#TerraPromessa

La Grande Restaurazione dei conservatori d’Occidente
Fratelli d’Italia ha costruito l’immagine di partito conservatore attraverso i legami con Likud (Israele) e Repubblicani (Usa)
24 Novembre 2022

Lorenzo Bagnoli
Christian Elia

Ci sono voluti anni di conferenze, dibattiti, incontri pubblici per ricostruire l’identità politica dei nuovi conservatori italiani. Una “Grande Restaurazione”, un ritorno in auge delle destre nazionaliste “di governo”. In Italia, questa fase storica ha prodotto Giorgia Meloni presidente del Consiglio: un governo in cui il primo partito – Fratelli d’Italia – continua a tenere la fiamma mussoliniana nel simbolo, ricordano le opposizioni; un governo semplicemente conservatore, replica invece la vasta rete di alleati nella destra internazionale. Quella di Fratelli d’Italia è in ogni caso una mutazione politica da opposizione nata dalle ceneri del fascismo e diventatat formazione di governo a guida di una coalizione percepita dagli altri partiti conservatori esteri come centro-destra.

Questa nuova identità è passata anche attraverso il consolidamento di due storiche alleanze molto lontane dall’universo del fascismo d’Europa: quella con il partito Repubblicano negli Stati Uniti e quella con il Likud in Israele.

Se per la Lega di Matteo Salvini e le altre forze della destra identitaria tra il 2015 e il 2019 il modello di partito era Russia Unita di Vladimir Putin (con i quali la Lega ha stretto un accordo programmatico), per Fratelli d’Italia a svolgere lo stesso ruolo sono stati il partito conservatore negli Stati Uniti e il Likud in Israele. Entrambe queste formazioni appartengono all’eurogruppo dei Conservatori e dei riformisti europei (Ecr nella sigla in inglese), proprio come Fratelli d’Italia. Rappresentano i valori di Dio, patria e famiglia all’interno del contesto atlantista. Sono la versione del pensiero della destra identitaria nazionalista, diversa dalla destra identaria “delle piccole patrie” della Lega.

La fase emergente delle forze identitarie stile Lega si è eclissata dopo una serie di scandali nel 2019 (nel caso del Carroccio, l’affaire Metropol) e soprattutto con lo scoppio della guerra in Ucraina, che ha reso l’alleato Russia Unita impresentabile in Europa. La stessa Lega, nel corso degli ultimi due anni, aveva anche cercato di ravvivare i propri legami con Israele, che come abbiamo già raccontato sono datati 2011, ma senza la sponda Likud.

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Il progetto #TerraPromessa

#TerraPromessa è un progetto di IrpiMedia che ha l’obiettivo di ricostruire i legami tra Israele e forze di estrema destra nel mondo, fino a comprendere come l’accusa di antisemitismo sia stata utilizzata strumentalmente per criminalizzare il dissenso alle politiche israeliane in Palestina. Puntata per puntata, analizzeremo le relazioni e i riferimenti, i finanziamenti e le strutture di questo mondo opaco. Questa variegata compagine politica vede all’orizzonte una terra promessa con alcuni tratti in comune, primo fra tutti il controllo delle frontiere.

Il conservatorismo delle nazioni

Tra le prime uscite pubbliche di Giorgia Meloni dopo aver vinto le elezioni del 25 settembre, c’è stata la commemorazione del rastrellamento al Ghetto di Roma. «Il 16 ottobre 1943 è per Roma e per l’Italia una giornata tragica, buia e insanabile», ha detto. Quel giorno, all’alba, uomini, donne e bambini ebrei vennero strappati alle loro case dai nazifascisti e avviati alla deportazione, che per la maggior parte di loro volle dire sterminio fisico. «Un orrore che deve essere da monito perché certe tragedie non accadano più», ha concluso la leader di Fratelli d’Italia.

Francesco Giubilei – presidente della Fondazione Tatarella e di Nazione Futura, due delle organizzazioni più attive nella costruzione dell’internazionale dei conservatori occidentali – ritiene che l’uscita di Meloni non risponda a una convenienza politica ma a una reale vicinanza: «La destra istituzionale ha da sempre questo atteggiamento nei confronti del mondo ebraico e di Israele». «È chiaro che l’Occidente – prosegue Giubilei – è costituito da tre grandi anime: il mondo europeo, cioè noi, il mondo americano e il mondo israeliano».

«Destra istituzionale» è una definizione che abbraccia la compagine di governo, di contrasto con «posizioni margini» di coloro che, nell’estrema destra, sono contrari alla stessa esistenza di una nazione ebraica. “Nazione” è proprio uno dei concetti sui quali si è rinsaldato il nuovo spirito dei conservatori. La National Conservatorism Conference è la piattaforma internazionale dove, secondo Giubilei, avvengono alcuni degli scambi più proficui. È una piattaforma prettamente politica ma che ricorda per certi aspetti il World Congress of Families (Wcf) di cui abbiamo parlato in passato.

Matteo Salvini, allora ministro degli Interni, sul palco del World Congress of Families (Wcf) insieme al sindaco di Verona Federico Sboarina (secondo da sinistra) e Jacopo Coghe (terzo da sinistra), vice presidente del Wcf, a Verona il 30 marzo 2019 – Foto: Filippo Monteforte/Getty

Si parla degli stessi valori di sicurezza, di contrasto all’immigrazione, di religione, di difesa della famiglia tradizionale, di Stati-nazione contrapposti alle istituzioni europee. Queste idee prendono forma nel movimento National Conservatorism, il quale è promosso dalla Fondazione Edmund Burke, nata nel 2019 e guidata dall’intellettuale israelo-americano Yoram Hazony. Ha sede a Washington, dispone di poco meno di 500 mila dollari, messi a disposizione da fondazioni americane con una forte presenza in Israele. Nel dettaglio, dai dati del 2019 si legge che la Fondazione Edmund Burke ha ottenuto 174 mila dollari dal Jewish Philosophy Fund, fondo a sua volta sostenuto principalmente dalla Ner Tzion Foundation, di cui è sempre presidente Hazony. Altri 100 mila dollari provengono dal Thomas D. Klingenstein Fund il cui fondatore, Tom Kilngestein, è un filantropo pro Trump che ritiene che «siamo in una guerra civile fredda e che il nostro nemico – che lui chiama “il risveglio dei comunisti” – stia vincendo, in gran parte perché i leader repubblicani non si sono ancora impegnati», si legge sul suo sito. Yoram Hazony presiede anche l’Hertzl Institute, il cui scopo è «contribuire alla rivitalizzazione del popolo ebraico, dello Stato di Israele e della famiglia delle nazioni attraverso un rinnovato incontro con le idee fondamentali dell’ebraismo», si legge nel sito.

L’avanguardia del pensiero conservatore, quindi, è di casa tra Israele e Stati Uniti.

Gli evangelici statunitensi a sostegno di Israele. Anche a Milano

«Attraverso il mio ministero, ho cercato di costruire ponti tra cristiani ed ebrei». Parola di Billy Graham, pastore a capo di una delle più importanti chiese evangeliche d’America, il primo a predicare nella fu Unione Sovietica nel 1982. Il figlio Franklin, erede dell’impero dopo il suo decesso nel 2018, è il predicatore a capo della Billy Graham Evangelic Association (Bgea).

Franklin Graham dal 2016 appartiene a un gruppo di predicatori evangelici vicinissimi a Donald Trump ed è uno degli artefici degli incontri tra Trump e Putin, come emerso da diverse inchieste del 2018. La citazione di suo padre Billy è ripresa dalla pagina Facebook di Christians United for Israel (Cufi), organizzazione che conta 10 milioni di soci e che si occupa di diverse iniziative a sostegno di Israele. Il direttore esecutivo di Cufi, è stato David Brog, fino a quando nel 2019 ha cofondato la Fondazione Edmund Burke e il movimento National Conservatorism. Cugino dell’ex presidente israeliano Ehud Barak, a maggio 2022 Brog si è candidato alle primarie repubblicane del Nevada tra gli esponenti del partito vicino a Trump, ma ha perso.

Cufi e Bgea sono state nominate dalla fondazione Israel Allies come due delle principali organizzazioni pro Israele d’America. I loro network arrivano fino all’Italia. Il 29 ottobre a Milano l’associazione di Franklin Graham ha infatti organizzato una serata di rock evangelico, Noi Festival, alla quale hanno partecipato 500 chiese evangeliche di tutto il mondo. Racconta MilanoToday, hanno partecipato anche il presidente leghista di Regione Lombardia Attilio Fontana e il senatore di Fratelli d’Italia Lucio Malan.

All’ultima edizione della conferenza europea del National Conservatorism, tenutasi a Bruxelles a marzo, hanno partecipato tra gli altri i primi ministri di Slovenia e Polonia, Janez Janša e Mateusz Morawiecki; parlamentari ed europarlamentari da Grecia, Ungheria, Croazia, Finlandia, Paesi Bassi, Spagna e Gran Bretagna, affiliati sia al Partito popolare europeo sia a Ecr. Per l’Italia erano presenti il leghista Lorenzo Fontana (oggi presidente della Camera) e Lucio Malan, senatore di Fratelli d’Italia con una lunga militanza in Forza Italia e presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia tra Italia e Israele, che in un’intervista con Formiche ha spiegato che non avrebbe «mai aderito al partito» se non fosse stato certo «dell’amicizia profonda e del rispetto che Giorgia Meloni ha degli ebrei e dello Stato d’Israele».

I partiti di destra sono «più vicini alle istanze degli ebrei e di Israele», è il commento di Giubilei. Da un lato cita il discorso di Giorgia Meloni alla Camera, in cui dopo aver parlato dei «passi in avanti verso una piena e consapevole storicizzazione del Novecento», ha affermato: «Combatteremo qualsiasi forma di razzismo, antisemitismo, violenza politica, discriminazione». Dall’altro, ricorda un evento organizzato dalla Lega nel gennaio 2020 intitolato Le nuove forme dell’antisemitismo. Aveva fatto notizia perché la senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, aveva rifiutato di prendervi parte perché, aveva dichiarato, «occorre anche la ripulsa del razzismo».

«Gli amici di Israele – dichiarava Salvini alla chiusura della conferenza – sono amici della libertà, dei diritti, del progresso e della pacifica convivenza tra i popoli» e parlava di imparare dal passato per evitare qualunque forma di antisemitismo. Riassume così lo svolgimento dell’incontro Lidia Baratta su Linkiesta: «La conclusione è che l’aumento dei flussi migratori in Europa genera un aumento della presenza di cittadini musulmani, da cui si spiega anche l’impennata degli episodi di antisemitismo nel vecchio continente, in un clima di odio verso lo Stato di Israele generato da una alleanza “rosso-verde” tra la sinistra favorevole alle frontiere aperte e l’Islam».

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Le affinità elettive di Fratelli d’Italia con Netanyahu

Il figlio di Benjamin “Bibi” Netanyahu, Yair, all’indomani del voto in Italia ha salutato con entusiasmo il successo elettorale di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia. «Congratulazioni a Giorgia Meloni e al suo campo conservatore», ha scritto in un tweet. Uno dei garanti dei buoni rapporti con gli uomini del Likud è Giulio Terzi di Sant’Agata, responsabile dei rapporti diplomatici di Fratelli d’Italia, già ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti e in Israele ed ex ministro degli Esteri con il Governo di Mario Monti.

Terzi ha sempre sottolineato la sua vicinanza al Likud di Benjamin Netanyahu, che alle elezioni del 1 novembre si è aggiudicato la maggioranza (30 seggi su 120) alla Knesset, il parlamento israeliano. Dietro il Likud, i centristi di Yair Lapid, premier uscente, con 24 seggi, e terzo il partito di Itamar Ben Gvir, vera sorpresa del voto, con 14 seggi. Il blocco di riferimento di Netanyahu avrebbe così un totale di 65 seggi, che gli garantisce una maggioranza più solida delle precedenti che, con le quinte elezioni in tre anni, avevano caratterizzato un periodo di grande instabilità dell’esecutivo in Israele.

Netanyahu torna quindi al potere dopo poco più di un anno e mezzo, quando a suo dire era stato vittima di un complotto. Netanyahu è stato il primo premier in carica della storia d’Israele a essere incriminato per corruzione ed è attualmente imputato in tre processi (l’ultima udienza si è tenuta il 22 ottobre scorso). Il primo è il Caso 4000 – considerato il più grave – dove Netanyahu è accusato di aver favorito gli interessi del potente proprietario del colosso delle comunicazioni Beseq Shaul Elovitch allo scopo di ottenere una copertura positiva da parte del sito di informazione Walla. Il secondo è il Caso 2000, nel quale Bibi è accusato di aver negoziato un accordo con Arnon Mozes, editore di Yediot Ahronot (il più venduto quotidiano israeliano) per indebolire la concorrenza del free press Yisrael Hayom, finanziato dal miliardario americano e sostenitore di Netanyahu Sheldon Adelson, scomparso un anno fa, sempre finalizzato ad articoli più positivi per il Likud. Il terzo è il Caso 1000, nel quale Netanyahu deve difendersi dall’accusa di aver ricevuto doni costosi e altri benefici da diversi miliardari in cambio di favori nei loro confronti.

Nei mesi scorsi si era parlato sui media israeliani di un possibile patteggiamento, in cambio del ritiro delle accuse più gravi – in particolare quella per corruzione – con Netanyahu che invece si dichiarerebbe colpevole di frode e abuso di potere. Ora, però, tornato primo ministro, non è facile intuire le mosse di Bibi, che dal 1996 a oggi è stato nove volte primo ministro d’Israele.

L’uso politico dell’antisemitismo

Il giorno dopo l’evento promosso dalla Lega, il governo ha adottato la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), «un organismo intergovernativo il cui scopo è porre il sostegno dei leader politici e sociali dietro la necessità di educazione, memoria e ricerca sull’Olocausto sia a livello nazionale che internazionale», come recita la presentazione dell’iniziativa sul sito del Consiglio d’Europa, con una conseguente strategia di contrasto all’antisemitismo.

La definizione è un passo in avanti nel contrasto ai crimini di odio verso gli ebrei, a cui hanno partecipato anche importanti esponenti delle comunità ebraiche. Del percorso per raggiungere la definizione parleremo in un’altra puntata della serie, mentre qui ci concentriamo sui problemi posti dal modo attraverso cui alcuni partiti di destra stanno cercando di utilizzare la definizione.

La definizione: Il movimento BDS

Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni (BDS) è un movimento internazionale che si ispira alla lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Obiettivo degli attivisti è colpire gli interessi economici d’Israele, denunciare le relazioni di aziende internazionali con i territori occupati illegalmente in Palestina, per sensibilizzare l’opinione pubblica e aumentare la pressione politica internazionale su Israele.

Già prima dell’approvazione in Italia della definizione, a livello di istituzioni locali ci sono stati diversi tentativi di usare l’antisemitismo per colpire alcune organizzazioni umanitarie, politiche e sindacali. Un esempio è la mozione presentata dal Gruppo consiliare della Lega alla Regione Lombardia il 19 dicembre 2019.

Si legge nel testo che «è emerso lo stretto legame tra antisemitismo e le violenze ad esso collegate con il crescente sentimento di delegittimazione e boicottaggio dello Stato ebraico, con particolare riferimento al Movimento Boycott, Divestment and Sanctions (BDS) che ha mostrato sin dalla sua nascita molteplici tendenze antisemite; in Italia, sono numerosi i gruppi che hanno firmato l’appello BDS, tra cui organizzazioni politiche come Rifondazione Comunista e Comunisti italiani, sindacali come FIOM-CGIL e ONG come “Un Ponte Per…” e Servizio Civile Internazionale; Alcune di queste realtà inoltre sarebbero beneficiarie di finanziamenti pubblici, essendo organizzazioni accreditate presso il Ministero Affari Esteri».

La mozione alla fine è stata approvata. Come in Lombardia, è accaduto anche altrove, con altre organizzazioni inserite sotto tiro.

Alcune delle organizzazioni bersaglio delle mozioni in Italia sono indicate come sostenitrici del movimento BDS e di conseguenza antisemite. “Un Ponte per…” insieme ad altre sei organizzazioni italiane già nel 2017 era stata bollata come organizzazione terroristica dal governo di Israele, grazie all’interpretazione della legge antiterrorismo varata l’anno precedente: «Si tratta del culmine di una lunga campagna diffamatoria, denigratoria, di delegittimazione e intimidazione che il governo israeliano da anni sta portando avanti, anche con il supporto di organizzazioni come NGO Monitor, contro le organizzazioni della società civile palestinese impegnate nella difesa e promozione dei diritti umani», scriveva “Un Ponte Per…” nel comunicato.

In Israele c’è un’organizzazione che si occupa del monitoraggio delle ong “politicizzate”: si tratta dell’Institute for Ngo Research – Ngo monitor, un portale fondato nel 2002 da Gerald M. Steinberg, professore emerito dell’Università Bar Ilan e forte critico del ruolo di ong come Amnesty International o Human Rights Watch nella politicizzazione del conflitto in Palestina ai danni di Israele. Nella pagina sull’Italia, si trovano nominate come ong “politicizzate” COSPE, l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, ActionAid, Islamic Relief Palestine (IRPAL), Save the Children, Oxfam, Norwegian Refugee Council e WeWorld – Gruppo Volontariato Civile Onlus, tutte organizzazioni con un’ottima reputazione nel contesto italiano.

Ngo Monitor è ritenuto una fonte affidabile da Barbara Pontecorvo, che la nomina in una conversazione con IrpiMedia a inizio novembre. L’avvocatessa – a capo del più importante osservatorio sull’antisemitismo in Italia, l’Osservatorio Solomon – ha precisato che «non esiste un uso politico dell’antisemitismo» e che l’odio verso gli ebrei è un fenomeno reale sia nell’estrema destra, sia nell’estrema sinistra. Ha specificato che la sua organizzazione è apolitica e non prende fondi da alcun Paese e si fonda sul lavoro di volontari, tutti professionisti che dedicano il loro tempo libero. Il Jerusalem Post nel 2018 ha indicato Solomon come una delle organizzazioni impegnate nel contrasto al movimento BDS invitate in Israele dal ministero per gli Affari Strategici, dal 2006 al 2021 dicastero predisposto ad attività di intelligence e contrasto delle minacce verso lo Stato ebraico.

Per approfondire

In qualità di Ministro degli interni, Matteo Salvini saluta un gruppo di carabinieri, di stanza a Gerusalemme, durante una visita al museo dell'Ente nazionale per la Memoria della Shoah a Gerusalemme, a dicembre 2018 - Foto: Menahem Kahana/Getty

La galassia che sostiene l’ultradestra israeliana

L’internazionale costruita sull’uso politico delle accuse di antisemitismo. La radiografia delle alleanze, in vista del voto

Il tema dell’antisemitismo e dell’amicizia delle destre con Israele sta impattando sulle stesse comunità ebraiche, che al loro interno presentano posizioni molto sfaccetate.

La lista Milano Ebraica, componente della Comunità ebraica milanese, a maggio ha chiesto le dimissioni del presidente della Comunità ebraica, Walker Meghnagi, dopo che quest’ultimo aveva espresso vicinanza a Fratelli d’Italia e a Ignazio La Russa, che l’aveva invitato a un evento programmatico del partito. Meghnagi, in un articolo pubblicato dalla testata della comunità ebraica Mosaico, aveva spiegato: «Sto seguendo con attenzione l’evoluzione della destra che, seppur dimostri vicinanza allo Stato di Israele e abbia fatto passi avanti nella consapevolezza della storia della Shoah, ha ancora una forte necessità di fare i conti con le sue pericolose frange estremiste, condannando senza ambiguità gli orrori del fascismo».

Nel 2020, sempre su Mosaico, un gruppo di giovani ebrei tra Italia e Israele aveva scritto un appello per esprimere «la forte opposizione all’occupazione israeliana dei territori palestinesi e, oggi, al piano di annessione previsto dal nuovo governo israeliano», in vista dell’inizio del piano previsto per la Cisgiordania dal luglio 2020. All’appello aveva risposto proprio l’Osservatorio Solomon, replicando sulla stessa testata: «Il “gruppo di giovani ebrei” autori della lettera ha di fatto lanciato un suo manifesto politico, avendo dichiarato: “Ci accomuna la forte opposizione all’occupazione israeliana dei territori palestinesi”. Così facendo, costoro hanno avallato un ricorrente argomento di propaganda antiebraica, dissimulato in “opposizione all’occupazione”, utilizzato da numerose entità ostili all’esistenza stessa d’Israele, ma contrario alla realtà storica ed al diritto internazionale, per il quale Israele sarebbe uno Stato insediato su terre palestinesi».

Il giornalista e scrittore ebreo David Bidussa, tra il 2015 e il 2018 direttore della Fondazione Feltrinelli, in un editoriale dell’ottobre 2022 su DoppioZero dà una sua interpretazione del modo in cui Fratelli d’Italia sta facendo i conti con il proprio passato:

«Fratelli d’Italia nasce dalla convinzione che il Pdl e soprattutto la linea politica di Gianfranco Fini aveva portato all’annullamento dell’identità del post-fascismo italiano – scrive Bidussa-. Dunque la scelta politica di fondare un nuovo soggetto significava invertire il percorso inaugurato nel 1993-1994 – al netto del carattere problematico di quel processo –, tornare al bivio di quella scelta per riprendere la strada della continuità che quel percorso aveva messo in questione». Perché «le radici profonde non gelano mai», come diceva J.R.R. Tolkien, scrittore di cui la destra si è appropriata per la fascinazione che ne subiva Benito Mussolini. Anche quando si diventa “conservatori”.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli
Christian Elia

Editing

Giulio Rubino

Foto di copertina

La leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, durante l’ultimo comizio prima delle elezioni politiche, a Piazza del Popolo a Roma il 22 settembre 2022
(NurPhoto/Getty)