13.05.26
Secondo lo Yemen Data Project, il 10 settembre 2025 l’attacco contro il complesso di edifici in cui si trovavano i giornali 26 settembre e Al-Yemen ha provocato la morte di 22 uomini, 11 donne e cinque bambini. Altri 87 uomini, 29 donne e 31 bambini sono rimasti feriti in quello che è stato il peggior attacco per numero di vittime civili tra i bombardamenti israeliani dal luglio 2024.
Tra le vittime donne c’è Amal Mohammed Ghaleb al-Manakhi. Era una delle giornaliste di 26 settembre, l’unica donna tra i 31 reporter uccisi nel peggiore attacco che deliberatamente ha colpito gli operatori dei media dal 2006.
La zia Fatima al-Daemari, segretaria di redazione della testata, è sopravvissuta al raid. Cerca di identificare la scrivania della nipote. Ricorda, guardando la zona piena di macerie dove si trovavano le loro scrivanie: «Amal si sarebbe sposata dopo alcuni mesi. Io e Amal siamo cresciute insieme nella stessa casa e abbiamo continuato a lavorare insieme al giornale. È stata la mia compagna durante tutto il mio percorso professionale qui. Amava l’allegria ed era sempre pronta ad aiutare me e i nostri colleghi. Era trasparente in tutto ciò che faceva, ed era anche molto attiva e diligente nel suo lavoro. Mi chiedeva sempre di supervisionare il suo lavoro. Ma i ricordi più belli non sono legati al lavoro: quando è morta mia madre, Amal non mi ha mai lasciata sola, ha insistito per stare sempre con me a casa, ha vissuto con me, non mi ha mai abbandonata. Un giorno l’ho lasciata io, ed ecco cosa è successo. Non me lo perdonerò mai».
Fatima al-Daemari si è salvata casualmente perché al momento dell’attacco era in casa: «Appena abbiamo sentito le bombe, abbiamo visto del fumo uscire dalle finestre e ci siamo resi conto che la redazione del giornale 26 Settembre poteva essere stata colpita. Sono andata nel panico. Ho provato paura e ansia. Per fortuna non ero lì, ma c’erano tutti i miei colleghi e mia nipote. Ho provato a contattare alcuni colleghi che si trovavano nella sede del giornale. Ho chiamato tutti, ma nessuno ha risposto».
Esce di casa e istintivamente prende un autobus per andare al giornale. Cerca Amal, la nipote. La città è affollata, tutti urlano, nel panico. Arrivata al giornale, dicono a Fatima di andare all’ospedale militare. «Non l’ho trovata. Ho cercato in tutti gli altri ospedali della capitale: non l’ho trovata».
Piange e si vede, anche se indossa il niqab che le copre il volto, lasciandole scoperti solo gli occhi. Della nipote non è rimasto quasi niente.
Nulla è rimasto anche di un bambino, Esam al-Hashidi, che aveva raggiunto al lavoro il padre dopo essere uscito da scuola. I soccorritori riferiscono di avere trovato i resti del padre abbracciato a quel che restava del bambino undicenne.
Esam al-Hashidi manteneva una famiglia numerosa. «Il figlio – riferisce Noryah al-Harazi, giornalista sopravvissuto all’attacco, redattore per entrambe le testate – aveva detto alla madre che dopo la scuola preferiva accompagnare il padre al lavoro, per osservarlo e imparare in modo da sostenere la famiglia in futuro, se il padre avesse dovuto invecchiare o morire».
Ibrahim al-Masoudi è il disegnatore che da anni lavora nella redazione del 26 Settembre.
«Non dimenticherò mai per tutta la vita quel giorno e tutti i colleghi che sono morti. Sono entrato a lavoro, sono passato dal cancello d’ingresso per il rilievo delle impronte digitali e sono andato in ufficio per svolgere il mio lavoro».
Nel momento dell’esplosione ha tra le mani il dipinto che avrebbe dovuto pubblicare, a cui sta dando gli ultimi ritocchi. C’è scritto un versetto del Corano: «Allah, non c’è altro Dio all’infuori di Lui, il Vivente, l’Eterno».
Sente un suono che non riesce nemmeno a descrivere. Porta istintivamente il dipinto al volto e si protegge. «Ed è allora che è successo tutto: tutto il dolore, il terrore, l’orrore… È grazie alla benedizione di Allah che non sono morto, mentre intorno cadeva una pioggia di vetri. Appena sono riuscito a riprendermi ho visto che l’edificio era avvolto da una nebbia nera ed era tutto in fiamme. Ho dovuto rialzarsi velocemente, lottare con le fiamme per uscire. Ma non mi rendevo conto di quello che era successo».
Arriva in tipografia. Vede il corpo del tecnico di stampa Badr Husamuddin, sotto un pezzo di cemento: «Solo una parte del suo corpo era visibile. Pensavo che fosse già morto ma non lo era. Ho provato a liberarlo ma gridava: aveva la mano rotta. Più tardi siamo riusciti a liberarlo, dopo l’intervento dell’ambulanza».
Si dirige verso un’altra parte dell’edificio. Trova il tecnico tipografo Mohammed Al-Mahdi nella stessa situazione. Salva anche lui. Intorno, dice «l’edificio era una torcia. Mi sono messo a gridare i nomi dei colleghi, sperando che rispondessero. E invece Abdulkawi Al-Osfoor, Ali Al-Sharey e gli altri non rispondono.
«Sono stati uccisi tutti barbaramente. Per un attimo ho sperato di essere ucciso anche io con loro. La mia famiglia, peraltro, era convinta che fossi morto e ne avevano già dato notizia. Soltanto dopo alcune ore hanno scoperto che ero rimasto in vita. E’ stato terrificante. Questi criminali non hanno risparmiato nemmeno la moschea dell’edificio: hanno colpito anche la casa di Dio».
Ci ha messo molto a riprendersi. È rimasto intossicato, ha avuto bisogno di molto ossigeno.
Ancora adesso sente poco. Per più di una settimana ha del tutto perso l’udito.
Mohammed al-Mahdi, tipografo, quando è arrivata l’onda d’urto dell’esplosione vede fuoco e un denso fumo nero. Si sente soffocare. Insieme al collega Ahmed Al-Wisabi, cerca di uscire dall’edificio. «Siamo usciti dalla porta principale del giornale: sei piani di palazzo erano totalmente afflosciati sul terreno. Abbiamo visto pezzi di nostri colleghi sparsi ovunque. A quel punto, ci siamo ricordati di quelli rimasti dentro e siamo tornati indietro a cercarli.
Chiamano il responsabile, Mohammed Al-Bartani. Ricorda una sensazione di bagnato addosso. «Pensavo fosse acqua sul mio corpo: in realtà, sanguinavo dalla testa, dalla schiena e dalle gambe. Stavo per svenire quando è apparso il mio collega, di cui non dimenticherò mai la gentilezza, l’ingegnere Waleed Saduddin. Mi ha portato in macchina: mi sono risvegliato in ospedale».
Talal Al-Shar’abi, direttore del quotidiano Al-Yemen, non era in redazione il 10 settembre. «Dopo l’esplosione ho ricevuto subito una telefonata da un collega.”Dove sei?”, mi ha chiesto. Gli ho risposto: “A casa”. “Grazie a Dio, sei sano e salvo”. Sono rimasto sorpreso dalla sua risposta e gli ho chiesto perché. “Hanno bombardato la sede del giornale”. Non ho capito più nulla. Non riuscivo a capire cosa stesse dicendo. Come in un film, vo nella mente i volti dei colleghi. Grazie a Dio l’attacco non è avvenuto il giorno prima. Se fosse avvenuto tutto martedì, sarebbero morte almeno 150 persone».
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