12.07.24
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MigrantiDidier* è arrivato in Italia con una gamba rotta e tanti pensieri in testa. Colpa del difficile viaggio dalla Costa d’Avorio, delle violenze subite in Libia e della sorte della figlia con la quale ha perso i contatti, rimasta nel suo Paese d’origine. Avrebbe avuto bisogno di un luogo adatto alle sue condizioni fragili, sia a livello fisico sia a livello psicologico. E invece si è ritrovato in un Casp, il nuovo, ultimo e più basso gradino del sistema d’accoglienza italiano.
I Casp sono Centri di accoglienza straordinari provvisori e quello in cui è stato Didier per oltre un mese si trova a Martorano, in provincia di Parma. È un gruppo di container dentro un’ex fabbrica dismessa a 15 chilometri dalla città, in piena campagna. Lo gestisce la cooperativa sociale World in Progress che garantisce agli ospiti solo i servizi minimi.
Didier, per esempio, non ha avuto accesso ad alcun sostegno psicologico, ma nemmeno a un bagno adatto a una persona con il gesso alla gamba.
«C’era la turca», racconta Chiara Marchetti di Ciac onlus, che opera all’interno del centro grazie a un accordo con l’Asl di Parma. «La situazione del Casp – prosegue Marchetti – è stabile, ma assolutamente invivibile».
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Ciac, come spiega sul suo sito, entra nei Casp «in modo volontario e non pagato» per offrire «assistenza legale, sanitaria e di formazione» e per cercare di spostare in situazioni migliori le persone più fragili, come i minori o le vittime di tortura.
Tra gennaio e maggio 2024, questi ultimi casi sono stati 17, tra cui quello di Didier. L’uomo oggi è ospite di una struttura gestita da Ciac a Fidenza all’interno del Sistema di accoglienza e integrazione che, mediamente, offre un’ospitalità di qualità in piccoli gruppi.
«È il primo caso che siamo riusciti a spostare, ma più le situazioni sono collettive e strutturate più è difficile che le vulnerabilità emergano», commenta Marchetti, riferendosi ai Casp. Il rischio, molto concreto, è che per ogni Didier che viene trasferito decine di altre persone fragili rimangano nei Casp, senza il sostegno di cui avrebbero diritto.
Il decreto Cutro
Le condizioni dei migranti in Italia sono strettamente intrecciate al naufragio di Steccato di Cutro del 26 febbraio 2023, in cui persero la vita almeno 94 persone. In seguito a questo episodio, il governo italiano ha varato il cosiddetto Decreto Cutro, che è stato convertito nella legge n. 20 del 2023.
Il provvedimento ha reso ancora più dure molte disposizioni in materia di migrazione e, secondo l’Unhcr, presenta delle «criticità» destinate ad avere un «impatto sul sistema d’asilo nel suo complesso e sullo spazio di protezione garantito a richiedenti asilo, rifugiati e persone apolidi».
Tra le misure previste dalla nuova legge, quelle destinate al sistema di accoglienza si ispirano a un modello temporaneo, emergenziale e securitario, simile in molte parti a quello dei cosiddetti decreti Sicurezza del 2018 e 2019. La creazione dei Casp rientra proprio in questa impostazione e rappresenta una sorta di accoglienza d’emergenza “al quadrato”.
I decreti sicurezza
I decreti Sicurezza rappresentano la politica migratoria elaborata dall’allora ministro dell’Interno e leader della Lega Matteo Salvini. Lo scopo dichiarato è garantire maggiore sicurezza, contenendo gli sbarchi sulle coste, agevolando i rimpatri e limitando i servizi di accoglienza per chi richiede l’asilo.
- Il primo decreto Sicurezza (Dl 113/2018) si focalizza sulla gestione dei migranti in Italia. Esclude i richiedenti asilo dal sistema di accoglienza ordinario Sprar, il quale viene limitato a chi ha la protezione internazionale e ai minori non accompagnati. Per tutti gli altri, i centri di accoglienza straordinaria (Cas e Cara) diventano tappa prioritaria del sistema. Inoltre, abolisce la protezione umanitaria e introduce il trattenimento alla frontiera e negli hotspot per i richiedenti asilo e la possibilità di revoca della cittadinanza in caso di condanna per reati di terrorismo;
- Il decreto Sicurezza bis (Dl 53/2019) si concentra sulle politiche securitarie in mare. In particolare, permette al Viminale di limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale per motivi di sicurezza e ordine, e prevede un’ammenda in caso di violazione
Con il decreto 130 dell’ottobre 2020, i decreti Sicurezza sono stati in gran parte modificati, e il sistema di accoglienza ordinaria diffuso è stato ripristinato con un nuovo nome: Sai, Sistema di accoglienza e integrazione.
Dal 2015, quando è stato pubblicato il decreto legislativo 142, infatti, il sistema di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati in Italia è di fatto costituito da due canali paralleli e molto diversi, che potremmo definire di accoglienza diffusa e quella straordinaria.
La prima è quella garantita dal Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, lo Sprar che, poi è diventato Siproimi e che ora si chiama Sai, Sistema di accoglienza e integrazione. È un sistema diffuso, fatto in piccole strutture, gestito dai Comuni, spesso insieme al terzo settore. È quello che gli esperti giudicano come il più efficace, ma non è mai diventato maggioritario.
L’accoglienza straordinaria, invece, dovrebbe essere una modalità temporanea cui ricorrono i Prefetti solo in casi eccezionali, quando gli arrivi sono molto numerosi e i posti nel sistema insufficienti. In realtà, i Centri di accoglienza straordinaria (Cas) sono dal 2015 il tipo di struttura che ha sempre accolto il maggior numero di persone, rendendo strutturale ciò che, secondo la legge, dovrebbe essere emergenziale.
Per approfondire
I Casp, introdotti dalla legge 50/2023 grazie a una modifica del decreto legislativo 142/2015, spingono questa logica ancora più in là. Vengono attivati dai Prefetti quando sul territorio non ci sono più posti disponibili nemmeno nei Cas, garantendo servizi ancora inferiori a quelli già limitati offerti in questi centri.
Straordinari, ma strutturali
Il maggiore ricorso a centri temporanei si lega a un’altra disposizione contenuta nella legge 50, quella che restringe fortemente i criteri di accesso al Sai. Oggi possono accedere al sistema di accoglienza considerato migliore solo i rifugiati, i minori stranieri non accompagnati e alcune categorie di richiedenti asilo, definite in maniera del tutto arbitraria: gli ucraini, gli afghani evacuati dopo il ritorno al potere del talebani, i vulnerabili e chi è entrato in Italia con i corridoi umanitari.
È una scelta politica recente che conferma una tendenza di più lungo periodo, quella che privilegia l’accoglienza straordinaria. Secondo un rapporto di ActionAid, nel 2022 i centri temporanei rappresentavano il 60% dell’intero sistema.
«Quello dei Cas è il sistema maggioritario, nonostante si dica sia “di emergenza”», sottolinea anche Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di Solidarietà (Ics) e membro dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). Questo sistema, a suo parere, «prevede standard molto bassi di accoglienza dai quali, in maniera impropria e in violazione della Direttiva 33 dell’Unione europea sull’accoglienza, sono stati tolti i servizi psicologici e di orientamento legale». «All’interno di un quadro già destrutturato e molto problematico – prosegue Schiavone – è paradossale che il governo italiano inserisca pure l’esistenza dei Cas “super-straordinari” (i Casp, ndr)».
Incrociando le nostre ricerche con quelle svolte da Ciac nei territori in cui opera, abbiamo individuato in tutta Italia 23 centri che, per caratteristiche, rientrano nella categoria dei Casp.
La lista è stata redatta consultando i documenti con cui le Prefetture assegnano la gestione delle strutture, ma anche questa procedura lascia margini di ambiguità perché non sempre la tipologia di centro è indicata nel dettaglio e, in alcuni casi, i documenti non sono pubblici.
Solo in due casi, Treviso e Trieste, possiamo dire con assoluta certezza che si tratta di Casp, perché nella documentazione prefettizia si cita il riferimento normativo che definisce questi centri temporanei (l’articolo 11 comma 2-bis del dl. 142/2015). A Trieste l’esperienza del Casp è stata davvero temporanea e si è esaurita dopo tre mesi.
Anche a Martorano (Pr) il centro è un Casp. «C’è il cartello fuori che dice: Centro di accoglienza straordinario provvisorio», spiega Marchetti di Ciac. I documenti della Prefettura però non sono pubblici e un comitato di cittadini ha fatto ricorso al Tar dell’Emilia Romagna per ottenerli. Ha vinto, ma non ha ancora ottenuto la documentazione.
Per tutte queste ragioni, abbiamo chiesto al ministero dell’Interno di avere una lista dei Casp attivi in Italia o di confermare la natura dei centri emersi dalle nostre ricerche, ma non abbiamo ottenuto alcuna risposta.
Isolati e senza servizi
I Casp riducono a meno dell’essenziale i servizi per le persone ospitate, garantendo solo vitto, alloggio, vestiario, assistenza sanitaria e mediazione linguistico-culturale. Nella maggior parte dei casi si tratta di accampamenti costituiti da tende o container, o ancora file di brandine dentro ex caserme dismesse, frazioni di aeroporti o palestre.
Quasi tutti sorgono a diversi chilometri dai centri abitati, in campagna e in zone industriali. Sono privi di orientamento legale e assistenza psicologica. E, come emerge dai racconti delle associazioni, sono luoghi di promiscuità, in cui convivono donne, uomini, famiglie, minori non accompagnati.
Le persone dovrebbero stare in questi centri solo il tempo necessario a consentire alle autorità di trovare loro posto in centri più adeguati. La legge, però, non indica un periodo massimo di permanenza e, stando a quanto denunciano diverse associazioni, i richiedenti asilo vi rimangono stabilmente per mesi, in attesa che venga esaminata la loro domanda d’asilo.
Un’altra caratteristica problematica dei Casp è l’isolamento. Nei pressi delle strutture i mezzi pubblici sono quasi inesistenti e, anche quando ci sono, le persone conoscono poco il territorio e si muovono poco. Per i migranti questo si traduce, di fatto, in un’esclusione sociale, cui spesso si legano quella linguistica e lavorativa.
Per le organizzazioni della società civile anche solo venire a conoscenza dell’esistenza di un Casp non è scontato, e quindi diventa ancora più difficile monitorare le condizioni di questi luoghi o fornire assistenza a chi ci vive.
Quello di Padova, in tal senso, è un caso significativo. A settembre 2023, con l’apertura delle scuole, i richiedenti asilo che durante l’estate erano stati ospitati temporaneamente in alcune palestre di istituti scolastici del capoluogo dovevano essere trasferiti. Vista la mancanza di posti nei Cas della zona, la prefettura di Padova ha allestito un centro per adulti e minori all’interno di un’area dismessa dell’aeroporto “Gino Allegri” a più di tre chilometri dalla città.
Dentro le persone dormono in quattro per container «nella zona meno visibile dell’aeroporto, lontana 20 minuti a piedi dall’entrata principale», dice l’attivista locale Omid Firouzi Tabar.
Insieme ad alcune associazioni del territorio, nei mesi invernali, Tabar aveva denunciato l’assenza della mediazione linguistico-culturale e la mancanza di vestiti e coperte per i mesi invernali. Con l’arrivo dell’estate e la possibilità di nuovi arrivi, il timore è il sovraffollamento: «Cominceremo a fare un monitoraggio passando più tempo nei pressi del campo», dice Tabar.
Anche in questo caso, non è chiara la natura del centro. Diversi elementi fanno pensare a un Casp, ma i documenti della Prefettura non fugano il dubbio. Quel che è certo è che la struttura conta 100 posti disponibili e la gestione è stata affidata a tre cooperative sociali: La mia Badante, Un mondo di gioia e Percorso Vita.
Emergenza, di nuovo
L’11 aprile 2023, un mese dopo la riunione del Consiglio dei ministri a Cutro che ha prodotto il decreto, il governo Meloni ha proclamato lo stato di emergenza per «l’eccezionale incremento dei flussi di persone migranti in ingresso sul territorio nazionale attraverso le rotte del Mediterraneo».
Nel 2023 sono sbarcate sulle coste italiane quasi 160 mila persone, un numero superiore a quello degli anni precedenti, ma con dei precedenti: nel 2015 il numero era stato quasi lo stesso, mentre era stato superato nel 2014 e nel 2016, quando il picco era arrivato a 180 mila arrivi.
Inoltre, nonostante nei primi mesi del 2024 gli arrivi dei migranti via mare fossero stati meno della metà di quelli dell’anno precedente, il 28 maggio lo stato di emergenza è stato prorogato per altri sei mesi, con la conseguenza di aiutare i prefetti a trovare soluzioni immediate per ampliare sistema di accoglienza tramite l’uso di procedure veloci.
Tra queste, vi è l’affidamento diretto di un centro a un ente gestore individuato dalle prefetture, una procedura prevista dalla legge, ma meno trasparente e competitiva rispetto a un bando di gara. Secondo Actionaid, nei primi otto mesi del 2023 sono stati assegnati in affidamento diretto importi del valore di 83,1 milioni di euro, più di cinque volte l’importo raggiunto in tutto il 2020 (16,3 milioni), ovvero due terzi dei contratti per l’accoglienza.
I Casp non sembrano fare eccezioni: delle 23 strutture individuate da IrpiMedia, almeno 13 sono state assegnate con affidamento diretto.
Queste pratiche, inoltre, essendo eseguite dalle Prefetture contribuiscono ad accentrare il controllo del sistema di accoglienza sul governo, tant’è che tra aprile e luglio 2023 il Viminale ha registrato un +11,6% di posti nei Cas per adulti.
Secondo Fabrizio Coresi di Actionaid l’obiettivo principale delle politiche di accoglienza di questi anni è proprio ampliare i Cas. L’ipotesi alla base è che le strutture provvisorie stiano sorgendo in attesa di ingrandire quelle vecchie.
La possibilità è confermata da un provvedimento governativo dell’ottobre 2023, che consente di derogare ai limiti di capienza previsti per i Cas, aumentando fino al 50% i posti previsti inizialmente.
Per Coresi, «è un altro modo per sanare una prassi illegittima già in essere»: estendendo per legge i limiti di capienza e mantenendo invariati i costi, si legittimano le ormai frequentissime condizioni di sovraffollamento dei centri. In più, la scelta di privilegiare le grandi strutture, che si rifà ai decreti Sicurezza, trova conferma anche nel nuovo schema di capitolato dei servizi di accoglienza, pubblicato lo scorso 22 aprile.
L’importanza del capitolato
Lo schema di capitolato è un documento ministeriale: una sorta di guida che deve essere seguita sia dall’ente appaltante, in questo caso le prefetture, sia dalle organizzazioni cui vengono dati in gestione i centri. In esso sono indicati i servizi da garantire, ciascuno con la stima dei costi di riferimento, parte dei quali possono essere ribassati.
Il nuovo schema, per Schiavone, è «un meccanismo che punta deliberatamente verso il basso». «Le previsioni economiche del capitolato continuano a non sostenere il sistema migliore dell’accoglienza che prevede l’utilizzo di strutture di piccole dimensioni in rete, ma premiano invece le grandi strutture come i casermoni in cui fare economia di scala», aggiunge il rappresentante di Asgi.

I Casp in Italia
Dove sono localizzati e la capienza di ciascuno dei 23 Casp in Italia

Quanto costano i Casp al giorno per ospite
I Casp costano meno con l’aumentare della capienza

Dati: Viminale 2024 • Sono inclusi costi per servizi di accoglienza, vitto, pulizia e prestazioni aggiuntive • IrpiMedia 2024
Le voci del capitolato sono chiare: più sono le persone accolte, inferiore è la spesa pro die pro capite dedicata ai residuali servizi previsti per legge. A determinare la differenza maggiore è il costo per il personale impiegato: nei Casp varia dai 15 euro per i piccoli centri fino a 100 persone ai 5,9 euro di quelli da 301 a 600 posti.
Il sistema, quindi, incoraggia i grandi centri e disincentiva l’accoglienza diffusa. Secondo i dati elaborati da ActionAid, nel 2023 più della metà (il 53%) dei bandi andati deserti era per la gestione di piccoli centri in modalità diffusa.
Si tratta di una tipologia di investimenti che non conviene alle grandi società, in quanto dovendo trovare soluzioni abitative sui territori è più costosa di un unico grande spazio da adibire a centro. La privilegiano le realtà del terzo settore, che non ambiscono a prendersi carico di grandi numeri di persone, e che però, guardando a un modello di accoglienza strutturale che formi cittadini autonomi, non si interessano ai Cas svuotati dei servizi.
Posti vuoti
«Non si vuole investire in un sistema strutturato, omogeneo e ragionevole, utile sia alla società che accoglie quanto alle persone accolte», commenta Caterina Bove di Asgi.
I dati relativi all’accoglienza diffusa sembrano darle ragione: i posti nel Sai rappresentano circa il 30% dei posti dell’intero sistema italiano. Ma restano spesso vuoti. Secondo i dati che Altreconomia ha ottenuto dal ministero dell’interno grazie a un Foia, da gennaio 2022 a luglio 2023 la media dei posti Sai occupati sui finanziati è stata del 79%.
È paradossale ma logico dal momento che i decreti sicurezza prima e il decreto Cruto poi hanno escluso i richiedenti asilo da questa forma di ospitalità.
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Anche se le presenze aggiornate nel Sai non sono pubbliche, molti elementi fanno pensare che la tendenza rivelata da Altreconomia sia proseguita anche nei mesi successivi e che, quindi, ci fossero costantemente dei posti liberi in ospitalità valide mentre in giro per l’Italia le prefetture correvano ad aprire nuovi centri provvisori e senza servizi, come i Casp.
«Disinvestire nel Sai fa sì che la persona accolta diventi un peso e stimola una dinamica di abbandono, disagio e stress sociale», riprende Bove. Così, attacca, si fa sembrare la migrazione «un’emergenza».
Il Patto sulla migrazione e l’asilo
Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo dell’Unione europea, adottato a maggio 2024, entrerà a tutti gli effetti in vigore solo nel 2026. È un insieme di norme che ha come obiettivo «gestire gli arrivi, garantendo un’equa ripartizione degli oneri tra gli Stati membri».
Il governo italiano lo ha applaudito come un successo perché prevede un meccanismo di solidarietà obbligatorio tra gli Stati. Il Patto permette però anche di sottrarsi all’accoglienza versando una somma in denaro in un fondo comune e non tocca il principio del regolamento di Dublino per cui la richiesta d’asilo va fatta nel Paese di primo ingresso in Europa.
Secondo l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), su 1.100.000 persone sbarcate negli ultimi dieci anni in Italia circa 700 mila sono già uscite dai nostri confini. Solo la metà è stata intercettata in altri Stati europei e le persone che, seguendo il regolamento di Dublino, sono state rimandate nel nostro paese sono ancora meno, circa 30 mila.
Il nuovo Patto concede però tre anni di tempo, rispetto ai 18 mesi attuali, per intercettare le persone sbarcate sulle coste italiane che hanno attraversato le frontiere e trasferirle di nuovo nel nostro Paese. Una norma che potrebbe cambiare la realtà in Italia, influendo anche sul sistema di accoglienza.
Anche un’analisi dei fondi statali destinati alla migrazione indica questa direzione. La missione 27 della legge di Bilancio, intitolata Immigrazione, accoglienza e garanzia dei diritti descrive la spesa governativa nel settore della migrazione, sia per l’accoglienza sia per la detenzione amministrativa.
Il capitolo 2351 ha destinato all’accoglienza nei centri governativi e al trattenimento nei Cpr 960,3 milioni di euro per il 2024, in aumento rispetto all’anno precedente. Mentre il capitolo 2352 che si riferisce al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo (Sai) ha messo a bilancio 589,2 milioni, in diminuzione rispetto al 2023.
«L’idea è che [quello dell’accoglienza in Italia] deve essere un sistema parcheggio, di bassissimo profilo e di costo ridotto», ragiona Schiavone. «Il messaggio a chi arriva è quello di andarsene il prima possibile», aggiunge. «Anche rispetto ai finanziamenti sui progetti del Sai già attivi, dal Ministero stanno procedendo con il contagocce. I progetti che erano in scadenza sono stati prorogati per un mese e poi ancora per un altro mese», aggiunge Marchetti di Ciac. «Stanno rendendo estenuante qualsiasi tipo di programmazione», conclude.
*Il nome è stato modificato a tutela dell’interessato.
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