24.04.26
L’Unione europea considera la Colombia parte dei “Paesi sicuri”, ovvero, secondo la definizione dell’Agenzia per l’asilo dell’Unione europea (Euaa), Paesi che «di solito non generano bisogni di protezione per le loro persone o Paesi in cui i richiedenti asilo sono protetti e non sono in pericolo».
A giugno, l’applicazione di questa categoria avrà una conseguenza concreta per i cittadini e le cittadine colombiane: renderà molto più difficile ottenere protezione dai Paesi dell’Ue, anche quando fuggono dalla violenza crescente della Colombia.
La Banca mondiale indica nel Paese sudamericano un tasso di circa 25 omicidi ogni 100mila abitanti (dato più recente del 2023, numeri molto simili dal 2021 in avanti), quando la media Ue è di meno di uno. Il pericolo è soprattutto per chi fa politica o attivismo: in questa categoria, sono 187 gli assassinati nel 2025, 23 nei primi due mesi del 2026.
L’inchiesta in breve
- Dal prossimo giugno – con l’entrata in vigore del Patto sulla migrazione e l’asilo – la Colombia diventa un “Paese sicuro” per l’Ue. Nell’ambito delle politiche di asilo, significa che i colombiani che chiederanno protezione in Paesi dell’Ue avranno maggiori difficoltà per ottenere qualche forma di protezione
- Eppure in Colombia, a dieci anni dalla pace del governo con le Farc, la violenza non si ferma. I più a rischio sono gli attivisti. Il tasso di omicidi è 25 volte superiore a quello dell’Ue
- Colombia e Bangladesh sono i due “Paesi sicuri” della lista Ue che hanno avuto una forte crescita nelle domande d’asilo: per lo Stato sudamericano, si è passati da mille nel 2016 a un picco di 62mila nel 2023
- La procedura d’asilo dei cittadini di Paesi sicuri dura solo un mese – contro circa due anni per quella ordinaria – e scarica l’onere della prova solo sul richiedente
«Gli alti tassi di omicidio continuano a minacciare la sicurezza della popolazione, mentre i difensori dei diritti umani sono sempre più presi di mira», ha spiegato l’esperto Onu di diritti umani Gustavo Gallón a febbraio durante la presentazione del suo lavoro in Colombia al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.
Senza una vera pace
La violenza affligge la Colombia da anni, nonostante nel 2016 il governo del Paese abbia firmato un accordo di pace con le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), la guerriglia armata marxista-leninista attiva da decenni nel Paese. Oggi, le Farc sono diventate un partito, ma alcune loro componenti hanno rifiutato l’intesa col governo e continuano le ostilità. Inoltre, nel corso degli anni Ottanta, per contrastare la guerriglia, sono emersi gruppi paramilitari di destra legati all’esercito, attivi ancora oggi, che seminano terrore soprattutto nelle aree rurali. A contribuire alla violenza c’è anche la produzione e il traffico di cocaina, business in cui sono coinvolti sia guerriglieri sia paramilitari.
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Secondo un recente rapporto dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani (Ohchr), «la violenza armata» colpisce gravemente una serie di regioni colombiane che, complessivamente, rappresentano poco meno della metà della popolazione del Paese e quasi il 60 per cento del territorio. La Valle del Cauca, il cui capoluogo è la città di Cali, la terza città del Paese, fa parte di quest’ampia fetta insicura del Paese. Fino al 2023 Jhordy Palomino, richiedente asilo in Italia, abitava proprio a Calì.
«Ero allenatore di calcio per i ragazzi di zona, e avevo un posto dove facevo il barbiere. Un giorno si presentano delle persone legate a dei gruppi armati della città e iniziano a chiedere dei soldi. Dicono di sapere dove vivo, della mia famiglia e dei miei figli», racconta a IrpiMedia senza riuscire a spiegare meglio da chi siano arrivate le minacce. «Ho provato ad aspettare, ho chiesto aiuto alla polizia ma non hanno fatto nulla, così sono andato via. Questi sono gruppi armati senza nome che controllano la città, rispondono alla guerriglia che sta più fuori. La situazione è peggiorata in tutta la Colombia, e a Cali non è migliore», spiega.
«Un elevato livello di sicurezza»
Nel 2024, l’Unione europea ha approvato il Patto sulla migrazione e l’asilo e, contestualmente, è tornata a discutere di una lista Ue di Paesi di origine sicuri. Quest’ultimo provvedimento, il primo di questo tipo, è stato approvato lo scorso dicembre ed entrerà in vigore dal prossimo 12 giugno, insieme a tutte le altre norme del Patto.
La lista dei Paesi di origine sicuri, spiega un comunicato del Consiglio dell’Ue, si basa «sul presupposto che i richiedenti provenienti da tali Paesi godano presumibilmente di una protezione sufficiente contro il rischio di persecuzione o di gravi violazioni dei loro diritti fondamentali». Inoltre, «i Paesi non appartenenti all’Ue possono essere designati come Paesi di origine sicuri solo quando soddisfano un elevato livello di sicurezza».
Ciò nonostante, tra gli Stati inseriti in questo elenco, c’è anche la Colombia. E vi sono anche Bangladesh, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia, oltre ai Paesi candidati all’ingresso nell’Ue.
Colombia sì, Colombia no: il balletto della lista italiana dei Paesi sicuri
L’Italia, come anche altri Stati europei, ha una lista di Paesi d’origine sicuri da prima dell’approvazione di quella dell’Ue. In questo elenco, nel luglio 2024 viene inclusa anche la Colombia. Poi, dopo tre soli mesi, viene rimossa. Che cosa è successo?
Dopo che per anni non avevano mai raggiunto quota mille, a partire dal 2023 le richieste d’asilo provenienti dalla Colombia iniziano a superare le duemila e poi anche le tremila, con tassi di accettazione tra il cinquanta e sessanta per cento. È allora che il governo definisce la Colombia sicura, insieme ad altri cinque Stati: Bangladesh, Camerun, Egitto, Perù e Sri Lanka. A fronte della situazione del Paese sudamericano, però, il governo stabilisce delle eccezioni sia per alcuni territori sia per alcune categorie di persone, come i difensori dei diritti umani.
Il punto è proprio questa distinzione. A ottobre 2024, una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che un Paese di origine può essere considerato sicuro quando lo è in tutto il suo territorio in modo omogeneo, e per tutte le persone che ci vivono. La pronuncia è arrivata in merito a un caso sollevato dalla Repubblica Ceca, ma è vincolante per tutti gli Stati membri dell’Ue.
Il governo, quindi, pochi giorni dopo, è stato costretto a modificare nuovamente la sua lista nazionale, togliendo il Camerun, la Nigeria e anche la Colombia. Lo scorso agosto, la Corte di giustizia Ue ha ribadito il concetto con una nuova sentenza, questa volta relativa proprio a un caso sollevato dall’Italia in merito a Bangladesh ed Egitto. La Corte, però, ha confermato che questa interpretazione verrà superata con l’entrata in vigore nel giugno 2026 del Patto sulla migrazione e l’asilo, che ha ridefinito il concetto di Paese di origine sicuro, togliendo proprio la necessità che un Paese sia considerabile tale in tutte le sue regioni e per tutte le categorie di persone. Per questo, l’Ue ha potuto inserire la Colombia nella lista europea.
«Molti di questi Stati presentano gravi e persistenti problemi in materia di diritti umani», commenta Gaia Romeo, ricercatrice dell’università Vub di Bruxelles. Quindi, prosegue, «se non sono fondate su considerazioni relative ai diritti umani, le ragioni alla base del loro inserimento nella lista sembrano essere piuttosto di natura pratica e politica». Per esempio, conclude, «il Bangladesh e la Colombia sono chiaramente presenti perché le domande provenienti da questi Paesi sono cresciute significativamente».
Infatti le richieste di asilo presentate da cittadini colombiani in Ue sono passate da poco più di mille nel 2016 a 62mila nel 2023 e a 50mila l’anno successivo, facendo della Colombia il quarto Paese col numero più alto di domande presentate in tutta l’Unione. Il tutto, con una percentuale di riconoscimento della protezione internazionale in prima istanza del cinque per cento. Un valore molto basso che, però, per la Colombia come per tutti gli altri Stati inclusi, non tiene conto dei ricorsi contro le decisioni negative, che spesso portano a una qualche forma di protezione, cioè a speciali permessi di soggiorno che permettono a chi rischia la vita nel Paese d’origine a rimanere in Ue e cominciare un percorso di integrazione. Secondo un portavoce di Unhcr, in Ue, questo avverrebbe mediamente nel 30 per cento dei casi.
Per approfondire
«Con la presenza di gruppi armati che controllano i territori e decidono della vita delle persone, con l’assassinio di un leader sociale ogni due giorni, con alti livelli di reclutamento, utilizzo e sfruttamento di bambini e adolescenti, come può l’Unione europea considerare la Colombia un Paese sicuro?», attacca Vincent Vallies, il portavoce del network di ong internazionali Oficina Internacional de Derechos Humanos – Acción Colombia (Oidhaco), con sede a Bruxelles.
Aggiunge di aver sentito più volte rappresentanti dell’Ue dirsi preoccupati per la situazione nel suo Paese, anche in vista delle elezioni per le quali verranno inviati degli osservatori, ma di non capire come queste dichiarazioni possano essere coerenti con la designazione di Paese di origine sicuro.
Del resto, la nuova lista europea è un minimo comune denominatore per tutti gli Stati Ue, che comunque possono avere degli elenchi nazionali più ampi. L’Italia, per esempio, ne ha uno (vedi box sopra) e li hanno anche altri Stati, ma nessuno di essi contiene la Colombia. Secondo Vallies, «considerare alcuni Paesi come sicuri implica, di fatto, negare a molte persone la reale possibilità di chiedere protezione internazionale». Includendo la Colombia, conclude, «l’Unione europea corre il rischio di chiudere le proprie porte a coloro che fuggono da violenze e persecuzioni».
Procedure accelerate, decisioni affrettate
Un richiedente asilo che proviene da uno Stato inserito nella lista Ue avrà la sua domanda di protezione internazionale valutata tramite una procedura non ordinaria, ma accelerata. E la differenza è sostanziale, per tempi e modi.
«In Italia, una normale procedura d’asilo può durare fino a un anno, a volte anche due con gli eventuali ricorsi», riprende Romeo della Vub, spiegando che questo consente al richiedente asilo di avere «più strumenti per costruire meglio il proprio caso».
È quello che ha potuto fare Jhordy Palomino a Napoli, dove è in attesa che la sua richiesta di protezione internazionale venga esaminata. Qui, ora, ha trovato un lavoro e una squadra di calcio dove riprendere ad allenare i bambini. Ma soprattutto ha trovato un legale che lo sta sostenendo lungo tutta la procedura, anche qualora questa desse un esito negativo e l’uomo rimanesse in Italia dopo aver presentato ricorso.
Il suo avvocato è Thomas Santangelo, che fa parte dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi): «Le richieste d’asilo di cittadini colombiani in Italia sono aumentate moltissimo – spiega – e in città arrivano molte persone, tra cui tante famiglie intere, proprio dalla zona di Cali». Per i connazionali di Palomino che giungeranno in Italia dopo giugno, però, la situazione sarà molto diversa. La procedura accelerata è molto più breve, circa un mese. Poi, sottolinea Romeo, «l’onere della prova ricade tutto sul richiedente».
Con la procedura ordinaria, la commissione territoriale, organo che dipende dal ministero dell’Interno a cui spetta la valutazione delle domande, deve decidere se il racconto del richiedente asilo è credibile e in linea con le informazioni sul suo Paese di provenienza. Con quella accelerata, per i Paesi di origine sicuri il punto di partenza è che la domanda di asilo è infondata e spetta al richiedente fornire argomenti per convincere la commissione del contrario. Inoltre quando i richiedenti faranno appello contro le decisioni negative in merito alla loro domanda, spiega ancora Romeo, «potranno essere rimpatriati, anche mentre i loro ricorsi saranno in fase di valutazione».
Le indicazioni Ue in merito alla Colombia specificano di prestare particolare attenzione alla situazione dei difensori dei diritti umani nel Paese, ma questo potrebbe non bastare. Il rischio è rimandare indietro persone che avrebbero diritto alla protezione, ma che non hanno avuto tempo e modo di dimostrarlo.
I timori legati alle elezioni
In Colombia, a maggio si terranno le elezioni presidenziali e, con un candidato di estrema destra in corsa, crescono i timori che il risultato delle urne possa peggiorare ulteriormente la situazione.
Oggi è al potere Gustavo Petro, primo presidente di sinistra nella storia del Paese, nonché primo ex guerrigliero. Il dibattito è polarizzato e incandescente e, storicamente, dal 2016, i periodi di elezioni sono stati quelli in cui la violenza è stata maggiore. La scorsa estate, il senatore di destra e potenziale candidato presidente Miguel Uribe è stato assassinato durante un comizio. A marzo, la coalizione di Petro (che non può ricandidarsi) ha vinto le elezioni legislative e ora esprime uno dei candidati favoriti per la presidenza, Iván Cepeda. L’altro è l’avvocato di estrema destra Abelardo de la Espriella.
«C’è paura per quello che potrebbe accadere con un nuovo governo di destra», commenta un’attivista colombiana che è arrivata in Italia negli anni Novanta. La donna, che preferisce restare anonima, si è spesa insieme ad altri membri della diaspora contro la violenza in Colombia, con manifestazioni, convegni e denunce.
Si dice preoccupata che un nuovo presidente come Abelardo de la Espriella possa intensificare gli scontri tra l’esercito e guerriglieri ancora attivi e, più in generale, far crescere ulteriormente il livello di violenza nel Paese. «Abbiamo paura», conclude.
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