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Mafia e social media

La criminalità organizzata è un fenomeno sociale e culturale prima che una questione di ordine pubblico. Gli affiliati sono soggetti alle stesse tendenze che interessano la società che abitano e hanno tutto l'interesse a occupare questo nuovo snodo del reale che sono i social media

20.01.26

Bruno Ruggeri

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Social media

Ogni anno, da più di un decennio, i più autorevoli dizionari di lingua inglese scelgono la parola più rappresentativa del suo tempo, la parola dell’anno. Se, accettando l’inglese come lingua franca della globalizzazione, accogliamo questa visione un po’ anglocentrica, apprenderemo che il 2025 è stato l’anno dello slop (American Dialect Society, Marriam-Webster), del parasociale (Cambridge Dictionary) e del rage bait (Oxford Dictionary). Tutti e tre i termini fanno riferimento a fenomeni della vita online, confermando che questa è oggi il principale luogo dove vive e si evolve la cultura di massa.

In che modo un’entità sfuggente ed elusiva come la criminalità organizzata si rapporta con un mondo del genere?

Il sociologo Marcello Ravveduto, professore di Digital Public History all’università di Salerno, ha individuato nei social media lo strumento che permette di costruire e propagandare una identità mafiosa adeguata alle forme comunicative del presente, un’identità costruita su un’autonarrazione ipermediata. Il modo in cui stiamo sui social media, a metà tra consumatori e produttori di intrattenimento, confonde il confine tra media e realtà, tra online e offline; allo stesso modo, il racconto di sé che fa la criminalità organizzata (e il racconto che ne fanno i suoi simpatizzanti) usa le forme dell’intrattenimento, del content, per veicolare la propria ideologia.

In Le mafie nell’era digitale (Franco Angeli, 2023), Ravveduto individua tre fasi del rapporto tra ciminalità organizzata e social media:

  • 2007-2012, fase ludica (rottura della riservatezza)
  • 2012-2016, socialcasting (diffusione di contenuti all’interno di una comunità consapevole)
  • 2016-presente, autorappresentazione (uso professionale del social network)

La criminalità organizzata vive di un costante rapporto dialettico con la società che la circonda: non è impermeabile a mode, tendenze e modelli culturali, anzi, gli è subordinata, per il bisogno che ha di rimanere comprensibile e quindi accettabile alla comunità di cui è parassita. I mafiosi Gen Z sono sia mafiosi che Gen Z, con le due identità che si influenzano a vicenda. Il loro uso dei social media non è sostanzialmente diverso da quello dei loro coetanei non mafiosi, ma appartenendo a una cultura così peculiare ed esclusiva, produce risultati allo stesso tempo prevedibili e incomprensibili.

Coerentemente con le mode generazionali, la presenza delle mafie sui social media si concentra su Instagram (luogo di elaborazione di un immaginario visivo che pubblicizza e promuove lo stile di vita dei giovani affiliati, confondendo il confine tra trash e apologia di reato) e Tik Tok (dove viene messo in scena una sorta di reality show mafioso, con minacce ai nemici, esaltazione del clan e dirette di pestaggi e sparatorie). Combinate, queste due tendenze vanno a costruire un’autonarrazione che porta allo sviluppo di un vero e proprio discorso mafioso.

Ne abbiamo parlato con Claudio Cordova, giornalista esperto di criminalità organizzata e autore di Mafie Social. Le mafie nei social network (Iod Edizioni, 2025), che sostiene sia proprio questa attenzione alla produzione di discorso la caratteristica fondativa delle mafie, che paragona a delle vere e proprie sette. Analizzando il loro uso dei social media, Cordova ha notato due funzioni principali della comunicazione mafiosa, una rivolta all’interno dell’organizzazione e una all’esterno, spesso unite nello stesso post ma distinte nei loro obbiettivi.

Con la comunicazione esterna la criminalità organizzata proietta un’immagine di sé ai non affiliati, «si fa vedere, crea propaganda, affascina per intimidire da una parte e per reclutare dall’altra»; la comunicazione interna «comunica nuove alleanze, nuove dinamiche, chi è il reggente di una determinata zona – se si immortala uno in una determinata zona e si fa capire che è lui in quel momento ad essere egemone; penso ad esempio a quello che succede ora nella provincia di Reggio Calabria, dove i rampolli delle famiglie che si sono combattute nella seconda guerra di ‘ndrangheta tra la metà degli anni ‘80 e i primi anni 90, facendo centinaia di morti, adesso postano foto delle loro serate insieme, e non è solo immagine: sono rapporti di amicizia confermati da indagini e intercettazioni». La narrazione interna non ha solo ragioni pratiche, però: serve anche a creare identità.

Sempre Cordova racconta che «tutta una serie di organizzazioni che avevano il controllo del territorio proprio come ce l’hanno le mafie, una su tutte la Banda della Magliana, non sono state riconosciute, anche in giudizio, come organizzazioni mafiose, nonostante avessero dinamiche mafiose come chiedere il pizzo e infiltrare le istituzioni, perché mancava quel senso di appartenenza a qualcosa di unico, di segreto, di elitario: e se non si capisce questo senso di appartenenza, questa capacità di trasferirlo a nuove generazioni, questo essere una cultura prima che un’organizzazione criminale, non si capisce cos’è una mafia».

L’essenza culturale delle organizzazioni mafiose, che propongono un’identità, dei valori forti e una comunità a cui aderire, è quello che permette loro di giocarsela alla pari, quando non in vantaggio, con i modelli culturali civili, non-mafiosi, che spesso sono territorialmente e idealmente distanti, se non estranei e inaccessibili.

«In situazioni in cui lo Stato è assente o presente solo in forma repressiva, riuscire a far sentire questi ragazzi come parte di qualcosa, creare aggregazione, un senso di squadra, di famiglia, significa assicurarsi la fedeltà delle nuove leve», racconta Cordova.

«La criminalità organizzata ha sempre usato le varie forme d’arte per divulgare i propri valori – prima dei social, alle fiere di paese si trovavano le bancarelle con le cassette dei canti di malavita, canzoni che inneggiavano a ergastolani, ai boss e alle nuove affiliazioni. Il fatto che adesso vada di moda la trap, per esempio, in un certo senso facilita la diffusione di messaggi e valori utili alle mafie, perché oltre a piacere ai più giovani veicola di per sé un immaginario criminale che può essere sfruttato», ci dice. «Nella mafiosfera», per Cordova, «noi possiamo vedere i criminali nella quotidianità, come vestono, come parlano, dove vivono. (…) Le figure mafiose non sono più criminali nascosti (…), ma persone che mostrano uno stile di vita invidiabile sui social».

Questa produzione di significato è un’esigenza così fondamentale da avere a volte la precedenza sulla segretezza e sull’omertà che circondano le mafie. Si propone come narrazione iperrealista, in presa diretta, di una vita esaltante e desiderabile – non diversamente da dei normali influencer. Con una differenza fondamentale: «mentre gli influencer si mettono in mostra per vendere beni di consumo attraverso l’identificazione personale con il brand, per i camorristi vale il contrario: i beni di consumo sono esibiti per fare identificare il pubblico con la vita criminale», scrive ancora Ravveduto.

L’obiettivo, secondo Enzo Panizio, giornalista e autore di La mafia è una montagna di emoji (2025), è di creare una comunità di simili – simili per valori e comportamenti ma anche simili a livello estetico, vestiti con le stesse marche, che parlano lo stesso slang dialettale, ascoltano la stessa musica – contrapposta a una comunità di dissimili, estranea e ostile: «Insulti, invettive e vere azioni criminali verso le fazioni rivali creano una distinzione netta tra “noi” e “loro” sui social clan, cioè questa trasposizione virtuale dei gruppi criminali si basa su delle logiche di scontro totale. Il risultato è un ambiente polarizzato e diviso in echo chambers, cioè bolle di risonanza delle narrazioni di questo o quel clan, utili a tenere coesi gli affiliati e fidelizzare, quando si può, gli spettatori».

La presenza mafiosa sui social si esprime quindi, scrive Ravveduto, con «la creazione di contenuti fotocopia: il denaro contante, le corse in moto, la guida spericolata, le commemorazioni dei defunti, le scarcerazioni, gli arresti domiciliari, i video colloqui in carcere, la t-shirt con le sigle dei clan, i tatuaggi di Joker, le imitazioni di boss famosi e così via», con lo scopo di creare «una “comunità immaginata”; un insieme di linguaggi, codici, credenze, ideali, pratiche, valori, riti, celebrazioni e associazioni mentali che il pubblico assimila grazie al rispecchiamento dei media».

Il normale funzionamento dei social media, programmati per proporre agli utenti contenuti che ne confermino la visione del mondo, si adatta perfettamente alle necessità della criminalità organizzata. Quando abbiamo discusso di questa compatibilità, Panizio ci riporta di aver «notato una crescita nella domanda di contenuti mafiosi e paramafiosi» anche e soprattutto da parte di un vasto pubblico di non-affiliati, di gente qualsiasi che però apprezza la narrazione che le mafie fanno di sé, e le mafie come oggetto di intrattenimento.  

«È successo con il matrimonio di Tony Colombo, un cantante neomelodico di successo che ha sposato la vedova di un boss di camorra, che è stato trasmesso in diretta da Pomeriggio Cinque. C’erano nel salotto della trasmissione dei direttori di riviste, di rotocalchi, che dicevano di essere disponibili a rilanciare altre notizie sulla coppia, che se nasceva un bambino li avrebbero intervistati, quindi c’era un ecosistema mediatico che esprimeva interesse, e se lo fanno è perché sanno che c’è una fetta di pubblico a cui quella cosa interessa».

Un buon esempio è la celebrazione post-mortem di Emanuele Sibillo, un giovane camorrista ucciso in uno scontro a fuoco con dei rivali: la famiglia ha eretto un altare commemorativo nel cortile di casa, costringendo gli abitanti della zona a pagare una sorta di pizzo sotto forma di offerte alla memoria, ma il fenomeno si è spostato anche sui social, dove è rimasto dopo l’abbattimento dell’altare.

«È un caso preciso di beatificazione di un nativo digitale: su di lui è stato girato un documentario di Sky con la collaborazione dell’ex fidanzata, con cui avevano un rapporto un po’ ossessivo, e pezzi di questo documentario fanno da copione per le coppie che li mimano su TikTok, che li prendono a modello, perché quello è il modo di amarsi di chi fa quella vita», e viene imitato anche da chi non la fa, ma subisce la forza del modello culturale spinto dal contesto di appartenenza.

Anche Ravveduto, in Mafie Social, sostiene che siamo di fronte alla costruzione di una post-verità criminale, con le stesse caratteristiche  della disinformazione o della politica contemporanea. Secondo Panizio questo meccanismo è facilitato anche dall’emancipazione della cultura di massa dai valori tradizionali: «Il successo di influencer e artisti che esibiscono contatti e vicinanza ad ambienti mafiosi, e la facilità da parte dei mafiosi di mostrarsi sui social, di esibire lusso, si può spiegare col fatto che sono venuti meno dei paletti, e l’unica ragione per giustificare la potenza e il dominio non è più la moralità ma la ricchezza – i mafiosi prima si dicevano uomini d’onore, portatori di valori antichi, più alti della legge: ora non ne hanno bisogno, perché alla società non interessa nulla che loro siano pieni di valori, basta che abbiano i soldi. E questo lo dicono anche gli artisti: che male c’è se vado dove vanno i soldi? E il pubblico lo capisce, ci si ritrova».

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Crediti

Autori

Bruno Ruggeri

Editing

Giulio Rubino

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