12.06.25
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Inquinamento
Davanti all’ingresso dei capannoni bisogna trattenere il respiro. L’odore di ammoniaca, diffuso nell’aria dalle ventole, è insopportabile nonostante due mascherine. Appena uno dei portoni si apre, si capisce l’origine della puzza asfissiante: il terreno è coperto da un fitto strato di escrementi. I polli arrivano qui quando sono dei pulcini e non escono mai. Le feci si accumulano nel corso dei giorni. Tra le migliaia di animali che si ammassano uno sull’altro, se ne scorgono alcuni inermi, crollati sotto il peso dei loro petti sproporzionati. Gli operai dell’impianto sono appena usciti, è difficile che non li abbiano visti.
In breve
- I polli hanno zampe abnormi, il torso arrossato per il contatto con le deiezioni e delle striature bianche, causate dalla rapida crescita. Sono oltre 100mila. Non escono mai dal capannone, dove la luce è accesa anche di notte per favorire l’ingrasso
- Siamo in uno degli oltre 2.100 allevamenti intensivi italiani di polli e maiali, mappati per la prima volta da IrpiMedia e AGtivist.agency. In Europa sono oltre 24mila, migliaia dei quali autorizzati nell’ultimo decennio.
- In Ue, il nostro Paese è il terzo per quantità di allevamenti intensivi di pollame e il quinto per quelli di suini. In dieci anni, il loro numero è aumentato: dal 2014 al 2023 sono stati rilasciati 546 nuovi permessi
- Gli allevamenti intensivi garantiscono ai consumatori proteine animali a basso prezzo ma, dice l’eurodeputata Sirpa Peitikainen, «questo modello ha molteplici conseguenze negative, economiche e ambientali»
- Negli ultimi anni, alcuni limitati cambiamenti sono avvenuti in materia di benessere animale. Spinte dalle organizzazioni ambientaliste, alcune catene della grande distribuzione hanno superato l’allevamento dei polli in gabbia e cambiato parte delle filiere
- Sono esempi che mostrano la possibilità che la Gdo avrebbe di incidere anche su molte altre questioni ambientali legate agli allevamenti intensivi
I polli hanno zampe abnormi, il torso spelato e arrossato per il contatto con le deiezioni e delle striature bianche sulla pelle.
«Questi segni, in inglese chiamati white striping, indicano che c’è stata una crescita eccessiva in poco tempo», spiega Francesco Ceccarelli, responsabile investigazioni dell’associazione Essere Animali, che nell’arco di una decina di anni è entrato in oltre 300 allevamenti.
Nei capannoni, la notte, le luci restano accese per impedire il riposo e facilitare l’ingrasso. Tra gli animali, ce n’è uno troppo minuto per riuscire ad arrivare al distributore di acqua. Chissà come ha fatto a sopravvivere.
L’allevamento conta 100mila polli. In poche ore 30mila vengono portati via da quattro operai.
Ogni volta che riempiono una nuova cassa e la impilano sul muletto, si sente un pigolio concitato. A produrlo sono le femmine, che ingrossano più velocemente dei maschi, dopo poco più di un mese hanno superato i due chili e mezzo di peso e quindi sono già pronte per il macello. Il loro lamento finisce soltanto quando sono state tutte caricate sul camion. Nel giro di alcuni giorni, verranno trasformate in bocconcini, cosce, hamburger, oppure in una varietà di altri piatti pronti.
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Questo maxi-allevamento di polli broiler, termine col quale si intende la razza selezionata per crescere il più velocemente possibile, è uno dei 2.146 allevamenti intensivi italiani di pollame e maiali. A mapparli per la prima volta sono state IrpiMedia e AGtivist.agency, un’agenzia giornalistica inglese che indaga le attività delle grandi aziende agricole e zootecniche.
In dieci anni, il numero di queste strutture è aumentato: dal 2014 al 2023 sono stati rilasciati 546 nuovi permessi (337 di pollame, 209 di maiali), che corrispondono a nuovi maxi allevamenti oppure ad ampliamenti di allevamenti già esistenti. Tra i Paesi censiti, siamo il secondo Paese, dopo la Spagna, per nuovi permessi.
La crescita degli allevamenti intensivi in Europa
I dati mostrano la crescita della produzione zootecnica intensiva in tutta Europa e sono stati ottenuti elaborando i documenti ricevuti dalla Commissione europea da 23 Stati Ue e tramite alcune richieste di accesso agli atti.
Complessivamente, in Europa, si contano 24.087 allevamenti intensivi di pollame e suini. All’interno dell’Unione europea sono oltre ventiduemila: 11.672 di suini e 10.862 di pollame. La Spagna è di gran lunga il Paese con più allevamenti, seguita da Francia, Germania, Paesi Bassi e poi dall’Italia.
Una collaborazione internazionale
Questa inchiesta è il risultato di un progetto che ha coinvolto giornalisti di sei paesi europei e che è stato coordinato da AGtivist.agency, un’agenzia giornalistica inglese che indaga le attività delle grandi aziende agricole e zootecniche.
La pubblicazione di AGtivist.agency in inglese è disponibile qui e, inoltre, sono disponibili anche un approfondimento con le immagini satellitari degli allevamenti intensivi e una mappa interattiva con tutti gli allevamenti intensivi in Europa. Oltre ad IrpiMedia hanno pubblicato anche El Confidencial (Spagna), The Guardian (Regno Unito), Wyborcza (Polonia ), Euractiv (UE) e Corriere della sera (Italia).
In Ue, il nostro Paese è il terzo per quantità di strutture per polli e galline e il quinto per i maiali. Gli allevamenti sono considerati intensivi quando hanno più di 40mila polli allevati, più di duemila maiali da ingrasso o più di 750 maiali da riproduzione. Per questo tipo di impianti serve richiedere l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) mentre una scappatoia normativa fa sì che gli allevamenti intensivi di bovini siano attualmente esentati dall’obbligo e per questo non conteggiati qui.
Molti degli allevamenti identificati sono considerevolmente più grandi dei requisiti minimi richiesti. Per alcune aziende avicole incluse nell’inchiesta, si contano oltre 1,4 milioni di polli mentre in Spagna la struttura di suini più grande raggiunge i 30mila animali.
Gli allevamenti in Europa
L’Unione europea conta oltre 22mila allevamenti intensivi di suini e pollame . Il primato spetta alla Spagna, seguita da Francia e Germania*.
Produzione in crescita
Se si eccettua il calo durante la pandemia di Covid-19, nell’Unione europea la produzione di entrambe le carni è in aumento da oltre 20 anni.
I principali Paesi produttori
La Spagna è il principale produttore Ue di carne suina, mentre la Polonia ha il primato per quella di pollo. Qui i dati del 2024.
* I dati sul numero di allevamenti si riferiscono a tutti i Paesi membri della Ue, esclusi Malta e Slovacchia, e comprendono i soli allevamenti intensivi, ossia aziende con più di 40 mila polli allevati, più di duemila maiali da ingrasso e più di 750 maiali da riproduzione. Sono quindi esclusi gli allevamenti inferiori a queste dimensioni
IrpiMedia | Elaborazione IrpiMedia e AGtivist.agency su dati Commissione europea ed Eurostat | Creato con Flourish
La crescita degli allevamenti intensivi in Europa negli ultimi dieci anni è stata alimentata da diversi fattori interconnessi. Da un lato, la produzione di proteine animali a basso costo su larga scala è stata la risposta alla competizione internazionale, in particolare con il mercato cinese e brasiliano. Dall’altro lato, le politiche commerciali hanno consentito importazioni di mangimi a basso costo (ad esempio, la soia dal Sudamerica), mentre l’allargamento a est dell’Ue ha aperto l’accesso a terreni e manodopera più economici, come testimonia il caso polacco.
Un altro elemento da considerare è l’influenza della Pac, la Politica agricola comune dell’Ue. Alcuni critici sostengono che la crescita degli allevamenti intensivi sia stata favorita, almeno in parte, dall’attuale sistema di sussidi agricoli. Sebbene fossero stati originariamente concepiti per garantire un tenore di vita equo agli agricoltori, secondo John Hyland di Greenpeace Eu, «l’attuale assetto della Pac modella un sistema alimentare in cui gli agricoltori sono costretti ad aumentare la produzione o abbandonare l’attività».
Secondo la Commissione europea, invece, i sussidi per il settore zootecnico «incoraggiano la diversità dei sistemi di produzione in tutta l’Unione europea» e garantiscono quindi «la sicurezza alimentare e l’accessibilità economica ai cittadini», combinando «produttività, competitività e prestazioni ambientali».

Il tema della sicurezza alimentare (a volte definita anche sovranità) è stato molto cavalcato dopo l’inizio della guerra in Ucraina, sia dai governi sia dalle associazioni di categoria delle imprese agricole e di trasformazione. L’urgenza di avere un’Europa autosufficiente è stata più volte invocata per chiedere sostegni al settore, ma anche il ritiro di provvedimenti a favore dell’ambiente.
Al tempo stesso, però, l’Ue è anche una forte esportatrice di carne di maiale e di pollame, prodotta in larga parte in allevamenti intensivi. «La capacità di esportare dimostra la competitività del settore agroalimentare dell’Unione europea. Gli esportatori operano in un contesto di libero mercato e le loro prestazioni non sono il risultato di una strategia pianificata», ha dichiarato un portavoce della Commissione europea, commentando i risultati della nostra inchiesta.
Più carne di pollo per tutti
La maggioranza dei nuovi permessi rilasciati in Italia riguarda gli allevamenti di polli: 337 su oltre 540. Negli stessi dieci anni (2014-2023), la Francia ne ha concessi di più (396) e ancora di più la Polonia, con 404 autorizzazioni.
La produzione e il consumo di carne avicola sono in grande crescita, a livello nazionale ed europeo. Secondo l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ismea), la produzione europea è aumentata del 22% in dieci anni, con 13 milioni di tonnellate soltanto nel 2024. La produzione italiana, con 1.388 tonnellate, ha avuto un incremento del 4,2% sul 2023. Il consumo medio pro-capite è arrivato a 21,9 chili, il dato più alto degli ultimi dieci anni. Lo scorso anno, la carne avicola ha rappresentato il 44% del totale degli acquisti di carne degli italiani.
In Spagna record di maiali, in Francia e Polonia di polli
La Spagna, con circa quattromila maxi allevamenti industriali (il 16% di tutti quelli mappati), è la principale produttrice di carne suina d’Europa. Il costo ambientale di questo business può essere misurato con i livelli di nitrati rintracciati nelle riserve di acque sotterranee, tra le più scadenti d’Europa.
Per quanto riguarda i polli, la Francia è il Paese con il maggior numero di allevamenti intensivi (2.342) mentre la prima produttrice di carne di pollo è la Polonia. Le esportazioni raggiungono il 70% della produzione, principalmente verso Germania, Francia, Paesi Bassi e Regno Unito. L’industria avicola polacca è stata collegata a gravi epidemie di salmonella che hanno riguardato altri Paesi europei ed è stata fortemente colpita anche dall’influenza aviaria.
Tra i fattori che favoriscono l’aumento della produzione di carne bianca, secondo Eva Rigonat, veterinaria dell’Isde, Associazione italiana medici per l’ambiente, c’è l’aspetto economico: allevarla costa meno di quella rossa. Rispetto a quelli necessari per un vitello o un suino, bastano decisamente meno chili di mangime per ottenere un chilo di carne di pollo. Inoltre i polli crescono molto rapidamente e, per le normative esistenti, richiedono standard di benessere più bassi di altri animali.
Anna Carbone, docente di Economia dei mercati agroalimentari internazionali all’Universitas Mercatorum, spiega che la crescita produttiva è «senz’altro una risposta all’aumento della domanda, non solo nazionale ma anche estera». Le carni bianche sono considerate una fonte di proteine animali più sana di quelle rosse e, anche se il divario di prezzo si sta riducendo, rimangono meno costose. «Sono alla portata dei consumatori e dei nuclei colpiti dall’aumento generalizzato dei prezzi», chiarisce la docente. Inoltre, prosegue, «i cibi a base di pollo sono veloci da preparare e hanno un sapore piuttosto neutro e delicato che li fa apprezzare dai più».
Ma non è soltanto una questione economica. Le associazioni di categoria, spesso riprese da riviste on line in particolare rivolte a un pubblico femminile o sportivo, promuovono fortemente il consumo di carne avicola anche per altre ragioni. Lo fa, per esempio, il sito vivailpollo.it gestito dall’Unione nazionale filiere agroalimentari delle carni e delle uova. Il suo motto è «Buono, sano, italiano» e uno degli ultimi contenuti pubblicati si intitola Carni avicole: una scelta strategica per la nutrizione umana, la salute e la sostenibilità.
Altri siti consigliano le carni bianche per la loro elevata digeribilità, oppure nelle diete ipocaloriche per dimagrire, così come in quelle iperproteiche per mantenere o potenziare la massa muscolare.
Le conseguenze degli allevamenti intensivi
Tante sono le cause della diffusione degli allevamenti intensivi in Europa, ma tante sono anche le sue ripercussioni. «Questo modello ha molteplici conseguenze negative, economiche e ambientali», sostiene Sirpa Peitikainen, eurodeputata finlandese del Partito popolare europeo (Ppe), solitamente molto vicino agli interessi dei principali attori del settore agricolo.
Coldiretti, Confragricoltura e Unaitalia non hanno risposto alle domande di IrpiMedia prima della pubblicazione di questo articolo.
La produzione in Italia
In Italia, la tendenza produttiva dei due tipi di carni è opposta: a una decrescita della produzione di carni suine corrisponde una crescita di quelle avicole .
Pianura Padana, terra di allevamenti intensivi
Le province della Pianura Padana risultano di gran lunga quelle più densamente popolate di allevamenti intensivi, con il 90% dei 2.146 presenti sul territorio nazionale.
Il 42% degli allevamenti intensivi di suini in Italia è concentrato nelle province di Mantova, Brescia e Cremona.
Il 39% degli allevamenti intensivi di pollame si trova nelle province di Verona, Forlì-Cesena e Brescia.
IrpiMedia | Elaborazione IrpiMedia su dati Eurostat e Commissione europea | Creato con Flourish
Secondo l’European Environmental Bureau (Eeb), il settore zootecnico europeo nel suo complesso è uno delle principali fonti di inquinamento dell’aria, del suolo e delle acque, è responsabile del 12-17% delle emissioni totali di gas serra Ue, nonché un fattore chiave della perdita di biodiversità.
«Questi impatti ambientali – spiega Eeb – sono dovuti principalmente all’allevamento intensivo di bestiame e all’acquacoltura, che concentrano animali da fattoria o pesci ad alta densità in spazi ristretti, creando veri e propri hot spot inquinati».
Uno di questi è la Pianura padana. Secondo i dati elaborati da IrpiMedia, è qui che si trova il 90% di tutti gli allevamenti intensivi di polli e maiali presenti sul territorio nazionale. La concentrazione è ancora più forte se si osservano i dati provinciali: il 42% delle strutture per suini si trova nelle province di Mantova, Brescia e Cremona mentre il 39% di quelle per polli è nei territori di Verona, Forlì-Cesena e, nuovamente, Brescia.
Questi ultimi, solo all’apparenza, hanno meno impatto ambientale. Lo sostiene Silvio Franco, docente del dipartimento di Economia, ingegneria, società e impresa dell’Università della Tuscia. Franco spiega a IrpiMedia che la valutazione delle implicazioni ambientali dei tipi di allevamento dipende dall’indicatore scelto. Se ci si limita a prendere in esame le emissioni dei gas serra, molti studi sono concordi nel ritenere che l’impatto delle carni rosse sia maggiore rispetto alle bianche. Tuttavia, se si valutano gli effetti delle attività agricole confrontando l’impatto ambientale con la capacità di carico degli ecosistemi, la situazione cambia e anche il pollame risulta particolarmente problematico.
La pressione puntuale degli allevamenti avicoli è mediamente molto più elevata dato che insiste su superfici e – quindi su ecosistemi – 30 volte più piccole di quelli dei bovini, sintetizza Franco. Per esempio, prosegue il professore, l’accumulo temporaneo di pollina (il letame del pollame), oltre a creare un cattivo odore, se non gestito correttamente, può dare origine a problemi di inquinamento del suolo e delle falde acquifere.
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Un ulteriore aspetto da considerare, quando si affrontano le ripercussioni degli allevamenti intensivi sono le epidemie. Come quella di peste suina, che ha toccato anche l’Italia. O come quella di influenza aviaria che, avverte la veterinaria Rigonat, «rischia di diventare sempre più pericolosa anche per le altre specie» dato che la proliferazione in allevamenti intensivi può facilitare il “salto di specie” del virus.
Le condizioni degli allevamenti, infatti, facilitano la trasmissione delle malattie e portano ad abbattere molti animali. Tra gennaio 2024 e gennaio 2025, ci sono stati oltre 60 focolai in Italia, soprattutto tra Lombardia e Veneto, e sono stati «distrutti» più di quattro milioni di animali allevati. Un video pubblicato da Essere animali ha mostrato proprio uno di questi episodi, lo «smaltimento» di migliaia di polli, per un focolaio di aviaria, probabilmente abbattuti con la schiuma.
Del resto, la mancanza di benessere animale è un’altra delle conseguenze della zootecnia intensiva e raggiunge un livello ancora più elevato nelle strutture dove si producono uova.
Galline in gabbia e leggi ferme
All’interno del capannone, migliaia di galline ovaiole sono stipate in gabbie a sette piani, in corridoi angusti che sembrano non avere fine. Gli animali non hanno spazio, si calpestano, beccandosi. Sotto di loro, un rullo trascina via gli escrementi. Le uova che depongono dietro a dei pezzi di plastica rossa, che fungono da nido, finiscono in uno stretto supporto di metallo sotto le gabbie.
Le galline sporgono il collo per mangiare su un altro nastro trasportatore, sfregando contro le sbarre in metallo. Le creste e i bargigli sono pallidi, perché gli animali non vedono mai la luce del sole, solo quella artificiale.
Ceccarelli di Essere animali spiega che, solitamente, le galline restano chiuse negli allevamenti intensivi italiani «per un anno e mezzo o due», arrivando a «deporre fino a 600 uova». Poi, quando smettono di essere produttive, vengono uccise e il ciclo ricomincia. All’interno di alcune gabbie si osservano animali senza vita. Una gallina è in evidente stato di decomposizione, mentre le altre saltano addosso alla carcassa. Sembra morta da settimane.

Secondo un dossier della Lega anti vivisezione (Lav), oltre il 36% delle galline per la produzione di uova in Italia è ancora tenuto in gabbia. L’organizzazione denuncia anche le «condizioni inaccettabili» in cui sono costretti i polli da carne, ma il sistema di allevamento con le gabbie sembra essere il più negativo e crudele. Non solo per le galline.
Per eliminare le gabbie, nel 2020, quasi 1,4 milioni di cittadini europei avevano firmato la campagna End the Cage Age e, anche grazie alla spinta del Parlamento europeo, la Commissione Ue si era impegnata a presentare una nuova proposta legislativa per il benessere animale. A cinque anni di distanza, però, il provvedimento non è ancora arrivato. A fermarlo è stata soprattutto la pressione dell’industria zootecnica, che ha di fatto affossato l’intera strategia Farm to Fork, pensata dalla Commissione Ue nell’ambito del Green deal europeo.
Nell’attesa che a Bruxelles qualcosa si muova, le organizzazioni animaliste si impegnano a livello nazionale, con le proposte di un’etichetta per indicare i prodotti cage-free e un fondo per aiutare le aziende ad abbandonare questo sistema, di cui si è appena discusso in un convegno al Senato.
La parola ai produttori e il ruolo della Gdo
«Quando parliamo di allevamenti, non credo sia utile dividere il mondo in due fazioni, da un lato i piccoli “buoni” e dall’altro i grandi “cattivi”», dice a IrpiMedia un produttore lombardo di uova biologiche dell’Associazione italiana per l’agricoltura biologica (Aiab).
Ha 7.500 galline allevate a terra, con lo spazio esterno per razzolare, nutrite con mangimi biologici. Stima che producano circa il 10% di uova in meno di quelle degli allevamenti intensivi, ma la sua impresa riesce lo stesso a stare in piedi vendendo direttamente dallo spaccio aziendale, ai negozi biologici e con consegne a domicilio. «Ci sono dei consumatori – prosegue – che hanno standard diversi da quelli previsti dal sistema intensivo, con una maggiore attenzione al benessere animale e all’impatto sull’ambiente».
Considerato che, nel 2023, un uovo convenzionale costava 30 centesimi di euro mentre uno biologico almeno 40, sono i consumatori che vogliono e possono spendere di più. Per tutti gli altri, invece, l’unica opzione sembra andare al risparmio attraverso i canali della grande distribuzione organizzata.
«I modelli industriali sono quelli che reggono l’attuale sistema sociale e che rispondono alla necessità di chi deve pagare poco per fare la spesa», ragiona ancora l’allevatore di Aiab. Eppure, anche nel mondo della Gdo si vedono alcuni piccoli e limitati cambiamenti.
Un’aperta battaglia
Oltre alle proposte legislative, i maxi allevamenti di galline sono il bersaglio delle proteste locali di cittadini e associazioni. A Casei Gerola (Pavia), grazie alla mobilitazione della popolazione, sostenuta da associazioni come Lav e Legambiente, la Provincia ha bloccato il progetto di un allevamento intensivo di 210.000 galline ovaiole.
Eva Rigonat, veterinaria dell’Isde, ha contribuito al successo, stilando una relazione per la Provincia dopo avere ricevuto la segnalazione dei comitati locali. Nel documento ha sottolineato che l’inquinamento nella provincia di Pavia, già compromesso dagli alti livelli di ammoniaca e polveri sottili (PM10 e PM25), sarebbe stato ulteriormente penalizzato dal nuovo maxi allevamento.
«Spesso succede che i cittadini non riescano a intervenire in tempo perché si accorgono dei progetti soltanto in fase di costruzione. Invece è fondamentale controllare l’albo pretorio, lo spazio informativo nel quale vengono pubblicati gli atti – e dove restano per 15 giorni – per i quali la legge impone la pubblicazione in quanto debbono essere portati a conoscenza del pubblico».
Nonostante molti territori siano saturi, continua Rigonat, «continuiamo a ricevere richieste di consulenze per contrastare le domande di ampliamento di allevamenti e per nuovi insediamenti. Su polli e galline ormai si tratta di un’aperta battaglia». Isde è stata proprio una delle organizzazioni che, a febbraio 2024, ha depositato alla Camera la proposta di legge Oltre gli allevamenti intensivi, promossa insieme a Greenpeace,, Lipu, Terra! e Wwf. Le associazioni ambientaliste chiedono al Governo e al Parlamento di fermare l’espansione degli allevamenti intensivi, soprattutto nei territori più inquinati, ridurre il numero di animali allevati in Italia, avviare una transizione ecologica e sostenere le piccole aziende agricole.
Lav ha raccontato, per esempio, il percorso iniziato nel 2003 da Coop per non vendere più uova (e derivati) provenienti da galline allevate in gabbia. Una scelta che l’ong ha definito «fondamentale nel direzionare un cambio di paradigma nelle filiere, incidendo sulla produzione italiana». Anche Essere animali si relaziona con le principali catene di supermercati italiani, perché ritiene possano «fornire il supporto necessario alle filiere per progredire, offrendo al tempo stesso ai clienti prodotti più sostenibili a prezzi accessibili».
L’ong spinge affinché le aziende aderiscano allo European Chicken Commitment, una serie di criteri per ridurre drasticamente la sofferenza dei polli. In Italia, per ora l’hanno fatto Cortilia, Carrefour ed Eataly e Fileni, uno dei più grandi produttori italiani di carne avicola. Molte altre catene, invece, non prendono impegni e tra queste Essere Animali cita anche la stessa Coop negli ultimi anni.
Gli esempi positivi però dimostrano quanto la grande distribuzione organizzata abbia la possibilità di incidere su alcune tematiche, come il benessere animale ma, laddove ci sia la volontà di farlo, anche su molte altre questioni ambientali e sociali legate agli allevamenti intensivi.
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