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Fatima, madre in fuga dal Sudan alla Libia: «Ho perso metà della famiglia»

La sua storia mostra le politiche migratorie che Ue e autorità libiche adottano, sulla pelle dei sudanesi. E racconta, a tre anni dall’inizio della guerra in Sudan, come vivono i profughi della peggiore crisi umanitaria attualmente in corso

08.04.26

Matteo Garavoglia
Paolo Riva

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Fatima (il nome è inventato, a tutela della vera identità) è una donna sudanese madre di otto figli. Oggi vive con quattro di loro – due maschi e due femmine – a Zawiya, nella Libia occidentale. 

Ha iniziato la sua fuga nel lontano 2003, quando il Darfur, la sua regione d’origine, era in corso un genocidio. Nel 2023, è iniziata una nuova guerra civile che coinvolge l’intero Sudan, tra le forze armate del generale Abdel Fattah al-Burhan e i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) di Mohamed “Hemedti” Dagalo, un tempo a capo delle milizie che impazzavano nel Darfur. 

Inchiesta in breve

  • Fatima è una madre sudanese che nel 2003 ha iniziato un lungo viaggio per scappare dalle violenze della sua regione d’origine, il Darfur. Oggi vive a Zawiya, in Libia occidentale, e ha perso metà della famiglia
  • Il 15 aprile 2026, terzo anniversario dello scoppio della guerra in Sudan, a Berlino la comunità internazionale dovrà decidere come affrontare la peggiore crisi umanitaria oggi in corso (oltre 13 milioni gli sfollati). Bruxelles finanzia ma gli aiuti umanitari non bastano: si teme un “rischio Siria”, cioè un grande afflusso di richiedenti asilo. In Libia, porta d’ingresso per l’Europa, le due entità che dal 2014 si dividono il potere politico-militare usano i profughi sudanesi per perseguire obiettivi diversi con l’Ue
  • Fatima ha lasciato il Sudan nel 2015 per fuggire in Egitto. Qui ha perso due figli, mentre altri due sono stati espulsi dalla polizia di Tobruk, in Libia orientale. Dopo otto anni, l’Unhcr in Egitto non le ha mai rilasciato un permesso da rifugiata. In Cirenaica ha subito diversi arresti. Haftar, al potere nell’area, minaccia l’Ue con l’arma dei migranti per ottenere finanziamenti sul controllo delle frontiere, come dimostrano email interne trovate nei #MedSeaLeaks 
  • In Tripolitania, le autorità libiche (riconosciute dall’Onu) chiedono soldi non solo per gestire le frontiere ma anche per i rimpatri volontari assistiti, anche dei sudanesi. L’Oim, che solitamente si occupa degli aspetti logistici e legali dei rimpatri volontari, è però contraria a farli con i sudanesi (sono fermi dal 2023). L’atteggiamento dell’agenzia Onu è ritenuto dall’ambasciatore Ue in Libia «ideologico», mostrano documenti riservati ottenuti da IrpiMedia
  • Nemmeno a Tripoli Fatima è riuscita a ottenere la carta del rifugiato, così, dato che la situazione diventava più pericolosa, si è spostata a Zawiya. Questa è una città di partenze per l’Europa, ma Fatima non vorrebbe prendere il mare. I morti nel Mediterraneo nei primi tre mesi del 2026 sono già pari alla metà dell’intero 2025

Fatima è stata prima nel campo profughi di Zalingei, in Sudan, poi nel 2015 è riuscita a raggiungere l’Egitto. Dopo un’attesa di otto anni e troppe tragedie personali, ha deciso di andare in Libia: «Ho perso metà della mia famiglia a causa della guerra, e tutto quello che avevo», racconta a IrpiMedia, con cui chatta e parla via Whatsapp attraverso la hotline di Refugees in Libya. Non ha intenzione di tornare indietro: Fatima sostiene che in Sudan correrebbe il concreto pericolo di morire o di essere perseguitata.

Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unchr), nel 2025 i fondi per assistere le ormai 33 milioni di persone coinvolte nella crisi umanitaria non hanno raggiunto il 30 per cento di quelli necessari.

Tre anni di guerra in Sudan

La guerra civile in Sudan si è aperta il 15 aprile 2023, anche se sono vent’anni che il Paese è attraversato da violenze etniche e tensioni, soprattutto nel Darfur. Il conflitto nasce dalla rottura tra le due figure più potenti del Paese: il generale Abdel Fattah al-Burhan, a capo dell’esercito regolare (Saf), e Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemedti”, leader delle forze paramilitari Forze di supporto rapido (Rsf).

L’integrazione delle forze paramilitari guidate da Hemedti nell’esercito nazionale e la gestione del potere dopo la fine del precedente regime sono state le cause profonde della rottura.

I due sono stati alleati durante il colpo di Stato del 2021 che ha interrotto il governo di transizione civile-militare nato dopo la caduta di Omar al-Bashir nel 2019, sulla spinta di grandi proteste di piazza. Al-Bashir era al potere dal 1989 e al momento è detenuto in Sudan ma ricercato dalla Corte penale internazionale (Cpi) «per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra», atti commessi durante la pulizia etnica in Darfur del 2003. 

I combattimenti, iniziati nella capitale Khartoum, si sono trasformati in una brutale guerra urbana che ha distrutto le infrastrutture civili e paralizzato l’economia. La violenza si è estesa rapidamente alla regione del Darfur, dove sono tornate le stragi del passato, con le Rsf e i loro alleati accusati di pulizia etnica e crimini contro l’umanità ai danni delle popolazioni non arabe.

La Missione di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite, ad esempio, ha riscontrato nella regione «i marchi distintivi del genocidio»: «La Missione – si legge nella sintesi del rapporto Onu – ha documentato un’escalation di violenze che palesa il coordinamento, la selettività e la ripetizione di attacchi mirati basati sull’identità, legati all’etnia, al genere e alla presunta affiliazione politica». 

L’impatto della guerra sulla popolazione è stato catastrofico: oltre 13 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case, milioni di sudanesi rischiano la carestia – specialmente in alcune aree del Paese – mentre il sistema sanitario è quasi totalmente collassato. Nonostante i numerosi tentativi di mediazione internazionale, i combattimenti proseguono senza che nessuna delle due fazioni riesca a prevalere in modo decisivo.

I profughi come Fatima vivono sulla loro pelle le contraddizioni delle politiche migratorie che l’Unione europea ha costruito in Nord Africa. È evidente soprattutto in Libia, con le due autorità che governano le due metà del Paese, de facto diviso dal 2014: nell’est e in ampie zone del sud il controllo politico e militare è sotto la famiglia Haftar; nell’ovest, in Tripolitania, il governo è riconosciuto dalle Nazioni Unite.

L’est cerca dall’Ue maggiori fondi per sigillare le frontiere, l’ovest cerca aiuto per riportare nei loro Paesi d’origine i migranti in transito, anche se scappano da una guerra.

La peggiore crisi umanitaria oggi in corso

«Ogni giorno – continua Fatima, che guadagna qualche soldo con ingaggi saltuari come donna delle pulizie – pensiamo come avere da mangiare e da bere. Per risparmiare, non compriamo più carne e frutta. Anche le mie figlie lavoravano, ma a causa delle molestie che hanno subito le ho fatte smettere. La paura in strada è aumentata: ogni giorno sentiamo spari, mattina e sera, a volte per il rumore non si riesce nemmeno a dormire. Viviamo davvero sotto una pressione psicologica, economica e fisica».

Fatima proviene dalla regione del Darfur, nel Sudan occidentale. Insieme al vicino Kordofan, il Darfur è «l’epicentro della più grande crisi umanitaria e di protezione al mondo», hanno dichiarato i ministri degli Esteri dei paesi Ue, compreso l’italiano Antonio Tajani, in un appello dello scorso febbraio.

Il 15 aprile 2026, in occasione del terzo anniversario dello scoppio della guerra, la Germania organizza a Berlino una conferenza ministeriale internazionale, di cui è promotrice insieme a Unione africana, Unione europea, Francia, Regno Unito e Stati Uniti. «La conferenza – ha dichiarato l’ambasciatrice europea alle Nazioni Unite Hedda Samson il 26 febbraio – costituirà un’ulteriore occasione per la comunità internazionale di unire le forze e richiamare l’attenzione sul Sudan».

Nel 2025, sia le forze governative che rispondono ad al-Burhan sia le forze ribelli che rispondono a Dagalo hanno commesso «gravi violazioni e abusi delle norme internazionali sui diritti umani, oltre a violazioni del diritto internazionale umanitario, con uccisioni di massa di civili», ha scritto Amnesty International,. In Darfur, in particolare, secondo un recente rapporto di Medici senza frontiere, «la violenza sessuale è ovunque, sia nelle zone di conflitto attivo che in aree lontane dai combattimenti».

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«Questo è un conflitto che sta colpendo l’intero Paese – ha spiegato in un podcast Into Africa Daniel O’Malley, capo della delegazione del Comitato Internazionale della Croce rossa in Sudan – La maggior parte dei conflitti presenta regioni che sono stabili, dove esiste un certo livello di prosperità… In Sudan, l’intero Paese è colpito».

Evitare una nuova Siria

Tra aprile 2023 e marzo 2026, la guerra ha provocato oltre nove milioni di sfollati interni, mentre circa 4,5 milioni di persone sono scappate nei Paesi confinanti. Con la contrazione dell’aiuto internazionale e il moltiplicarsi delle crisi nel mondo, mancano i fondi per aiutare queste persone: secondo Unhcr, lo scorso anno sarebbero serviti 1,8 miliardi di dollari, ma ne è stato raccolto solo un quarto. 

In Libia, dall’inizio del conflitto, sono arrivate oltre 552mila persone, quarto Paese d’arrivo dopo Egitto (1,5 milioni), Sud Sudan (circa 1,2 milioni) e Ciad (circa 915mila). Le autorità di Tripoli  riconoscono ai sudanesi lo status di rifugiati, ma come spiega un documento della missione europea Irini visionato da IrpiMedia nell’ambito del progetto #MedSeaLeaks, questo status «ha natura dichiarativa, a causa del fatto che non esistono quadri giuridici per la loro protezione continua in Libia».

In Europa, invece, Fatima avrebbe molto probabilmente diritto a una forma di protezione internazionale, che garantisce permessi di soggiorno, accesso al lavoro, istruzione, sanità e protezione contro il respingimento. Secondo i dati dell’Agenzia Ue per l’asilo, nel 2025 il 70% delle domande di asilo presentate da cittadini sudanesi ha ottenuto una risposta positiva, perché lo strumento è concepito proprio per proteggere chi, come Fatima, fugge dalla guerra.

Almeno stando a quanto ha dichiarato di recente il Commissario europeo alla migrazione Magnus Brunner: l’Unione europea, ha detto, vuole «proteggere coloro che hanno davvero bisogno di protezione». Il capo dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) in Sudan Mohamed Refaat ha dichiarato a Politico che la guerra in Sudan potrebbe provocare un numero di sfollati simile a quello causato dal conflitto in Siria nel 2015.

All’epoca, gli attraversamenti irregolari delle frontiere registrati da Frontex furono più di 1,8 milioni. Dal 2013 al 2024, i siriani sono stati la prima nazionalità a depositare richiesta d’asilo nell’Unione europea e questo negli anni ha provocato scontri tra chi vuole aprire o chiudere i confini. Per evitare che ciò accada nuovamente, in vista della conferenza di Berlino del 15 aprile, l’Ue segue una doppia strategia.

Da un lato, dona ai Paesi coinvolti nella crisi: 273 milioni di aiuti umanitari di cui 161 solo al Sudan; dall’altro, rafforza le politiche di esternalizzazione, cioè tese a finanziare Paesi terzi che possano fermare i migranti prima che arrivino in Europa, come ad esempio la Libia.

Nella terra di Haftar, il finanziatore delle Rsf

«La Libia – afferma Fatima – è il Paese più difficile». Lo dice nonostante in Egitto abbia perso due figli – una suicida, dopo uno stupro; un altro, di dieci anni, rapito davanti alla porta di casa – e abbia trascorso otto anni, dal 2015 al 2023, in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato dell’Unhcr. La carta blu dei rifugiati consegnata dall’Unhcr dà la garanzia di non essere respinti forzosamente nel proprio Paese d’origine e dà alcune facilitazioni per ottenere il permesso di soggiorno e alcuni servizi legali di base. 

Dopo aver attraversato il deserto, Fatima e gli altri figli sono entrati in Libia passando da Salloum, città beduina dell’Egitto occidentale che si trova a più di 1.400 chilometri da dove abita oggi. Salloum è nei pressi del confine con la Cirenaica, la zona orientale della Libia. Nell’est e in ampie zone del sud, porte d’ingresso di centinaia di migliaia di profughi sudanesi, il controllo politico e militare è nelle mani della famiglia Haftar.

Nonostante le Nazioni Unite e l’Unione europea ufficialmente riconoscano solo l’autorità politica della Tripolitania, nel maggio 2024 l’ambasciatore Ue in Libia Nicola Orlando ha incontrato a Bengasi Khalifa Haftar, il comandante generale dell’Esercito nazionale libico (Enl).

L’Ue, infatti, cerca da tempo di collaborare per la gestione dei confini marittimi orientali. Haftar, si legge in un documento di #MedSeaLeaks della delegazione europea in Libia ha «richiesto specificamente una collaborazione con l’Ue, simile ai programmi esistenti con le autorità occidentali» per la gestione delle frontiere e «per sottolinearne l’urgenza, ha avvertito di un imminente aumento dei rifugiati provenienti dal Sudan diretti verso le coste europee».

La carta migratoria giocata da Haftar ha funzionato: nel corso del 2025, dall’est della Libia si è aperta una nuova rotta verso la Grecia, che porterà sulle coste delle isole elleniche molti rifugiati sudanesi e, come abbiamo raccontato in una recente inchiesta, una delegazione di funzionari libici dell’est è anche stata ufficialmente invitata a Varsavia e Bruxelles per incontri tecnici e istituzionali con autorità Ue.

Le autorità della Cirenaica hanno arrestato Fatima e i due figli, poco dopo la frontiera. È stata detenuta dieci giorni, fino a quando i parenti non hanno pagato un riscatto. Poi la famiglia ha subito un fermo ad Ajdabiya, altra città della Libia orientale, dove ha vissuto per un po’: «Io e mia figlia siamo uscite dopo un giorno, mio figlio è rimasto una settimana e gli hanno preso tutto quello che aveva», racconta.

In Libia sono stati arrestati anche altri figli: due sono stati riportati in Egitto dalla polizia di Tobruk e ora Fatima ha perso i contatti con loro; uno è stato fermato e liberato tre volte e vive con lei. Un terzo figlio soffre di gravi problemi fisici a causa delle percosse subite. Dopo le torture, è stato consegnato dalle forze libiche ai Janjaweed, le milizie indipendentiste del Darfur sotto il controllo – sempre meno fermo – delle Rsf, di cui Haftar è un fornitore di armi e finanziatore occulto.

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È riuscito ugualmente a tornare in Libia, dopo essere fuggito a piedi prima in Ciad. Esperienze simili, sia in Egitto sia in Libia, sono denunciate dall’Alto commissariato Onu per i diritti umani (Ohchr) e da alcune organizzazioni non governative, tra cui Refugees in Libya.

A Tripoli, dove i sudanesi sono riportati in Sudan

Quando ha raggiunto Tripoli, Fatima per una settimana ha vissuto con i suoi figli in una casa abitata da soli uomini. «Mia figlia è stata molestata e un uomo ci ha minacciati di morte. Per strada siamo stati aggrediti più volte: una volta hanno spruzzato benzina negli occhi di mio figlio», dice. Si è rivolta all’Unhcr di Tripoli, «ma ci hanno detto che non potevano fare nulla per noi». 

Per quanto le autorità libiche siano finanziate dall’Ue per fermare i migranti diretti in Europa, la gestione dei profughi arrivati dal Sudan sta mettendo a dura prova il Paese. Per questo, il dialogo con l’Ue non riguarda più solo il blocco delle partenze, ma, da diversi anni, anche i rimpatri volontari.

Questi programmi permettono ai profughi di rientrare nel proprio Paese d’origine volontariamente, con un sostegno logistico ed economico dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim). Come raccontato da IrpiMedia, la volontarietà dell’iniziativa è criticata da diverse ong internazionali e la Libia ha già allestito programmi per ritorni anche forzati verso Bangladesh, Nigeria e Niger.

Sui rimpatri volontari assistiti dalla Libia al Sudan, non c’è però accordo tra Ue e Oim: la prima vuole aiutare le autorità di Tripoli a farli, la seconda è del tutto contraria. La posizione europea emerge con chiarezza da una comunicazione della delegazione Ue in Libia del settembre 2025, ottenuta da IrpiMedia.

L’ambasciatore Orlando scrive a Bruxelles che «l’ambasciata sudanese in Libia e il consolato generale a Bengasi hanno registrato più di 15mila cittadini che desiderano rientrare in Sudan», ma si lamenta che Oim e Unhcr non sono disposti a collaborare a dei progetti di rimpatrio volontario. Orlando infatti sostiene che entrambe le agenzie Onu abbiano assunto su questo un «approccio dogmatico», «senza una chiara argomentazione».

Dall’aprile 2023 – cioè dall’inizio della guerra – l’Oim ha sospeso i programmi di ritorno volontario in Sudan e ancora oggi ritiene che la situazione interna del Paese non permetta di riattivarli, nonostante i combattimenti in alcune aree, come la capitale Khartoum, si siano interrotti.

«Abbiamo sottolineato che le condizioni variano nelle diverse aree», scrive Orlando, aggiungendo che «il punto di vista sudanese è che la comunità internazionale dovrebbe sostenere i rimpatri volontari verso aree sicure del Sudan, inclusa Khartoum, alla luce delle condizioni in Libia. In caso contrario, il rischio è che i rifugiati bloccati tentino di attraversare verso l’Europa o intraprendano un ritorno estremamente pericoloso attraverso il sud della Libia».

Il 3 aprile, il sito Libya Review ha riferito che l’ambasciata sudanese di Tripoli ha annunciato l’inizio della prima fase dei rimpatri volontari dei sudanesi che si trovano in territorio libico, anche senza la collaborazione dell’Oim.

L’anno precedente l’argomento era stato al centro di un incontro avvenuto a Il Cairo, in Egitto, dove il ministro degli Esteri sudanese Ali Youssif ha riaffermato l’impegno nella lotta contro l’immigrazione illegale e ha espresso gratitudine per gli sforzi dei Paesi vicini nell’accogliere i cittadini sudanesi fuggiti a causa della guerra. Ha sottolineato poi «l’impegno del governo nel creare un ambiente adeguato per il ritorno dei cittadini in patria e nel fornire loro i servizi necessari», riporta nella cronaca dell’evento il Sudan Tribune.

Le risposte di Commissione europea e Oim

Per quanto riguarda i rimpatri volontari dalla Libia al Sudan, un portavoce della Commissione europea ha precisato a IrpiMedia che «per il ritorno dei sudanesi nel loro Paese, permangono ostacoli significativi, come l’incertezza sulla stabilità e sulla situazione della sicurezza, la drammatica situazione umanitaria, la grave crisi economica, le problematiche legate agli alloggi e alla proprietà della terra, nonché la presenza di ordigni inesplosi».

«Allo stesso tempo – ha proseguito – l’Ue sta valutando, insieme alle autorità sudanesi e libiche e alle agenzie competenti delle Nazioni Unite, come rispondere al meglio alle richieste dei sudanesi in Libia che hanno espresso la volontà di rientrare volontariamente in Sudan, nel rispetto del principio di non-refoulement».

«Fino a quando tali ritorni non potranno avere luogo, sosteniamo la protezione continua ed efficace dei rifugiati, compresa la protezione contro i rimpatri forzati, e promuoviamo, ove possibile, l’inclusione e l’autosufficienza nei Paesi ospitanti», ha concluso il portavoce. 

La posizione attuale della Commissione europea è quindi diversa da quella sostenuta dall’ambasciatore Ue in Libia nelle comunicazioni del settembre 2025 visionate da IrpiMedia. Oim, invece, ha di fatto ribadito la sua linea, in questo momento ancora contraria ai rimpatri volontari in Sudan 

«L’Oim continua a monitorare attentamente la situazione in Sudan, che resta caratterizzata da un conflitto in corso, sfollamenti su larga scala e significativi bisogni umanitari e di protezione», ha dichiarato a IrpiMedia un portavoce dell’organizzazione.

«L’Oim – ha proseguito – sostiene il diritto dei cittadini sudanesi a fare ritorno, in linea con i suoi principi fondamentali di autonomia dei migranti e di processo decisionale informato. Tuttavia, un prerequisito per il coinvolgimento dell’Oim nella facilitazione dei ritorni è l’esistenza di condizioni che consentano un rientro volontario, sicuro e dignitoso, basato su una decisione individuale informata e liberamente espressa, senza pressioni o coercizione. Nei contesti di conflitto attivo o instabilità, questo principio è particolarmente cruciale».

L’agenzia Onu, infine, «fornisce servizi essenziali alle persone che rientrano spontaneamente in Sudan e sta ampliando il sostegno umanitario e alla ripresa all’interno del Paese, al fine di contribuire alla creazione di condizioni favorevoli a un ritorno sicuro e dignitoso».

L’incontro dell’aprile 2025 a Il Cairo era parte del processo di Khartoum, «una piattaforma di cooperazione politica tra i Paesi lungo la rotta migratoria tra il Corno d’Africa e l’Europa», lo descrive il sito dell’iniziativa. A siglare la nascita del processo, nel novembre 2014, è stato un vertice ministeriale tenutosi a Roma.

Oltre all’Italia, che è stata fin dal principio uno dei promotori, l’iniziativa coinvolge anche altri cinque Stati europei e sei africani. Erano tre anni che il Sudan non partecipava alle attività del processo di Khartoum.

Tra i partecipanti al meeting de Il Cairo c’era anche il ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi, il quale, riferisce Agenzia Nova, nel suo intervento ha sostenuto che i rimpatri volontari assistiti forniscono «un’assistenza che va a beneficio anche dei Paesi di origine» mentre «i Paesi di transito vedono allentata la pressione sui loro territori e si sentono supportati dai Paesi di destinazione che sono attivamente impegnati nei progetti di rimpatrio volontario assistito». «Ovviamente, anche i Paesi di destinazione beneficiano di un’indiretta riduzione della pressione dei flussi illegali», ha concluso.

La resa dell’Unhcr?

Senza risposte dall’Unhcr e con la sensazione che a Tripoli la situazione stesse diventando sempre più pericolosa, Fatima ha deciso di cambiare città e spostarsi ancora a ovest. Zawyia è un importante porto per la partenza dei migranti diretti in Europa, Italia soprattutto: nel 2024, secondo i dati del ministero dell’Interno, i migranti sudanesi hanno rappresentato il tre per cento di tutti gli sbarchi sulle coste italiane; nel 2025 la percentuale è salita al quattro mentre quest’anno siamo al dieci per cento circa dei 6.100 arrivi circa di fine marzo. I morti e dispersi in tutto il 2025 erano stati poco più di 1.300 ma nei primi tre mesi di quest’anno Oim ne ha contati già 622, di cui 55 erano partiti da Zawiya a inizio febbraio. 

A Fatima piacerebbe evitare di prendere il mare. Vorrebbe restare in Libia, a condizione di una maggiore sicurezza, oppure spostarsi in qualsiasi altro Stato confinante, con l’aiuto delle agenzie delle Nazioni Unite. 

Sulla carta, i cosiddetti reinsediamenti (resettlement) gestiti dall’Unhcr dovrebbero offrire un trasferimento verso Paesi terzi sicuri a persone vulnerabili come Fatima. Nei fatti, però, i numeri sono molto bassi. Lo scorso anno, solo 687 persone sono state reinsediate dalla Libia mentre nel 2024 erano state ancora meno (615) e il 72 per cento delle richieste era arrivato da cittadini sudanesi.

«Poiché solo un numero molto limitato di persone ha accesso a vie sicure e legali, la vera soluzione è porre fine alla guerra in Sudan affinché le famiglie possano tornare a casa in sicurezza e non intraprendere questi viaggi pericolosi», ha scritto l’agenzia delle Nazioni unite in un post su X.

Da un lato, si tratta di una fredda, ma corretta analisi della situazione; dall’altro, è anche una clamorosa resa. Le persone che fuggono dalla guerra in Sudan cercando una protezione a cui hanno diritto sono tante. Le vie sicure e legali per garantirla loro sono pochissime. E non c’è nulla che si possa fare.

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Crediti

Autori

Matteo Garavoglia
Paolo Riva

Editing

Lorenzo Bagnoli

Fact-checking

Lorenzo Bagnoli

Visuals

Lorenzo Bodrero

Foto di copertina

© Ramzi Haidar/Getty

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