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Sono le 12:37 di sabato quando, nel reparto B dell’Icmesa, il disco di rottura del reattore A101 cede. Negli atti dell’archivio Speciale Seveso si legge che per circa venti minuti dal tubo di sfiato esce una nube «densa e rossiccia», spinta dal vento verso sud-est, sopra Seveso.
Le conseguenze sull’ambiente circostante sono immediate e brutali: le piante bruciano per un raggio di circa 1.300 metri. Solo il pronto intervento del capo reparto dell’azienda Carlo Galante ha limitato i danni. Sentito lo scoppio, si legge agli atti del processo sui fatti dell’Icmesa, Galante entra nel reparto (invaso da una fitta nebbia), attacca l’aspiratore e apre la valvola dell’acqua per consentire il raffreddamento dell’impianto. Impianto che non è dotato di un meccanismo automatico di spegnimento.
L’inchiesta in breve
- Le conseguenze della nube tossica che si è alzata dall’Icmesa il 10 luglio 1976 cominciano a vedersi già pochi giorni dopo: bambini ustionati, moria di animali e piante. L’azienda svizzera però lascerà passare nove giorni prima di far sapere alle istituzioni italiane che la fabbrica aveva disperso nell’aria diossina
- Gli addetti ai lavori avevano intuito da subito che la moria di piante e animali potesse essere dovuta al Tdcc. I sospetti risalgono all’11 luglio, le prime verifiche al 12, i risultati al 14. Solo il 19 luglio, quando arriva in Svizzera il direttore del reparto chimico del Lpip, c’è l’ammissione
- La nube tossica è notizia dal 17 luglio: Il Giorno e Il Corriere della Sera raccontano la situazione a Meda e Seveso. Ma l’azienda nega e la vita in fabbrica prosegue senza sosta. La Commissione d’inchiesta definisce questi momenti “i giorni del silenzio”
- Non ci furono morti immediate tra gli esseri umani, ma l’esposizione ha creato un maggiore insorgere di tumori. I decessi sono stati tra gli animali, oltre tremila. Nel 1982, una direttiva europea prende il nome dal luogo dell’incidente dell’Icmesa
Secondo gli analisti della Givaudan, la società che controlla la fabbrica Icmesa, dei circa quattrocento chili di prodotti scaricati in atmosfera, il 3,5% è diossina: poco meno di quattordici chili (una stima aziendale, rivista in seguito verso l’alto dagli scienziati).
Lo stesso giorno l’azienda avverte i Carabinieri e segnala agli abitanti vicini di non consumare ortaggi. Ma la comunicazione resta generica: si parla di una sostanza «anche impiegata in sostanze erbicide». Nessun accenno alla reale natura del pericolo, nonostante il danno sia sotto gli occhi di tutti. Gli abitanti, del resto, non si allarmano troppo: sono abituati da tempo agli scarichi maleodoranti della fabbrica chimica, e nulla, in quelle prime ore, sembra distinguere il 10 luglio da un sabato qualunque.
Il disastro di Seveso: la serie
Nella prima puntata abbiamo raccontato come il 10 luglio 1976 non fosse un fulmine a ciel sereno, ma l’esito di trent’anni di segnali inascoltati: la produzione di triclorofenolo mai dichiarata agli enti, i precedenti industriali noti almeno dal 1949, la piena consapevolezza dei vertici aziendali. Resta da raccontare ciò che accadde dopo la nube. Sedici giorni in cui chi sapeva tacque, e chi avrebbe dovuto sapere arrivò tardi.
La natura che muore
Lunedì 12 luglio la fabbrica riapre regolarmente. Resta fermo il solo reparto B dove si è verificata l’esplosione. Il primo a parlare è il territorio. A quattro giorni dall’evento comincia la moria di animali domestici, soprattutto conigli; l’erba ingiallisce, le foglie si lacerano, la corteccia si stacca dai tronchi degli alberi. E poi i bambini: alcuni arrivano in ospedale con il volto deturpato da violente eruzioni cutanee. In diciannove vengono ricoverati all’ospedale di Mariano Comense con diagnosi di «Dermatosi tossica», quattro trasferiti all’ospedale Niguarda di Milano per la gravità delle lesioni. I medici brancolano nel buio: non sanno quale sostanza stiano fronteggiando.
Quello stesso 12 luglio l’Icmesa scrive all’Ufficiale sanitario del Consorzio di Seveso «riferendo l’accaduto e dicendo di non essere in grado di dare una plausibile spiegazione» di quanto avvenuto. Non è del tutto vero: un’ipotesi ce l’hanno e verrà confermata due giorni dopo, il 14 luglio 1976. Questa conferma però non verrà immediatamente comunicata, ma taciuta per altri cinque giorni alle autorità italiane.

Mantenere un segreto
Avuta notizia dell’incidente l’11 luglio alle 11:45, infatti, il direttore tecnico della Givaudan, Jörg Sambeth, ipotizza subito la formazione di diossina. «Avevamo sentito parlare di incidenti dello stesso tipo e ho pensato a questa possibilità…», ha raccontato anni dopo alla Commissione parlamentare sui fatti dell’Icmesa.
Sambeth chiede a Herwig Von Zwehl, direttore tecnico dell’Icmesa, di prelevare campioni e portarli segretamente a Ginevra quella stessa notte per delle analisi più approfondite. Von Zwehl incarica del prelievo il direttore della produzione, il dottor Paolo Paoletti, che arriva a Ginevra il mattino successivo. Da lì i campioni viaggiano fino al laboratorio aziendale di Dübendorf, nei pressi di Zurigo.
Il 14 luglio le analisi confermano già la presenza di Tcdd nel materiale prelevato alla Icmesa. Ma dentro l’azienda, l’informazione è diffusa ancora con cautela: nella tarda serata di quel giorno, Sambeth avvisa Von Zwehl di «prendere in esame la possibile presenza di diossina nella sostanza fuoriuscita». Tuttavia né Givaudan né Icmesa avvertono le autorità italiane di questa scoperta.
Il perché lo spiega sempre Sambeth alla Commissione parlamentare, e ai giudici, anni dopo: l’azienda ha preferito aspettare di conoscere il reale livello di contaminazione. I risultati delle analisi che certificano in modo definitivo la presenza della diossina nella “nube tossica” vengono consegnate solo cinque giorni più tardi a un chimico italiano spedito in Svizzera da Regione Lombardia.
Si chiama Aldo Cavallaro, è direttore del reparto chimico del Laboratorio provinciale d’igiene e profilassi (Lpip) di Milano. Viene inviato prima a Seveso il 17 luglio, dopo che Il Giorno ha pubblicato le prime notizie sulle conseguenze dell’incidente, in particolare sui bambini ustionati e la diffusione della cloracne. Poi, il 18 luglio, sulla scorta della letteratura scientifica, Cavallaro va in Svizzera al quartier generale dell’azienda e mette di fronte ai responsabili la sua ipotesi: le conseguenze su popolazione ed ecosistema sono dovute alla diossina.
Cavallaro è presente nei laboratori della Givaudan a Zurigo quando si concludono le analisi definitive sul materiale raccolto a Seveso. È così, il 19 luglio, che l’ipotesi si trasforma in certezza: dopo nove giorni di reticenze e versioni minimizzanti fornite dai dirigenti locali dell’Icmesa, la contaminazione da diossina non può più essere nascosta. Solo allora, con almeno cinque giorni di ritardo dall’effettiva conoscenza dei fatti da parte dell’azienda, si muovono anche le istituzioni.
Gli incidenti industriali prima di Seveso
Trent’anni di incidenti precedono Seveso, delineando un rischio industriale già ampiamente noto. Si parte dalla Monsanto (Stati Uniti, 1949: 228 operai colpiti) e Basf (Germania, 1953), passando per Rhone-Poulenc (Francia, 1953, l’azienda è stata dismessa nel ‘71) e Philips-Duphar (Paesi Bassi, 1963). Nel 1968, l’incidente nello stabilimento della Coalite di Bolsover, Regno Unito, anticipò la dinamica dell’Icmesa con 79 casi di cloracne. La letteratura scientifica era già chiarificatrice: nel 1957 la Tcdd fu isolata come causa della cloracne e nel 1971 lo studio sulla rivista Nature del chimico M.H. Milnes ne spiegò la formazione per decomposizione termica del triclorofenato.
I vertici Givaudan conoscevano questi studi: a processo emerge come avessero ricevuto e letto lo studio di Milnes lo stesso anno in cui fu pubblicato. Non a caso lo stesso Sambeth ammise di aver sospettato la presenza di diossina già l’11 luglio 1976 basandosi proprio sui casi precedenti noti sullo studio di Milnes.
Il risveglio tardivo delle istituzioni
Qualcosa si muove già prima dell’ammissione ufficiale. Il 15 luglio gli ufficiali sanitari italiani accertano i numerosi casi di intossicazione e raccomandano alle autorità «immediati provvedimenti per tutelare la salute della popolazione». Lo stesso giorno i sindaci di Seveso, Francesco Rocca, e Meda, Fabrizio Malgrati, dichiarano infestato dalla nube il quartiere di San Pietro, a ridosso della fabbrica, e vietano alla popolazione di toccare ortaggi, terra, erba e animali della zona, delimitata con paletti che recano la scritta: «Zona infestata da sostanze tossiche».
La vicenda diventa notizia: avvertito dal sindaco Rocca, il 17 luglio Il Giorno pubblica una cronaca nelle pagine della provincia; lo stesso giorno anche il Corriere della Sera dedica al caso una breve nota con i primi dettagli.
Eppure, ancora il 18 luglio, mentre il sindaco Malgrati ne ordinava la chiusura cautelativa, la direzione dell’Icmesa rassicura le autorità sostenendo la «non pericolosità» dello svolgimento dell’attività lavorativa. In fabbrica il lavoro procede senza interruzioni.
«La sequenza dei provvedimenti – scriverà la Commissione parlamentare d’inchiesta – ha inizio soltanto in data 15 luglio, giacché dal pomeriggio del 10 alla sera del 14 non vi furono interventi di alcun genere: non a torto dunque, nella tragedia di Seveso, quei cinque giorni di inattività sono stati definiti “i giorni del silenzio”. In effetti, la consapevolezza della gravità dell’accaduto si ebbe soltanto la sera del 14 luglio, quando nella contrada San Pietro, limitrofa allo stabilimento Icmesa, si verificarono i primi casi di moria di animali da cortile».
L’esodo e il prezzo del ritardo
La macchina pubblica, scossa, accelera con grande ritardo. Il 16 luglio le maestranze abbandonano lo stabilimento per sciopero; il 18 luglio il Pretore di Desio fa sigillare il reparto B, dove sorge il reattore. Il 21 luglio lo stesso Pretore, dopo la conferma della contaminazione da diossina spicca un mandato di cattura contro il direttore dello stabilimento e il responsabile della produzione, ravvisando gli estremi del disastro colposo.

Non basta a impedire la negazione del disastro. Durante l’incontro tra le autorità locali presso la prefettura del 23 luglio l’allora prefetto di Milano descrive «il recente insorgere sulle persone di effetti gravi e meno gravi, che sarebbero stati provocati dalla nube tossica, la quale si dirigerebbe a modesta velocità verso Milano». E conclude: « Tale nube non è mai esistita».
Del resto è solo venerdì 24 luglio – 14 giorni dopo la fuoriuscita – che la verifica incrociata tra le strutture sanitarie italiane e i laboratori Givaudan conferma definitivamente la presenza “notevole” di Tcdd nell’area più colpita dal disastro.
Nasce così la Zona A: dalla fabbrica verso sud, una superficie di circa 15 ettari per una profondità di circa 750 metri. Il 26 luglio comincia la prima evacuazione: oltre 700 persone – 736 secondo i censimenti disponibili – lasciano case, mobili e oggetti personali, molti dei quali destinati alla distruzione. Nella sua stessa proposta di sgombero, l’Icmesa aveva raccomandato ai residenti di non portare con sé «tutti gli oggetti personali, specialmente i vestiti», dei quali si presumeva la contaminazione: si esce dalle proprie case anche senza i propri abiti. Per più di due settimane la popolazione era rimasta esposta ai livelli più alti di contaminazione: un ritardo che rese tardive, e in larga parte inefficaci, le prime misure di profilassi.
Dopo Seveso
Si sono dunque sovrapposti due silenzi: quello, doloso, di un’azienda che conosceva la diossina e i suoi precedenti – come abbiamo ricostruito nella prima puntata – e scelse di non nominarla; e quello, colposo, di apparati pubblici impreparati a riconoscere e gestire un rischio già ampiamente descritto nella letteratura scientifica internazionale. Da quella ferita nascerà, nel 1982, la direttiva europea 82/501/CEE sui rischi di incidente rilevante connessi a determinate attività industriali, ricordata non a caso come “direttiva Seveso”: l’Italia la recepirà soltanto nel 1988, dodici anni dopo la nube.
La direttiva, nata proprio guardando a tutto ciò che all’epoca andò storto, non a caso dedica una parte importante alla comunicazione post-incidente: il gestore deve allertare subito le autorità per attivare i piani di emergenza e informare la popolazione potenzialmente coinvolta sulle misure di protezione da adottare. Fornire al pubblico informazioni circa la natura dell’incidente, le sostanze coinvolte, i dati stimati sulle conseguenze per la salute e l’ambiente e le misure adottate per attenuare gli effetti. Infine le autorità nazionali devono inviare un rapporto dettagliato all’Unione europea per condividere le cause e le lezioni apprese e prevenire eventi futuri.
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