26.10.26
Il voto del 27 ottobre per il rinnovo della Knesset, il parlamento israeliano, sarà un plebiscito sull’attuale premier Benjamin Netanyahu.
Lo schieramento oggi al potere ruota attorno al Likud, partito che gode ancora del sostegno trasversale dalle destre europee: è l’unico partito al mondo che, stando ai rispettivi siti, oltre a essere “partner globale” del gruppo europeo dei conservatori (Ecr), dal febbraio 2025 è anche il primo e unico a godere dello stesso status per il gruppo europeo dei Patrioti – di cui fanno parte Fidesz, la Lega, Afd, Vox e gli altri partiti della destra più estremista.
Avevamo scritto del ruolo del Likud nella costruzione dell’agenda e dell’identità dei partiti di estrema destra che si definiscono conservatori in Europa nella serie #TerraPromessa, nel 2022.
In breve
- Il 27 ottobre si vota in Israele. Il Likud – partito partner dei due gruppi del parlamento europeo Conservatori e Patrioti – è al centro della coalizione ora al governo, appoggiata dai partiti dei coloni
- L’opposizione si divide tra quella che vuole solo mandare a casa Netanyahu ma ha le stesse posizioni sulla questione palestinese e un’altra, frammentata, ma con una diversa visione della società israeliana
- Gli arabi-israeliani hanno tre partiti di riferimento: la Lista unica, Makom LeKulanu e Ra’am. Hanno posizioni diverse su diversi temi chiave, come l’idea dei “due Stati”
- La Lista unica è formata da tre partiti, due dei quali hanno rischiato di essere esclusi da questa tornata elettorale a seguito del ricorso presentato da alcuni partiti di estrema destra
- Una voce che può pesare sul voto è quella degli ultraortodossi. Renitenti alla leva, a destra promettono di forzarli a combattere. Potrebbero votare diversamente da come hanno fatto finora
Al governo con il Likud ci sono i partiti vicini ai coloni, in particolare Otzma Yehudit (Potere ebraico) dell’attuale ministro Itamar Ben-Gvir e Tzionut HaDatit (Sionismo religioso) di Bezalel Smotrich.
A destra e al centro, la principale opposizione alle urne – quella che potrebbe vincere, complici le ultime rivelazioni della stampa israeliana e internazionali su quanto Netanyahu sapesse dell’attacco programmato da Hamas per il 7 ottobre – è rappresentata dal fronte a cui appartengono i partiti Yashar! (Diritto!), guidato dall’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, alleato con Beyajad (Insieme) di Naftali Bennett, e Yisrael Beiteinu (Israele Casa Nostra) di Avigdor Lieberman, quest’ultimo ministro di Netanyahu dal 2009 al 2016.
Questi gruppi si sono uniti contro l’attuale premier, riprendendo anche il tema della corruzione del sistema Netanyahu che aveva portato prima del 7 ottobre in piazza – ogni sabato – migliaia di persone che chiedevano le dimissioni dell’eterno leader politico.
Sul programma, però, le differenze sulla questione palestinese sono nulle: sicurezza nazionale, riforme istituzionali, una commissione d’inchiesta indipendente sugli eventi del 7 ottobre. A questo si aggiunge l’introduzione della leva militare obbligatoria per gli ebrei ultraortodossi in nome di una certa fermezza rispetto alla laicità dello Stato, punto che denota una certa ipocrisia rispetto a una coalizione di governo che si nutre di una narrazione messianica della conquista di tutta la Palestina.
Nella società israeliana esistono, però, visioni alternative, rappresentate da partiti e movimenti. Queste sono le loro voci.

Rappresentanza partitica a rischio
Gli arabi-israeliani o “palestinesi del ‘48” rappresentano il 21% della popolazione. Discendono dai palestinesi che decisero di restare dopo la proclamazione dello Stato d’Israele il 15 maggio 1948, divenendone cittadini. Il partito che più ambisce a rappresentarli nel prossimo parlamento, la Lista Unita, nella legislatura precedente era diviso in tre formazioni diverse e contava complessivamente dieci seggi su 120.
Il 23 settembre il Likud e altri partiti della destra radicale hanno presentato ricorso alla Commissione elettorale centrale d’Israele per chiedere l’esclusione di due delle tre formazioni che compongono la Lista: Balad, accusata di minare la natura “ebraica” dello Stato d’Israele, sancita dalla Legge sullo Stato-Nazione del 2018 e Hadash, accusata insieme al leader Sami Abu Shehadeh di aver partecipato a manifestazioni di «sostegno al terrore» e alla resistenza armata palestinese.
Ricorso che è stato accolto dalla Commissione ma che il 2 ottobre è stato completamente ribaltato. Lo stesso giorno il leader di Hadash Sami Abu Shehadeh ha ufficializzato il ritiro della propria candidatura personale, accogliendo la raccomandazione dei giudici.
La posizione della Commissione «è in linea con la politica del sistema giudiziario degli ultimi tre anni e, per molti versi, ne è una conseguenza ovvia. Si sono sviluppate due diverse sfere di libertà di espressione: una per gli arabi, che hanno dovuto affrontare un numero crescente di incriminazioni per aver espresso opinioni, e una per gli ebrei». Lo sostiene l’avvocata Hadeel Abu Salih, che IrpiMedia ha incontrato ad Haifa nella sede di Adalah (Giustizia), la prima organizzazione gestita da arabi palestinesi all’interno di Israele.
La legale ricorda che già durante il primo mese di guerra, almeno il 95% di chi è stato arrestato per incitamento o solidarietà con organizzazioni terroristiche, un articolo di una legge del 2016, ha origini arabe. Questa discriminazione nella libertà di esprimersi «dal 7 ottobre 2023 è violenta e progressiva – aggiunge – ma le persone come me la conoscono da sempre». E chiude: «I nostri nonni hanno scelto di vivere in Israele convinti che si sarebbero integrati, ma la generazione più giovane ha scoperto che non è così».
La minoranza araba-israeliana in cifre
Pur godendo di piena cittadinanza e di una presenza in crescita nel ceto medio e nelle università, la comunità arabo-israeliana deve affrontare forti divari socio-economici e un’emergenza legata alla sicurezza. Sul piano economico, il tasso di povertà sfiora il 35-39%, più del doppio della media del settore ebraico non ultraortodosso.
L’occupazione maschile è elevata ma concentrata in settori tradizionali e a basso reddito (edilizia, agricoltura, manifattura), mentre quella femminile è in crescita ma limitata da carenze infrastrutturali e barriere culturali. Si registra una fortissima presenza nel settore sanitario (oltre il 20-30% di medici e infermieri), a fronte di una penetrazione ancora ridotta nel settore Tech.
La criminalità costituisce la principale emergenza sociale. Negli ultimi anni si è verificata un’esplosione della violenza e dei regolamenti di conti: nel solo 2023 si sono toccati oltre 240 omicidi, un trend rimasto elevato negli anni successivi.
Tra le cause principali vi sono la capillare diffusione di armi illegali, la carenza di credito bancario formale (che spinge verso l’usura gestita dalla mafia) e una storica debolezza dell’azione di polizia nei centri arabi, che ha alimentato sfiducia nelle
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Ancora tre partiti diversi
La Lista Unica sostiene che non ci sarà mai vera uguaglianza senza la fine dell’occupazione in Cisgiordania e Gaza, parla di uno Stato unico, per tutti, con eguali diritti, ma per accordi di un evenutale governo si dichiara favorevole al modello dei due Stati, con un percorso verso la nascita dello Stato palestinese e il contrasto alla discriminazione ai cittadini arabi d’Israele.
Quest’anno uno dei partiti che la compongono, Hadash, ha ottenuto un risultato storico sul piano locale, un voto forse indicativo anche delle possibilità sul piano nazionale: l’avvocato Amir Badran a giugno 2026 è diventato il primo vicesindaco arabo-israeliano in 105 anni di storia di Tel Aviv.
IrpiMedia lo ha incontrato nel suo ufficio, a Giaffa, la città araba fondata quattromila anni fa, nel tempo assorbita da quello che nel 1921 era solo il quartiere di Tel Aviv.
«Ho accettato l’incarico per avere un impatto sulla qualità della vita della comunità araba d’Israele», racconta. Ci è voluto «un momento storico – prosegue – e un forte messaggio politico e sociale contro il razzismo e la discriminazione, a sostegno dell’uguaglianza tra cittadini ebrei e non ebrei». Nella comunità araba-israeliana c’è chi ritiene che la sua elezione abbia “normalizzato” la situazione della minoranza sotto attacco in Israele. Una polemica che si aspettava, ma «non dobbiamo arrenderci», spiega, perché questo è il momento più duro per gli arabi-israeliani dal 1948. Ma «questo – conclude – è anche il nostro Paese».

Anche Rula Daood, attivista arabo-israeliana, ha subito critiche, insieme a chi con lei ha fondato Makom LeKulanu/Likulina Makan (Un posto per tutti noi, in ebraico e in arabo).
Il partito è nato dal Omdim Beyachad/Naqif Ma’an (Stare insieme), uno dei più grandi e dinamici movimenti sociali della sinistra ebraico-araba israeliana. È una novità delle prossime elezioni, un soggetto con ambizioni parlamentari che va oltre la divisione tra arabi-israeliani e il resto del Paese. Lo identifica il colore viola, simbolo – spiega l’attivista – della partnership arabo-ebraica, della giustizia sociale e della fine dell’occupazione.
«Dopo tre anni di guerra, la distruzione di Gaza e l’escalation con l’Iran – aggiunge Daood – in Israele manca ancora un partito che parli alla popolazione di un’alternativa concreta e del “giorno dopo”». Pace, giustizia sociale, sicurezza reale per ebrei e palestinesi, contrasto al costo della vita e servizi pubblici sono i temi centrali. «La destra, in trent’anni, ha devastato i diritti, l’educazione e l’economia – aggiunge –. Queste prime elezioni post 7 ottobre definiranno il modello di società in cui si vivrà».
Il terzo partito che si presenta allo stesso bacino di elettori è Ra’am (Lista Araba Unita), un movimento islamista moderato, che pur riconoscendo le ragioni della causa palestinese, dichiara che i cittadini arabi in Israele devono pensare prima ai propri diritti civili e sociali, focalizzando il suo programma su ottenere risorse economiche per la comunità, lotta alla criminalità e politiche per il Negev che tutelino la minoranza beduina.
Il partito prosegue la linea inaugurata nel 2021, quando entrò nella coalizione del “governo del cambiamento” (guidato dai politici di destra Bennett-Lapid). Il leader Mansour Abbas punta sull’integrazione pragmatica: disponibilità a far parte o sostenere qualsiasi coalizione politica in cambio di risorse socioeconomiche, finanziamenti per le comunità arabe e misure per il contrasto alla criminalità nei villaggi arabi.
Per ciascuno dei tre partiti, cedere a compromessi per presentarsi insieme è impossibile: «Secondo i sondaggi recenti – prosegue Rula Daood – una nostra alleanza con la Lista Unita può portare tre seggi aggiuntivi. Valuteremo, ma non possiamo accontentarci di programmi che non siano radicali».

Il voto visto dagli ultraortodossi
«Questa classe dirigente non rappresenta affatto l’ebraismo: non ne osserva le leggi e agisce contro la Torah». IrpiMedia incontra il rabbino Aviad Neiger nel suo appartamento a Bnei Brak, una città dove il 90% dei 230mila abitanti circa sono haredi. Sono infatti membri della comunità ultraortodossa e non vanno confusi con il movimento nazional-religioso, di cui fanno parte molti coloni, per i quali lo Stato secolare di Israele va sviluppato in quanto patria del popolo ebraico.
Qualche haredi ha stretto quello che il rabbino Neiger chiama «un patto scellerato con quello che c’è» convivendoci, ma a Bnei Brak si vedono ancora gli effetti di uno stile di vita più strettamente legato ai dettami religiosi e meno ai principi del sionismo: dalle ore immediatamente precedenti al tramonto del venerdì fino alla sera del sabato, l’intera città si trasforma in un luogo silenzioso dedicato alla preghiera e alla famiglia.
Il boicottaggio della leva obbligatoria
Per comprendere le dimensioni del fenomeno del boicottaggio/rifiuto del servizio militare da parte degli ebrei ultraortodossi, occorre distinguere tra la loro incidenza sul totale della popolazione israeliana e la percentuale effettiva di giovani che non si arruolano.
Su tutta la popolazione israeliana, gli ebrei ultraortodossi costituiscono circa il 14,5% della popolazione totale del Paese (circa 1,45 milioni di persone), mentre sulla popolazione ebraica del Paese rappresentano circa il 18% di tutti i cittadini ebrei israeliani. Il tasso di rifiuto e boicottaggio della leva tra i giovani Haredim in età da precetto militare è oltre il 90%, anche dopo che la Corte suprema ha dichiarato illegale avvalersi dell’esenzione per motivi di studio religioso.
Secondo i dati forniti dalle forze armate israeliane, circa l’80% di tutti coloro che evitano o rifiutano la leva obbligatoria in Israele appartiene alla comunità ultraortodossa. Avendo un tasso di natalità molto elevato, si stima che entro il 2030 gli ultraortodossi rappresenteranno il 16% della popolazione e oltre il 30% entro il 2065, rendendo il sistema di esenzioni militari insostenibile dal punto di vista operativo per un esercito che, senza strategie alternative, resta in perenne stato di combattimento.
La comunità degli ultraortodossi è tra le più influenti nella vita politica israeliana: una componente tra l’80% e il 90% vota, contro un tasso di partecipazione in media al 70% per il resto del Paese.
I loro parlamentari utilizzano il peso dei seggi per proteggere le esenzioni o i ritardi di arruolamento militare per i giovani delle yeshivot (scuole rabbiniche), garantire sussidi e fondi pubblici per le loro scuole, istituzioni caritatevoli e famiglie numerose.
Il rabbino Neiger appartiene al 10% che boicotta il voto ed è una delle sue voci riconoscibili: scrive libri e usa YouTube per diffondere le sue posizioni. È convinto che molti coloni siano completamente a digiuno di precetti religiosi, ma manipolati e pericolosi.

«Secondo la nostra dottrina – spiega – non ci è permesso prendere parte a ciò che fanno i sionisti, né alle elezioni, né nell’esercito» che « non è adatto a chi conduce una vita haredi. Uno stile di vita che conviveva con gli arabi senza problemi, prima di Israele».
Secondo Aviad Neiger, le comunità ultraortodosse – ferite dalla repressione dell’obiezione di coscienza al servizio militare e dalla violenza contro le comunità – voteranno diversamente da come hanno sempre fatto: i partiti Giudaismo unito della Torah (Utj) per gli ultraortodossi di origine ashkenazita (europea), oppure Shas per gli ultraortodossi sefarditi e mizrahi (provenienti dai Paesi arabi e mediorientali).
Insieme, questi due partiti garantiscono alla comunità circa 16-18 seggi su 120 alla Knesset, rendendoli determinanti per la formazione di qualsiasi governo di coalizione guidato dalla destra (e in particolare da Benjamin Netanyahu). Ma i dati, per ora, sono profondamente incerti.
Il voto del 27 ottobre dirà se esiste un mondo politico ed elettorale capace di guardare oltre Netanyahu per un futuro diverso di Israele e della regione, ma difficilmente cambierà sostanzialmente la situazione dei palestinesi.
Al momento, la violenza contro i palestinesi e gli Stati vicini sembra dare l’unico momento di unità a un Paese altrimenti preso dalla lacerazione tra laicismo e confessionalismo e tra le diverse anime di una società sempre più divisa.
