29.10.25
Superato il cancello di ingresso dell’area di conservazione di Ngorongoro, nel nord della Tanzania, la strada si inerpica su una pista in terra battuta. Decine di fuoristrada pieni di turisti, per lo più provenienti dal Nord America o dall’Europa, viaggiano in direzione opposta.
«Nonostante Ngorongoro sia casa nostra, noi non siamo più i benvenuti», spiega Joseph Oleshengay, avvocato per i diritti umani e Masai – una popolazione diffusa tra Kenya e Tanzania – mentre osserva avvilito dal finestrino lo scorrere delle auto. «Da almeno dieci anni seguo in tribunale i casi della mia comunità. Nel nord della Tanzania i Masai stanno affrontando ingiustizie in nome della cosiddetta conservazione della natura. Insieme ai miei fratelli cerchiamo di porre un freno a tutto questo».
Joseph non è solo un legale ma anche un attivista e, per molti membri della sua comunità, l’unica speranza di far sentire la propria voce. «Il mio obiettivo è impedire che il governo tanzaniano ci sottragga il bene più prezioso: la terra».
L’inchiesta in breve
- L’area di conservazione di Ngorongoro, nel nord della Tanzania, è un ecosistema unico, che ospita 25mila grandi mammiferi, tra cui leoni, zebre ed elefanti
- Per le popolazioni di pastori Masai che ci vivono, le aree di pascolo e i capi di bestiame sono limitati e la costruzione di nuove abitazioni è vietata
- Nonostante le regole a cui devono sottostare, il governo prevede lo spostamento forzato di 80mila Masai da Ngorongoro entro il 2027. Un approccio che, secondo diverse organizzazioni internazionali, ha già causato violazioni dei diritti umani
- «La storia in questo luogo è circolare – riflette l’attivista Masai Joseph Oleshengay – a fine anni ’50 hanno sfrattato mio padre dal Serengeti e ora le autorità tanzaniane vogliono ripetere la stessa operazione qua. La cosa triste è che lo fanno per il turismo, per un ritorno economico, non per la natura»
- Le immagini satellitari analizzate da PlaceMarks per IrpiMedia, mostrano che nuovi insediamenti per il ricollocamento dei Masai sono già in costruzione, a 700 chilometri dall’area di conservazione
- «L’obiettivo è creare una natura immaginaria, vuota, selvaggia e intatta», commenta Paul Renault, ricercatore di Survival international. «È un modello coloniale e razzista che è concentrato sul profitto. Non riguarda più la biodiversità»
L’area di conservazione di Ngorongoro è un ecosistema unico. Questo territorio, vicino al più famoso parco del Serengeti, ospita circa 25mila grandi mammiferi, tra cui leoni, zebre, gnu, elefanti e rinoceronti neri, e qui si trova il più grande cratere vulcanico intatto del mondo. Per questi motivi, nel 1979 l’Unesco lo ha dichiarato patrimonio dell’umanità e, nel 2010, ne ha riconosciuto anche il valore storico-culturale.

«Dal 1975 le autorità hanno cominciato a regolamentare, come dicono loro, quest’area, limitando i nostri spostamenti, le zone in cui possiamo vivere e impedendo l’accesso al cratere (del vulcano, ndr)», continua Joseph. «A oggi le popolazioni Masai dell’area di conservazione sottostanno a rigide limitazioni. Le aree di pascolo sono ristrette, la costruzione di nuove abitazioni, anche tradizionali, è vietata, ed esiste un tetto massimo di animali a persona. In sostanza, alle comunità è destinato solo il 4% del territorio», spiega l’avvocato e attivista.
Nonostante le regole a cui le comunità Masai devono sottostare, il governo sta anche portando avanti un piano di ricollocamento che prevede lo spostamento forzato di circa 80mila persone entro il 2027.
Le immagini satellitari analizzate da PlaceMarks per IrpiMedia mostrano che nuovi insediamenti sono già in costruzione a centinaia di chilometri dall’area di conservazione.
Turisti internazionali a bordo delle jeep da safari all’interno del cratere e in uno dei punti di ristoro del parco. Questa riserva, nel nord della Tanzania, è tra le più visitate del Paese e del mondo © Marco Simoncelli
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Per i Masai di Ngorongoro, che dipendono dalla pastorizia, queste regole non hanno generato solo conseguenze economiche. «Il cratere, per esempio, ha un significato che trascende la pastorizia, che è la nostra attività principale. È legato alla fede e ai riti sacri che svolgiamo», aggiunge Oleshengay, mentre l’auto sorpassa il punto di osservazione della caldera dove, tra selfie e video, i turisti ammirano il paesaggio.
Alle richieste di commento inviate da IrpiMedia, le autorità dell’area di conservazione, il ministero delle Risorse naturali e del turismo e il governo non hanno risposto.
Pressioni e privazioni a Ngorongoro
Dal 2022, il governo nominato dall’attuale presidente Samia Suluhu Hassan ha implementato politiche ancora più radicali, con l’obiettivo di ricollocare gran parte della popolazione Masai di Ngorongoro.
«Quando hai un Paese che dipende dalle entrate del turismo e della caccia sportiva agli animali selvatici, è molto allettante per il governo puntare su questo sistema», spiega Mathew Bukhi Mabele, docente e ricercatore all’università di Dodoma, capitale della Tanzania. «Avere una natura svuotata dall’elemento umano è propedeutico per implementare nuovi progetti turistici o riserve di caccia, e questo significa maggiori entrate».
La strategia del governo e delle autorità di Ngorongoro per spingere i Masai a lasciare la terra segue una logica precisa: logorare le comunità, riducendo gradualmente le sue possibilità di sopravvivenza sul territorio. In quest’ottica, i primi a essere tagliati sono stati i servizi.
«Hanno ordinato la demolizione di nove scuole entro 30 giorni – spiega Joseph – e hanno demolito anche sei punti di distribuzione di medicinali su sette». Le autorità di Dodoma non hanno mai risposto alle richieste di replica di IrpiMedia.
Un villaggio masai in una vallata all’interno dell’Area di conservazione di Ngorongoro. Queste comunità sono tra quelle sotto pressione per il trasferimento fuori dall’area protetta, nel nord della Tanzania © Marco Simoncelli
Un documento ufficiale dell’area di conservazione di Ngorongoro – ottenuto da Joseph – dimostra poi che le autorità hanno bloccato i conti bancari di diversi villaggi, senza fornire alcuna motivazione.
«Le scuole crollano a pezzi. Hanno bloccato i fondi per la ristrutturazione per anni», racconta un impiegato statale che preferisce rimanere anonimo per paura di eventuali ritorsioni. Nei villaggi di Ngorongoro, le classi ospitano centinaia di studenti ammassati sui banchi e seduti sul pavimento.
I Masai hanno anche denunciato il tentativo di avvelenamento del mangime per animali da parte delle autorità. Nel 2021, alcune comunità hanno ricevuto dalle autorità di Ngorongoro del foraggio per le proprie vacche come consolazione per la perdita di terreni utili alla pastorizia. Eppure, come dimostrato dalle analisi svolte da un laboratorio governativo, il mangime era stato contaminato da piombo e sabbia.

«Il governo ha distribuito mangime avvelenato al nostro bestiame, causando la morte di molti animali», ricorda Salingo Oleytyapa, capovillaggio di Malanja. «Non è forse questo un modo per eliminarci?».
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Un’eredità coloniale mai superata
Il fuoristrada su cui viaggia Joseph si ferma in un piccolo spiazzo antistante il villaggio di Malanja. Davanti al cancello in legno di una tipica casa Masai, detta boma, si trova Moses Oleshengay, 77 anni, suo padre.
«Nel 1959 il governo coloniale britannico ci ha intimato di lasciare quello che oggi è conosciuto come il parco nazionale del Serengeti (200 km a nord-ovest dall’area di conservazione, ndr) trasferendoci con la forza a Ngorongoro», racconta l’anziano, mentre cammina fianco a fianco con il figlio su un leggero pendio adiacente al villaggio. «Prima hanno bloccato i servizi essenziali, poi ci hanno negato l’accesso a risorse fondamentali, come l’acqua, ed infine le autorità hanno intimato a oltre quattromila persone di spostarsi nell’attuale area di conservazione, dove c’erano già diverse comunità Masai».
La logica dietro all’operazione del 1959 era quella di creare un’area in cui la natura fosse incontaminata. Gli inglesi vedevano nelle attività di pastorizia dei Masai una minaccia per gli habitat, le riserve d’acqua e le grandi migrazioni di gnu ed elefanti. Dietro a questa scelta, però, c’era innanzitutto l’obiettivo di stimolare il turismo, creando paesaggi “selvaggi” da offrire a visitatori e studiosi.
L’area di uno dei cinque campi di ricollocamento di Msomera nel 2017 e dopo la creazione del campo nel 2025; l’immagine evidenzia che mentre alcuni villaggi preesistenti sono stati preservati, il territorio dei pascoli aperti è stato completamente lottizzato e trasformato © Placemarks, Map Data: Airbus

Cala il sole su Ngorongoro. Lentamente padre e figlio camminano nella radura antistante il boma, mentre una mandria di vacche condivide l’erba con alcune zebre. «La storia in questo luogo è circolare – riflette Joseph – a fine anni ’50 hanno sfrattato mio padre dal Serengeti e ora le autorità tanzaniane vogliono ripetere la stessa operazione qua, svuotando nuovamente il territorio. La cosa triste è che lo fanno per il turismo, per un ritorno economico, non per la natura».
Mentre le ombre della notte si allungano, le jeep piene di turisti si affrettano a raggiungere gli alloggi. In 20 anni qui, le strutture turistiche, tra lodge e campeggi, sono aumentate da 18 a 62, per un totale di quasi un migliaio di posti letto.
Il campeggio Simba A è una delle poche strutture pubbliche. Decine di ragazzi, per lo più giunti nell’area con programmi di vacanza-studio dagli Stati Uniti e dall’Europa, godono del fresco serale sulle alture della caldera. Nella cucina comune, un fabbricato di cemento con diverse postazioni, decine di cuochi Masai preparano da mangiare. «Ho iniziato a cucinare per i safari almeno cinque anni fa», racconta Isack, 30 anni, proveniente da un villaggio alle porte di Ngorongoro, mentre taglia il pollo: «Mio nonno era originario del Serengeti, ma io non ci sono mai stato», dice.
Il campeggio Simba A è l’opzione di alloggio più economica di Ngorongoro. Un giorno e una notte nell’area, considerando autista, cuoco, accesso al parco, alloggio, cibo e macchina a noleggio, costano circa 3-400 euro a persona.
Nel buio, lungo tutto il cono vulcanico, si vedono le luci degli hotel in lontananza. Gli ospiti dei lodge di Ngorongoro sono perlopiù viaggiatori d’élite: un turismo esclusivo, inaccessibile alla gran parte dei tanzaniani. Una notte nell’area di conservazione, attività incluse, può arrivare a costare migliaia di euro a persona.
Una donna masai osserva il bestiame in una vallata all’interno dell’Area di conservazione di Ngorongoro © Marco Simoncelli
Negli ultimi 15 anni, nell’area di conservazione, ma in generale in tutto il nord della Tanzania, questo approccio alla conservazione della natura ha causato, secondo diverse organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, diverse violazioni dei diritti umani.
Il turismo è uno dei settori trainanti del Paese: vale il 17% del Pil e impiega circa 1,4 milioni di persone. Secondo uno studio, però, il turismo a Ngorongoro è orientato verso un’«ultimate wildlife experience» che genera grandi utili per tour operator, lodge e governo centrale, ma non lascia niente alla popolazione locale: degli oltre 90 milioni di euro annui generati nel 2024 dal parco, solo il 5% è andato a beneficio delle comunità locali.
Molte delle strutture ricettive appartengono a grandi aziende o fondi d’investimento. Il lodge Meliá Collection, 60 suite e una villa con vista mozzafiato sul cratere, è parte di una grande catena alberghiera con sede a Palma di Maiorca, in Spagna. Il 54% delle quote della Meliá Hotels International è in mano alla famiglia Escarrer, mentre quasi il 10% è della Global Alpha Capital Management, una società di gestione patrimoniale canadese.
Stando alle statistiche diffuse dal governo tanzaniano, nel 2023 più di mezzo milione di persone sono entrate nell’area di conservazione, contro le poco più di 400mila di cinque anni prima.
La protesta e la risposta del governo
Nell’area di conservazione, turisti facoltosi e comunità Masai sembrano due bolle separate. La mattina del 18 agosto 2024, però, questi due mondi si sono improvvisamente toccati. Migliaia di uomini, donne e bambini Masai, seguendo sentieri conosciuti solo alle comunità ed evitando così i posti di blocco delle autorità, si sono riuniti in una manifestazione durata cinque giorni. La strada che da Ngorongoro porta al Serengeti è stata bloccata e le auto dei turisti sono rimaste ferme nel traffico.
Le comunità dell’area hanno chiesto il ripristino di sanità, istruzione, acqua e la sospensione delle demolizioni nei villaggi, oltre all’abrogazione di una legge che escludeva molti villaggi Masai dal registro elettorale.


Il risultato delle manifestazioni, anche grazie all’interesse mediatico, è stato immediato. I villaggi Masai sono stati reintegrati nel registro elettorale, mentre una piccola percentuale di fondi è tornata a fluire nelle casse dei comuni del distretto. Il governo tanzaniano è stato infine costretto a rivalutare il controverso trasferimento dei residenti.
«A differenza di altre aree, a Ngorongoro non si muore per colpi d’arma da fuoco. Non potrebbero usare la violenza, ucciderebbero anche il turismo», dice Joseph. «È un eccidio silenzioso e quando la gente grida aiuto, le autorità rispondono: volete andarvene? Vi portiamo nella cittadina di Msomera».
Msomera, il villaggio del «ricollocamento volontario»
Settecento chilometri a sud-est dell’area di conservazione, il governo ha stabilito il luogo per ospitare le popolazioni Masai provenienti da Ngorongoro. Dal 2022, il piccolo villaggio di Msomera, che contava poche centinaia di persone, si è trasformato. Stando ai dati diffusi dal governo, a settembre 2024 quasi 10mila persone sono state ricollocate qui dall’area di conservazione, sconvolgendo la piccola comunità dedita principalmente all’agricoltura.
Diverse organizzazioni internazionali, come Survival international e Oakland institute, hanno sollevato critiche al governo tanzaniano, accusandolo di aver violato le regole basilari affinché l’operazione potesse essere definita «ricollocamento volontario».
Rick, che preferisce non rivelare il suo vero nome, siede nel patio di una casa di Arusha. «Le autorità dicono che chi firma per il trasferimento lo fa con un consenso consapevole e informato. Non è così». Rick è stato trasferito a Msomera nel 2023. A lui e ad altri ricollocati, prima di firmare sono state fatte promesse lontane dalla realtà. «A Msomera c’è solo una scuola che ospita circa mille bambini con cinque insegnanti, l’ospedale e i servizi veterinari sono a circa 50 chilometri di distanza, e l’area non è adatta alla pastorizia», aggiunge il Masai.
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Il caso di Rick è anche personale: la persona addetta a informare il villaggio del ricollocamento era suo padre. «Io non ho firmato alcun documento, non volevo partire, ma visto che mio padre, in quanto capofamiglia, ha firmato, le ruspe delle autorità hanno distrutto tutte le proprietà, tra cui la mia casa. Ho dovuto lasciare Ngorongoro, ma non ho ricevuto alcun alloggio. Vivo nel giardino dell’abitazione di mio padre», conclude.
Anche l’attivista e avvocato Joseph Oleshengay solleva dubbi sulle pratiche usate dalle autorità per stimolare questi ricollocamenti volontari. «Come si può definire volontario tutto ciò? Prima ci strangoli, chiudendo i servizi e limitando la nostra libertà, poi ci fai firmare un foglio. Non c’è niente di legale in questa operazione».
Oleshengay allarga l’accusa, criticando anche i partner delle autorità di Ngorongoro e in particolare la stessa agenzia delle Nazioni Unite che dovrebbe preservare il patrimonio culturale dell’area.
«Com’è possibile che da parte dell’Unesco non ci sia stato niente di più di un comunicato stampa? Com’è possibile che questo sia un patrimonio dell’umanità senza di noi?», si interroga il legale.
Unesco ha risposto a una richiesta di commento di IrpiMedia dichiarando che gli sgomberi forzati sono «inaccettabili» e che qualsiasi ricollocamento «volontario» è ammissibile solo se basato su un consenso libero, previo e informato. Inoltre, l’organismo delle Nazioni Unite «ha accolto con favore l’accordo della Tanzania su una nuova missione congiunta di monitoraggio a Ngorongoro», sottolineando di essere in attesa di un «invito formale».
Nel frattempo le autorità tanzaniane continuano il piano di ricollocamento dei Masai. Dai crateri di Ngorongoro, fino a estendersi in tutto il Paese, la conservazione della natura in Tanzania genera tensioni e, secondo varie organizzazioni non governative, violazioni di diritti umani.
«L’obiettivo è creare una natura immaginaria, vuota, selvaggia e intatta, promossa da un network di attori locali e internazionali», commenta Paul Renault, ricercatore di Survival international, organizzazione che si occupa di diritti dei popoli indigeni. «Quello che affrontiamo è un modello coloniale e razzista che è concentrato sul profitto. Non riguarda più la biodiversità, riguarda il denaro».
I dubbi sulla conservazione della natura non sono legati soltanto alla sua mercificazione.
«Le aree protette sono aumentate di dieci volte dagli anni ’60. Ma la crisi della biodiversità si è aggravata», spiega Bram Büscher, professore di sociologia dello sviluppo e del cambiamento presso l’Università di Wageningen. «Oggi non è possibile parlare pienamente di conservazione: è un sistema che ha adottato il linguaggio e le metodologie del capitalismo».
Salingo Oleytyapa con il suo bestiame, anziano rappresentante della comunità di Malanja, una tra quelle più sotto pressione da parte delle autorità per il trasferimento fuori dall’Area di conservazione di Ngorongoro, nel nord della Tanzania © Marco Simoncelli







