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Stidda, storia di una mafia dimenticata

Quando si parla di criminalità organizzata in Sicilia, l’attenzione tende a concentrarsi quasi esclusivamente su Cosa Nostra, e in particolare sulla stagione dei corleonesi guidati da Salvatore Riina. In questa narrazione spesso scompare del tutto la Stidda, a volte definita la “quinta mafia”, nata negli anni Ottanta proprio dalle famiglie tagliate fuori dall’egemonia dei corleonesi

20.04.26

Gabriele Ciraolo

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Sicilia

Nata a Gela, nel quadrante centro-meridionale della Sicilia, la Stidda si è progressivamente espansa verso est, nella provincia di Ragusa, e verso ovest, in quella di Agrigento. Recenti fatti di cronaca hanno riacceso l’attenzione su un’organizzazione ritenuta per anni sopita, se non addirittura sconfitta, grazie alla mole di indagini, operazioni e arresti che ne avevano colpito i vertici. La scarcerazione di vecchi boss e la capacità di riorganizzarsi hanno però favorito nuove alleanze, anche con attori criminali diversi, come la criminalità organizzata albanese.

Il sequestro di Vittoria: un nuovo sistema

Circa sette mesi fa, la sera del 25 settembre 2025, alla periferia di Vittoria (Ragusa) due Fiat Panda — una nera e una bianca — circondano un gruppo di ragazzi. Ne scendono due uomini armati e incappucciati, «Vogliamo solo lui», dicono agli amici di un diciassettenne. Il ragazzo, figlio di un imprenditore agricolo, viene rapito in pochi secondi. Gli coprono il volto e gli tolgono il cellulare per evitare che possa essere geolocalizzato. Nelle ore successive i rapitori chiedono un riscatto di un milione di euro. Dopo appena ventiquattro ore, il giovane viene rilasciato illeso, il riscatto non venne mai pagato.

Secondo l’accusa, il mandante del sequestro sarebbe Gianfranco Stracquadaini, detto “Faccia d’angelo”, boss della Stidda di Vittoria, latitante per un anno e mezzo prima di essere arrestato nella vicina Comiso, un mese dopo il rapimento lampo. Gli esecutori materiali sarebbero stati Stefano La Rocca e Giuseppe Cannizzo.

«Il rapimento avvenuto a Vittoria mostra come gli equilibri e le alleanze tra le organizzazioni criminali siano oggi molto più fluidi, lasciandosi alle spalle le vecchie contrapposizioni tra mafia e Stidda», si legge nell’ordinanza di custodia cautelare citata da Giuseppe Bascietto nel suo libro Sicilia Nostra. Per l’autore si tratta di un nuovo metodo, commutato dagli albanesi. Un sequestro lampo per ottenere liquidità ma anche per dimostrare che c’è un nuovo ordine in cui a gestire il gioco sono loro.

Qualche settimana prima del rapimento infatti, sempre secondo Bascietto, si sarebbe svolto un summit nelle campagne di Vittoria, all’interno di un’azienda agricola della zona. All’incontro avrebbero partecipato esponenti delle famiglie mafiose locali per coordinare i rispettivi interessi. In quell’occasione, Stracquadaini sarebbe stato designato reggente di un nuovo patto criminale che coinvolgeva uomini della Stidda, di Cosa Nostra e della criminalità organizzata albanese.

Quel vertice avrebbe ridefinito il paradigma criminale di Vittoria, introducendo un modello più fluido e imprenditoriale, più simile a un cartello che a una mafia piramidale. A ciascuno il suo ruolo: Stracquadaini avrebbe dovuto garantire il controllo del territorio, la mediazione tra i gruppi e la tenuta dell’alleanza; gli albanesi avrebbero gestito la parte operativa, muovendo armi, cocaina, mezzi, capitali e uomini; la famiglia di Elio Greco, appartenente a Cosa Nostra, avrebbe fatto da ponte con Catania, Gela, Francoforte, Agrigento e Palermo; gli imprenditori ombra, infine, avrebbero ripulito i proventi illeciti attraverso aziende formalmente intonse.

Nella relazione della Dia del 2024 viene delineato un quadro sulla geografia mafiosa della zona. Nel territorio tra Vittoria, Comiso e Acate risultano attivi la famiglia Piscopo, legata alla famiglia Emmanuello di Cosa Nostra gelese, il gruppo stiddaro Dominante-Carbonaro, riconducibile alla Stidda gelese, e il clan Greco, autonomo ma affiliato a Cosa Nostra. Il gruppo albanese rappresenta l’elemento di novità più evidente in questo quadro. Come già raccontato da IrpiMedia nell’inchiesta Dubai, il fragile paradiso degli dèi del narcotraffico albanese, la criminalità organizzata albanese è presente in tutta la filiera della cocaina. La sua struttura orizzontale e la capacità di muovere carichi consistenti in tempi rapidi l’hanno resa un attore cruciale nell’approvvigionamento per le mafie italiane, comprese Cosa Nostra e Stidda.

Stidda: dagli albori a oggi

«Le stidde sono un’espressione di Cosa nostra. Un uomo messo fuori confidenza che punge altri uomini diventa stidda». Così dichiarò il collaboratore di giustizia Leonardo Messina il 4 dicembre 1992 davanti alla Commissione parlamentare antimafia. La Stidda nacque da una scissione interna a Cosa Nostra: da una parte i corleonesi, decisi a imporre il proprio dominio attraverso un uso sistematico della violenza; dall’altra i “fuori confidenza”, cioè coloro che venivano espulsi dalla loro famiglia mafiosa di appartenenza e che finirono per organizzarsi autonomamente.

La frattura si consolidò alla fine degli anni Ottanta a Riesi, in provincia di Caltanissetta, quando si scontrarono la famiglia Cammarata, vicina al boss Giuseppe “Piddu” Madonia e quindi a Salvatore Riina, e il clan Riggio-Annaloro-Stuppia, un tempo vicino a Giuseppe Di Cristina, ucciso su ordine di Riina nel 1978. I Riggio-Annaloro-Stuppia furono messi fuori confidenza perché non vollero cedere un grosso impianto di calcestruzzo.

La Stidda tentò di opporsi ai corleonesi e di costruire una propria rete di potere, cercando anche l’appoggio di altre cosche marginalizzate. Ne scaturirono omicidi, vendette e stragi. Il 1987 segnò l’inizio della fase più cruenta, quando il 23 dicembre gli stiddari Salvatore Lauretta e Orazio Coccomini vennero uccisi dagli Emanuello-Rinzivillo, famiglia alleata con i corleonesi.

Tra il 1987 e il 1990, a Gela — definita da Le Monde “Mafiaville” nel 1989 — si contarono cento omicidi, effetto diretto della guerra tra Stidda e Cosa Nostra. Consapevole della propria inferiorità militare, la Stidda iniziò ad arruolare piccoli delinquenti, spesso giovani, armandoli contro i rivali. Intanto si alleò con molte famiglie escluse dall’intesa con i corleonesi, espandendosi fino alla provincia di Ragusa a est e ad Agrigento a ovest.

In quegli anni le cronache locali furono segnate da stragi come quella della sala giochi di Gela, dalle due stragi di Porto Empedocle e dalla strage di Racalmuto. La Stidda non si limitò a colpire i corleonesi: tra le sue vittime ci fu anche il giudice Rosario Livatino, assassinato il 21 settembre 1990 da quattro sicari — Paolo Amico, Domenico Pace, Gaetano Puzzangaro e Gianmarco Avarello — che lo aggredirono sulla strada statale Caltanissetta-Agrigento mentre si recava in tribunale.

Oggi, secondo la relazione Dia del 2024, la Stidda risulta ancora presente nelle province di Ragusa, Caltanissetta e Agrigento. Il gruppo più strutturato resta quello dei Dominante-Carbonaro di Vittoria, la cui proiezione criminale avrebbe raggiunto anche il Veneto e la Liguria. Ad Agrigento, negli ultimi anni, la Stidda è stata oggetto delle operazioni di polizia Xidy e Condor. Inoltre, una recente requisitoria della Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha evidenziato che nell’agrigentino si registra la presenza stabile e operativa di Cosa Nostra e, in alcuni territori come Palma di Montechiaro, Favara e Canicattì, la progressiva sopravanzata della Stidda.

La cooperazione tra Cosa Nostra e Stidda è già stata registrata in passato. Nella relazione annuale della Dia del 2024 si legge infatti che nel ragusano si assisterebbe a una pax mafiosa finalizzata al raggiungimento di interessi illeciti comuni, capace di evitare azioni violente plateali che attirerebbero l’attenzione investigativa, giudiziaria e mediatica.

La Dia spiega così la persistenza della Stidda sul territorio: «Malgrado le incessanti attività investigative che nel corso degli ultimi anni hanno consentito di ridimensionare la compagine stiddara, essa ha sempre mostrato una singolare capacità di rigenerarsi e riorganizzarsi, facendo perno sugli elementi di spicco non attinti dalle indagini, su alcuni carismatici esponenti tornati in libertà dopo i periodi detentivi e su ex collaboratori di giustizia rientranti dai programmi di protezione».

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Crediti

Autori

Gabriele Ciraolo

Editing

Giulio Rubino

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