21.10.26
Israele ha cercato di intercettare le ricerche degli utenti italiani su Google relative a Naza, il documentario che denuncia le uccisioni sistematiche di civili palestinesi da parte dell’esercito israeliano, per indirizzarli verso un controdocumentario favorevole alle posizioni militari di Tel Aviv.
È quanto emerge da un incrocio di dati e analisi condotto da IrpiMedia sulle attività pubblicitarie della Israeli Government Advertising Agency, l’agenzia governativa israeliana responsabile dell’acquisto di spazi pubblicitari, e sulle modifiche apportate a un sito internet che si presenta come quello ufficiale del film. A fare per primo la scoperta è stato l’esperto di comunicazione Matteo Flora, che ha condiviso con IrpiMedia in anteprima il risultato delle sue analisi.
Da queste emerge come l’operazione sia cominciata pochi giorni dopo la presentazione in anteprima mondiale di Naza alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove il documentario ha ottenuto un’accoglienza clamorosa. Appena pochi giorni dopo, un sito web solo in apparenza collegato al film documentario ha sfruttato la popolarità dell’opera originale per promuoverne una lettura diametralmente opposta.
Inchiesta in breve
- Dopo il successo a Venezia del documentario Naza, è stato creato il sito clone nazadocumentary[.]com per ingannare gli utenti e indirizzarli verso un contenuto favorevole alle posizioni di Israele
- Infatti, il 30 settembre, il finto sito ha pubblicato Naza: The Real Story, un contro-documentario che invece difende le operazioni di Tel Aviv a Gaza
- A ottobre, l’agenzia pubblicitaria del governo israeliano ha finanziato annunci ingannevoli su Google Italia, come “Guarda il film Naza online”, per dirottare chi cercava l’opera originale verso il sito sosia
- L’operazione non usa la censura, ma sofisticate tecniche di manipolazione dell’informazione e cybersquatting per deviare il pubblico verso una narrazione favorevole alle forze armate israeliane
Tuttavia non sembra trattarsi di un semplice tentativo di screditare il documentario quanto più di un’operazione volta a raggiungere il pubblico interessato al film e ingannarlo proponendo una narrazione favorevole all’esercito israeliano.
Una strategia che si inserisce nella battaglia per il controllo dell’informazione sulla guerra nella Striscia di Gaza, dove le operazioni militari israeliane avviate dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 hanno provocato oltre 70mila morti palestinesi.
Ma andiamo con ordine. Il 10 settembre 2026 viene presentato in anteprima mondiale, alla Mostra del cinema di Venezia, Naza, il nuovo documentario dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, già vincitori dell’Oscar nel 2025 per No Other Land, realizzato insieme ai registi palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal.
Prodotto dal quotidiano britannico The Guardian e da JW Films, il film ricostruisce i meccanismi attraverso i quali l’esercito israeliano ha pianificato ed eseguito i bombardamenti nella Striscia di Gaza. Il titolo deriva da un acronimo utilizzato nell’ambiente militare israeliano per indicare il numero previsto di vittime civili collaterali di un attacco: una cifra che, secondo le testimonianze raccolte dai registi, viene calcolata prima di autorizzare i bombardamenti.
Il film ottiene un successo immediato: alla prima proiezione a Venezia il pubblico gli tributa circa 25 minuti di applausi, un record per la rassegna cinematografica. Due giorni dopo conquista il Premio speciale della giuria.
Altrettanto immediate sono le reazioni del governo israeliano, che respinge le conclusioni del documentario, ne contesta l’attendibilità e accusa i registi di aver diffuso una rappresentazione distorta delle operazioni militari. Il ministro della Cultura Miki Zohar arriva a chiedere l’apertura di un’indagine per identificare le fonti anonime del film, mentre i due autori vengono accusati di tradimento e minacciati di perdere la cittadinanza israeliana.
Il documentario risulta particolarmente problematico per la narrazione sostenuta dal governo di Tel Aviv. Le testimonianze di 24 tra soldati e ufficiali dell’intelligence israeliana, intervistati in forma anonima dai due registi nell’arco di tre anni, descrivono infatti un sistema nel quale l’uccisione di civili palestinesi non rappresenterebbe semplicemente una conseguenza accidentale delle operazioni militari, ma un esito previsto e consapevolmente accettato nella pianificazione degli attacchi.
Il film non viene distribuito immediatamente nelle sale italiane, dove arriva soltanto il 28 settembre, con un ciclo di proiezioni fino al 30 settembre. Nel frattempo, gli autori e il Guardian annunciano che il documentario sarà reso disponibile gratuitamente online entro novembre.
È in questa finestra temporale, tra il successo veneziano e la distribuzione del film, che prende forma l’operazione di manipolazione dei risultati di ricerca.
Il 16 settembre, appena sei giorni dopo la prima veneziana, viene registrato un dominio internet riconducibile a un servizio di registrazione in Israele e i cui dati sul titolare risultano schermati: nazadocumentary[.]com.
La ricostruzione delle prime versioni del sito, effettuata da IrpiMedia attraverso la Wayback Machine, l’archivio che conserva le versioni storiche delle pagine web, permette di osservare che, fin dall’inizio, il sito sembrava quello ufficiale del film. La pagina riprende il titolo del documentario, riporta i nomi dei registi e utilizza immagini e grafiche riconducibili all’opera originale.

Tuttavia la differenza rispetto alla sinossi ufficiale è decisiva. Quest’ultima, pubblicata anche sul sito della Biennale di Venezia, parla esplicitamente di uccisione pianificata di massa dei civili palestinesi. Nel testo del sito appena registrato, invece, le vittime civili diventano terroristi. Una sostituzione che ribalta il significato politico del documentario, lasciando apparentemente inalterati il titolo, gli autori e l’impostazione della presentazione.
Non si tratta dell’unica appropriazione. Il sito pubblica anche le fotografie dei registi, i riferimenti al premio ottenuto a Venezia e altre informazioni inequivocabilmente associate al film originale, contribuendo a rafforzare l’impressione che si tratti di una pagina ufficiale.
Proprio nei giorni successivi alla presentazione veneziana, secondo i dati di Google Trends analizzati da IrpiMedia, aumentano le ricerche in Italia sia della parola «Naza» sia dell’espressione «dove vedere Naza».
A differenza di quanto avviene per molte produzioni cinematografiche, il documentario di Abraham e Szor non dispone di un sito internet autonomo creato appositamente dai produttori. Le informazioni ufficiali sono distribuite attraverso i canali del Guardian, della Biennale e delle società coinvolte nella produzione.
![Intestazione del sito nazadocumentary[.]com con data di creazione (16 novembre) e Paese di registrazione (Israele, area metropolitana di Tel Aviv)](https://irpimedia.irpi.eu/public/uploads/2026/10/Israele-tenta-di-oscurare-naza-2-1300x867.webp)
Questa assenza lascia uno spazio che il nuovo dominio può occupare. Nelle ricerche effettuate da IrpiMedia, Google restituisce nazadocumentary[.]com tra i primi risultati per chi cerca informazioni sul film, presentandolo anche attraverso l’anteprima «La storia vera di Naza».
In questa prima fase, tuttavia, il sito non ospita ancora un vero e proprio controdocumentario. La sua funzione sembra essere soprattutto quella di occupare un posto sui motori di ricerca.
Il controdocumentario
Il passaggio successivo avviene il 30 settembre, in coincidenza con l’ultima giornata delle proiezioni italiane inizialmente programmate.
Secondo le modifiche registrate dalla Wayback Machine, il sito cambia funzione e comincia a ospitare un documentario intitolato Naza: The Real Story, tradotto in italiano come Naza: La storia vera.
Il nuovo film dura 49 minuti ed è firmato da tre autori israeliani con legami diretti con le forze armate: Roi Danino, tenente colonnello della riserva dell’esercito israeliano; Ariel Averbuch, avvocato e maggiore della riserva; e Hagai Gutman, regista e creatore di contenuti audiovisivi.
Gli stessi autori dichiarano che il documentario nasce con l’obiettivo di confutare le accuse contenute nell’opera di Abraham e Szor. Per farlo riprendono anche alcune delle sue scelte visive, a cominciare dalle interviste realizzate di notte sui tetti di Tel Aviv. A cambiare sono però gli intervistati: invece delle testimonianze anonime raccolte dal Guardian, compaiono comandanti e ufficiali israeliani che difendono le procedure operative dell’esercito.
Nonostante la presenza di due ufficiali della riserva tra i suoi autori, non è dimostrato che il controdocumentario sia stato commissionato o finanziato direttamente dall’esercito israeliano. I realizzatori hanno anzi rivendicato l’indipendenza dell’iniziativa, negando di aver ricevuto finanziamenti governativi per la produzione.
Il sostegno istituzionale alla sua diffusione, invece, è evidente. Il controdocumentario viene rilanciato attraverso i canali delle rappresentanze diplomatiche israeliane, tra cui l’ambasciata negli Stati Uniti, e riceve l’apprezzamento di esponenti delle istituzioni israeliane.
Anche la scelta della data di pubblicazione appare significativa. Il 30 settembre coincide con l’ultima giornata della prima programmazione mondiale cinematografica di Naza, mentre le ricerche su Google relative alla possibilità di vedere il film in streaming tornano ad aumentare.
Secondo l’analisi di IrpiMedia, il picco viene raggiunto il 1° ottobre. Chi in quei giorni cercava online il documentario premiato a Venezia poteva quindi imbattersi in un sito che ne utilizzava il nome, le immagini e parte delle informazioni ufficiali, ma che nel frattempo aveva cominciato a proporre un prodotto completamente differente.
Sostienici e partecipa a MyIrpi
Regala l’adesione a MyIrpi+
e ricevi in omaggio la nostra T-shirt IrpiMedia.
Diventa una fonte.
Con IrpiLeaks puoi comunicare con noi in sicurezza.
Una successiva serie di prove mostra che, cercando su Google l’espressione «Naza sito ufficiale», il motore di ricerca continua a restituire al primo posto il dominio nazadocumentary[.]com, insieme ad altri contenuti sempre fuorvianti tra i primi risultati.
La questione pubblicitaria
Sebbene i dati pubblici di registrazione del dominio nazadocumentary[.]com non consentano di identificare con certezza il suo proprietario, esiste un collegamento documentabile tra la promozione del sito e il governo israeliano.
A rivelarlo è il Centro per la trasparenza pubblicitaria di Google, lo strumento attraverso il quale è possibile consultare le inserzioni pubblicate sulla piattaforma e conoscere l’identità degli inserzionisti verificati.
Secondo quanto scoperto da Matteo Flora e verificato indipendentemente da IrpiMedia, a partire dal 15 ottobre 2026, circa un mese dopo la registrazione del dominio e due settimane dopo la pubblicazione del controdocumentario, nazadocumentary[.]com comincia a essere promosso attraverso annunci a pagamento.
L’inserzionista indicato è la Israeli Government Advertising Agency, l’agenzia pubblicitaria governativa israeliana.
Per il pubblico italiano vengono acquistati almeno due annunci, i cui titoli sono particolarmente significativi: «Guarda il film Naza online» e «Il vero trailer di Naza».

La presenza della Israeli Government Advertising Agency tra gli inserzionisti permette quindi di accertare il coinvolgimento del governo israeliano nella promozione a pagamento del controdocumentario, sfruttando uno spazio occupato precedentemente per costruire un posizionamento più efficace sui motori di ricerca.
Una forma di interferenza nell’accesso alle informazioni che non passa attraverso la censura del contenuto originale, bensì attraverso la possibilità di sfruttarne la popolarità per orientare gli utenti verso una narrazione concorrente.
«Chiunque abbia pianificato questa operazione sembra aver seguito alla lettera il Disarm framework, un modello di analisi sviluppato per identificare e classificare le strategie di manipolazione dell’informazione» spiega a IrpiMedia Matteo Flora.
«Si parte con lo sfruttare un vuoto di dati: una ricerca a cui manca ancora una buona risposta, come “guarda Naza online” prima di fine novembre – ricostruisce l’esperto – e poi ci si piazza nel punto giusto come farebbe il chiosco di ombrelli davanti alla stazione quando piove e i negozi sono chiusi».
Poi ci sono il dominio sosia, che dà l’illusione di essere all’interno di un sito ufficiale, e il cybersquatting, con cui si “occupa” una parola per evitare che venga efficacemente usata dal suo titolare naturale. Infine si passa agli annunci pubblicitari: «Non all’inizio quando chiunque li avrebbe notati, ma più in là nel tempo, dove aiutano a colmare la diminuzione delle ricerche organiche sul motore di ricerca» conclude Flora.
Le inchieste e gli eventi di IrpiMedia sono anche su WhatsApp. Clicca qui per iscriverti e restare sempre aggiornat*. Ricordati di scegliere “Iscriviti” e di attivare le notifiche.