20.02.26
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Fucecchio, cittadina di 20mila abitanti a poco più di un’ora di macchina da Firenze, fa parte del distretto conciario toscano, una zona industriale in cui centinaia di piccole aziende lavorano pellame e cuoio. Una spedizione di 10 quintali di ritagli di pelle, in questa zona, non desta certo sospetti. Quella rinvenuta dai carabinieri in una villetta della cittadina il 19 dicembre 2025, però, non era destinata all’industria della concia. Le pelli, infatti, erano intrise di cocaina, pronta per essere estratta e trasformata in polvere.
Insospettiti dai movimenti intorno all’abitazione, di proprietà di un cittadino albanese, una volta entrati i militari hanno trovato una raffineria di cocaina: oltre a 34 chili di polvere bianca – dal valore di 700mila euro al dettaglio – nei locali dietro la villetta c’erano vasche, bilance, presse, pompe, macchine per il sottovuoto, un forno, solventi e sostanze per tagliare la droga. Insieme al proprietario, i carabinieri hanno arrestato tre cittadini colombiani, verosimilmente i chimici incaricati della raffinazione.
Casi sempre più frequenti?
Del ritrovamento di Fucecchio si è avuto notizia solo alla fine di gennaio di quest’anno, e le indagini sono ancora in corso. Quello delle raffinerie di cocaina, però, non è un fenomeno nuovo. Circa una decina di laboratori sono stati individuati sul territorio italiano negli ultimi 20 anni, stando alle cronache locali, da Olbia a Padova, da Pontinia a San Giuseppe Vesuviano. «Siamo diventati consapevoli del fenomeno nel 2018-19, poco prima del Covid», spiega a IrpiMedia Laurent Laniel, analista dell’Agenzia dell’Unione europea sulle droghe (Euda), «e da allora sembra essere diventato un modus operandi più frequente».
Inizialmente, ricostruisce Laniel, la polizia rinveniva piccoli laboratori, casi isolati, soprattutto in Belgio e Olanda. Con il passare degli anni, la scala è aumentata: nel 2020 le autorità olandesi hanno scoperto, in un maneggio nel villaggio olandese di Nijeveen, un laboratorio che poteva produrre fino a 200 chili di cocaina al giorno, completo di dormitori. I criminali, secondo il centro di giornalismo Occrp, avevano investito nell’operazione circa 1,5 milioni di euro.
Ad aprile 2023 la polizia spagnola ha smantellato in Galizia, sulla costa atlantica della Spagna, «il più grande laboratorio» d’Europa e arrestato chimici messicani e colombiani. Una scoperta che, secondo la polizia, provava «l’esistenza di una nuova tendenza nel traffico di cocaina, in cui la droga non lavorata viene esportata per essere trasformata chimicamente in laboratori clandestini nei paesi di destinazione».
Il colonnello del Ros dei carabinieri Massimiliano D’Angelantonio, intervistato da IrpiMedia, è più cauto. L’uso delle raffinerie, spiega «può servire ad alternare le modalità di narcotraffico “classiche”. Magari un’organizzazione ha subito qualche sequestro di troppo, fa un’analisi del rischio e individua modalità almeno parzialmente sostitutive. Parzialmente perché il tradizionale metodo rip-off (nascondendo i panetti in container con merce legale, ndr) consente il trasporto di maggiori quantità più rapidamente».
Le raffinerie della mafie italiane
Le prime tracce dell’interesse per le mafie italiane alla lavorazione della cocaina “in loco” che IrpiMedia è riuscita a individuare risalgono agli anni ’80. Nella sentenza sulle stragi emessa nel 2020 dalla corte di Assise di Caltanissetta contro Matteo Messina Denaro, si legge: «Lo storico legame tra i trapanesi ed i boss mafiosi americani (molti dei quali originari proprio della provincia di Trapani) comportò, […] la realizzazione, effettuata dai corleonesi e dai trapanesi, della raffineria di cocaina più grande d’Europa». Era stata «installata ad Alcamo, tra il 1984 ed il 1985, per volere di Riina e, di fatto, fu gestita da uomini d’onore palermitani (Giuseppe Gambino e Armando Bonanno) con la collaborazione di […] altri uomini d’onore alcamesi».
In una sentenza del 1987 contro la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo viene citata una «raffineria di cocaina» gestita da «due spacciatori» a Muggiò, in Monza Brianza. «Il metodo è sempre stato usato», conferma D’Angelantonio. «Alcuni, in qualche modo, non sono mai stati scoperti, oppure, non lo facevano spesso», ricostruisce l’analista Laniel.
In tempi più recenti, il 25 luglio 2019 – nel corso di un’indagine della procura di Reggio Calabria sulla cosca di ’ndrangheta dei Barbaro di Platì – carabinieri e guardia di finanza hanno scoperto una raffineria di cocaina a Trezzano sul Naviglio, alle porte di Milano. Era stata «realizzata in un capannone adibito a carrozzeria abusiva», e all’interno le forze dell’ordine avevano trovato quattro cittadini peruviani e un italiano che stavano estraendo la cocaina impregnata nelle pagine di libri e riviste in spagnolo. Un indizio, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, che la ’ndrina fosse in grado «di rifornirsi di grandi quantità di sostanza stupefacente importandola dalla Colombia allo stato grezzo ed estraendola e raffinandola in Italia con avanzate tecnologie chimiche».
Secondo il colonnello D’Angelantonio, «bisogna monitorare il fenomeno delle raffinerie per capire se c’è un’evoluzione vera, se le organizzazioni stanno andando verso questo tipo di gestione del narcotraffico. Alcuni sequestri in poco tempo sono già un dato più significativo, ma questo fa parte della costante ricerca di soluzioni da parte delle organizzazioni criminali per bucare in modo più sicuro le maglie dei controlli».
Un «lucchetto» sui carichi di coca
La presenza delle raffinerie, piccole o grandi, e l’uso di materiali sempre più insospettabili in cui trasportare la cocaina – dal legno alla plastica, fino al carbone – sono indice del livello di sofisticatezza raggiunto dal narcotraffico internazionale. «Significa nascondere la cocaina chimicamente», sottolinea Laniel, «non è come metterla in una scatola. Quel che hai di fronte a te è un pezzo di plastica, e in realtà è fatto del 30% di cocaina».
A giudicare dalla nazionalità delle persone che lavoravano nelle raffinerie sequestrate, secondo l’analista dell’agenzia europea sulla droga, sono soprattutto i colombiani a fornire questo «servizio» ad altri gruppi criminali.
Secondo varie analisi, negli ultimi anni diversi fattori hanno contribuito al rafforzarsi del trend delle raffinerie in Europa: dalla scarsità di precursori – cioè delle sostanze chimiche necessarie al processo di estrazione della cocaina – in Sud America, a un surplus nella coltivazione della coca, la pianta dalle cui foglie si ricava la polvere bianca. A questo si aggiunge il rafforzarsi dei controlli nei grandi porti in cui tonnellate di panetti arrivano via mare, nascosti nei container.
Il fenomeno, per il colonnello D’Angelantonio, va letto nel contesto di «una costante delocalizzazione dei porti di partenza, che prima erano soprattutto colombiani. Ora la maggior parte dei carichi parte da Ecuador e Brasile, e c’è una diversificazione dei porti di arrivo in tutta Europa. Le raffinerie rappresentano un ulteriore strumento alternativo e più sicuro rispetto ai carichi di copertura».
La sicurezza non riguarda solo la difficoltà nell’individuare la droga alle frontiere: una volta che la cocaina è stata occultata chimicamente in un materiale, sostiene Laniel, per estrarla occorre conoscere le specifiche reazioni chimiche utilizzate. L’analista lo definisce un «lucchetto»: nel caso in cui le raffinerie vengano scoperte, persino i laboratori forensi delle polizie europee, se non conoscono il procedimento specifico che è stato usato, potrebbero essere in grado di estrarre dal materiale solo piccole quantità di cocaina.
Margini di profitto folli
L’occultamento chimico è solo parte del fenomeno. In alcuni casi i trafficanti importano direttamente la droga in forma grezza – nascosta in modo più tradizionale nei container – e poi la raffinano una volta a destinazione. Arriva in Europa sotto forma di pasta di coca oppure di cocaina base e poi viene inviata ai laboratori. «È molto più economico e meno complicato», ragiona Laniel: «Se compri cocaina base in Perù costa 600 dollari al chilo, a volte meno. […] Quindi investi meno soldi. Se perdi questa cocaina, perdi meno soldi e paghi meno per importarla. Qui in Europa la trasformi e puoi venderla in un prodotto che costerà dai 20.000 ai 40.000 dollari al chilo. Il margine di profitto è semplicemente folle».
Specchio del proliferare dell’industria clandestina della raffinazione in Europa sono i sequestri dei cosiddetti precursori, le sostanze chimiche – spesso pericolose – necessarie per passare delle foglie di coca alla polvere bianca venduta per strada.
Nel novembre 2025, al porto di Genova, le dogane e la finanza hanno sequestrato un container pieno di un composto chimico industriale in arrivo da Durban, in Sud Africa. La sostanza, importata senza autorizzazione, conteneva 700 chili di permanganato di potassio: è il solvente necessario per raffinare la pasta, cioè l’estratto delle foglie di coca, in cocaina base, lo stadio intermedio per arrivare alla polvere di cocaina.
Fra 2022 e 2023, scrive l’Euda nel suo ultimo rapporto, l’aumento dei sequestri di precursori indica che «la lavorazione su larga scala» di cocaina «a partire da prodotti intermedi» come pasta o base «sembra essere più ampia e sofisticata di quanto si pensasse in precedenza».
Secondo Laurent Laniel, però, «il vero segno rivelatore in Europa è l’acetato di etile», un altro precursore utile in molti dei processi di raffinazione della cocaina. Nel 2024, rivela l’analista, ne sono stati sequestrati più di 40mila litri, circa 40 tonnellate, in tutta l’Unione. «Il che indica che la produzione di cocaina è ancora molto diffusa in Europa, perché quelli sono un sacco di solventi».
Nel 2023 la testata specializzata InsightCrime, scriveva che, nonostante il sequestro del «mega laboratorio» in Galizia, «la produzione di cocaina nel continente è probabilmente ancora nella sua infanzia». «Sono tentato di dire che ora sono diventati quantomeno adolescenti», chiosa Laniel.
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