Il suprematismo bianco italiano in rete. Le strategie di reclutamento e l’ombra del terrorismo

Una rete di suprematisti italiani si ispira alla Melevisione per diffondere online la propaganda suprematista. Molti sono pronti a passare all’azione

19 Febbraio 2021 | di Gabriele Cruciata, Arianna Poletti

Nei meandri del deep web, protetti da un potente sistema di anonimato, decine di estremisti di destra italiani si ritrovano in una chat nascosta. Un buco nero – un forum dall’aspetto innocuo, l’unico in italiano tra una moltitudine di board in inglese – in cui tutti gli utenti inviano messaggi servendosi dello stesso pseudonimo, Lupo Lucio, come in un lungo monologo solitario. Il riferimento è alla trasmissione per bambini della “Melevisione”, ma in realtà i Lupi, come si chiamano tra loro, hanno ben poco di innocente. Condividono materiale di propaganda di ispirazione suprematista, e nella loro tana qualsiasi brutalità è concessa, anche perché identificare un utente è quasi impossibile.

C’è chi non crede alla Shoah, chi racconta che vorrebbe dare fuoco ad una moschea e chi invoca la guerra razziale. Tra una conversazione e l’altra, la violenza è normalizzata. Gli utenti sono uniti da un obiettivo comune: combattere il cosiddetto «genocidio dell’uomo bianco e italiano». Lupo Lucio si dice pronto a «morire per la causa», considera l’apartheid come «un momento geniale, basato su una reale e necessaria separazione dei popoli con creazione di aree di reclusione per i neri» o festeggia il compleanno di Hitler organizzando eventi online.

Alcuni messaggi estrapolati dal gruppo online di suprematisti bianchi – Scorri le immagini

Gli utenti raccontano anche un altro lato della loro vita. Scene di disagio sociale ed isolamento, dipendenza da internet, difficoltà nel rapporto con le donne. Un elemento frequente nelle chat e nei post di questi gruppi è il diario, in cui vari utenti raccontano delle proprie frustrazioni personali e spiegano come il senso di impotenza dovuto a una società circostante corrotta e immorale li porti a voler agire contro le minoranze che la avvelenerebbero. Le insoddisfazioni si sfogano nella preparazione, almeno a parole, di uno scontro imminente tra nord e sud, bianchi e neri, cristiani e musulmani. «Buongiorno Lupi, abbiamo la possibilità di partecipare in qualche modo alla crociata euroscettica o siamo destinati a rimanere completamente ininfluenti?», si chiede Lupo Lucio.

Nel buco nero, infatti, c’è anche chi è pronto a passare all’azione, come abbiamo raccontato in un omonimo podcast pubblicato da Storytel e vincitore del Premio Roberto Morrione 2020. L’odio online non rimane online.

Le teorie promosse da Lupo Lucio ricordano molto da vicino quelle espresse da Andrea Cavalleri, il 22enne savonese che lo scorso 23 gennaio è stato arrestato nell’ambito di un’operazione antiterrorismo. La polizia ha anche effettuato perquisizioni a dodici persone ritenute vicine a Cavalleri in altre città italiane. Secondo gli investigatori Cavalleri si ispirava al gruppo suprematista statunitense AtomWaffen Division e alle Waffen-SS naziste e aveva creato delle chat in cui si istigava alla violenza contro gli ebrei e le donne. Minacciava di compiere stragi a danno di ebrei e femministe e aveva anche scritto e pubblicato manifesti per incitare alla rivoluzione violenta contro lo Stato.

Questa operazione di polizia, come la chat dentro cui ci siamo infiltrati, rivelano un problema strutturale spesso sottovalutato nel nostro Paese. Le organizzazioni di estrema destra, che da qualche anno sono caratterizzate dalla fusione tra il retaggio storico nazifascista e l’ideologia suprematista d’ispirazione americana, negli ultimi anni sono state oggetto di numerose operazioni di polizia che hanno reso possibile lo smantellamento di progetti eversivi di estrema destra.

Buco Nero è il podcast d’inchiesta vincitore del Premio Morrione per il giornalismo investigativo e pubblicato di recente in esclusiva su Storytel, la prima piattaforma europea di audiolibri e podcast. Gli autori si sono infiltrati in un gruppo online di suprematisti bianchi che usano la Melevisione come copertura delle proprie conversazioni estremiste. Si può ascoltare qui.

Secondo i dati forniti dall’associazione Lunaria, che raccoglie le segnalazioni di episodi razzisti in Italia, tra il 2008 e il 2020 ci sono stati almeno 7.426 casi gravi e registrati di razzismo. A seguito di un aumento notevole dei crimini d’odio, nel 2010 il Ministero dell’Interno ha fondato l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad), i cui dati però non vengono aggiornati dal 2018. Nel 2017 i crimini d’odio registrati sono stati 1.048, 300 in più rispetto all’anno precedente (736 nel 2016).

I dati dimostrano che il razzismo, la misoginia, l’antisemitismo e sempre più spesso l’islamofobia hanno radici profonde in Italia e sono considerati fenomeni in crescita e continua mutazione, anche grazie all’uso di internet. Fonti investigative raccontano che la sempre maggiore digitalizzazione della società rende più facile l’accesso a materiale estremista e dà una maggior impressione di impunità a chi offende o aggredisce.

Le stesse fonti investigative spiegano che uno dei fili rossi condivisi da chi si radicalizza online è l’isolamento. Si tratta spesso – raccontano – di giovani alienati, con difficoltà familiari, sociali o relazionali che trovano sfogo in un linguaggio e in delle azioni caratterizzate da forte violenza.

Ma in quale modo la diffusione di propaganda estremista sul web influenza l’aumento dei crimini d’odio? E poi: il suprematismo bianco di matrice americana è un problema anche in Italia?

Secondo sociologi e ricercatori che monitorano la diffusione della propaganda suprematista, la digitalizzazione della società ha dato una svolta netta e decisiva a quel fenomeno che gli esperti definiscono “percorso di radicalizzazione”, ovvero il processo che porta individui ordinari ad avvicinarsi a posizioni sempre più radicali e a sistemi di credenze che giustificano l’uso della violenza per scopi politici. L’Italia infatti non è certamente nuova al fenomeno dell’eversione di estrema destra, ma si trova ora ad affrontare una “materia nuova”, come l’ha definita Eugenio Spina, direttore della Polizia di prevenzione per il contrasto dell’estremismo e del terrorismo interno, facendo riferimento alle teorie suprematiste e a chi vi aderisce “radicalizzandosi” su internet.

Le forze di polizia negli ultimi anni hanno sventato vari progetti di attentati di natura suprematista che erano in fase di organizzazione in Italia. Nel novembre del 2019 un’operazione denominata Ombre Nere ha dissolto un gruppo di 19 suprematisti sparsi in varie città italiane che stavano organizzando la formazione del Partito nazionalista italiano dei lavoratori, apertamente antisemita e filonazista. Il gruppo aveva a disposizione molte armi da fuoco, tra cui fucili e carabine.

Il commissario capo della Polizia di prevenzione Beniamino Manganaro spiega che «Gli utenti si organizzavano servendosi di chat ristrette dove alcuni militanti parlavano espressamente della possibilità di procurarsi delle armi e di portare avanti un’attività di proselitismo, reclutamento e addestramento. Venivano somministrati veri e propri test per comprendere fino a che punto potesse giungere la loro radicalità». Allo stesso modo alcuni neofascisti stavano organizzando un’operazione dinamitarda contro la moschea di Colle Val d’Elsa, in provincia di Siena, prima di essere arrestati sempre nel novembre del 2019.

Anche in questo caso gli indagati avevano a disposizione armi e tritolo e, conferma la polizia, si servivano di una chat per organizzare un vero e proprio attentato. «Il fanatismo ideologico unito alla passione per le armi accomuna questi soggetti», conferma Manganaro.

Il tritolo dei fanatici di Colle Val d’Elsa proveniva da un’attività amatoriale di raccolta di tritolo da ordigni bellici inesplosi, mentre nel caso degli estremisti che volevano rifondare il partito fascista il reperimento delle armi era in capo a Pasquale Nucera, un ex ‘ndranghetista diventato informatore dei servizi segreti che aveva appoggi logistici in Francia ed era dotato di un finto distintivo di polizia francese che gli consentiva di fare su e giù con l’Italia.

Un altro caso significativo è quello dell’operazione Stormfront, che ha portato all’arresto dei frequentatori della parte italiana dell’omonimo sito, noto per essere il più grande sito di incitamento all’odio presente su Internet nonché fonte d’ispirazione di un noto personaggio della serie The Boys. Le persone colpite dall’operazione avevano finanziato il Ku Klux Klan e stavano programmando un’azione violenta contro la comunità rom. Oltre a questo, erano stati anche postati contenuti fortemente diffamatori e aggressivi nei confronti di vari personaggi pubblici tra cui l’ex sindaca di Lampedusa, Emanuele Fiano e Roberto Saviano. Questa operazione in particolare, insieme a quella più recente dello scorso gennaio, non fa che dimostrare il ruolo crescente di internet dove la propaganda estremista circola su chat, forum e applicazioni, favorendo il cosiddetto processo di radicalizzazione.

Gli stessi algoritmi dei principali social media portano l’utente da contenuti ritenuti accettabili a materiale progressivamente più estremo tramite un avvicinamento graduale e quasi impercettibile a video o immagini sempre più violente. Gli esperti definiscono questo processo con l’espressione “spirale di radicalizzazione”, e nonostante siti come YouTube o Facebook siano stati già da tempo invitati a porvi un freno modificando il funzionamento dell’algoritmo, è facile caderne vittima ancora oggi.

Foto: alcune armi sequestrate nell’ambito dell’operazione Ombre Nere

Come racconta il New York Times, è sufficiente cliccare su un video delle propaganda elettorale di Donald Trump e seguire i suggerimenti della piattaforma. Dopo tre o quattro video sulla propaganda politica dell’ex presidente americano, YouTube comincia a suggerire contenuti su complotti, leader del mondo americano del suprematismo bianco e video di sparatorie. L’esperimento ha portato il giornale americano a definire Youtube «uno dei più potenti strumenti di radicalizzazione disponibili su internet» . Anche su Facebook esiste una dinamica simile: se ci si iscrive a gruppi in sostegno di politici di destra e si seguono progressivamente i suggerimenti offerti dal social, si arriva rapidamenti all’interno di gruppi estremi come “Olocausto Italia”, in cui vengono postati contenuti violenti e articoli in sostegno di teorie del complotto spesso antisemite o razziste.

Ad ogni modo, non esistono soltanto i social per radicalizzarsi. Esiste infatti un ampio sottobosco digitale dove gli utenti possono trovare terreno fertile per le proprie posizioni politiche estreme. Tra le piattaforme principali utilizzate dai suprematisti bianchi di tutto il mondo ci sono gli imageboard, dei siti nati per la diffusione di manga giapponesi e rapidamente diventati il paradiso dei suprematisti e dei neonazisti, attratti dalla politica sulla privacy molto blanda adottata da questi siti.

Gli imageboard infatti non condividono o spesso neanche raccolgono le informazioni di chi vi naviga, rendendo quasi impossibile l’identificazione degli utenti. Per questo motivo sono diventati un elemento chiave della diffusione di teorie del complotto di stampo suprematista.

Il più famoso – il board 8chan, conosciuto anche come “il posto più oscuro di internet” – è stato usato per la diffusione di manifesti e manuali degli attentatori suprematisti bianchi. Dopo che nel 2019 tre attentati sono stati organizzati, condivisi e commentati su questo board – quello di Christchurch (Nuova Zelanda), di Pawey (Stati Uniti) e di El Paso (Stati Uniti) – 8chan è stato chiuso. Questo imageboard è stato fondato a 19 anni da Fredrick Brennan, utente di 4chan, proprio con l’obiettivo di creare un forum ancora più libero, senza moderatori. Anche se 8chan è stato oscurato, il mondo degli imageboard continua a popolarsi a partire proprio dal sito erede di 8chan: 8kun, tornato online nel novembre del 2019.

Gli imageboard sono conosciuti come il luogo di ritrovo preferito dai suprematisti americani. Ma l’Italia non è immune a questo problema. Ad esempio, Il 25 agosto 2019 un utente localizzato in Italia ha postato tre messaggi con cui avvertiva la community di un attacco previsto per il 30 agosto su un treno Roma-Milano. «Un giorno di questa settimana qualcosa di straordinario, il primo incidente di questo tipo, accadrà nel mio Paese. Sceglierò il treno più affollato e un numero considerevole di gente pagherà il pedaggio. Sono pronto a dare la mia vita per la causa», scriveva l’anonimo, la cui abitazione è stata perquisita pochi giorni dopo dalle forze di polizia. Ma la minaccia si è rivelata inconsistente.

L’Italia non è quindi immune dal terrorismo di matrice suprematista anche se, come fa notare la sociologa Barbara Lucini dell’istituto di ricerca dell’Università Cattolica di Milano ITSTIME (Italian Team for Security Terroristic Issues and Managing Emergencies), è necessario distinguere «il suprematismo bianco negli Stati Uniti, dove questa ideologia ha radici profonde culturali radicate nel contesto storico del Paese, dagli episodi di ispirazione suprematista a cui abbiamo assistito in Europa», dove chi aderisce invece si rifà a teorie di ispirazione neofascista o neonazista.

Per lei, uno dei primi è stato proprio in Italia: Luca Traini, autore della strage di Macerata nel febbraio del 2018. «Traini è un esempio interessante perché sembra aver agito da solo, nel senso che l’atto concreto è stato attuato esclusivamente da lui, ma in realtà viene da un retroscena socio culturale preciso», spiega Lucini.

Il problema – dicono gli esperti – è che il suo caso è stato raccontato come il delirio di un folle anziché come un preciso disegno stragista.

La versione del folle che si arma e spara è talmente diffusa che in ambito internazionale si parla spesso di lupi solitari per indicare attentatori che agiscono senza essere legati ad alcuna organizzazione riconosciuta come terroristica.

In Italia il caso di Traini è stato raccontato come il gesto di un folle che aveva agito per vendicare un precedente atto criminale consumatosi nella stessa Macerata pochi giorni prima. Secondo un pezzo scritto dal giornalista Valerio Renzi su Fanpage, questa definizione rischia di distogliere l’attenzione dal preciso background storico, culturale e ideologico all’interno del quale questi lupi solitari si muovono. Renzi scrive che «i lupi solitari non agirebbero se non avessero una rete di complicità, almeno ideologica, e un humus in cui trovarsi a proprio agio[…]. Nel caso di Traini si tratta di circuiti vicini a Forza Nuova che il 28enne frequentava – l’organizzazione neofascista invece di prendere le distanze ora si offre di pagare le spese legali definendolo addirittura come eroe -, nel caso di Casseri era Casapound».

Del resto già nel 2017 Jason Burke aveva scritto un lungo pezzo sul Guardian in cui si spiegava perché quello dei lupi solitari sia più un mito che non un fenomeno reale.

Anche l’ex Naziskin italo americano Christian Picciolini ha detto che «i lupi solitari non esistono, perché anche se non c’è un’affiliazione, queste persone comunque sono mosse e agiscono sulla scorta di ideali alimentati da organizzazioni spesso non riconosciute come terroristiche».

Il problema del paradigma del “lupo solitario” non è solo una questione accademica, ma ha dei precisi risvolti legali. Ad esempio, tanto nel caso dell’attentato di Oklahoma City quanto in quello compiuto dallo stesso Traini, gli autori delle violenze, pur facendo parte di una precisa area ideologica di estrema destra sono stati condannati per strage e non per terrorismo proprio perché mancava l’affiliazione ad un gruppo strutturato riconosciuto come terroristico.

Il direttore della polizia di prevenzione Eugenio Spina ha spiegato che l’impossibilità di indagare per terrorismo impedisce agli investigatori di utilizzare metodi investigativi più efficaci: «Questo avviene perché sono lupi solitari, cioè non fanno parte di alcun organizzazione, anche se i crimini che commettono sono senza dubbio atti di natura terroristica».

Ad oggi né l’Italia né l’Europa hanno inserito alcuna organizzazione di estrema destra nell’elenco di organizzazioni terroristiche.

Foto: alcune armi e bandiere sequestrate nell’ambito dell’operazione Ombre Nere | Editing: Giulio Rubino

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