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Dopo l’esplosione: la bomba e i soccorsi

Le ore immediatamente successive al raid. Il bilancio delle perdite, non solo in termini di vite umane ma anche di materiale storico raccolto dai giornali

13.05.26

Laura Silvia Battaglia

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La bomba è appena esplosa. Alcune immagini delle telecamere a circuito chiuso piazzate all’esterno del complesso di edifici bersaglio dell’attacco e su un negozio di fronte alla vicina fermata dei mini-bus mostrano il momento dell’impatto. La deflagrazione è avvertita in tutta la città.

Un gruppo di reporter locali arriva sul posto, insieme ai soccorritori. Le macerie e gli effetti dell’esplosione sulle vie laterali e sulla stazione dei mini-bus ostruiscono l’accesso. I soccorritori sono in difficoltà. L’edificio più colpito è la sede dei giornali 26 Settembre e Al-Yemen. 

«Arrivati sul posto, abbiamo scoperto che l’intero edificio era crollato sui corpi delle vittime – ricorda Monir Ahmed Badar, il direttore della squadra –. La maggior parte dei feriti aveva gravi lesioni e non era in grado di lasciare l’edificio. Gli altri erano già tutti morti. Siamo riusciti a tirare fuori alcuni corpi solo dopo quattro giorni: le macerie coprivano completamente un enorme buco sul terreno, che corrispondeva al basamento dell’edificio. I feriti presentavano tutti gravi lesioni: c’era chi aveva perso un braccio, chi una gamba». 

Le vittime sono esposte al fumo e alle sostanze tossiche sprigionate dall’esplosione del missile. La detonazione consuma rapidamente l’ossigeno, creando un vuoto parziale e saturando l’aria di gas e fumi nocivi: anche chi non viene investito direttamente dall’onda d’urto può morire per asfissia o per avvelenamento da inalazione.

Gli effetti termici dell’esplosione sono altrettanto devastanti e possono provocare ustioni gravissime, spesso letali. In molti casi, la potenza della deflagrazione è tale da carbonizzare i corpi o ridurli a resti irriconoscibili, rendendo impossibile l’identificazione delle vittime.

Dai video raccolti dai colleghi locali, numerosi corpi appaiono mutilati, sfigurati o decapitati; molti sono completamente carbonizzati. Anche i sopravvissuti con ferite apparentemente meno gravi restano esposti al rischio di intossicazione da gas tossici e di ustioni causate dalle sostanze disperse nell’aria.

Israele contro gli Houthi: le operazioni del 2024-2026

Il 20 luglio 2024 Israele lancia l’operazione Long Arm. Da allora ogni attacco di Israele rimarca il fatto che la sua longa manus possa colpire i suoi nemici ovunque. L’obiettivo primario è il porto di Hudaydah, sul Mar Rosso. Diversi caccia F-15 e F-35 conducono sull’area una decina di bombardamenti nell’arco di tre ore. A questo fanno seguito altri raid, fino alla fine del 2024-inizio del 2025. Gli attacchi israeliani sono una risposta al lancio effettuato dagli Houthi di oltre 200 missili e droni, sparati nell’arco di 14 mesi, a sostegno dei palestinesi di Gaza.

A fine agosto 2025 un altro attacco di Israele uccide il primo ministro Houthi Ahmed Ghalib al-Rahwi e altri membri del suo governo. Le autorità che controllano lo Yemen replicano con una nuova offensiva (tre missili e 14 droni secondo quanto riportano i media pro-Houthi). Israele reagisce di nuovo: il 10 settembre 2025, è il giorno dell’operazione Ringing Bells, come dichiara il ministro della Difesa israeliano Israel Katz.
Il lancio di droni e missili sia verso Israele sia verso lo Yemen continua ancora nel 2026.

Guerra allo Yemen: bombe e vittime

I bombardamenti effettuati e le uccisioni causate dalle coalizioni formate da  Arabia Saudita ed Emirati Arabi,  USA e Regno Unito  e  Israele  dal 2015 al 2025

Cosa sappiamo della bomba

Sul luogo dell’attacco, IrpiMedia ha potuto rinvenire i resti di una batteria agganciata alla bomba lanciata dall’esercito israeliano. Da qui – grazie all’aiuto dell’analista del Center for Information Resilience (Cir) Leone Hadavi – è stato possibile ricostruire quale tipo di bomba abbia colpito il compound dei due giornali. 

Si tratta dell’ordigno convenzionale più grosso che esista, di produzione statunitense, progettato per penetrare in profondità nel terreno o nel cemento armato prima di detonare, distruggendo obiettivi sotterranei fortificati.

La bomba esplosa sul complesso dove hanno sede 26 settembre e Al-Yemen è dotata di un sistema (Jdam è l’acronimo in inglese, Boeing è la società produttrice) che la trasforma da bomba a caduta libera (non guidata) a bomba di precisione. È un fattore particolarmente rilevante perché conferma che il complesso dove si trovavano i giornali è stato attaccato di proposito.

I resti della batteria prodotta dalla EaglePicher rinvenuti sul luogo dell’esplosione
I resti della batteria prodotta dalla EaglePicher rinvenuti sul luogo dell’esplosione © Saddam Ahmed

L’area presso piazza al-Tahrir prima (2023) e dopo (2025) la strage Elaborazione: Placemarks, Maps data: © Google, MAxar Technologies 2023 e Airbus DS 2026

A febbraio 2025, il Dipartimento di Stato statunitense ha approvato l’ultimo programma di vendite all’estero (in inglese foreign military sale) di 35.529 bombe di questo genere (Mk 84) a Israele, con consegna prevista all’inizio del 2026. Nello stesso mese, il “sistema di guida” Jdam di queste bombe era parte della lista di 13mila kit di cui è stata autorizzata la vendita a Israele.

Una delle componenti fondamentali di questo kit prodotto dalla Boeing è la batteria termica i cui resti sono stati rinvenuti sul luogo dell’esplosione. Il produttore della batteria, come si legge dall’involucro della stessa, è l’azienda statunitense EaglePitcher, che non ha risposto alle domande di IrpiMedia inviate per email.

Aspetti tecnici della bomba

La bomba

Peso: duemila libbre 

Modello a cui è applicato sistema di guida Joint Direct Attack Munition, Jdma: Gbu-31 (utilizzato anche a Gaza).

Foto e video diffusi dai canali ufficiali dell’Idf mostrano che gli F-15 dell’aeronautica partiti verso lo Yemen il 10 settembre 2025 montavano unicamente bombe Gbu-31.

Resti della batteria

Produttore: EaglePitcher Inc.

Modello: batteria termale da EAP-12241 da 2.19 chili

Lotto di produzione: 1121

Cancellare la storia 

Il raid del 10 settembre 2025 ha distrutto anche l’enorme archivio storico militare conservato nella sede del 26 Settembre. Comprendeva foto, nastri, faldoni, libri e videocassette che documentavano la storia del Paese dal primissimo Novecento. L’archivio è attualmente inaccessibile, se non attraverso una stretta apertura nel seminterrato. «La maggior parte del materiale è andata distrutta», afferma il direttore del giornale, Nassir al Khodari. 

«La sezione fotografica comprendeva undici laboratori di sviluppo pellicole e tre computer, oltre a quattro macchine per la stampa di poster. Stavamo procedendo alla digitalizzazione di tutto l’archivio in supporti cd ma non siamo riusciti nel nostro intento», racconta Mohammed Abdullah Mauda, fotogiornalista e foto-editor, che lavora qui dal 1990. «Qui erano documentate anche tutte le scoperte archeologiche, soprattutto nel Nord del Paese – aggiunge –. Questo è un crimine di Israele: anche l’archivio era un obiettivo, ne sono certo».

Prende in mano una serie di foto che ritraggono l’ultimo imam dello Yemen, prima dell’avvento della Repubblica. «Qui c’era tutta la storia dello Yemen, dal periodo dei Sabei e degli Imariti, passando per l’impero Ottomano, fino alla Repubblica. Erano documentate anche tutte le scoperte archeologiche, soprattutto nel Nord del Paese. Questo è un crimine di Israele: anche l’archivio era un obiettivo, ne sono certo».

«In questo archivio c’era tutto documentato, non solo dal punto di vista militare ma da quello civile: le visite delle delegazioni, le questioni giornalistiche da noi trattate, le fotografie dei paesaggi – aggiunge Nabil Shobail, responsabile dell’archivio e vicedirettore del dipartimento di fotografia –. Tutto distrutto».

Il fondatore dell’archivio, Mohammed Hamoud Al-Matari, è morto nell’esplosione. «Diceva che non avrebbe mai abbandonato questo archivio, che l’avrebbe protetto e curato fino all’ultimo giorno della sua vita e così è stato – lo ricorda Fawaz al-Salmi, vice-presidente del sindacato dei Media del Nord Yemen –. Non cederemo di fronte a chi vuole cancellare la memoria dei popoli e che lo fa con calcolo e con crimine».

Le reazioni alle bombe sui giornali

Le autorità dello Yemen

Omar al-Bukaiti, vice-ministro dell’Informazione 

«Il nemico israeliano e coloro che lo sostengono cercano sempre di cancellare la storia degli altri popoli. Non sorprende che abbiano identificato dei target per eliminare le aree che contengono la storia e l’archivio del nostro amato Yemen. L’archivio conteneva molti documenti importanti. Del resto, lo hanno sempre fatto con altre civiltà del mondo arabo». 

Mohammed Mansour, funzionario del ministero dell’Informazione

«Questo è un crimine, secondo il diritto internazionale. Naturalmente la perdita più grande è quella umana: nulla potrà compensare le vite umane. Ma è una grande perdita anche la memoria mediatica nazionale, di tutti i documenti risalenti a molti secoli fa che sono stati distrutti. Confido che lo Yemen sarà in grado di superare anche questa prova ma ciò che ci ferisce è che il mondo, nonostante tutti questi crimini oltraggiosi, soprattutto quelli commessi contro lo Yemen, sia abbastanza indifferente. Questi morti non erano militari: erano civili e, soprattutto, erano giornalisti».


Le autorità di Israele

Israel Katz, ministro della Difesa (via X, 10 settembre 2025)

«Abbiamo promesso nuovi raid e oggi abbiamo inferto un altro duro colpo all’organizzazione terroristica degli Houthi in Yemen. L’Idf (l’esercito israeliano, ndr) sta ora attaccando a Sana’a e in altri luoghi in tutto lo Yemen campi militari presidiati da attivisti terroristici Houthi, tra cui l’apparato di propaganda Houthi, nell’ambito dell’operazione Ringing Bells. La lunga mano dello Stato di Israele raggiungerà e colpirà il terrorismo ovunque si trovi e in ogni luogo da cui provenga una minaccia ai nostri cittadini».

Comunicato dell’esercito

L’esercito israeliano (Idf) ha rivendicato l’attacco. Lo stesso giorno ha pubblicato su X un post in cui afferma di aver colpito «obiettivi militari appartenenti al regime terroristico Houthi». 

Gli attacchi del 10 settembre sono cinque: nei pressi di piazza al-Tahrir, l’Idf dice di aver colpito «il Dipartimento di pubbliche relazioni degli Houthi (l’edificio nel suo complesso, ndr), responsabile della diffusione di messaggi di propaganda nei media e del terrore psicologico». Altri quattro raid hanno distrutto poi depositi di carburante nella capitale e nel governatorato di Al-Jawf, il complesso delle autorità civili e la sede della banca centrale nella città di Al-Hazm, uccidendo otto civili e ferendone 18. Anche la Nona brigata di fanteria Houthi di Al-Hazm è presa di mira. Il comunicato dell’esercito israeliano afferma che i raid sono «in risposta ai ripetuti attacchi degli Houthi, sostenuti dall’Iran, tra cui il lancio di droni e missili terra-terra verso il territorio israeliano».


La comunità internazionale

Prendere di mira deliberatamente i media e i giornalisti, indipendentemente dall’affiliazione dell’organo per cui lavorano, costituisce una violazione delle leggi di guerra e si aggiunge al sistematico attacco di Israele contro giornalisti e operatori dei media a Gaza negli ultimi due anni. 

Human Rights Watch sottolinea che «le emittenti radiotelevisive civili non devono essere considerate obiettivi militari legittimi solo perché filo-Houthi o anti-israeliane».

Il Sindacato dei giornalisti yemeniti (Yjs) con sede ad Aden condanna l’attacco definendolo «un crimine di guerra e una palese violazione degli strumenti giuridici che tutelano i giornalisti e i media in tempo di guerra». 

Il segretario generale della Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj), Anthony Bellanger, attraverso un comunicato stampa descrive l’attacco come «un massacro orribile» e «una grave violazione del diritto internazionale». «Ci uniamo alla nostra sede affiliata, il Sindacato dei giornalisti yemeniti, nel chiedere un’indagine immediata, rapida e veramente indipendente su questa tragedia. È necessario adottare misure urgenti per garantire la protezione dei giornalisti che lavorano nelle zone di conflitto», scrive Bellanger.

26 Settembre e Yemen, i giornali vittime del bombardamento

26 Settembre e Al-Yemen sono due giornali yemeniti di proprietà statale, entrambi colpiti da Israele in quanto ritenuti parte della macchina mediatica degli Houthi. 

26 Settembre è il settimanale storico dell’esercito yemenita, di proprietà statale da ben prima che la milizia filo-iraniana degli Houthi prendesse il controllo delle istituzioni statali dal 2014 in poi. Prende il nome dalla Rivoluzione del 26 settembre 1962, momento in cui il Paese entrò in una guerra civile, con la creazione nel Nord – dove da secoli governava un imamato – di una repubblica. Le autorità Houthi, contrarie alla repubblica, dal 2017 hanno ripetutamente represso i tentativi di celebrare la data del 26 Settembre, tradizionalmente festa nazionale, a causa dei legami ideologici degli Houthi con l’imamato e con il regno mutawakkilita del Nord dello Yemen pre-1962.

Le milizie Houthi considerano la data del 26 Settembre legata alla fondazione della Repubblica dello Yemen e soprattutto all’ascesa del presidente Ali Abdullah Saleh, da loro assassinato nel dicembre 2017 dopo due anni di governo di transizione congiunto tra l’ex presidente e la milizia.

Nassir al-Khodari, direttore del settimanale 26 settembre, è stato fortunato. Ora però si sente in colpa, come tutti i sopravvissuti. È arrabbiato e punta il dito contro la comunità internazionale: «Chiediamo una condanna chiara e inequivocabile di questo crimine da parte di tutti: Nazioni Unite, organizzazioni internazionali per la sicurezza dei giornalisti, sindacati internazionali e arabi. Non abbiamo sentito una sola parola, a parte qualche notizia dell’ultima ora e qualche rapporto da parte dei sindacati e delle organizzazioni internazionali.

Non abbiamo sentito una parola dai sindacati dei giornalisti arabi. Almeno, siate solidali con i vostri colleghi giornalisti della regione! Essere solidali con i giornalisti yemeniti significa essere solidali con tutti i giornalisti del resto del mondo, come in Occidente, in Europa. Prendere di mira i giornalisti yemeniti non è diverso dal prendere di mira chiunque altro. Questo è un doppio standard e sappiamo che accade ogni volta che sono coinvolti Israele o gli Stati Uniti».

Ammette di aver «perso la fiducia nelle organizzazioni internazionali», ma lancia comunque un appello. «Innanzitutto, chiediamo che i responsabili di questo crimine vengano processati. In secondo luogo, chiediamo garanzie di protezione per i giornalisti sopravvissuti. I giornalisti che sono ancora vivi stanno vivendo un momento di devastante sofferenza psicologica: sono ancora sotto shock per l’accaduto. I sopravvissuti mi chiedono di lavorare e collaborare, ma come posso far funzionare tutto se non siamo al sicuro? Mi chiedo: siamo a rischio in qualsiasi momento? Questa è diventata un’area, una regione, in cui i giornalisti sono costantemente a rischio. Devo rendermi conto che la sicurezza dei giornalisti non conta più. O forse prendere di mira i giornalisti sta diventando una nuova regola accettata in tempo di guerra?».

Talal Al-Shar’abi, direttore del quotidiano Al-Yemen, elenca anche le perdite materiali: «Tutti gli edifici sono stati distrutti e sono crollati. Di alcuni, non rimangono altro che macerie. E poi l’infrastruttura del giornale è stata completamente distrutta: gli uffici, le apparecchiature elettriche, la rete, le postazioni di lavoro, i veicoli di trasporto. Tutto è ridotto in macerie. Così tanto è il livello di perdite materiali, che non riesco a indicare l’esatto volume di queste perdite».

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Crediti

Autori

Laura Silvia Battaglia

Editing

Redazione Irpi

Fact-checking

Lorenzo Bagnoli

Visuals

Lorenzo Bodrero

Ha collaborato

Leone Hadavi

Foto di copertina

© Saddam Ahmed

Fotografie & video

Saddam Ahmed

Produzione

Mohammad Ibrahim

Montaggio video

Guglielmo Trupia

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