legge del 2021, la Direttiva europea sul tema. L’agroecologico è un modo di intendere l’agricoltura che supera il biologico, perché tutela fattori che vanno oltre la qualità della produzione. Dalla tutela della biodiversità alla salvaguardia dei suoli».

Raccontaci la tua agricoltura

Stiamo raccogliendo testimonianze sulla difficoltà nell’accedere ai fondi Pac, soprattutto per piccoli agricoltori che promuovono pratiche più sostenibili. Con questo questionario vogliamo ampliare la nostra fotografia e ascoltare direttamente altre esperienze sul campo.

La raccolta dati resterà aperta: se sei un agricoltore o un’agricoltrice compila qui il questionario oppure aiutaci a diffonderlo e contribuisci all’inchiesta.

Compila il breve questionario

La filosofia di fondo è quella di rapportarsi con la terra rispettandola. «Potrei avere cento ettari e coltivarli ad agrumi biologici, usando quei concimi che rientrano nelle indicazioni per il biologico, ma mantenendo comunque un’impostazione agroindustriale. L’azienda agroecologica, invece – continua Michele – prevede ridistribuzione degli spazi, presenza di varietà autoctone e un’attenzione alla riforestazione».

Ma pure nel caso di Caudarella la Pac non è di aiuto. «Ho partecipato alla programmazione 2007-2013 per i fondi relativi al primo insediamento in agricoltura», spiega Michele. «Dopo quell’esperienza, ho deciso di non partecipare ai bandi successivi». Il motivo è semplice. «Il gioco non vale la candela, secondo me. Ho un’azienda di circa cinque ettari e mezzo, dei quali circa tre produttivi. Dovrei trascorrere le giornate a fornire chiarimenti alla Regione. Nel mio fascicolo aziendale il frutteto è stato registrato come abbandonato, perché dalle fotografie aeree emergeva un panorama eterogeneo, con piante di varie specie. Per il sistema è una confusione sospetta, mentre è proprio il modello agricolo a essere diverso. Se per avere mille euro l’anno devo impazzire a fornire documenti e chiarimenti, è meglio farne a meno», conclude Michele.

L’AI che non aiuta

A spiegarci perché accedere ai fondi sia così complicato è Massimo Cavaleri, avvocato che conosce bene il sistema Pac. Il problema principale, ci spiega, è legato al processo di progressiva informatizzazione. «Tutto parte dal Sian, il sistema gestito dall’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea) collegata al ministero – spiega Cavaleri. – Parliamo di una piattaforma che processa una mole grandissima di dati e che nel tempo è stata implementata con l’intelligenza artificiale. Tuttavia, è un sistema che crea costantemente problemi, facendo scattare alert legati a presunte anomalie nelle richieste di contributo».

Anomalie spesso non giustificate, ma che comportano allungamento dei tempi e, non di rado, la necessità di ricorrere ai Tar, i tribunali amministrativi. Oltre ai già citati criteri discutibili, come considerare produttivo un terreno a prato. E altro ancora. Per esempio è problematico anche l’incrocio delle informazioni fornite al momento della domanda con altre piattaforme, come la Banca nazionale degli animali o l’Agenzia delle entrate. O l’uso delle immagini satellitari che non sempre individuano correttamente le colture e le dimensioni dei campi coltivati. I dati dunque a volte non corrispondono e si generano intoppi per nulla facili da superare.

«A quel punto, all’imprenditore non resta che affidarsi ai centri di assistenza agricola, – continua Cavaleri, – che a loro volta si imbarcano in una catena di segnalazioni dal livello locale a quello regionale, nazionale e, infine, ad Agea. L’alternativa è chiamare un avvocato e intentare una causa». Un percorso accidentato e costoso, dunque.

E, se da un lato l’AI complica invece di semplificare la macchina della Pac, dall’altro lato capire esattamente chi riceve i fondi e secondo quali criteri è tutt’altro che immediato. I dati teoricamente sono pubblici e accessibili tramite l’Agea, ma le informazioni disponibili sono frammentarie e spesso insufficienti per comprendere davvero quali progetti risultino vincenti. 

È un problema che emerge anche in altri Paesi europei. Per esempio, l’inchiesta realizzata a Malta dal nostro partner di Senza Segnale, Amphora Media, mostra che le liste dei beneficiari permettono di identificare solo operatori commerciali e non agricoltori individuali. Il quadro complessivo maltese è che «la maggior parte dei fondi finisce a enti pubblici e grandi operatori, mentre i piccoli agricoltori restano ai margini». 

Questa è una delle due storie dedicate alle piccole comunità agricole che si trovano a scontrarsi con i problemi legati alla Pac, realizzate nell’ambito del progetto collaborativo Senza Segnale, che coinvolge giornalisti di Malta e Italia. Il capitolo maltese, curato da Amphora Media e scritto da Daiva Repečkaitė, si concentra sull’analisi della distribuzione dei fondi Pac a Malta, che finisce soprattutto a enti pubblici e grandi operatori, lasciando ai margini i piccoli agricoltori.

Piccola agricoltura senza segnale

Le esperienze che abbiamo raccolto non sono isolate. Per avere una fotografia più precisa, Facta e IrpiMedia hanno messo a punto un questionario rivolto soprattutto a piccoli agricoltori. Le risposte ricevute finora, circa una ventina, sono in linea con i racconti dal campo. Ci hanno risposto in larga parte piccoli e piccolissimi imprenditori, che coltivano tra i due e i cinque ettari. Tutti praticano forme di agricoltura meno intensiva: da quella integrata alla biologica, fino a quella rigenerativa o permacultura. Più della metà dichiara di aver avuto difficoltà ad accedere ai fondi Pac. Quasi tutti concordano sul fatto che la Pac non sostiene affatto gli obiettivi ambientali del Green Deal europeo.

Tra le risposte, la sensazione diffusa di trovarsi davanti a una trappola invece che a un sostegno. Con il rischio che la piccola agricoltura, con il suo sforzo di mettere in campo modelli agricoli alternativi e sostenibili, resti sempre più isolata.

Le inchieste e gli eventi di IrpiMedia sono anche su WhatsApp. Clicca qui per iscriverti e restare sempre aggiornat*. Ricordati di scegliere “Iscriviti” e di attivare le notifiche.

Crediti

Autori

Giulia Bonelli
Elisabetta Tola

Editing

Giulio Rubino

Fact-checking

Giulio Rubino

Ha collaborato

Simone Olivelli

In partnership con

Facta.eu

Con il supporto di

Foto di copertina

© Due Studio

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