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Le responsabilità della Garde Nationale della Tunisia nel naufragio del 5 aprile 2024

Testimonianze, immagini satellitari e video dai social raccontano come sono morti almeno 15 migranti. Gli stessi guardacoste tunisini sono da poco responsabili di una zona di salvataggio in mare

17.07.24

Matteo Garavoglia
Nissim Gasteli

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Europa
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La sera del 5 aprile il mare di fronte alla costa di Sfax – la seconda città della Tunisia, un grande porto nel centro del Paese – è calmo e la temperatura dell’aria è nella media. Sono condizioni metereologiche buone per tentare la traversata. Sfax è infatti il principale punto di partenza della rotta che dalla Tunisia conduce fino a Lampedusa, cento chilometri più a nord.

La campagna che cinge la parte settentrionale del centro urbano è l’area che ha registrato negli ultimi anni il maggior numero di partenze di migranti di origine subsahariana. Da un lato c’è il mare con un fondale basso e poco frastagliato, dall’altro una distesa di campi di ulivo in una zona a bassa densità di popolazione, dove i migranti hanno creato diversi accampamenti informali.

L’inchiesta in breve

  • Il 5 aprile 2024 un’imbarcazione in ferro con 42 persone a bordo originarie di Gambia, Guinea e Sierra Leone affonda al largo della costa di Sfax. Sono barchini molto diffusi lungo la costa, prodotti in garage da meccanici tunisini che li vendono a poco
  • La Garde nationale tunisina è accusata dai sopravvissuti di averne causato il naufragio con una serie di manovre di dissuasione prima e poi colpendo sia l’imbarcazione sia i migranti a bordo. Nell’incidente sono morte almeno 15 persone
  • Nel corso del 2023 diverse organizzazioni della società civile locale e internazionale accusano le autorità tunisine di effettuare operazioni violente in mare causando naufragi e annegamenti
  • Da anni l’Unione europea e i singoli Stati membri finanziano la Garde nationale. Lo scorso mese la Tunisia ha dichiarato la propria zona di ricerca e soccorso con il sostegno di Bruxelles. L’Ue non ha mai preso posizione sulle violazioni che avvengono lungo la rotta tunisina

A largo di Sfax

Quella sera del 5 aprile almeno quattro gruppi separati, circa 200 persone in tutto, partono a orari diversi su imbarcazioni in ferro. Sono barchine molto precarie, costruite in garage da meccanici tunisini apposta per permettere le partenze dei migranti. A La Louza, una quarantina di chilometri a nord di Sfax, ce ne sono decine e decine ammassate una sull’altra: un cimitero di navi che si stanno arrugginendo.

Barchini in ferro usati dai migranti subsahariani per la traversata ammassati nel porto di La Louza, ottobre 2023 © Giovanni Culmone

Tre imbarcazioni di questa tipologia riescono a prendere il mare. A bordo dell’ultima ci sono 42 persone provenienti da Gambia, Guinea e Sierra Leone. Il barchino in ferro è lungo circa otto metri, gli spazi sono molto stretti e ci sono anche donne incinte e otto minori. Lascia le coste di Sfax attorno alle 19:00 ore locali. Il sole è tramontato da poco ma la luce comincia già a scarseggiare. 

Piovono sui passeggeri gas lacrimogeni: sono le forze dell’ordine tunisine che dalla costa stanno cercando di impedire la partenza dei migranti. Alcuni colpi si spengono in acqua, altri raggiungono l’imbarcazione, ma qualcuno dall’interno riesce in pochi istanti a ributtarli fuori. Brevi attimi di panico che sembrano ormai alle spalle quando la costa con il passare dei minuti diventa sempre più piccola. 

Dopo un altro breve tratto di navigazione la situazione precipita. Due gommoni neri della Garde nationale tunisina, secondo alcune fonti diplomatiche che potrebbero essere stati donati dalla Germania nell’ambito della cooperazione migratoria tra i due Paesi, raggiungono le 42 persone. Uno dei due comincia a disegnare in acqua dei cerchi intorno al barchino dei migranti, per tre volte, allo scopo di provocare delle onde.

Gommoni neri della stessa tipologia di quelli che hanno speronato il barchino dei migranti nel naufragio del 5 aprile 2024. Sono stati donati alla Garde nationale tunisina dalla Germania © Matteo Garavoglia, Nissim Gasteli

È una tecnica di dissuasione per rendere complessa la navigazione che in questo caso viene adottata nei confronti di un barchino stracarico, che galleggia a fatica. C’è chi piange temendo di venire intercettato e riportato a Sfax e c’è chi si alza in piedi mostrando i minori presenti nella barca per implorare di non venire attaccati violentemente e lasciare andare l’imbarcazione.

Le richieste non vengono prese in considerazione. 

Il gommone nero ingaggiato nella manovra di dissuasione prende velocità e sperona la poppa del barchino. Dopo l’urto, un guardacoste, armato di una mazza di ferro, colpisce alcune persone e tenta di sequestrare i motori per impedire alla barca di prendere eventualmente il largo. Un’azione che viene ripetuta per un totale di cinque volte e che porta la piccola imbarcazione dei migranti a rompersi, poi il gommone nero si allontana.

Nel giro di pochi minuti la barca si riempie di acqua e affonda. È così che 21 uomini, 13 donne e 8 minori in un attimo si ritrovano in mare aperto. La maggior parte di loro non sa nuotare. 

I due gommoni della Garde nationale sono lontani decine di metri. L’equipaggio, due persone per ogni imbarcazione, decide di lanciare delle corde e poi riprendere con i telefoni quello che succede.

Lo scenario è tragico: chi riesce a raggiungere le cime, si aggrappa e sale sui gommoni, in ogni caso troppo piccoli per ospitare 42 persone; chi non ce la fa a nuotare annega in mare. Successivamente altre imbarcazioni delle autorità tunisine raggiungono i gommoni neri per prestare soccorso ai naufraghi: arrivano altri due gommoni bianchi, due imbarcazioni di media lunghezza e due navi da 35 metri, donate dall’Italia nel 2014.

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Le operazioni terminano nella notte, quando le imbarcazioni rientrano nel porto di Sfax. Il bilancio è impietoso: sono almeno 15 le vittime del naufragio, tra cui otto minori di età compresa tra i 3 e i 13 anni. Anche il destino dei sopravvissuti è ormai segnato. Vengono portati tutti su una stessa banchina, comprese le persone a bordo degli altri tre barchini partiti quella stessa sera.

Le ore passano, la luce del sole riprende possesso del giorno e la pelle dei sopravvissuti comincia a bruciare dopo che la benzina si è attaccata al corpo e ai vestiti. I migranti sono sdraiati o seduti, uno in fila all’altro, appiccicati.

Lo conferma anche una foto satellitare elaborata da PlaceMarks: quella stessa mattina, dopo altre violenze, quattro bus caricano la maggior parte dei sopravvissuti e partono verso il confine con la Libia, dove verranno abbandonati al loro destino ore dopo. Solo in pochi riescono a lasciare con le proprie gambe il porto di Sfax, evitando l’espulsione. 

Foto satellitare del porto di Sfax la mattina del 6 aprile 2024 © PlaceMarks

Dalle intercettazioni in mare agli abbandoni nel deserto

In un discorso ufficiale, il 21 febbraio 2023 il presidente tunisino Kais Saied accusa la comunità subsahariana presente in Tunisia di voler compiere una sostituzione etnica. Il discorso legittima una parte della popolazione locale a compiere violenze a sfondo razziale. All’interno di un contesto già precario a livello nazionale, da allora le autorità del piccolo Stato nordafricano hanno inasprito ulteriormente le operazioni securitarie sul territorio, in particolare a Sfax. 

La Garde nationale tunisina, da luglio 2023, coordina sempre più spesso arresti arbitrari ed espulsioni di massa di migranti subsahariani in zone desertiche al confine con Algeria e Libia. Alla fine del 2023, ulteriori testimonianze cominciano a riportare che queste pratiche avvengono anche dopo l’intercettazione in mare di barchini in ferro.

IrpiMedia ha documentato questo fenomeno all’interno di #DesertDumps, un progetto d’inchiesta collaborativo coordinato da Lighthouse Reports a cui hanno partecipato Le Monde, El Pais, Washington Post, Inkyfada, Der Spiegel, porCausa, Ard e Enass Media.

Nello stesso fine settimana la Garde nationale effettua diverse altre operazioni e diffonde un comunicato qualche giorno dopo attraverso un video su Facebook dove si vedono decine di persone entrare nel porto di Sfax sull’imbarcazione da 35 metri:

«Nell’ambito della lotta al fenomeno della migrazione irregolare, durante il fine settimana le unità galleggianti della Garde nationale sono riuscite a sventare 85 attraversamenti illegali delle frontiere marittime, a soccorrere e salvare 2.688 persone (2.640 africani subsahariani e 48 tunisini) e a recuperare 13 cadaveri».

È una pratica diffusa, usata talvolta anche in maniera strategica per documentare le capacità di intervento delle autorità tunisine.

Migranti di origine sudanese all’interno del parco “Jardin Oran” di Sfax. A seguito di un’operazione securitaria delle autorità locali, il giardino è stato evacuato nel settembre 2023 e le persone espulse verso la campagna di El Amra a nord della città © Giovanni Culmone

I sopravvissuti 

La ricostruzione della notte del 5 aprile è stata possibile perché qualcuno è sopravvissuto al naufragio. Le varie testimonianze, raccolte in momenti diversi, coincidono nei dettagli che riguardano lo svolgimento dei fatti, nell’identificazione dei mezzi che la Garde nationale ha utilizzato in mare e a terra e nel riconoscimento delle vittime attraverso foto d’archivio: sette minori, sei donne e due uomini. Vittime che impediscono di derubricare l’accadimento a “naufragio fantasma”.

Se nella rotta del Mediterraneo centrale che interessa la Libia la presenza delle navi delle organizzazioni non governative (ong) ha svolto un ruolo di primo piano per testimoniare la violenza e le pratiche della Guardia costiera libica, in Tunisia c’è pressoché una totale assenza di immagini o prove documentali che possano verificare le cause dei naufragi o degli incidenti in mare. C’è però la parola dei sopravvissuti.

È all’interno di questo contesto che si inserisce anche la disparità delle versioni riguardo ai numeri delle vittime. Per il caso del 5 aprile, ad esempio, la Garde nationale riporta di avere recuperato durante le operazioni di salvataggio 13 corpi, mentre IrpiMedia ha potuto ricostruire l’identità di 15 persone. I sopravvissuti inoltre sostengono che le vittime sono state in totale 24.

Versioni che differiscono a causa spesso dell’ostruzione delle autorità locali che impediscono di effettuare il riconoscimento dei corpi. Un sopravvissuto al naufragio di quella sera riporta infatti di avere chiesto ad alcuni ufficiali di potere scattare delle foto ai corpi per inviarle alle famiglie nei Paesi di origine. La risposta è stata un categorico «No».

La rotonda di Bab Jebli nel centro di Sfax. Fino al settembre 2023 punto di ritrovo e dormitorio per centinaia di migranti, l’area è stata evacuata dalle forze securitarie tunisine nel settembre 2023 © Giovanni Culmone

I quattro elementi per ricostruire il naufragio del 5 aprile

  • Interviste individuali di persona e telefoniche ai sopravvissuti, per comparare le differenti versioni del naufragio
  • Comparazione delle testimonianze con alcuni video diffusi sui social network con casi precedenti in cui sono state utilizzate tecniche simili
  • Immagine satellitare del porto di Sfax – elaborata da Placemarks – del 6 aprile. Si possono notare circa 100 persone sedute o sdraiate sulla banchina di fronte ad alcuni mezzi della Garde nationale
  • Comunicato ufficiale delle autorità tunisine dove dichiarano di avere sventato diverse partenze e recuperato in mare 13 corpi

«Non ho mai visto una barca colpirne un’altra volontariamente. Avevo sentito molte storie a riguardo ma è la prima volta che lo posso testimoniare coi miei occhi». 

Sono già passate diverse settimane quando Ibrahim racconta i dettagli del naufragio di cui è stato vittima. Il suo è un nome di fantasia. Preferisce non rivelare la sua identità e nemmeno dove si trova in questo momento. Basta però osservare il suo sguardo mentre parla del 5 aprile per capire tutto il carico di dolore che ancora oggi porta con sé.

Originario della Sierra Leone, mentre racconta quanto successo quella notte si aiuta con due cellulari per terra, uno di fronte all’altro, a simulare la disposizione delle imbarcazioni in mare: 

«La barca si è spezzata dopo essere stata colpita da uno dei due gommoni neri. Dopo circa 30 minuti che eravamo in acqua, i poliziotti si sono resi conto che le persone stavano morendo. In un primo momento hanno recuperato sei persone tra cui me e hanno cominciato a spostarci in altre imbarcazioni della Garde nationale fino ad arrivare al porto di Sfax».

Un accampamento informale di richiedenti asilo e migranti in attesa del rimpatrio volontario di fronte all’Organizzazione internazionale per le migrazioni a Tunisi. L’area è stata evacuato dalle autorità tunisine nel maggio 2024 © Giovanni Culmone

Mentre Ibrahim racconta i dettagli di quella notte – dal lancio dei gas lacrimogeni alle bastonate del guardacoste, dal naufragio e allo sbarco al porto di Sfax – ad ascoltarlo c’è un bambino di sette anni, completamente rapito dalle sue parole. È l’unico minore sopravvissuto alla strage del 5 aprile. Quella notte ha perso sua madre: 

«Dopo che la barca è affondata ho nuotato con lui fino al gommone e ci siamo salvati – prosegue Ibrahim –. Dopo mi sono finto suo fratello per proteggerlo. Oggi non posso dire che sappia fino in fondo quello che è successo. Una volta l’ho visto piangere, gli ho chiesto il motivo ma non mi ha saputo dare una risposta. Ha solo detto che forse era perché sua madre era morta. Ho provato compassione», confida.

Kominata, altro nome di fantasia, si trova attualmente in un luogo che preferisce non rivelare. Incinta di cinque mesi, è partita insieme a suo marito alla volta dell’Italia. Durante il racconto s’interrompe spesso, le frasi escono a fatica e si tocca continuamente la pancia per il dolore che ancora prova dopo i traumi fisici subiti durante il naufragio:

«Sono rimasta in mare quasi un’ora prima che qualcuno mi aiutasse. Quando sono riuscita ad aggrapparmi alla corda nessuno ha tirato per salvarmi! Nel frattempo le persone annegavano. Io non ho più trovato mio marito e la maggior parte dei bambini è morta. Ora sono da sola e incinta», sono le parole che riesce a pronunciare prima di cominciare a piangere. 

Originario del Gambia, Ousman era su uno degli altri tre barchini che sono stati intercettati la notte del 5 aprile. La sua testimonianza è fondamentale per ricostruire quanto è successo al porto di Sfax il mattino seguente perché è riuscito a raccogliere anche foto e video dalla banchina del porto. 

«Le persone sono rimaste distese senza vestiti, cibo e acqua per tutta la notte – racconta –. Dopo la polizia ha picchiato un sudanese fino a farlo sanguinare. Prima di noi hanno intercettato un’altra imbarcazione, dopo altre due e una di queste ha fatto naufragio. So che ci sono stati 13 morti e che in mare i poliziotti hanno usato gas lacrimogeni e picchiato le persone con delle mazze di ferro».

Alle 11:25 ore locali Ousman manda un ultimo audio dicendo di dover spegnere il cellulare perché «stanno arrivando [i poliziotti]». Successivamente manda ancora un messaggio con la localizzazione di Nalut,  cittadina libica nel deserto, poco oltre il confine con la Tunisia. Alle 22:58 le comunicazioni si interrompono e da allora non si hanno più notizie.

Grazie alle immagini inviate in tempo reale da Ousman, è stato possibile localizzare esattamente dove ora e luogo in cui il gruppo di persone è stato caricato su dei bus e abbandonato in Libia.

Migranti sudanesi accampati in un edificio abbandonato nella città di Zarsis, nel sud della Tunisia. Zarsis è un altro punto importante della rotta tunisina del Mediterraneo centrale © Giovanni Culmone

I naufragi sospetti: i dati delle ong 

Con l’aumentare delle partenze dalla Tunisia degli ultimi anni, si sono moltiplicate anche le testimonianze di chi afferma di essere stato violentemente intercettato in mare con metodi e strumenti che hanno portato alla morte diretta o indiretta di migranti: lanci di gas lacrimogeni, speronamenti volontari e accerchiamenti che hanno causato il rovesciamento dei barchini in ferro, strutture particolarmente fragili che non riescono a resistere a moti ondosi, soprattutto quando sono sovraccarichi. 

L’ong Alarm Phone, un progetto che si occupa di fornire supporto per le persone in difficoltà che attraversano il Mediterraneo, all’indomani dell’istituzione della zona di ricerca e salvataggio, in cui cade anche la Giornata mondiale del rifugiato, ha pubblicato Mare interrotto, una raccolta di 14 testimonianze che dal 2021 al 2023 racconta sia i naufragi causati dalla Garde nationale sia il tipo di operazioni illegali compiute in mare delle autorità tunisine. 

Il 21 luglio 2021, ad esempio, una manovra pericolosa ha portato al capovolgimento dell’imbarcazione, in tutto furono 31 i sopravvissuti, 29 le persone scomparse e 15 i corpi ritrovati.

Altri casi documentano minacce fisiche avvenute con armi da fuoco, lanci di gas lacrimogeni, ritardi nei soccorsi, speronamenti volontari, furti di motore ed espulsioni in zone desertiche a seguito di un’intercettazione in mare.

Storie che ricordano da vicino il naufragio del 5 aprile confermate da alcuni video diffusi sui social network nel 2023 e nel 2024. Queste operazioni avvengono quasi sempre nello stesso tratto di mare compreso tra Sfax e l’arcipelago di Kerkennah e si estende a nord fino alla città di Mahdia.

Un’imbarcazione della Garde nationale colpisce volontariamente un’imbarcazione in ferro con decine di migranti.

Secondo la testimonianze dei sopravvissuti, una pratica simile è avvenuta durante il naufragio del 5 aprile.

A seguito di un naufragio, decine di migranti cercano di salire a bordo di una motovedetta della Garde nationale.

Il video è stato fatto da un migrante a bordo di una nave più grande.

Un agente della Garde nationale picchia i migranti con un bastone di legno.

Diverse testimonianze riportano che il pestaggio con bastoni e mazze è una pratica molto diffusa da parte delle autorità tunisine.

I naufragi avvengono nelle aree colorate © PlaceMarks su dati Alarm Phone e IrpiMedia

Un’imbarcazione della Garde nationale colpisce volontariamente un’imbarcazione in ferro con decine di migranti. Secondo la testimonianze dei sopravvissuti, una pratica simile è avvenuta durante il naufragio del 5 aprile.

A seguito di un naufragio, decine di migranti cercano di salire a bordo di una motovedetta della Garde nationale. Il video è stato fatto da un migrante a bordo di una nave più grande.

Un agente della Garde nationale picchia i migranti con un bastone di legno. Diverse testimonianze riportano che il pestaggio con bastoni e mazze è una pratica molto diffusa da parte delle autorità tunisine.

I naufragi avvengono nelle aree colorate © PlaceMarks su dati Alarm Phone e IrpiMedia

Secondo i dati diffusi dal Forum tunisino per i diritti economici e sociali (Ftdes), negli ultimi anni, le intercettazioni in mare hanno subito un progressivo aumento: dalle 13.466 del 2020 alle 48.805 del 2022 e le 80.636 del 2023.

I migranti scomparsi in mare sono stati invece più di 1.300 nel 2023 e 341 a giugno del 2024. Dati che non si possono legare direttamente alle pratiche violente della Garde nationale tunisina ma che segnano un campanello d’allarme sul possibile aumento di questo tipo di operazioni violente. 

Il 19 giugno 2024 la Tunisia ha comunicato ufficialmente all’Organizzazione marittima internazionale (Imo) la propria Zona di ricerca e salvataggio in mare, un’area che i Paesi rivieraschi comunicano all’organizzazione delle Nazioni Unite per rendere più efficaci i recuperi delle persone in mare.

Per quanto il Centro di coordinamento per i salvataggi in mare (Mrcc) – la struttura che operativamente prende in carico la gestione – esista dal 2013, Tunisi non ha mai dichiarato prima d’ora l’ampiezza del tratto di mare di cui si sarebbe presa carico.

Ora che la zona esiste ufficialmente, la Tunisia può fare leva sui propri partner europei anche per aumentare le imbarcazioni che possano intervenire in qualunque naufragio, anche non di migranti. L’organizzazione della ricerca e del salvataggio è descritta dal decreto legge 181 pubblicato in Gazzetta ufficiale fortuitamente lo stesso giorno del naufragio al largo di Sfax, il 5 aprile 2024. 

Un mezzo della Garde nationale parcheggiato di fronte alla caserma del porto di La Louza. Sullo sfondo un murales che invita le persone a non tentare la traversata per l’Europa © Giovanni Culmone

Destini incrociati con la Libia: i finanziamenti europei alla Guardia costiera 

In Libia la Guardia costiera ha una struttura di comando frammentaria, sulla quale il ministero dell’Interno di Tripoli fatica a mantenere il controllo. Inoltre ci sono diverse altre autorità marittime collegate ad altri ministeri e milizie incaricate di intercettare i migranti in mare.

In Tunisia, invece, la Garde nationale è il corpo ufficiale della gendarmeria responsabile della sicurezza – in terra e in mare – nelle aree rurali e periurbane, mentre nelle città agisce la polizia. È un corpo ufficiale dello Stato che risponde direttamente al ministero dell’Interno creato nel 1956, cinque mesi dopo la dichiarazione d’indipendenza dalla Francia.

La Guardia costiera libica ha ottenuto un corposo sostegno economico della Commissione europea dal 2017 perché il 90% dei 180 mila migranti che avevano raggiunto le coste italiane l’anno precedente era partito dalla Libia. Otto anni dopo un modello simile di esternalizzazione delle frontiere sta venendo applicato alla Tunisia, Paese che nel 2023 è stato il principale luogo di partenza dei migranti.

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A un anno dalla firma del memorandum Commissione-Tunisia, è possibile ricostruire la destinazione dei 105 milioni di euro promessi dall’Europa:

17 milioni di euro vengono dedicati per l’implementazione della zona Sar e la fornitura di nuovi mezzi navali; 13 milioni vengono allocati a favore dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e otto all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) per garantire la protezione dei migranti presenti sul suolo tunisino; 18 milioni all’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc); altri 18 vengono distribuiti per la fornitura di ulteriori mezzi navali con il sostegno di Unops, l’Ufficio delle Nazioni Unite per i servizi ed i progetti; infine 30 milioni di euro sono stati indirizzati a favore dell’International centre for migration policy development (Icmpd), un’agenzia internazionale esperta in forniture ed equipaggiamenti a Paesi terzi.

Insieme ai fondi della Commissione, ci sono quelli dei Paesi membri. I gommoni neri impiegati dalla Garde nationale la notte del naufragio del 5 aprile, per esempio, potrebbero essere stati forniti dalla Germania, secondo quanto è stato possibile ricostruire grazie alle informazioni di diverse fonti diplomatiche.

Strumenti di sorveglianza e radar obbligatori per la navigazione in mare che i sopravvissuti hanno riconosciuto la notte del naufragio, sono il risultato del programma Border management programme for the Maghreb Region (BMP-Maghreb), implementato da Icmpd.

I 105 milioni di euro del memorandum si aggiungono a fondi e forniture precedenti..

Sempre attraverso il programma BMP – Maghreb, per esempio, sono stati forniti strumenti di sorveglianza e radar alle unità navali. Gommoni bianchi impegnati che dispongono di questa strumentazione sono stati riconosciuti dai sopravvissuti al naufragio del 5 aprile. Strumentazioni che si possono vedere anche in alcuni video dove la Garde nationale tunisina effettua operazioni violente.

Contattate nel merito per prendere posizione sulla ricostruzione di inizio aprile e sulle altre denunce riportate da diversi testimoni e organizzazioni internazionali, le autorità di Tunisi non hanno risposto.

La Commissione europea non ha mai preso posizione sulle possibili violazioni dei diritti umani che avvengono nelle acque tunisine. Una portavoce ha commentato alle nostre domande che «la Commissione monitora i suoi programmi attraverso diversi strumenti, tra cui relazioni periodiche dei partner, valutazioni esterne, missioni di verifica e monitoraggi. Il rafforzamento delle capacità delle autorità tunisine finanziato dall’Ue, comprese le attrezzature e la formazione, viene fornito esclusivamente per gli scopi definiti nei programmi finanziati dall’Ue, nel pieno rispetto del diritto internazionale».

Ibrahim, uno dei testimoni che ha vissuto il naufragio del 5 aprile, la vede diversamente: «Se non stai salvando le persone, almeno non distruggere le loro vite. Io ho perso mia sorella, i miei nipoti e la moglie di mio fratello».

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24.07.23
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Grazie alla forniture europee la Tunisia ha guadagnato nel corso degli anni sempre maggiori capacità d’intervento. Nonostante gli addestramenti, però, si teme che con questo aumento crescano anche gli abusi e le violenze nei confronti dei migranti subsahariani che cercano di prendere il mare. 

Si tratta di un aspetto parzialmente confermato dal Consiglio di Stato di Roma, il quale lo scorso 20 giugno aveva sospeso la fornitura di sei motovedette appartenenti alla Guardia di finanza, da rimettere in efficienza e consegnare alla Tunisia secondo una determina del ministero degli Interni firmata nel dicembre 2023 per un valore totale di 4,8 milioni di euro.

Accettando la contestazione presentata da Asgi, Arci, ActionAid, Mediterranea Saving Humans, Spazi Circolari e Le Carbet, il Consiglio di Stato aveva accolto i timori rispetto a possibili violazioni dei diritti umani da parte della Garde nationale: 

«Come sostenuto anche dalle Nazioni Unite, fornire motovedette alle autorità tunisine vuol dire aumentare il rischio che le persone migranti siano sottoposte a deportazioni illegali», sono state le parole di Maria Teresa Brocchetto, Luce Bonzano e Cristina Laura Cecchini del pool di avvocate che segue il caso.

Tuttavia lo scorso 4 luglio la Sezione terza del Consiglio di Stato ha ribaltato l’ordinanza sostenendo la legittimità della consegna riconoscendo i rapporti tra Italia e Tunisia e la garanzia che il piccolo Stato nordafricano è stato inserito nella lista dei paesi sicuri da parte delle autorità di Roma. 

In assenza di prese di posizione chiare da parte delle istituzioni europee e italiane, la sospensione temporanea delle sei motovedette rappresenta comunque un precedente importante nel riconoscere le operazioni violente effettuate da parte della Garde nationale.

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Crediti

Autori

Matteo Garavoglia
Nissim Gasteli

Editing

Lorenzo Bagnoli

Ha collaborato

PlaceMarks

Con il supporto di

Foto di copertina

© Giovanni Culmone

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