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Cacciare gli animali per conservare la natura: il controverso modello della Tanzania

Le comunità locali Masai vengono etichettate come minaccia per la natura. Chi vuole uccidere animali a pagamento, invece, è il benvenuto

31.10.25

Davide Lemmi, Khalifa Said, Marco Simoncelli

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Africa
Tanzania
Turismo

Un grande cartello stradale annuncia la riserva di Pololeti, un’area a ridosso del parco nazionale del Serengeti, nel nord della Tanzania. Poche decine di metri più avanti si trova un cancello incustodito. Due pilastri e un architrave in legno segnano una linea immaginaria di estrema importanza per le comunità circostanti. Il confine, oltre a significare il divieto di accesso per le popolazioni indigene Masai, marca l’inizio della riserva di caccia.

«Vedete quei bufali lì?», chiede l’autista indicando una mandria che pascola su una collinetta. «Ovviamente non ne sono consapevoli, ma si trovano in un’area in cui la caccia, oltre a essere permessa, è anche il business principale».

L’inchiesta in breve

  • Nel giugno 2022 il governo della Tanzania ha deciso di trasformare l’area di Pololeti, al confine con il Kenya, in una game reserve: un’area protetta dove la presenza umana, il pascolo e l’agricoltura sono vietati, al contrario di caccia e safari turistici 
  • La scelta di far diventare Pololeti una riserva di caccia ha privato oltre 96mila persone dell’accesso ai pascoli stagionali e alle fonti d’acqua che garantivano la sopravvivenza del bestiame 
  • Non si tratta di un episodio isolato: il governo tanzaniano vuole creare 15 nuove riserve di caccia entro giugno 2026, per un totale di circa settemila chilometri quadrati 
  • Questo porterebbe a un’ulteriore estensione delle zone in cui la presenza umana è vietata, con il rischio che le comunità perdano spazi vitali per il pascolo, oltre alle proprie case.
  • Il sistema delle riserve, secondo il professor Bram Büscher, favorisce solo la protezione di specie iconiche, come gli elefanti. «Molti insetti, anfibi e piccoli mammiferi stanno scomparendo, ma non rientrano nelle priorità economiche del modello attuale», dice

L’istituzione della Pololeti game reserve nel giugno 2022 ha rappresentato uno spartiacque per le comunità Masai del distretto di Loliondo, al confine con il Kenya. In base alla legge tanzaniana, una game reserve è un’area protetta dove non sono ammessi né insediamenti umani né attività di sussistenza come pascolo o agricoltura, ma sono consentite la conservazione ambientale, i safari turistici e la caccia.

La decisione di trasformare quasi 1.500 chilometri quadrati di terra in riserva naturale ha avuto conseguenze per più di 96mila persone, private dell’accesso ai pascoli stagionali e alle fonti d’acqua che garantivano la sopravvivenza del bestiame e, con esso, delle famiglie. La vicenda di Pololeti non è un episodio isolato, ma è parte di un processo più ampio in corso in Tanzania.

Il ministero delle Risorse naturali e del turismo ha in programma di trasformare 15 aree in game reserve entro giugno 2026, per un totale di circa settemila chilometri quadrati. Questo porterebbe a un’ulteriore estensione delle zone in cui la presenza umana è vietata, con il rischio che le comunità perdano spazi vitali per il pascolo, oltre alle proprie case.

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Un paese sempre più recintato

L’8 giugno 2022 decine di fuoristrada di polizia, ranger e militari hanno fatto irruzione nei villaggi per iniziare la demarcazione forzata del territorio, imponendo lo sgombero con la violenza.

«Le loro intenzioni erano chiare, volevano buttarci fuori dalle nostre terre. Hanno persino sparato ad altezza uomo. Nell’operazione è morto un anziano», ricorda in un’intervista con IrpiMedia Saitoti Oleparmwaat, leader del villaggio di Ololosokwan, mentre raduna le sue capre nella boscaglia dietro casa. «Mi hanno arrestato e costretto a salire su un’auto, è stato solo grazie all’intervento delle donne del villaggio, che hanno accerchiato il veicolo, se non sono finito in carcere». Secondo le autorità un poliziotto è morto negli scontri.

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Gli episodi di Newsroom sono disponibili sul canale Spotify di IrpiMedia.

«La strategia del governo negli ultimi anni non è legata alla conservazione della natura, ma ciò a cui assistiamo nel nord del Paese: è un vero e proprio meccanismo di espropriazione della terra da parte delle autorità», racconta l’avvocato e attivista Masai Joseph Oleshengay, rimarcando come dietro la retorica della difesa della natura si nascondano interessi economici legati al turismo e alla caccia. «L’idea è quella di svuotare i territori, in modo da convertirli in qualcosa che produca denaro», sostiene.

Le autorità agiscono sulla base di una legge che stabilisce come in Tanzania la terra sia «sotto la tutela fiduciaria del presidente. Se ritiene che esista un interesse pubblico, il presidente può cambiare la classificazione della terra». In sostanza, il capo dello Stato può decidere, a propria discrezione, la destinazione di un territorio senza renderne conto alla popolazione.

Dei bambini Masai giocano tra la vegetazione con sullo sfondo il Kitenden Corridor, all’interno della Enduimet Wildlife Management Area (WMA). Questo corridoio transfrontaliero collega il Parco Nazionale del Kilimanjaro con l’Amboseli National Park in Kenya © Marco Simoncelli

Le game reserve come quella di Pololeti non sono l’unica tipologia di area in cui è consentita la caccia. La legislazione prevede altre due categorie di territorio destinate alla conservazione e allo sfruttamento regolamentato delle risorse naturali: le game controlled areas (Gca) e le wildlife management areas (Wma). Tutte queste sigle hanno l’obiettivo dichiarato di proteggere la fauna e l’ambiente, ma si distinguono per le modalità di gestione e per il rapporto con le comunità locali.

Nelle Wma e nelle Gca, pur con limiti stringenti, le attività umane non sono escluse del tutto.  Nelle prime sono infatti consentite residenza, pastorizia e, in alcuni casi, agricoltura. Nelle seconde, invece, la normativa vieta la coltivazione e consente il pascolo solo con specifico permesso dell’autorità competente, mentre autorizza la residenza. Al contrario, nelle game reserve la presenza umana è bandita.

Oggi circa il 43% del territorio tanzaniano si trova in un’area protetta. La superficie delle game reserve, delle game controlled area e delle wildlife management area è arrivata a 159mila chilometri quadrati, pari a circa due volte l’estensione di un Paese come l’Austria. 

Nell’elenco ufficiale delle aree gestite dall’ente statale responsabile della supervisione delle riserve di caccia – la Tanzania wildlife management authority (Tawa) – però, la Pololeti game reserve non compare. Questa assenza riflette la natura controversa della sua istituzione. Il 17 giugno 2022, una settimana dopo gli sgomberi, il ministro delle Risorse naturali e del turismo ha dichiarato l’area di Pololeti una game controlled area.

Le comunità Masai hanno presentato ricorso al tribunale di Arusha, contestando sia l’illegalità degli sgomberi, avvenuti in un’area dove era permessa residenza e pastorizia, sia la mancata consultazione pubblica.

Un pastore masai cammina nella savana all’interno della Lake Natron Game Controlled Area
Un pastore Masai cammina nella savana all’interno della Lake Natron Game Controlled Area © Marco Simoncelli
Pastori masai al tramonto con il loro bestiame all’interno della Lake Natron Game Controlled Area
Un pastore Masai al tramonto con il suo bestiame all’interno della Lake Natron Game Controlled Area © Marco Simoncelli

Il 14 ottobre 2022, per evitare una possibile sentenza sfavorevole, la presidente Samia Suluhu Hassan ha emesso un decreto presidenziale che ha sanato retroattivamente la creazione di Pololeti, elevandola allo stato di game reserve. In questo modo, nonostante nel settembre 2023 il tribunale di Arusha abbia dato ragione alle comunità Masai, dichiarando illegittimo il provvedimento ministeriale originario, la firma presidenziale aveva già convalidato la trasformazione dell’area.

Il caso resta tuttora al centro di un contenzioso giudiziario: nell’ottobre 2024, la Corte suprema della Tanzania ha respinto il ricorso delle comunità, che hanno però presentato nuovamente ricorso, chiedendo di riesaminare la decisione presidenziale e ottenere risarcimenti per gli sgomberi forzati e la perdita dell’accesso alle terre.

La concessione emiratina e le accuse di corruzione

Secondo un report di Amnesty International, dagli inizi degli anni ’90 l’area che oggi è la Pololeti game reserve è gestita come una concessione di caccia esclusiva della Otterlo business corporation (Obc). È una società di Panama, che opera in Tanzania attraverso la propria filiale, registrata con il nome di Royal Safaris Conservation. 

La testata Mongabay ha ricostruito come Obc sia stata fondata dal colonnello generale Mohammed Abdulrahim Al Ali, vice ministro alla difesa degli Emirati Arabi Uniti legato alla famiglia reale di Dubai dello sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktoum. Secondo organizzazioni locali come Masai United, l’area sarebbe gestita per conto della famiglia reale di Dubai, come confermerebbero le frequenti visite dello sceicco.

Fin dall’inizio delle proprie attività, Obc è stata al centro di varie accuse di corruzione. Già nel 1994 una commissione governativa aveva esaminato le licenze della Otterlo business corporation, giudicandole irregolari. Due anni più tardi, una nuova indagine era arrivata alle stesse conclusioni: la concessione data alla società del generale Al Ali era stata segnata da atti di corruzione.

Un giovane pastore Masai cammina con le sue capre lungo la strada che porta verso la “Montagna di Dio”, Ol’Doinyo Lengai per i Masai, vulcano attivo che si erge vicino al villaggio di Engaresero, ai piedi del Lago Natron © Marco Simoncelli

Nel 2017, l’allora ministro delle Risorse naturali, Hamis Kigwangalla, ha accusato Isack Mollel, all’epoca direttore esecutivo di Obc, di aver tentato di corrompere il ministero con donazioni per un totale di oltre due milioni di dollari. Secondo Amnesty International, tuttavia, Otterlo business corporation continua a operare nell’area di Pololeti, come dimostrano i fuoristrada della società panamense visti da IrpiMedia muoversi quotidianamente nella riserva. Obc non ha risposto a una richiesta di commento. 

Oggi, mentre facoltosi turisti con la passione per le pratiche venatorie visitano l’area, anche grazie a famosi tour operator, alle popolazioni indigene non resta che guardare. «Cacciano via chi si prende cura della fauna, etichettandolo come minaccia per la natura e accolgono coloro che vengono qui a uccidere gli animali a pagamento», denuncia l’avvocato per i diritti umani Joseph Oleshengay. «Le autorità chiamano stakeholder i cacciatori di trofei, invece il Masai che vuole solo sopravvivere diventa un bracconiere». 

In Tanzania, come in altri Paesi dell’Africa subsahariana, la caccia agli animali selvatici è autorizzata e regolamentata. Le aziende che si occupano di questo particolare tipo di turismo devono chiedere una concessione alla Tawa, l’agenzia dell ministero delle Risorse naturali e del turismo. Le regole sulle licenze rilasciate dalle autorità tanzaniane cambiano a seconda dell’animale che si vuole cacciare: più rigide per animali rari, meno per quelli comuni. A seconda dell’obiettivo della battuta cambia anche il tariffario: da 1.750 dollari per una zebra, fino a 35-40mila dollari per un elefante, a seconda della grandezza delle zanne. 

Lago Natron, comunità a rischio espulsione

Ad accomunare i territori a rischio di conversione in game reserve è la loro posizione. Le aree si trovano infatti su zone di fondamentale importanza per la migrazione degli animali selvatici, a fianco di grandi parchi nazionali e vicini al confine con il Kenya. Questo colpisce in modo particolare le comunità Masai, una volta libere di fluire tra i due Paesi alla ricerca di pascoli adatti alle mandrie.  

Delle bambine masai scherzano a bordo strada mentre attendono dei clienti a cui vendere miele, nella zona di Loliondo. I masai, oltre che allevatori, praticano anche la raccolta, vivendo di ciò che offre l’ambiente naturale circostante
Delle bambine Masai scherzano a bordo strada mentre attendono dei clienti a cui vendere miele, nella zona di Loliondo. I masai, oltre che allevatori, praticano anche la raccolta, vivendo di ciò che offre l’ambiente naturale circostante © Marco Simoncelli
Una vista del Lago Natron e del vulcano Ol Doinyo Lengaï, nel nord della Tanzania
Una vista del Lago Natron e del vulcano Ol Doinyo Lengaï, nel nord della Tanzania © Marco Simoncelli

La montagna di Dio, Ol’doinyo Lengai per i Masai, è un vulcano attivo che si erge ripido a pochi chilometri dal villaggio di Engaresero, nel nord della Tanzania. Ai suoi piedi si apre il lago Natron, uno specchio d’acqua salino che rappresenta il santuario di riproduzione più importante al mondo per i fenicotteri minori. Qui nidifica circa il 75% della popolazione globale di questi uccelli dal caratteristico piumaggio rosa intenso. 

«Engaresero e i suoi dintorni sono dei luoghi sfortunati. Da anni il governo tenta di sfrattare gli abitanti perché, dal punto di vista turistico, si trova in una posizione strategica», racconta Navaya Ole Ndaskoi, dell’Ong Pingo. Il territorio adiacente al lago, circa 3.000 chilometri quadrati, è già parte di una game controlled area. All’interno sono presenti quattro blocchi di caccia concessi a compagnie private che pagano canoni annuali fino a 300mila dollari ciascuna.

Tra i clienti di queste aziende ci sono anche personaggi di spicco. L’8 giugno 2023, Donald Trump Jr., figlio del presidente statunitense, si è recato in Tanzania, visitando, tra le altre, le aree del lago Natron. Stando a media locali e a fonti anonime vicine alla Tawa sentite da IrpiMedia, Trump Jr. avrebbe speso decine di migliaia di dollari per un safari che prevedeva intense sessioni di caccia. 

Il ministero delle Risorse naturali e del turismo tanzaniano, poi, sembra avere ulteriori piani per quest’area. Il Natron rientra infatti tra i luoghi individuati per la creazione di nuove game reserve. Il progetto prevede la riconversione di quasi quattromila chilometri quadrati di territorio in riserva di caccia esclusiva. Una decisione che, se approvata ufficialmente, rischierebbe di limitare ulteriormente lo spazio vitale delle comunità Masai.

Una giovane masai cammina in un ruscello che attraversa il villaggio di Engaresero, all’interno della Lake Natron Game Controlled Area. Questi corsi d’acqua sono cruciali per la sopravvivenza delle comunità locali, poiché l’acqua del Lago Natron non è potabile
Una giovane Masai cammina in un ruscello che attraversa il villaggio di Engaresero, all’interno della Lake Natron Game Controlled Area. Questi corsi d’acqua sono cruciali per la sopravvivenza delle comunità locali, poiché l’acqua del Lago Natron non è potabile © Marco Simoncelli
Veduta di un’ampia vallata con centinaia di mucche al pascolo insieme ad altri animali, nella zona attorno al Lago Natron, all’interno della Lake Natron Game Controlled Area
Veduta di un’ampia vallata con centinaia di mucche al pascolo insieme ad altri animali, nella zona attorno al Lago Natron, all’interno della Lake Natron Game Controlled Area © Marco Simoncelli
Il villaggio di Egaresero © Placemarks, Map Data: Airbus

La prima immagine risale al 2020 e mostra una casa tradizionale (boma) nell’area di Pololeti. Nella seconda immagine del 2024 è comparsa la nuova recinzione dell’area, affiancata da una pista, mentre sono evidenti i resti del villaggio distrutto © Placemarks, Map Data: Google/Airbus

Una recente immagine satellitare del confine orientale dell’area di Pololeti. Si notano la pista e la recinzione recentemente realizzate che corrono in verticale fra la vegetazione e i resti di un Boma abbandonato a brevissima distanza dal confine
Una recente immagine satellitare del confine orientale dell’area di Pololeti. Si notano la pista e la recinzione recentemente realizzate che corrono in verticale fra la vegetazione e i resti di un Boma abbandonato a brevissima distanza dal confine © Placemarks, Map Data: Airbus

«Per quanto riguarda la trasformazione del lago Natron in riserva di caccia, ne abbiamo solo sentito parlare in tv», spiega Nesikar Dausi, Masai residente a Engerasero. «Non siamo contenti di questa decisione. Avete visto il bacino del lago, è lì che ora pascola il nostro bestiame. Se trasformassero quell’area in game reserve, i nostri animali dovrebbero scalare le montagne per trovare del cibo e non è possibile».

Nonostante il territorio non sia ancora ufficialmente una riserva di caccia, i ranger governativi si comportano come se questa fosse già in vigore. Diverse testimonianze raccolte sul campo da IrpiMedia sostengono che negli ultimi anni i guardiaparco abbiano cominciato a porre limiti sulla libertà di movimento delle comunità.

«Li abbiamo accolti, e loro hanno preso con la forza la nostra terra. Non veniamo neanche più consultati. Ora abbiamo capito quali sono le loro reali intenzioni», continua Dausi.

Al rischio di espulsione e all’atteggiamento dei ranger nell’area si aggiungono i sistemi usati dalle autorità nazionali per spingere la popolazione a spostarsi, come avviene in altre aree del nord della Tanzania. «Se succedeva una gravidanza complicata, prima potevamo chiamare il servizio medico aereo. Ora non è più consentito atterrare nella pista del villaggio», denuncia Dausi. Senza fornire una spiegazione, infatti l’aviazione civile tanzaniana ha negato le autorizzazioni ai voli medici gestiti dall’organizzazione no profit Flying Medical Service, che opera nel nord della Tanzania da 40 anni.

Due giovani Masai preparano carne su un falò durante la celebrazione di un rito di iniziazione tradizionale all’interno di una comunità nell’Area di conservazione di Ngorongoro © Marco Simoncelli

Per molti e molte, il servizio aereo ha significato la possibilità di curarsi. È il caso di Nalotwesha, 28 anni, una donna Masai del villaggio remoto di Napandi, vicino al lago Natron, colpita due volte da ictus. Fu un volo medico d’emergenza a salvarla la prima volta, ma quando il problema si è ripresentato, gli aerei erano già fermi. «L’aereo ci dava una speranza, ora siamo abbandonati, nel nostro villaggio non ci sono né medici né medicine», racconta la donna. «Sono stata costretta a trovare un altro modo per raggiungere Arusha, ma era troppo tardi». A causa del ritardo nell’assistenza, Nalotwesha è rimasta parzialmente paralizzata.

Ritratto di Nalotwesha, una giovane masai del villaggio remoto di Napandi, vicino al Lago Natron, colpita due volte da ictus. La prima volta fu salvata da un volo d’emergenza del Flying Medical Service, organizzazione no profit che per 40 anni ha garantito cure gratuite e vaccini in zone remote del nord della Tanzania. Ma quando la malattia si è ripresentata, gli aerei erano già fermi a causa del blocco delle autorizzazioni a volare
Ritratto di Nalotwesha, una giovane Masai del villaggio remoto di Napandi, vicino al Lago Natron, colpita due volte da ictus. La prima volta fu salvata da un volo d’emergenza del Flying Medical Service, organizzazione no profit che per 40 anni ha garantito cure gratuite e vaccini in zone remote del nord della Tanzania. Ma quando la malattia si è ripresentata, gli aerei erano già fermi a causa del blocco delle autorizzazioni a volare © Marco Simoncelli

Finanziare la conservazione con la caccia

L’Enduimet Wildlife management area fa da cerniera tra il parco del Kilimangiaro e il confine con il Kenya. Coinvolge 11 villaggi Masai in una gestione comunitaria del territorio ed è considerata un modello di conservazione in Tanzania. Le regole della Wma, istituita nel 2007, prevedono che il 25-33% degli introiti vada direttamente ai membri delle comunità villaggi coinvolte. Una notevole differenza con il 3% che proviene dalla caccia ai trofei. 

Negli ultimi anni, però, anche questo “modello” ha mostrato le contraddizioni di un sistema che finanzia la conservazione attraverso la caccia. Tra il 2023 e il 2024, nell’area di Enduimet sono stati ritrovati i resti carbonizzati di cinque elefanti «super tuskers». Sono una specie rarissima, di cui restano meno di cinquanta esemplari al mondo: gli elefanti più grandi del pianeta, con zanne d’avorio lunghe anche due metri. Gli animali, secondo una fonte che lavora sul campo e che preferisce restare anonima, sarebbero stati uccisi durante battute di caccia autorizzate dalla Tanzania wildlife management authority (Tawa). «Sapevamo che erano state rilasciate cinque licenze per la zona di Enduimet», racconta la fonte anonima. «Uno degli elefanti aveva solo trent’anni, in piena età riproduttiva. I corpi sono stati bruciati per evitare l’identificazione», prosegue. 

L’episodio ha infranto un accordo informale che durava da quasi trent’anni, garantendo agli elefanti un libero passaggio tra Kenya e Tanzania. Secondo un’inchiesta di Occrp, una delle società che ha organizzato le battute in cui sono stati uccisi almeno due dei cinque elefanti è la Kilombero North Safari, di proprietà dell’imprenditore Akram Aziz. Kilombero North Safari sostiene sul proprio sito di praticare una caccia “etica” finalizzata alla conservazione, destinando parte dei fondi provenienti dalle pratiche venatorie all’area di conservazione, alle attività antibracconaggio e alle comunità Masai. Le uccisioni nell’Enduimet, tuttavia, mettono in dubbio la coerenza di questo modello. 

Nel frattempo, anche nella zona le comunità locali hanno denunciato pressioni sulle terre in cui vivono. Nel luglio 2023, l’autorità della Wildlife management area ha emesso otto ordini di sfratto nell’area, provocando proteste. Le autorità hanno parlato di «espansione agricola illegale», ma per i Masai si tratta dell’ennesimo tentativo di restringere il proprio spazio vitale in nome della conservazione. «Sebbene l’Enduimet venga presentata come una gestione comunitaria, i villaggi non possiedono realmente la terra: resta sotto la tutela del presidente», spiega una fonte anonima del luogo. In pratica, qualsiasi attività deve essere approvata dalla Tawa, lasciando le comunità senza reale potere decisionale.

Il dibattito sulla conservazione

Il piano di espansione delle game reserve in Tanzania si inserisce in un dibattito più ampio su come finanziare la conservazione della natura e affrontare la crisi ambientale globale. La caccia, in particolare, divide esperti e istituzioni. A sostegno di questo modello ci sono organizzazioni, locali e internazionali, che lo considerano una forma di economia sostenibile.

«Interrompere la caccia ai trofei senza finanziamenti alternativi (per la conservazione, ndr) significherebbe trasformare le riserve in campi di mais e allevamenti nel giro di pochi mesi», ha dichiarato Tim Davenport, direttore per l’Africa di Re:wild, organizzazione co-fondata da Leonardo Di Caprio. Per Davenport le game reserve rappresentano una barriera contro la perdita di habitat e biodiversità.

Questa visione viene contestata da Bram Büscher, presidente del dipartimento di sociologia dello sviluppo e del cambiamento all’università di Wageningen, in Olanda. «Dal 1960 il numero di aree protette è cresciuto di dieci o quindici volte, e i fondi per la conservazione non sono mai stati così alti. Eppure la crisi di estinzione si è aggravata». Il professore sottolinea come il sistema favorisca la protezione di specie iconiche, come leoni, elefanti e rinoceronti, ignorando il collasso più ampio degli ecosistemi: «Molti insetti, anfibi e piccoli mammiferi stanno scomparendo, ma non rientrano nelle priorità economiche del modello attuale».

Nel mezzo di questa disputa restano le comunità Masai, sospese tra chi le considera un ostacolo alla tutela ambientale e chi vorrebbe riconoscerle come protagoniste di un’altra forma di conservazione. Oggi nel nord della Tanzania, i confini sono sempre più netti: savane inaccessibili agli abitanti locali, dove elefanti, giraffe e zebre diventano lo sfondo di una natura trasformata in patrimonio da monetizzare.

Crediti

Autori

Davide Lemmi
Khalifa Said
Marco Simoncelli

Editing

Edoardo Anziano

Fact-checking

Edoardo Anziano

Ha collaborato

PlaceMarks
Fada Collective

Con il supporto di

Pulitzer Center on Crisis Reporting
IJ4EU

Foto di copertina

Un pastore Masai, tra le vittime della perdita di terre © Marco Simoncelli

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