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I tentacoli del cartello di Sinaloa in Italia
A gennaio 2020 i narcos hanno portato 400 chili di cocaina in Sicilia. Cercavano di aprire una nuova rotta aerea. Un segnale della campagna per la conquista del mercato europeo
09 Dicembre 2020
Cecilia Anesi
Giulio Rubino

All’inizio del 2019 due cittadini guatemaltechi – Daniel Esteban Ubeda Ortega, detto “Tito”, e Felix Ruben Villagran Lopez, detto “Felix” – si trovano a Catania per un sopralluogo. Sono “esploratori commerciali” del cartello di Sinaloa, una delle più potenti organizzazioni criminali messicane. Si trovano in Italia allo scopo di aprire una nuova rotta aerea per recapitare la cocaina del cartello ad acquirenti in Italia e in altri Paesi europei. Il cartello è in espansione: cerca nuovi clienti e deve trovare nuovi percorsi sicuri per rifornirli.

Tito Ortega e Felix Lopez hanno contatti da incontrare e mani da stringere. Se riusciranno a trovare un valido aggancio, metteranno a punto un “carico di prova” per testare la sicurezza della nuova rotta. Il piano è apparentemente semplice, per quanto insolito: mandare il carico tramite un aereo privato fino a Catania e da lì trasportare la droga a nord, verso Milano e il resto d’Europa. La modalità è inconsueta perché normalmente i carichi di un certo peso passano via nave, in qualche container, diretti a porti ben collegati con le grandi piazze di spaccio. Catania non ha nessuna di queste caratteristiche tanto è vero che la distribuzione al resto d’Europa avrebbe presentato sfide ulteriori per il cartello. Un informatore di fiducia della Guardia di finanza di Catania viene a sapere del piano e fa una soffiata al Gico, l’unità anticrimine organizzato della Guardia di finanza. Per quanto improbabile, l’informazione è comunque troppo ghiotta da ignorare.

The Cartel Project

Anni dopo l’omicidio di Regina Martínez una squadra di giornalisti da Messico, Europa e Stati Uniti ha ripreso le sue indagini da dove è stata fermata. Il progetto è coordinato da Forbidden Stories, organizzazione francese nata per concludere le storie dei giornalisti assassinati. Questa inchiesta appartiene al Cartel Project, un progetto collaborativo che ha coinvolto 60 giornalisti di 25 media in 18 Paesi. IrpiMedia è partner italiano dell’inchiesta.

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La banda dei narcos

Grazie a un lavoro impegnativo (e a una discreta dose di fortuna) gli uomini dell’unità anticrimine organizzato di Catania guidati dal capitano Pablo Leccese in tre mesi sono riusciti a ricostruire l’intero organigramma del gruppo di trafficanti. Insieme ai “commessi viaggiatori” del cartello Tito Ortega e Felix Lopez, lavora un compaesano di stanza in Colombia, Luis Fernando Morales Hernandez, detto “El Suegro”. È lui che si occupa di preparare i carichi aerei destinati all’Italia. L’uomo all’aeroporto di Catania, che dovrà scaricare la coca una volta a destinazione, è stato trovato. I messicani lo chiamano “Don Señor”.

La Gdf scopre anche il nomignolo del capo che gli inquirenti ritengono sovraintenda l’intera operazione dal Messico: “El Flaco”, “il secco”, uno che si presenta come braccio destro di Ismael Zambada Garcia, “El Mayo”. Quest’ultimo è considerato l’attuale boss di Sinaloa. È ricercato: sulla sua testa pende una taglia di 5 milioni di dollari. El Flaco – stando a riscontri della Dea (l’agenzia antidroga americana) – da almeno quattro anni supervisiona per il cartello una fetta importante della produzione di droghe sintetiche nel triangolo tra Taiwan, Vietnam e Cina. È la prima volta che degli inquirenti europei incrociano il nome di un luogotenente di così alto livello di un’organizzazione criminale messicana.

El Flaco da almeno da quattro anni supervisiona per il cartello una fetta importante della produzione di droghe sintetiche nel triangolo tra Taiwan, Vietnam e Cina

José Angel Riviera Zazueta detto “El Flaco” fotografato dalla sicurezza in un aeroporto cinese – Foto: Guardia di finanza
La messa a punto del piano richiede qualche passaggio rischioso. Non tutto si può fare via telefono e la banda deve incontrarsi di persona, a Catania, per stabilire la fiducia necessaria. Si danno un appuntamento nel capoluogo etneo per la fine di maggio 2019. Da questo momento in poi però, ogni programma del gruppo subirà una serie di ritardi che lo stravolgeranno completamente più e più volte.

El Flaco, per chi lo indaga, resta solo un nomignolo fino al momento in cui atterra in città, il primo giugno 2019. Gli investigatori ne conoscono la fisionomia, ma non il nome di battesimo. Lo pedinano dall’aeroporto fino all’Hotel Romano – l’albergo dove pernotta, sul lungomare etneo – e grazie alla copia del documento lasciato in portineria ottengono un nuovo pezzo del puzzle, il suo nome: José Angel Riviera Zazueta.

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Cuochi messicani per la metanfetamina olandese

Laboratori di droga scoperti tra Belgio e Paesi Bassi sono gestiti da chimici venuti dal Messico. Li reclutano intermediari via EncroChat, un sistema di comunicazione (mal)ritenuto a prova di indagini

Quella stessa giornata, El Flaco Zazueta viene raggiunto in albergo da Tito Ortega, uno dei due narcos arrivati a Catania per imbastire l’affare. Insieme incontrano in un ristorante Don Señor, il contatto dell’aeroporto. Parlano dei dettagli per l’importazione della cocaina, ignari del fatto che i microfoni della Guardia di finanza stanno captando la loro conversazione. Nel piano concepito da El Flaco, l’aereo privato sarebbe partito da Città del Messico, avrebbe fatto scalo in Colombia, a Cartagena, dove avrebbe caricato la droga, per poi raggiungere Catania dopo una sosta di rifornimento a Capo Verde. Alla fine invece, come vedremo più avanti, il gruppo di narcos utilizzerà un aereo di linea in partenza da Bogotà.

La consegna controllata

I carichi con cui si battezzano nuove rotte in genere sono di poche decine di chili. Non è il caso di quelli usati dai cartelli messicani, che apparentemente non hanno problemi a reperire grandi quantità di droga anche per i carichi “di prova”. Hanno solo bisogno di un punto di scarico sicuro a destinazione. «Questa cellula del cartello di Sinaloa aveva già importato cocaina in Europa e aveva almeno altri 1.500 chili pronti da spedire dopo questo carico di prova », spiega a IrpiMedia il capitano del Gico di Catania Pablo Leccese.

A metà giugno 2019 gli inquirenti apprendono dell’esistenza di un carico da 300 chili pronto per essere imbarcato a Cartagena. Pochi giorni dopo Don Señor è a Roma, per incontrare il gruppo dei messicani e discutere della logistica. C’è però un problema: i trafficanti non riescono a trovare un valido contatto all’aeroporto di Cartagena. La Gdf, che è in ascolto, vede l’opportunità e decide di dare loro “una mano”: grazie al supporto dell’esperto antidroga della DCSA di Bogotà, gli investigatori italiani riescono a infiltrare nell’organizzazione due informatori, Rodriguez e El Cholo. I due si aggiungono a un terzo, Lucas, infiltrato dalla polizia colombiana. Con questi nuovi appoggi preparano una “consegna controllata”, un piano per prendere la cellula di Sinaloa finalmente con le mani nel sacco.

La cocaina preparata dai fornitori colombiani – Foto: Guardia di finanza

Ci vogliono due mesi affinché la situazione si sblocchi. A fine agosto 2019, El Suegro, l’uomo di El Flaco in Colombia, riesce a organizzarsi con i fornitori colombiani, un gruppo di ex Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (Farc, i guerriglieri d’ispirazione marxista, ndr): dovrà andare nella Valle del Cauca – regione montagnosa a sud di Calì, dove si coltiva molta coca – per controllare la qualità della fornitura. Invita a partecipare alla spedizione El Cholo e Lucas, inconsapevole che i due siano il primo un informatore e il secondo un poliziotto sotto copertura in costante collegamento con gli investigatori.

El Cholo e Lucas dovranno poi occuparsi di fare uscire il carico dalla Colombia, via aereo, e portarlo a Catania. Il viaggio per raggiungere la raffineria dove si produce la cocaina è lungo: devono attraversare la selva, fare tappa in un altro villaggio, a un’ora di fuoristrada. L’ultimo tratto è a piedi, senza cellulare. Il “cristalizadero de coca”, così lo chiamano i locali, è gestito da “El Abuelo”, “il nonno”.

Quando l’informatore, l’agente sotto copertura e l’emissario di Sinaloa lo raggiungono, parte del prodotto da loro commissionato è già pronto, ma parte è ancora in lavorazione. El Abuelo assicura che basteranno un paio di giorni per ultimarlo, ma in realtà il carico sarà disponibile solo a ottobre. Un altro imprevisto, lo sciopero nazionale degli aeroporti colombiani, minaccia poi di ritardare a tempo indefinito la spedizione.

El Cholo, uno degli informatori, per sbloccare la situazione propone di usare un volo Alitalia in partenza da Bogotà, invece del velivolo privato. Garantisce di essere in grado di caricare la droga in tutta sicurezza, grazie ai suoi agganci. In realtà, dietro di lui, ci sono la polizia colombiana e la polizia italiana che stanno sfruttando l’occasione per una “consegna controllata” internazionale. Finalmente, il 9 gennaio 2020, il carico, che alla fine conterà 406 chili di cocaina, prende il volo, destinazione Catania.

Il 9 gennaio 2020, il carico, che alla fine conterà 406 chili di cocaina, prende il volo, destinazione Catania

Charlie ed El Arqui

Come previsto, una volta atterrato a Fontanarossa, il carico viene spostato in un magazzino di periferia da Don Señor, l’uomo dell’organizzazione all’aeroporto. El Flaco, da Cancun, in Messico, si informa per telefono: ha mandato un drappello di uomini a Catania perché siano i suoi occhi e le sue orecchie. El Cholo e Rodriguez controllano il magazzino per accertarsi che sia tutto a posto, insieme a uno dei due guatemaltechi, Tito. Trentadue panetti vengono dati a Don Señor come pagamento. Una bella fetta del totale: il valore può arrivare fino a un milione di euro, se si trovano gli acquirenti giusti. È molto più di quanto non avrebbe mai potuto sperare per un lavoro del genere, gli dice Rodriguez ridendo, mentre discutono della distribuzione della droga.

Tra i compratori interessati al carico c’è un certo “Charlie”, un italiano che lavora come broker. Si tratta di Mauro Da Fiume, 56 anni, nato a Sanremo ma residente in Spagna. Un veterano del narcotraffico: spulciando negli archivi giudiziari si scopre che nel 2015 il suo nome è comparso in un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Genova in qualità di braccio destro del boss Antonio Magnoli, legato al clan di ‘ndrangheta Piromalli-Molè. Il soprannome “Charlie” lo deve a “Charlie Import-Export SL”, la società che gestisce vicino Barcellona, insieme a un ristorante italiano. Il suo coinvolgimento fa quindi pensare a un interesse della ‘ndrangheta per il carico arrivato a Catania. Lo scrivono gli stessi Mossos d’Esquadra, i poliziotti catalani che arrestano Da Fiume il 4 febbraio, su richiesta delle autorità catanesi. Il compratore per cui lavora Da Fiume, però, non è mai stato identificato.

Tra i compratori interessati al carico c’è un certo “Charlie”, un italiano che lavora come broker

Dopo varie discussioni che innervosiscono i messicani, è a Verona che Charlie Da Fiume dà appuntamento al gruppo di Sinaloa per la consegna della droga. Dopo un primo test della qualità del prodotto con una partita da tre chili, l’accordo è di altre consegne da venti chili ciascuna, per un totale di oltre 300 chili. Per la vendita El Flaco manda come supervisore un suo uomo di grande fiducia: Salvador Ascensio Chavez, alias “l’architetto”, “El Arqui”. Il soprannome lo deve alla sua formazione, per quanto abbia fatto carriera nel narcotraffico. È stato condannato già due volte in Canada: tre anni per un carico di poco più di due chili nel 2001, poi nel 2010 altri sette anni, stavolta per un carico di 97 chili, nascosto in un macchinario agricolo.

A maggio 2017 ha ottenuto la libertà vigilata per sei mesi ed è stato immediatamente estradato in Messico. Nelle motivazioni riportate nel documento di scarcerazione si legge: «Ha ammesso di essere stato un membro dei cartelli messicani. Ha dichiarato di poter contare su un vasto appoggio da parte della sua comunità e di volere lavorare per progettare case in futuro». Ascensio Chavez deve essersi dimenticato di citare nel documento anche il piano di supervisionare la vendita di cocaina per il cartello di Sinaloa in Europa.

Charlie va a prendere in macchina El Arqui, non appena quest’ultimo è atterrato a Barcellona, a metà gennaio. Secondo programma, dovrebbero raggiungere insieme Verona. Anche questa volta, però, il piano originario salta e Charlie ed El Arqui si fermano a Milano per l’“appuntamento” con il compratore (rimasto senza nome per gli inquirenti) per cui lavora Charlie. Don Señor dovrà quindi consegnare nel capoluogo lombardo i tre chili di test, che aveva precedentemente portato a Verona, dove invece si fermano i guatemaltechi Tito e Felix.

El Arqui, subito dopo l’appuntamento, esce di scena: «Rientra in Messico subito, quasi a non voler dare altre occasioni di essere visto in Italia e associato a tali contesti – racconta Pablo Leccese, il capitano dell’unità anticrimine organizzato catanese che ha condotto le indagini -. Questo ci fa capire quanto conti quest’uomo per El Flaco». I tre chili di prova hanno un costo molto basso: 35mila euro, quando solitamente un solo chilo ne costa almeno 25mila.

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Murales dedicato a Javier Valdez, giornalista ucciso a Culiacan, capitale di Sinaloa. Valdez è stato assassinato a maggio 2017 con colpi di arma da fuoco per strada, a pochi metri dalla redazione del suo giornale Ríodoce – Foto: Amrai Coen/Die Zeit
«Al posto di El Chapo c’è stato prima il suo braccio destro e poi i figli che hanno preso le redini dell’organizzazione in contrapposizione con lo stesso braccio destro».
Guido Iannelli

esperto della Direzione Centrale Servizi Antidroga (Dcsa) in Messico

Gli investigatori hanno abbastanza tessere del puzzle per chiudere l’operazione: i due guatemaltechi Tito Ortega e Felix Lopez vengono arrestati a Verona il 7 febbraio con i 35mila euro del pagamento. Il 4 febbraio, in Spagna, i Mossos d’Esquadra avevano invece fermato Charlie Da Fiume e un complice. Ma il cuore della cellula di Sinaloa – El Flaco, El Suegro ed El Arqui – resta latitante da allora.

Perché Halcon è un’operazione importante anche in Messico

Prima di Halcon, l’ultima operazione in cui la polizia italiana ha indagato direttamente sui cartelli messicani risaliva al 2012. Battezzata operazione Monterrey, si è fermata, però, a corrieri e acquirenti, senza riuscire a stabilire chi fossero gli uomini dei cartelli in Italia, né il modo in cui le organizzazioni si sono infiltrate, un mistero per gli inquirenti di mezza Europa.

Indagare i narcos messicani è particolarmente complesso per le forze dell’ordine europee. Infatti non possono contare più di tanto sulla collaborazione dei colleghi in Messico, Paese in cui queste indagini sono perlopiù nelle mani delle frammentate e sottopagate forze di polizia locali. I poliziotti in forza ai 32 Stati della Federazione messicana lavorano infatti per un salario medio di 200 dollari a settimana, il che contribuisce all’altissimo livello di corruzione che affligge anche i livelli più alti. Basti pensare al coinvolgimento con i cartelli dell’ex console di Barcellona Fidel Herrera Beltràn, protagonista di una delle puntate precedenti dell’inchiesta Cartel Project.

Nonostante le evidenze fornite dalle indagini sull’attività del cartello in Europa in questi anni, fonti investigative italiane raccontano a IrpiMedia di non aver mai ricevuto dalla controparte messicana informazioni concrete riguardo un centinaio di nomi ritenuti vicini ai cartelli che agiscono nel Vecchio Continente.

In Messico «la legge federale che regola il reato di associazione a delinquere esiste dal 1996, ma solo recentemente le pene si sono inasprite fino a 20 anni per chi è leader di un cartello», spiega a IrpiMedia Guido Iannelli, esperto per la sicurezza, ufficiale di collegamento della Direzione Centrale Servizi Antidroga (Dcsa) in Messico. A una legge molto recente, si aggiunge il problema delle difficoltà nel portare a termine i sequestri dei beni, una delle armi che ha funzionato di più contro le mafie italiane.

Iannelli lo spiega prendendo l’esempio di Joaquín “El Chapo” Guzmàn, il più famoso tra i boss di Sinaloa, estradato negli Stati Uniti nel 2017. Nonostante l’arresto del capo dei capi, Sinaloa ha continuato a operare senza soluzione di continuità: «Al posto di El Chapo c’è stato prima il suo braccio destro e poi i figli che hanno preso le redini dell’organizzazione in contrapposizione con lo stesso braccio destro», sottolinea l’esperto della Dcsa.

Sarebbe potuta andare diversamente se le indagini messicane si fossero spinte oltre El Chapo: «Forti dell’esperienza italiana – conclude Iannelli – cerchiamo di aiutare gli inquirenti messicani facendo capire loro che bisogna sì identificare la mente del cartello, ma anche ricostruire l’intera associazione e attaccare le risorse economiche».

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L’espansione mondiale dei cartelli

Se nel commercio delle droghe sintetiche i cartelli messicani hanno certamente raggiunto una posizione dominante, quasi monopolistica, nel mercato della cocaina si contendono il primato con altri gruppi molto ben radicati: la ‘ndrangheta, i colombiani, gli albanesi. Sono sempre più frequenti però gli indizi di una strategia di espansione in Europa. Nel 2018, per esempio, in Belgio c’è stata una sparatoria fra membri della ‘ndrangheta e un gruppo di messicani non identificati.

Un pentito interrogato nell’ambito dell’indagine Pollino – operazione con cui nel 2018 è stata smantellata una rete di narcotrafficanti legata alla ‘ndrangheta che operava tra Belgio, Paesi Bassi e Germania – ha spiegato che un gruppo di messicani finanziava i carichi degli albanesi da cui lui stesso acquistava la cocaina. A loro volta gli albanesi importavano tramite dei colombiani circa una tonnellata e mezza al mese. I messicani erano al vertice del gruppo, senza avere mai contatti diretti con gli albanesi.

Nonostante le evidenze fornite dalle indagini sull’attività del cartello in Europa in questi anni, fonti investigative italiane raccontano a IrpiMedia di non aver mai ricevuto dalla controparte messicana informazioni concrete riguardo un centinaio di nomi ritenuti vicini ai cartelli che agiscono nel Vecchio Continente.

Le conversazioni intercettate durante l’operazione Halcon offrono anche un quadro, dall’interno, della campagna espansionistica dei cartelli. Felix Lopez, uno dei due guatemaltechi che lavorano per Sinaloa, durante una conversazione con gli altri sodali in un ristorante di Catania ha detto che solo la sua famiglia smista 2-3 tonnellate, non è chiaro se al mese o a settimana. Lo stesso Felix ha affermato che il cartello di Sinaloa conta su 35 voli a settimana dal Venezuela per Chetumal, una località turistica del Messico, con carichi di 500 chili di cocaina. Il tutto con la benedizione dei militari venezuelani. Numeri sicuramente esagerati, ma la modalità è confermata da InsightCrime, fondazione che pubblica analisi e studi sulla criminalità organizzata nelle Americhe: c’è una località al confine tra la Colombia e il Venezuela, San Felipe, da cui partono i voli della droga e dove ci sono talmente tanti narcos messicani che la gente del luogo l’ha ormai ribattezzata Sinaloa.

Sempre in una delle conversazioni al ristorante della banda di El Flaco captate dagli investigatori, i commensali si sono lasciati andare a commenti sugli agganci del cartello alla Guardia Nacional, la nuova polizia voluta dall’attuale presidente del Messico; sulla famiglia di El Flaco, il cui padre avrebbe gestito «20 mila “casas de cambio” (cambiavalute, ndr) e contatti con la Cia». I numeri sono ancora una volta esagerati, ma in effetti l’unica attività a nome José Angel Riviera Zazueta, alias El Flaco, rintracciata dal Cartel Project è una “casa de cambio” in Baja California.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Giulio Rubino

Hanno collaborato

Antonio Baquero (OCCRP)
Paolo Frosina
Marco Oved (Toronto Star)
Mathieu Tourliere (Proceso)

In partnership con

Editing

Lorenzo Bagnoli

Foto

Amrai Coen/Die Zeit
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