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Groenlandia, l’isola dei tesori

La crisi climatica sta rendendo più semplice accedere a patrimoni di risorse naturali finora nascosti o irraggiungibili. Con conseguenze che la politica groenlandese prova ad anticipare, seguendo il principio che la natura governa tutto

Groenlandia, l’isola dei tesori

La crisi climatica sta rendendo più semplice accedere a patrimoni di risorse naturali finora nascosti o irraggiungibili. Con conseguenze che la politica groenlandese prova ad anticipare, seguendo il principio che la natura governa tutto

#Sottoighiacci

11.10.24

Federica Bonalumi
Davide Del Monte

«Non sono spaventata dai cambiamenti climatici, ne sono proprio terrorizzata. E non solo per il mio Paese, ma per tutto il pianeta». Naaja Nathanielsen, classe 1975, è una ministra del governo della Groenlandia. Ha molte deleghe: affari economici, commercio, giustizia, uguaglianza di genere e soprattutto risorse minerarie. Eletta tra le fila dell’Inuit Ataqatigiit, partito groenlandese di sinistra e con dichiarate volontà indipendentiste dalla Danimarca, Nathanielsen è la persona che ha messo la faccia e la firma al divieto di trivellazione e, soprattutto, di estrazione dell’uranio in Groenlandia. La misura ha il dichiarato obiettivo di contenere i danni ambientali in Groenlandia.

Come riporta la Nasa, l’agenzia americana per le attività spaziali e aeronautiche, la calotta groenlandese sta perdendo attualmente circa 270 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno a causa delle temperature superiori di un grado e mezzo rispetto alla media del ventesimo secolo. Il tasso di perdita è significativamente più alto rispetto a quello dell’Antartide con i suoi 150 miliardi di tonnellate, rendendola la maggior contributrice dell’innalzamento dei mari.

L’inchiesta in breve

  • La Groenlandia è particolarmente colpita dagli effetti dei cambiamenti climatici. L’Artico si sta infatti riscaldando a un ritmo molto più rapido rispetto al resto del mondo
  • Lo scioglimento dei ghiacci e le temperature sempre più miti stanno rendendo più facilmente accessibili le enormi risorse naturali nascoste nel suolo dell’isola artica
  • Il sottosuolo della Groenlandia è ricchissimo di materie prime critiche, terre rare, uranio, petrolio e gas naturale. Ciò sta scatenando una lotta tra società minerarie e comunità locali, che vogliono proteggere il proprio territorio e la propria cultura
  • Un caso emblematico della lotta degli Inuit per la tutela del loro territorio è Kvanefjeld, sito ricco di uranio, per ora bloccato dal governo. La società australiana che ne detiene la licenza ha portato in tribunale il governo dell’isola per poter riprendere l’estrazione
  • L’anno prossimo sarà cruciale per la grande isola artica. Si attende infatti il verdetto dell’arbitrato internazionale su Kvanefjeld e il risultato delle elezioni nazionali in autunno

La grande fuga dei ghiacci

Kangerlussuaq, piccolo paesino della costa ovest della Groenlandia situato all’estremità interna di un fiordo lungo cento chilometri, è diventato una delle mete principali per chi studia il riscaldamento globale o, meglio, gli effetti che questo produce sui ghiacci dell’Artico.

L’insediamento urbano, originariamente costruito dagli americani durante la Seconda guerra mondiale per ospitare una base militare aeronautica e dal 1992 tornato in possesso del governo groenlandese, dista appena 35 chilometri dalla calotta polare e da alcuni imponenti ghiacciai, ma la caratteristica che lo rende unico per geologi, glaciologi e studiosi dei cambiamenti climatici nell’Artico è che questa distanza la si può percorrere comodamente con un fuoristrada, guidando su una delle pochissime strade presenti sull’isola.

I margini della calotta polare, fino a pochi anni fa bianca e lucente, si stanno sciogliendo lasciando spazio a un pantano di ghiaccio misto a terra e rocce nere

Nelle cucine del Kiss, il Centro internazionale per il supporto scientifico, si incrociano studiosi provenienti da ogni angolo del mondo. Dal corridoio e dalle stanze dei laboratori si sentono altre voci, lingue indistinguibili, forse ricercatori e ricercatrici danesi, ma potrebbero benissimo essere olandesi, svedesi o di chissà dove.

Si trova in un lungo prefabbricato di colore rosso acceso, un tempo occupato dall’aviazione militare americana, che con i suoi due piani è in grado di ospitare dormitori, bagni, docce, laboratori scientifici, una sala computer con accesso a internet, una mensa comune, un soggiorno e un’officina.

La struttura è gestita da Chris e Lone, marito e moglie Inuit, in grado di soddisfare qualsiasi necessità dei loro ospiti, compreso noleggiare un elicottero per raggiungere la calotta polare e arrangiarvi un campo base. Lo spazio è molto rustico, ma altrettanto funzionale e pratico. La cucina comune è il suo cuore pulsante, il luogo di condivisione di esperienze, conoscenze, aneddoti e ovviamente racconti dei propri luoghi di origine.

Kangerlussuaq, ex base militare americana, ospita oggi poco più di 500 abitanti prevalentemente impiegati nel settore turistico o nella logistica per le spedizioni scientifiche © Federica Bonalumi
Il Kiss, luogo di ritrovo di glaciologi e studiosi dei cambiamenti climatici da tutto il mondo © Federica Bonalumi

Mentre condisce la pasta che ha appena scolato con un sugo di verdure già pronto, Angelika Humbert, professoressa di glaciologia all’Università di Brema, in Germania, racconta dei suoi studi sul ghiacciaio Russell, che definisce «una sorta di termometro del cambiamento climatico». Il problema, dice, è che segna una febbre molto alta: i ghiacci della Groenlandia si stanno infatti sciogliendo a una velocità allarmante e a un ritmo significativamente più rapido rispetto alle calotte e ai ghiacciai presenti in altre parti del mondo.

Uno studio recentemente pubblicato su Nature offre una visione ad ampio spettro della riduzione dei ghiacciai groenlandesi: basandosi su quasi 250mila dati satellitari relativi a 207 ghiacciai si è scoperto che dal 1985 ad oggi 179 di questi si sono ritirati significativamente, 27 sono rimasti stabili e solamente uno è leggermente avanzato. E proprio il ghiacciaio Russell è una delle principali vittime del riscaldamento globale.

È situato a soli 25 chilometri da Kangerlussuaq ed è facilmente accessibile dalla strada in terra battuta che porta alla calotta glaciale, di cui rappresenta la parte terminale con una spettacolare parete di ghiaccio alta, un tempo, fino a 60 metri.

Lone, gestrice e tuttofare del Kiss che ci ha accompagnato fino ai piedi del ghiacciaio, conosce i ghiacci che circondano il paese come le sue tasche e quando ne parla lo fa con amarezza, ma anche con una punta di ottimismo. Nata a Narsaq, emigrata prima in Danimarca e poi in Islanda per lavorare come cuoca e come guida turistica, Lone è rientrata in Groenlandia una ventina di anni fa e, dopo aver conosciuto Chris, si è definitivamente trasferita a Kangerlussuaq per lavorare con lui al Kiss.

Il ghiacciaio Russell, a pochi chilometri da Kangerlussuaq, è uno dei ghiacciai più in sofferenza a causa del cambiamento climatico

«Vent’anni fa – racconta – dovevo guidare molto meno per raggiungere la calotta, perché il ghiaccio arrivava più vicino al centro abitato. Ma anno dopo anno la calotta si sta ritirando lasciandosi dietro una scia di pietre e sabbia nera. Oggi, una volta parcheggiata la macchina alla fine della strada battuta, per raggiungere il ghiaccio è necessario camminare per una quindicina di minuti sui detriti rocciosi lasciati dall’arretramento del ghiaccio, anni fa si saltava direttamente dalla macchina al ghiaccio».

Un tempo quel ghiaccio non solo era più vicino al suo paese, ma aveva anche un colore diverso: bianco e azzurro lucenti, aggiunge. Oggi invece la parte iniziale della calotta è “sporca”, fatta di ghiaccio misto a terriccio umido per diverse decine di metri, con piccoli torrenti di disgelo che solcano la calotta come dei tagli, delle ferite sul volto di quei suoi amati ghiacci. Lone però rassicura che la calotta tornerà ad abbracciare Kangerlussuaq, perché lo spirito della sua terra si rispecchia in una natura fatta di ghiaccio, vento e acqua, che noi umani non possiamo sovvertire.

Quando la terra è nuda

Lo scioglimento dei ghiacci artici causato dal riscaldamento globale sta creando un paradosso di cui la Groenlandia rappresenta il caso più estremo: più i ghiacci si ritirano e il permafrost si ammorbidisce, più diventa accessibile ed economico raggiungere le innumerevoli risorse naturali custodite nel sottosuolo della gigantesca isola ghiacciata.

In Groenlandia non esistono strade, il mezzo di trasporto più comune sono i motoscafi che attraversano i lunghissimi fiordi, costellati da miriadi di iceberg che formano vere e proprie sculture di ghiaccio © Federica Bonalumi

Per questo la Groenlandia è diventata uno dei maggiori punti di interesse per l’industria estrattiva e mineraria: il suo sottosuolo nasconde infatti un’incredibile varietà di risorse minerarie tra cui oro, zinco, piombo, rame, nichel e cobalto, ma soprattutto ad attrarre l’attenzione delle grandi multinazionali del settore sono le enormi quantità di terre rare e di uranio.

Cosa sono le terre rare

A discapito del loro nome, le terre rare si trovano in abbondanza nel sottosuolo terrestre. Il loro nome si riferisce al fatto che questi elementi sono tendenzialmente dispersi e raramente concentrati in depositi economicamente significativi per l’estrazione e la lavorazione.

Le terre rare (comunemente abbreviate con l’acronimo internazionale Ree, ovvero Rare Earth Elements) sono costituite da un gruppo di 17 elementi chimici con proprietà magnetiche, luminescenti e catalitiche uniche. 

Ampiamente utilizzate in una vasta gamma di tecnologie moderne, dai telefoni cellulari ai veicoli elettrici, sono ritenute essenziali per la transizione ecologica, tanto che l’Unione europea si è data l’obiettivo di rafforzare gli accordi commerciali con Paesi ricchi di queste materie prime tramite il Critical raw materials act approvato a marzo 2024.

La loro estrazione e lavorazione ha però un notevole impatto negativo sull’acqua, il suolo, l’aria e la salute delle comunità, anche perché si trovano spesso in combinazione con elementi radioattivi e metalli pesanti, per cui l’estrazione diventa ancora più rischiosa sia dal punto di vista ambientale sia sociale. 

Si può dire che a oggi la Cina detenga il monopolio di queste preziosissime materie prime: è infatti il più grande produttore mondiale di terre rare, con una stima di 210mila tonnellate estratte (70% dell’estrazione globale) e 175mila tonnellate raffinate nel 2022 (87% della produzione globale raffinata). Si stima inoltre che in Cina si trovino il 31% delle riserve globali, seguita da Vietnam (16%), Brasile (15%), Russia (15%) e Canada (11%). Altri importanti depositi si trovano in Australia, Africa, Stati Uniti e Groenlandia.

Come riportato dal Geus, il Servizio geologico di Danimarca e Groenlandia, nel 2018 in Groenlandia sono stati scoperti otto giacimenti di terre rare, due dei quali potrebbero essere tra i dieci più grandi al mondo.

L’isola ha anche un potenziale significativo per riserve di petrolio e gas, rimaste in gran parte inesplorate per il veto politico imposto nel 2021 dal governo indipendentista di Inuit Ataqatigiit. Il divieto, che vale sia a terra sia offshore, riguarda l’estrazione dell’uranio o di siti con una massiccia presenza del metallo radioattivo, di petrolio e di gas.

La posizione del governo Inuit non è tuttavia contraria di per sé all’apertura di nuovi siti minerari sull’isola, anzi. «La popolazione è divisa tra chi vede nelle miniere un’opportunità economica e chi un rischio troppo grande per l’ambiente e per la salute», spiega la ministra Nathanielsen, aggiungendo che l’arrivo di nuove aziende interessate a investire nel settore minerario è un fattore positivo.

La Groenlandia ha infatti bisogno di risorse dall’estero perché l’attuale governo vuole staccarsi definitivamente dalla Danimarca, da cui ancora dipende politicamente e, in parte, economicamente. A patto però che i progetti minerari non mettano a rischio l’ambiente e la salute degli abitanti dell’isola. 

La legge firmata da Nathanielsen, fresca di nomina nel 2021, ha portato di fatto alla chiusura dell’imponente progetto minerario di Kvanefjeld. E per questo, assicura la ministra, continuerà a opporsi con ogni mezzo legale a disposizione ai tentativi di riapertura da parte della Energy Transition Minerals, società australiana che ne aveva ottenuto la licenza nel 2008 attraverso la sua controllata danese, Greenland Minerals A/S.

Naaja Nathanielsen, eletta nel 2021 con il partito indipendentista Inuit Ataqatigiit e nominata ministra per le risorse minerarie © Federica Bonalumi
Una delle molte società minerarie che stanno sorgendo nell’area di Narsaq e in tutto il sud ovest della Groenlandia © Federica Bonalumi

L’esercito di consulenti della Energy Transition Minerals

Tasse e royalties pagate da aziende straniere erano già in quegli anni considerate dal governo groenlandese possibili fonti di guadagno per ottenere maggiore indipendenza politica ed economica dalla Danimarca.

Dopo essersi vista rifiutare dal governo groenlandese la propria valutazione di impatto ambientale per ben tre volte – nel 2015, nel 2018 e infine nel 2019 – la Energy Transition Minerals ha ricevuto l’approvazione per iniziare i lavori nel 2020, proprio l’anno prima delle ultime elezioni che hanno visto vincere il partito ambientalista e indipendentista Inuit Ataqatigiit, che ha poi votato la legge che ha fatto chiudere almeno temporaneamente il progetto di Kvanefjeld per via dei metalli radioattivi, in particolare l’uranio, presenti nel sito minerario.

Lo ricostruisce l’azienda nel testo dell’arbitrato depositato a Copenhagen il 22 marzo del 2022 contro il governo danese e il governo della Groenlandia. L’azienda chiede 7,5 miliardi di dollari di danni per violazioni delle clausole contrattuali, a cui sommare altri 4 miliardi di interessi pre-assegnazione, aggiungendo che «la Groenlandia riceverà circa 22,8 miliardi di dollari in tasse, royalties e altri benefici se il Progetto Kvanefjeld sarà autorizzato a procedere». Il procedimento è ancora in corso.

Dal 28 marzo del 2024 il nuovo consulente strategico del Consiglio di amministrazione della Energy Transition Minerals con base in Groenlandia è Svend Hardenberg, definito in una comunicazione agli azionisti «un imprenditore groenlandese molto rispettato e un ex politico la cui importanza non può essere sottovalutata».

Secondo il suo profilo LinkedIn, Hardenberg in Groenlandia ha fatto di tutto: addetto al traffico aereo, giudice onorario, fondatore di start-up, coordinatore di campagne elettorali, ambasciatore groenlandese per aziende straniere, amministratore di comunità locali. L’ultima carriera professionale che ha vissuto è quella da attore in serie tv di successo come True Detective e Borgen. 

Quando era un manager di Stato per la società energetica pubblica Nukissiorfiit avrebbe utilizzato, insieme ad altri colleghi, diversi beni aziendali a scopo privato, sottraendo dalle casse della società l’equivalente di circa 20 milioni di corone danesi. In base a queste accuse, nel 2011, è stato allontanato dall’azienda.

Uno scorcio del ghiacciaio Russell dall’alto, a pochi chilometri da Kangerlussuaq

Come riporta KNR, l’emittente pubblica groenlandese, in qualità di capo di gabinetto nel 2014 Svend Hardenberg avrebbe interferito con una richiesta di accesso agli atti inviata da alcuni giornalisti locali che cercavano di ottenere dei documenti pubblici riguardanti il suo allontanamento da Nukissiorfiit. Sempre nel 2014 Hardenberg è stato accusato di aver coperto la sua collega di partito e allora prima ministra, Aleqa Hammond, in un altro scandalo relativo alla sottrazione di denaro pubblico. 

La recente assunzione dell’ex politico Svend Hardenberg nel Consiglio di amministrazione non è un caso isolato o un maldestro tentativo di avvicinarsi alla popolazione locale, ma rientra in una duratura strategia di reclutamento di diverse figure politiche di alto profilo dell’isola artica, a cui sono stati offerti anche pacchetti azionari significativi.

Tra questi spiccano l’ex capo del dipartimento delle risorse minerarie Hans Kristian Schønwandt, considerato l’autore della legge in materia della Groenlandia, che ha fatto parte del consiglio della società madre quotata in Australia dal 2007 al 2010, inizialmente come presidente esecutivo; l’ex Primo Ministro Lars-Emil Johansen, presidente del consiglio della filiale locale dell’azienda australiana, Greenland Minerals A/S, dal 2009 al 2011, successivamente assunto come consulente; infine l’ex capo del dipartimento delle risorse minerarie e influente funzionario pubblico Jørn Skov Nielsen, che ha assunto il ruolo di direttore generale di Greenland Minerals A/S nel luglio 2020, solo un mese dopo aver lasciato il suo incarico decennale come capo del dipartimento.

Queste strategie di lobbying molto aggressive e molto lontane dagli standard internazionali in termini di conflitto di interesse preoccupano soprattutto alla luce del fatto che Energy Transition Minerals non ha aderito agli accordi internazionali sulla trasparenza e l’anticorruzione.

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Come riportato nel 2021 dall’Australian Conservation Fund, organizzazione australiana per la tutela dell’ambiente, la società presenta delle criticità anche per ciò che concerne la sua governance, avendo ceduto nel 2016 una parte consistente di quote alla holding cinese Shenghe Resources, specializzata nel trattamento delle terre rare.

L’accordo, secondo la ricostruzione dell’organizzazione ambientalista australiana Australian conservation fund (Acf), garantirebbe alla società cinese la possibilità di acquistare fino al 60% delle quote in caso di sblocco della licenza estrattiva, scenario che però la Greenland Minerals nega. Ritiene che quest’interpretazione sia dovuta a una traduzione errata riportata nella comunicazione inviata alla borsa di Shanghai dell’azienda cinese.

La montagna sacra profanata

Le ricchezze di Kvanefjeld hanno un’origine mitologica, anche se ciò che è ritenuto prezioso dagli Inuit è molto diverso da ciò che è ritenuto prezioso dalle società minerarie.

In un’epoca lontana, una giovane pastorella incinta di alcuni mesi di nome Tuttu, “renna” in groenlandese, stava attraversando la montagna che sovrasta il villaggio di Narsaq, nella regione di Kvanefjeld, per andare a pescare in un torrente. Improvvisamente iniziò il travaglio e fu costretta a partorire il suo neonato accovacciata sulle rocce della montagna. Dal sangue del parto defluito sul terreno nacque il minerale che rende famosa tutta la regione sud ovest della Groenlandia, la tugtupite.

La roccia, che presenta venature di colore rosso acceso, viene utilizzata da secoli come pietra preziosa dagli Inuit e per questo motivo la montagna è ritenuta un luogo sacro dalle comunità che abitano nella zona.

Le montagne alle spalle del villaggio di Narsaq, veri e propri scrigni che conservano immense ricchezze minerarie © Federica Bonalumi
La Tugtupite, presente in grandi quantità nella regione di Narsaq e utilizzata come pietra preziosa dagli Inuit che da secoli abitano il fiordo, esposta nel piccolo museo dei minerali di Narsaq © Federica Bonalumi

Non è però la pietra rossa tipica dell’area che richiama gli investitori stranieri. La Energy Transition Minerals è infatti interessata a ciò che di più prezioso la montagna sacra nasconde al suo interno: un enorme giacimento di uranio e terre rare che, secondo l’azienda, ha il potenziale per diventare il più importante di tutto l’Occidente.

Mentre racconta l’antica leggenda di Tuttu e della montagna sacra, Ivaaq guida il suo quad a tutta velocità su una strada sconnessa che porta fino all’inizio del sentiero di montagna per la miniera di Kvanefjeld, progetto estrattivo che da diversi anni desta forti preoccupazioni nella popolazione di Narsaq e dei piccoli insediamenti vicini. 

Ivaaq ha un’età imprecisabile, potrebbe avere 35 anni come 50, ed è stato uno dei leader del movimento Urani Namik (No Uranio) che da anni lotta per la chiusura definitiva del progetto Kvanefjeld. Ha passato diversi anni sul continente europeo, nell’esercito danese prima e come sommozzatore commerciale per un’azienda norvegese poi, per rientrare infine a Narsaq a seguito di un incidente sul lavoro che gli impedisce di continuare a tuffarsi in profondità.

Ivaaq, anima del movimento Urani Namik, che ha portato alla temporanea chiusura del sito di Kvanefjeld © Federica Bonalumi

Come per altre persone incontrate durante il soggiorno a Narsaq, i suoi occhi esprimono fermezza e ostinazione: la sconfitta non è un’ipotesi presa in considerazione perché la riapertura di Kvanefjeld rappresenterebbe un atto non solo contrario alla volontà della comunità, ma soprattutto contro natura. Natura che da queste parti comanda tutto, rassicura.

Il sito della miniera, almeno per il momento chiuso e sigillato, si raggiunge via sentiero con una camminata di un’ora abbondante. L’ingresso al ventre della montagna sacra fino al 2021 è stata una piccola porta ormai sigillata. Si trova su una parete di roccia scavata in una sezione rettangolare di circa cinque metri di profondità, altrettanti di larghezza e tre metri scarsi di altezza. Dal “soffitto” di pietra di questa sezione di montagna scavata è un continuo gocciolare d’acqua da più punti, acqua che va a formare delle pozze sul pavimento ricoperto di detriti rocciosi e muschio.

È l’unico segno che ricorda che quella è una miniera, insieme a una vanga arrugginita appoggiata al muro. Sulla porta ci sono diversi segni del passaggio della gente del luogo che, di tanto in tanto, sale fin qui per controllare che sia ancora ben sigillata. Qualche abitante si riferisce al luogo chiamandolo Hodor, come il personaggio de Il trono di spade che si sacrifica per mantenere chiusa la porta che permette il passaggio tra il regno dei non-morti e quello dei vivi. Se resta chiusa, significa che nessuno sta profanando la montagna sacra portandole via le ricchezze.

La porta sigillata del sito minerario di Kvanefjeld, dove il nostro drone ha fatto il suo ultimo volo, prima di precipitare in un dirupo a causa di “forti interferenze nel segnale radio” © Federica Bonalumi

I minerali che si trovano nella montagna sacra – uranio, torio, zinco, fluorite e diverse terre rare – sono materie prime sempre più richieste dai produttori di energia pulita per realizzare pale eoliche, pannelli solari, batterie per le auto elettriche e diverse componentistiche dell’industria tecnologica. 

È uno dei concetti principali sui quali punta il video promozionale del progetto Kvanefjeld pubblicato dalla Energy Transition Minerals su Youtube nel 2021. «Per garantire un impatto minimo sull’ambiente e, soprattutto, la sicurezza e il benessere della comunità – recita la voce narrante del video – il progetto Kvanefjeld è stato pianificato con meticolosità grazie al contributo degli stakeholder groenlandesi, delle comunità, dei consulenti e di numerose ricerche scientifiche».

A spaventare gli attivisti di Urani Namik, però, sono i potenziali pericoli derivanti dalla polvere radioattiva proveniente dalla miniera a cielo aperto e dallo stoccaggio in loco dei rifiuti radioattivi.

Non aprite quella porta

Al movimento Urani Namik poco importa che a scavare la montagna sacra siano degli australiani o dei cinesi: aprire la porta sigillata a loro parere farebbe sprofondare la regione di Narsaq nell’abisso in ogni caso. 

Mariane Paviasen è una donna di circa sessant’anni, il cui racconto dei momenti più duri della battaglia contro l’uranio contrasta con la pacatezza del modo di parlare, sempre calmo e mellifluo.

Mariane Paviasen, leader del movimento “Urani Namik”, che ha portato il divieto di estrazione dell’uranio ad essere il principale tema di scontro durante le elezioni del 2021, vinte dal partito Inuit Ataqatigiit che ha sposato la sua causa © Federica Bonalumi

La posizione intransigente sul tema dell’estrazione dell’uranio l’ha portata ad essere eletta nel 2021 al parlamento della Groenlandia tra le fila del partito Inuit Ataqatigiit, lo stesso della ministra per le risorse minerali Naaja Nathanielsen di cui condivide la posizione di apertura rispetto ad altri progetti minerari. 

L’unica discriminante, per entrambe, è che i progetti non abbiano alcuna ricaduta negativa sull’ambiente e le comunità che vivono nelle aree interessate, per questo il loro «no» all’uranio e all’estrazione di terre rare in giacimenti che presentano una massiccia presenza del metallo radioattivo è radicale.

«La mia speranza è che, sia a Narsaq sia nel resto della Groenlandia, si dia il via libera solo a progetti minerari in cui non siano presenti materiali radioattivi – spiega Paviasen –. In questa zona cacciamo il nostro cibo e la principale fonte di reddito è la pesca. Se le nostre terre, l’oceano e le acque vengono inquinati dall’attività estrattiva, allora dobbiamo fermarci. Perderemmo tutto e non rimarrebbe nulla per le prossime generazioni. I soldi non si mangiano, al contrario dei pesci e degli animali che la terra ci offre».

Non riesce a trattenere un sorriso quando affronta il tema della necessità di estrarre le terre rare e altri minerali critici per contribuire ai piani europei di uscita dal fossile e, in generale, per lo sviluppo di una società più sostenibile:

«Cosa c’è di sostenibile nell’estrazione di minerali preziosi e terre rare in Groenlandia – puntualizza – se per farlo si inquinano le nostre acque e le nostre terre, per poi spedire il tutto con dei container in Cina, così che una volta lavorate vengano poi di nuovo spedite in Europa o negli Stati Uniti in altri container per una seconda lavorazione e per il loro utilizzo? Mi sfugge davvero cosa ci sia di verde e sostenibile in questo processo».

Materie critiche e strategiche per l’Unione europea

Nel marzo 2024 il Consiglio dell’Unione europea ha adottato il regolamento sulle materie prime critiche, prevedendo un aumento esponenziale della domanda di terre rare nei prossimi anni. L’Unione europea identifica come “materie prime critiche” quelle risorse naturali ritenute di grande importanza economica per l’Ue, ma il cui approvvigionamento risulta complesso a causa della concentrazione delle fonti e della mancanza di sostituti validi e a prezzi accessibili.

Per poter avere successo, la transizione verde (il cosiddetto Green Deal europeo) richiede la costituzione di una produzione locale di batterie, pannelli solari, magneti permanenti e altre tecnologie pulite: da qui la necessità di avere disponibilità delle materie necessarie a rendere praticabile questa produzione.

Delle 34 materie prime critiche individuate è stato stilato un elenco specifico di 17 materie prime strategiche, che hanno esigenze di produzione particolarmente complesse e sono esposte a un rischio più elevato di problemi di approvvigionamento.

La lista delle materie prime strategiche è composta da: 

  • Rame 
  • Nichel
  • Alluminio/bauxite/allumina
  • Litio
  • Elementi delle terre rare leggere
  • Elementi delle terre rare pesanti
  • Silicio metallico
  • Gallio
  • Manganese
  • Germanio
  • Grafite
  • Bismuto
  • Titanio metallico
  • Boro
  • Metalli del gruppo del platino
  • Tungsteno
  • Cobalto

Le fa eco Jenseeraq Poulsen di Oceans North, organizzazione per la tutela dell’ambiente marino della Groenlandia.

«I piani della Energy Transition Minerals e la moratoria sull’estrazione di uranio sono diventati una questione politica significativa nelle elezioni generali groenlandesi del 2021, e il nostro popolo si è espresso chiaramente», spiega, aggiungendo che gli europei non dovrebbero perseguire la sostenibilità andando a estrarre risorse dalle loro terre e dai loro mari, ma modificando l’approccio consumistico della loro società. «L’Europa – prosegue – deve smetterla di spiegare agli altri Paesi cosa devono fare, focalizzandosi di più sui comportamenti che i suoi cittadini dovrebbero invece modificare».

Il monito, più che alla politica, è indirizzato alle organizzazioni occidentali, tra cui Greenpeace, che per molti anni hanno condotto delle campagne, come quella contro la caccia alla foca, con conseguenze devastanti sulle comunità Inuit che da sempre vivono di caccia e pesca per il proprio sostentamento (campagna per la quale Greenpeace ha poi pubblicamente chiesto scusa). Oceans North ritiene che la tutela della flora e della fauna locale venga prima di tutto, anche dei soldi derivanti dalle attività minerarie che potrebbero rendere possibile la piena indipendenza dell’isola dalla Corona danese. 

Le incognite future

Non è chiaro come si chiuderà la battaglia per Kvanefjeld, sia sul piano legale sia su quello politico. In Serbia, a luglio del 2024, la Corte costituzionale ha dichiarato che il governo serbo «ha oltrepassato i limiti della sua competenza» quando circa due anni prima ha revocato la licenza estrattiva per una miniera di litio alla multinazionale Rio Tinto. La situazione ricorda per certi aspetti quella del progetto groenlandese.

Tra le carte che potrebbero far saltare il banco ci sono anche le prossime elezioni nazionali, previste in Groenlandia nell’autunno del 2025. L’attuale governo di coalizione guidato dal partito Inuit Ataqatigiit è radicalmente contrario all’estrazione dell’uranio, ma il partito socialdemocratico Siumut, arrivato secondo con appena duemila voti di differenza nelle elezioni del 2021, ha invece espresso un costante sostegno al progetto Kvanefjeld, citandolo come modello virtuoso per la crescita economica della nazione, bisognosa di fonti di entrata alternative all’export della pesca, che al momento rappresenta oltre il 90% dell’intera economia groenlandese.

Lo stesso popolo groenlandese è diviso tra chi vede negli investimenti esteri un’opportunità di crescita per il Paese e chi, vivendo nelle aree in prossimità delle miniere, ha come priorità la salvaguardia del proprio ambiente e della propria salute.
Il 2025 sarà un anno decisivo per comprendere il futuro dell’isola ghiacciata, con il verdetto sul sito di Kvanefjeld atteso prima dell’estate e i risultati delle elezioni parlamentari in autunno. Nel frattempo il fiato della comunità di Narsaq rimane sospeso e i loro occhi puntati su quella porta incastonata nella roccia della montagna sacra, che vogliono continuare a vedere saldamente chiusa.

La calotta polare e i ghiacciai della Groenlandia si stanno sciogliendo e ritirando velocemente, lasciandosi dietro detriti di roccia nera sbriciolata

Crediti

Autori

Federica Bonalumi
Davide Del Monte

Editing

Lorenzo Bagnoli

Visuals

Lorenzo Bodrero

Ha collaborato

Mads Malik Fuglsang Holm
Ole Møller

In partnership con

info.nodes

Con il supporto di


Fondazione Lush Charity Pot

Foto e video

© Federica Bonalumi

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