12.10.26
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Libertà di StampaI vertici del gruppo Multiversity Spa, società di cui fa parte anche Pegaso – la più grande università telematica italiana per numero di studenti – sono al centro di una nuova inchiesta giudiziaria della procura di Napoli.
I filoni principali sono due: da un lato il tentativo (fallito) di pressione sulla ministra dell’Università Anna Maria Bernini per ottenere una proroga sugli esami a distanza; dall’altro i tentativi di controllare la stampa offrendo investimenti pubblicitari ai giornali per limitare l’impatto economico e reputazionale della stampa sul gruppo.
In breve
- Multiversity è al centro di una nuova inchiesta giudiziaria. A 22 indagati viene contestato il reato di corruzione privata. L’obiettivo sarebbe stato quello di condizionare la stampa italiana con investimenti pubblicitari sostanziosi
- Domenico Vaccarono, presidente di Multiversity, avrebbe ideato e gestito quella che le carte indicano come «operazione filtro» per gestire gli eventuali danni economici e d’immagine derivanti da notizie lesive per l’Università Pegaso
- IrpiMedia lo scorso giugno ha pubblicato la notizia dell’inchiesta giudiziaria spagnola per presunta truffa ai danni di studenti internazionali. Di quella inchiesta, però, Vaccarono ha chiesto di non parlare
- Sono coinvolti anche alcuni direttori dei maggiori giornali italiani. Dalle carte emergono conversazioni in cui, secondo l’accusa, Vaccarono offriva un maggiore investimento pubblicitario per avere un controllo maggiore sulla stampa
Fabio Domenico Vaccarono, presidente del consiglio d’amministrazione, è uno dei 22 indagati. Se del primo filone sono ancora poco noti i dettagli, nei giorni scorsi sono apparse nelle cronache diverse notizie sul secondo.
Per l’accusa, Vaccarono è stato il capo e il promotore di quella che viene definita nelle carte «operazione filtro»: grazie a una fitta rete di legami con i maggiori gruppi editoriali italiani – nonché con i direttori di alcuni giornali – avrebbe cercato di attenuare la pubblicazione di notizie negative sul gruppo e sull’ateneo Pegaso.
Il «modello da seguire»
IrpiMedia, a giugno, ha pubblicato la notizia dell’indagine avviata in Spagna in cui l’università telematica è accusata di truffa ai danni di studenti internazionali. L’episodio è citato anche nelle carte del nuovo procedimento di Napoli: Vaccarono, intercettato mentre era al telefono con Francesco Cancellato, direttore responsabile di Fanpage.it, «qualifica quale modello da seguire il comportamento tenuto da Italpress nella gestione della notizia relativa alle indagini condotte in Spagna», si legge nelle carte.
«Stando a quanto si evince dalla disamina delle fonti aperte – concludono i pm – non risulta che, nei mesi di maggio e giugno 2026, Italpress abbia pubblicato alcuna notizia avente a oggetto, a vario titolo, i fatti del presente procedimento penale».
L’uscita dell’articolo su IrpiMedia ha provocato la reazione sia di Fabio Vaccarono sia di Danilo Iervolino – ex presidente di Pegaso ed ex patron della Salernitana.
Quella con i toni più perentori è stata la diffida inviata a nome di Vaccarono e dell’Università Pegaso: «siete invitati a provvedere senza indugio alla rimozione dell’articolo e siete diffidati dal pubblicare ulteriori notizie infondate e lesive della reputazione dei miei assistiti». L’articolo, con le dovute rettifiche, è rimasto in pagina.
Le reazioni degli indagati
«La magistratura ha il dovere di indagare, e noi di metterci a piena disposizione delle loro indagini, certi della nostra estraneità alle accuse contestate e della nostra buona fede» ha commentato su Fanpage Cancellato, uno dei 22 indagati.
Simili le reazioni di Peter Gomez, condirettore de Il Fatto Quotidiano e responsabile de ilfattoquotidiano.it (la prima testata a pubblicare la notizia) e di Cinzia Monteverdi, ad di Seif, società editrice del Fatto; di Andrea Malaguti, ex direttore de La Stampa e di Claudio Cerasa, direttore de Il Foglio (sempre sentito da La Stampa).
L’elenco degli indagati prosegue con Mario Orfeo, ex direttore di Repubblica, e l’amministratrice delegata del Gruppo Gedi Mirja Cartia D’Asero; Walter Bonanno, amministratore delegato della Piemme Spa (concessionaria pubblicitaria de Il Mattino, Il Messaggero, Il Gazzettino e Leggo); e poi ancora Federico Silvestri de Il Sole24ore, Stefano Cecchetti del gruppo Libero Editoriale, Gaspare Giuseppe Borsellino di Italpress, Fernando Diana del gruppo CityNews, Alessandro Bompieri e Umberto Fornara per Rcs (Corriere della Sera e Corriere del Mezzogiorno).
Il Foglio e Italpress hanno deciso di non pubblicare la notizia che vede coinvolti i propri direttori. L’unico che pare non aver ancora commentato pubblicamente la notizia è Giuseppe Borsellino, direttore dell’agenzia Italpress.
Oltre al mondo della stampa, tra gli indagati ci sono anche Andrea Ferrante e Giampiero Mazza, referenti apicali di Cvc Italia, ramo italiano del fondo di investimento che dal 2022 possiede Multiversity; Francesco Durante, amministratore delegato di Multiversity succeduto allo stesso Vaccarono; Gianluca Comin e Gianluca Giansante della Comin & Partners, azienda che si occupa della comunicazione, delle relazioni coi media e con le istituzioni, che ha per cliente anche Multiversity.
In una nota stampa Multiversity dichiara «la propria ferma e piena convinzione che il management abbia operato correttamente e nel rispetto della legge» aggiungendo che «ha adottato misure per rafforzare il proprio sistema di controllo interno e i presidi di compliance».
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Anche Gianluca Comin e Gianluca Giansante hanno rilasciato una nota in seguito alle accuse loro notificate: «Pensiamo di aver sempre rispettato la professione del giornalista e di aver sempre difeso, con serietà ed educazione le ragioni delle aziende e dei manager per cui lavoriamo, stando sempre dentro i confini deontologici e professionali».
Più soldi per la pubblicità
Secondo le intercettazioni, Domenico Vaccarono ha recentemente aumentato l’offerta economica per la pubblicità sui giornali. Ha proposto al direttore de Il Foglio Claudio Cerasa un finanziamento fino a 300mila euro contro i 60mila euro del 2024, gli 80mila del 2025 e i 45mila dei primi mesi del 2026.
Per il gruppo Piemme, invece, Vaccarono aveva parlato di pagare la pubblicità tra i 400mila e i 600mila euro. «Sono tre volte il Corriere, non c’è nessuno che le prenderebbe come voi, sono una montagna di soldi», ha detto in una conversazione intercettata.
Al di là di quelli che saranno i risultati sul piano penale, l’indagine della procura di Napoli solleva indirettamente un tema più vasto, cioè i possibili condizionamenti della linea editoriale delle testate. Quelle che vivono grazie alla pubblicità devono cercare di mantenere la propria indipendenza editoriale nonostante le richieste di editori e inserzionisti.
«Ormai da decenni i giornali stanno perdendo il reddito proveniente dalle vendite dei giornali. Per questo bisogna trovare modalità differenti per riuscire a guadagnare dei soldi», spiega Sergio Splendore, professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi della Statale di Milano.
«I pubbliredazionali – o quelli che poi in maniera molto più cinica dentro le redazioni si chiamano marchette – esistono da sempre. Il fenomeno si è accentuato nella nostra contemporaneità perché i mezzi di comunicazione tradizionali sono in crisi finanziaria». L’unica difesa, secondo Splendore, sono la trasparenza e l’accountability.
I pochi lettori, quindi, obbligano i giornali a dipendere anche dalle pubblicità. «In Paesi del nord Europa – spiega Sergio Splendore – anche nel periodo di pre-digitalizzazione, si vendevano tantissimi giornali perché i giornali erano fatti per essere letti, erano a disposizione del lettore. In Italia, invece, ci siamo trovati con un Paese unito in cui poche persone sapevano leggere e soprattutto conoscevano l’italiano. Il giornalismo qui è sempre stato un giornalismo scritto dalle élite per le élite».
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