22.10.26
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Infiltrazioni MafioseSicilia
Franco Castaldo, reporter d’altri tempi, firma siciliana delle più fini, grandissimo esperto di mafia, maestro per molti di noi, questa notte ci ha lasciato.
Nato il 24 gennaio 1959 a Agrigento, Franco è stato un grande cronista, uno dei giornalisti più capaci, fieri e coraggiosi della Sicilia, una penna che non si è mai piegata alle mafie né alle logiche di potere. E che ha contribuito a forgiare e sostenere il lavoro sulle mafie di Irpi prima, quando eravamo ancora dei giovincelli con tanta passione e poca esperienza, e di IrpiMedia e la sua sotto-redazione che si occupa di criminalità organizzata poi.
Caposervizio del quotidiano La Sicilia, è stato fondatore e direttore di Grandangolo – il Giornale di Agrigento, un giornale indipendente che da oltre 20 anni svolge un servizio pubblico fondamentale. Scriveva di mafie in libri e giornali, riconosciuto come uno dei massimi esperti del fenomeno anche dalla stampa internazionale.
Ha collaborato con Enrico Deaglio, Mixer di Rai2 con Storie di piccola mafia e varie testate internazionali. Castaldo era un giornalista capace e generoso, che non ha mai inseguito la fama, perché amava questo mestiere.
Aveva imparato a farlo tra la polvere e il sangue, raccontando la guerra di mafia tra Cosa Nostra e Stidda, e andando sempre oltre la pura cronaca. Sapeva guardare dove pochi avevano il coraggio. E così, dopo essere finito sotto scorta è finito anche ostracizzato dall’editore de La Sicilia.
Nel 2014 la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie aveva invitato lo stesso Castaldo a raccontarlo. Si legge dall’audizione: «Castaldo è ufficialmente un dipendente del giornale La Sicilia, con qualifica di capo servizio, ma il suo direttore-editore non lo fa lavorare e gli impedisce di entrare fisicamente nella redazione di Agrigento. La diatriba inizia quando nel 1995 Franco scrive di un maxi-processo dove un pentito accusava un importante imprenditore, Filippo Salamone, di essere vicino alla mafia. Salamone incontrò l’editore, e dopo questo incontro venne trasferito a Catania in uno “sgabuzzino” per poi finire pagato per non lavorare, mentre Salamone “per la cronaca” — spiegava Castaldo in audizione — “è stato condannato definitivamente a sei anni e mezzo.” Oggi dirige Grandangolo Il Giornale di Agrigento e scrive di mafia tutte le volte che lo ritiene necessario».
Per molti giornalisti, siciliani e non, è stato un vero maestro. Ce lo ricordiamo da dietro la sua scrivania di legno scuro, accolto da una libreria su tutti i lati, eppure più piccola della sua infinita conoscenza del fenomeno mafioso. Ti guardava, arricciando un sopracciglio a cingere lo sguardo azzurro come il suo mare, e non mollava il ragionamento finché non aveva risolto, insieme, il caso. È così che abbiamo lavorato a grandi storie tracciando Cosa Nostra e Stidda all’estero, unendo i puntini in schemi amplissimi, lui con la sua conoscenza capillare del territorio agrigentino, e noi, i “ragazzi” di Irpi, con i dati dall’estero.
Franco ci ha sempre trattato con rispetto, curiosità e orgoglio. Non aveva paura di giocare in squadra, anche con i ragazzini del vivaio. Era una partita meravigliosa: unire i pezzi, trovare nomi e soprannomi ma soprattutto, decifrare i sistemi. Ed è questo gioco, che abbiamo iniziato 13 anni fa con Giulio Rubino (oggi condirettore di IrpiMedia) e continuato con Simone Olivelli, suo conterraneo, che ha contribuito a costruire le basi per la nostra capacità di investigare e raccontare le mafie a livello transnazionale.
Nel 2013 David Schraven, poi fondatore del centro di giornalismo d’inchiesta tedesco Correctiv, ci aveva dato un compito impossibile. Stavamo lavorando a un’inchiesta sulla mafia siciliana in Germania, e dovevamo scoprire chi fossero gli agrigentini coinvolti, ma avevamo solo dei soprannomi. Niente nomi, niente anagrafiche. Giacomo de Girolamo, collega di Marsala, ci mandò da Franco Castaldo. Se c’era uno che poteva aiutarci con l’inchiesta, era lui.
Arrivammo in punta di piedi, con timidezza e in soggezione, e con un soprannome su un foglietto, “Aglioloro”. Tempo pochi giorni e riuscì a identificare uno dei principali criminali della zona, chiudemmo il cerchio e pubblicammo Die Mafia in Deutschland.
Da lì, continuammo a indagare Cosa Nostra in Germania, non solo l’infiltrazione nel tessuto sociale, ma anche nelle elezioni politiche. Poi, sempre con Correctiv, la televisione tedesca RTL facemmo un’inchiesta sugli stiddari a Phorzeim.
È tra le campagne dell’agrigentino, tra Campobello di Licata e Canicattì, che Franco ci ha mostrato non solo la pratica, ma anche l’etica del nostro lavoro. Compostezza, schiena dritta, coltivando sempre la scintilla della curiosità: mai paura di chiedere, di immaginare, di indovinare, e soprattutto, di scrivere.
È con curiosità, precisione, intuizione e coraggio che ha raccontato le guerre di mafia, arrivando sul posto spesso prima delle forze dell’ordine. E capendo prima di altri (a volte prima dei mafiosi stessi) chi sarebbero stati i prossimi bersagli, contribuendo addirittura alla cattura di un boss perché, ironia, leggeva Grandangolo da latitante, svelando così il suo indirizzo IP e la zona, quindi, di latitanza.
Franco ci ha insegnato che certi territori sono diversi da altri, che se si vuole scrivere di criminalità organizzata bisogna saperli comprendere anche vivendoli. Ci ha insegnato che è anche giusto spaventarsi – come quando lui e la sua famiglia sono finiti sotto scorta -. E ci ha poi insegnato a normalizzarla quella paura, quando a nostra volta siamo finiti sotto protezione, dopo l’omicidio del collega Jan Kuciak.
Eravamo a Caltanissetta, ed era venuta la Squadra Mobile di Reggio Calabria a prenderci, non sapevamo cosa fare. «Adesso andiamo a pranzo, beviamo un bianco di nera, e poi videmu», ci ha detto, con la sua voce roca e profonda, prima di “consegnarci” alla Mobile. E con quel gesto, così semplice, ci ha mostrato che si può resistere, senza perdere la bussola, continuando con modestia a fare il mestiere più bello, e a volte difficile, del mondo.
È per questo che quando l’anno scorso la libera università di Bruxelles ha riconosciuto a IrpiMedia il titolo onorario per la libertà d’espressione, nel discorso di accettazione lo abbiamo ringraziato. Senza il coraggioso giornalismo di Grandangolo Agrigento, il giornale che ha fondato, ci sarebbe una importante voce in meno in Europa.
A maggio 2023 ci siamo sentiti perché a Palermo avevano portato la nave cargo Plutus. «Sì, è una bella storia ancora da decifrare al meglio, ma ci sono tutti: cartelli, mafia, ndrangheta», ci aveva risposto per chat. È diventata una delle inchieste più importanti di IrpiMedia.
Maestro Castaldo, ci hai insegnato che un giornalista senza le sue fonti non è nulla, ma soprattutto un giornalista senza i suoi lettori non esiste. È per questo che tu, quando l’editore della Sicilia non ti ha più permesso di scrivere, hai fondato Grandangolo Agrigento, una voce libera in uno dei territori più duri d’Italia. Adesso la penna passa a tuo figlio Giuseppe, già al tuo fianco, e al resto della redazione. E tu, Franco, sarai per sempre nel nostro giornalismo.
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