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Perché interi reparti di ospedali italiani rischiano di non avere infermieri adeguati

La crisi dei reparti di dicembre all’ospedale San Raffaele di Milano spiegata in quattro passaggi. Che si possono ripetere altrove. I casi dell’ospedale di Oglio Po (Cr) e della Casa sollievo della sofferenza di San Giovanni Rotondo (Fg)

14.01.26

Francesca Cicculli
Antonia Ferri

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Salute

Tra il 5 e il 6 dicembre 2025, all’ospedale San Raffaele di Milano, un intero reparto ha smesso di funzionare. Al terzo piano del padiglione Iceberg  – il polo di medicina per le cure intensive – il personale infermieristico fornito da una cooperativa esterna, l’Auxilium Care Scarl, si è infatti rivelato inadeguato a gestire pazienti critici.

Secondo le denunce arrivate alla procura di Milano, un infermiere ha riferito di essere al suo primo turno in quel reparto, dove non aveva mai fatto affiancamento. Non sapeva dove fossero i farmaci e non era in grado di caricare gli esami sul sistema informatico.

Nelle mail interne il personale dell’ospedale parla anche di farmaci somministrati con dosaggi dieci volte superiori a quelli prescritti che hanno creato una situazione «estremamente pericolosa per i pazienti». Quella notte la direzione sanitaria ha dovuto bloccare gli accessi al reparto dal pronto soccorso e ha trasferito i pazienti altrove.

L’inchiesta in breve

  • Tra il 5 e 6 dicembre 2025, gli infermieri della cooperativa Auxilium Care che lavorano per il reparto di cure intensive dell’ospedale al San Raffaele di Milano creano una situazione definita dal personale interno «pericolosa per i pazienti». La direzione blocca gli accessi e trasferisce i malati altrove. La procura di Milano, dopo le verifiche della polizia giudiziaria, apre un’inchiesta per ora senza indagati
  • Il caos del San Raffaele è l’epilogo di una crisi spiegata da quattro passaggi: carenza cronica di infermieri, scelte aziendali che provocano dimissioni, ricorso a cooperative esterne con personale straniero senza adeguata formazione. IrpiMedia ha verificato che altri ospedali italiani si trovano in situazioni simili
  • L’Italia ha 6,9 infermieri ogni mille abitanti contro la media Ocse di 9,2. Tra 2022 e 2024, 33mila si sono cancellati dall’albo. Nell’ultimo anno in seimila hanno lasciato il Paese. La crisi dipende da stipendi bassi, carichi insostenibili, poca flessibilità, scarse possibilità di carriera
  • I grandi ospedali privati convenzionati affrontano una crisi post-Covid: hanno costi alti e margini di guadagno bassi. Per risparmiare passano dal contratto pubblico a quello privato. Il risultato è un esodo di infermieri verso strutture migliori
  • Per coprire i vuoti, gli ospedali affidano reparti a cooperative esterne, che però non garantiscono un risparmio reale. Gli infermieri delle cooperative lavorano 38 ore contro le 36 del pubblico, con 400 euro mensili in meno
  • Le cooperative cercano infermieri all’estero. Metà è arrivata in Italia con il Covid e lavora in deroga, che permette di lavorare senza iscrizione all’Ordine né verifica ministeriale dei titoli. Spesso non parlano italiano e hanno una formazione diversa, che rende difficile l’inserimento lavorativo nei reparti italiani

Francesco Galli, l’amministratore unico dell’ospedale, si è dimesso. Al suo posto è stato nominato Marco Centenari, affiancato da Alberto Zangrillo. «In qualità di amministratore – ha dichiarato Centenari in un comunicato diramato il 10 dicembre 2025 – mi sono immediatamente attivato affinché venissero adottate tutte le ulteriori misure utili a rafforzare i presidi organizzativi e di controllo e sarà mia responsabilità evitare che mai più si verifichino episodi che possano creare un minimo disagio ai nostri pazienti».

La procura di Milano, intanto, ha aperto un’indagine dopo le relazioni di Nas, squadra mobile e ispettorato del lavoro, ancora senza ipotesi di reato né indagati.

Quanto accaduto al San Raffaele rischia però di ripetersi anche altrove. Il caos di quella notte è il punto di arrivo prevedibile di una crisi che attraversa la sanità italiana, secondo una sequenza ormai consolidata: la carenza strutturale di infermieri – ne mancherebbero almeno 65mila – aggravata da scelte aziendali che spingono il personale esperto alle dimissioni; l’esternalizzazione a cooperative come soluzione d’emergenza; il ricorso a personale straniero inserito senza formazione adeguata. 

IrpiMedia ha verificato che questi quattro passaggi sono già in corso in altri ospedali italiani, pubblici e privati convenzionati, candidati a replicare il collasso del San Raffaele.

Primo passaggio: la desertificazione di una professione

Il primo passaggio riguarda tutta l’Europa che affronta una crisi della professione infermieristica. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nel 2022 ha definito la situazione una «bomba a orologeria».

Guardando all’Italia, i limiti alla spesa per il personale e l’assenza di programmazione avevano già da tempo svuotato gli organici, poi il Covid ha innescato il crollo delle iscrizioni a Scienze infermieristiche e la fuga dei professionisti in burnout verso il settore privato, la libera professione o l’estero. Secondo l’Amsi, gli infermieri hanno subito il 60 per cento delle oltre 26mila aggressioni al personale sanitario nel 2025. Meno personale significa peggioramento della qualità delle cure e turni estenuanti per chi resta, senza stipendi adeguati né carriera.

Lo stipendio medio lordo di un infermiere è di 32.400 euro l’anno, tremila euro sotto la media dei dipendenti pubblici statali (35.350 euro) e ben sotto i 39.800 della media Ocse per il personale infermieristico.

Gli stipendi medi degli infermieri nelle regioni italiane

Stipendio medio lordo annuo per regione in Italia. Il grafico mostra le differenze territoriali nei livelli retributivi, evidenziando la media nazionale e il divario tra le regioni del Centro-Nord e quelle del Sud

IrpiData | Dati: Ministero dell’Economia e delle Finanze 2022 | Creato con: Flourish

L’Italia ha 6,9 infermieri ogni mille abitanti contro la media Ocse di 9,2, secondo l’ultimo rapporto Ocse Health at a Glance 2025. Le Regioni che hanno adottato un piano di rientro – lo strumento di risanamento imposto a chi ha accumulato deficit sanitari – mostrano quasi tutte personale infermieristico sotto la media nazionale.

Rapporto infermieri/abitanti in Europa

Il grafico confronta la dotazione di personale infermieristico per 1.000 abitanti nei Paesi Ocse tra il 2013 e 2023, evidenziando differenze significative tra i Paesi e l’evoluzione nel tempo della disponibilità di infermieri

IrpiData | Dati: Rapporto Health at Glance 2025 Ocse | Creato con: Flourish

Non stupiscono i numeri dell’abbandono. Tra 2022 e 2024, oltre 33mila infermieri si sono cancellati dall’albo per pensionamenti, migrazioni, decessi e soprattutto abbandoni volontari. Nel triennio 2020-2022, 16.192 hanno lasciato spontaneamente il Servizio sanitario nazionale (Ssn) secondo la Fondazione Gimbe.

L’Amsi ha stimato che nel 2025 sono stati seimila gli infermieri — italiani o stranieri non è specificato — che hanno lasciato l’Italia, con un incremento del 33 per cento rispetto all’anno precedente.

Le Regioni più colpite dall’esodo sono quelle con i maggiori carichi assistenziali e organizzativi, dove il malessere professionale si è tradotto più spesso nella scelta di valutare opportunità fuori dall’Italia. Le più interessate sono Lazio, Lombardia, Veneto, Piemonte e Campania. La destinazione preferita per chi parte sono i Paesi del Golfo, che offrirebbero contratti migliori.

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Un trend che non viene compensato dall’ingresso di nuove leve: in Italia, i laureati in Scienze infermieristiche sono solo 17 ogni 100mila abitanti, il valore più basso tra i maggiori Paesi Ocse. Nell’anno accademico 2025-2026 le domande di accesso ai corsi di laurea sono state inferiori ai posti disponibili.

Secondo passaggio: per migliorare i bilanci si taglia sul personale

Alle cause strutturali della fuga degli infermieri dagli ospedali si aggiungono le scelte delle direzioni ospedaliere per risanare perdite ormai croniche, soprattutto nel privato convenzionato.

Tra il 2019 e il 2023 i costi operativi dei principali ospedali convenzionati italiani sono stati pari al 96 per cento dei ricavi. A queste strutture resta solo il 4 per cento di margine di guadagno.

«Ormai, il settore dei grandi gruppi privati accreditati preso nel suo complesso chiude il bilancio appena in pareggio», afferma Alberto Ricci, coordinatore dell’Osservatorio sulle aziende e il sistema sanitario italiano (Oasi) e dell’Osservatorio sanità privata accreditata (Ospa) del Centro ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale dell’università Bocconi (Cergas). Nei principali gruppi della sanità privata accreditata, i costi del personale sono stabili al 34 per cento del loro fatturato.

Tuttavia, stretti nella morsa tra i ricavi bloccati e i costi in esplosione, molti ospedali hanno individuato nel cambio di contratto, da pubblico a privato, una leva di risparmio.

Al San Raffaele «dal 2020 ci hanno imposto il contratto Aiop (Associazione italiana ospedalità privata) della sanità privata al posto di quello pubblico, con differenze retributive importanti verso il basso», spiega a IrpiMedia Margherita Napoletano, coordinatrice del sindacato Cub. «In quel reparto (nel terzo Iceberg, ndr) c’era già una carenza di organico. E invece di assumere più infermieri, si continuava a non sostituire chi si dimetteva, rendendo le condizioni di lavoro insostenibili», aggiunge. «È chiaro che gli infermieri si guardano intorno: ci sono molti concorsi pubblici aperti».

In meno di un anno, 150 infermieri su 1.350 hanno lasciato l’ospedale. Tra questi, sedici del terzo Iceberg dimessisi tra settembre e novembre 2025. Il cambio di contratto porterebbe in teoria un risparmio. Un infermiere neoassunto nel Ssn costa 24-27mila euro lordi annui, fino a 35-40mila con anzianità e turni, mentre con il contratto Aiop – scaduto da sette anni – si parte da 22-25mila euro. Differenza: 3-8mila euro l’anno a infermiere.

Per il San Raffaele, con circa 1.300 infermieri, il risparmio teorico è 3,9-10,4 milioni annui. Però, per coprire i buchi di organico, il San Raffaele affida a cooperative esterne il servizio infermieristico. Nel bilancio 2024 la voce di spesa per impiegare medici e infermieri esterni era di 56 milioni di euro. 

Fino a qualche anno fa, al contrario, molti grandi ospedali privati convenzionati applicavano il contratto pubblico per attrarre più personale. Per il decreto 502 del 1992 poi, le strutture come gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs), incluso il San Raffaele, devono adottare regolamenti equipollenti a quelli pubblici. Il motivo è duplice.

Da un lato, è una questione di accreditamento: per ricevere rimborsi dal Ssn, accedere a finanziamenti pubblici e fondi europei per la formazione, questi ospedali devono garantire standard identici al pubblico. Personale incluso. Dall’altro, è una questione di equità: se eroghi servizi pubblici come concessionario del Ssn, non puoi pagare i tuoi infermieri meno di quelli della struttura pubblica.

Il privato convenzionato viene però rimborsato dal Ssn a prestazione: più interventi e visite si eseguono e più si guadagna, ma entro i tetti di spesa stabiliti dalle Regioni, che restano fissi da anni, mentre i costi aumentano. Questo significa che, per quanto possano cercare di contenere i costi, gli ospedali privati convenzionati hanno assottigliato il loro margine di profitto, passato dal 5,4 per cento del 2019 al 3,7 per cento del 2023. Infatti i costi per beni e servizi con l’emergenza Covid sono aumentati, mentre i rimborsi del Ssn per le prestazioni eseguite da questi ospedali sono rimasti bloccati. 

Tra marzo e maggio 2020, gli ospedali privati convenzionati hanno dovuto bloccare l’attività ordinaria – ricoveri programmati, chirurgia, ambulatori – per convertire i reparti in aree Covid. Al San Raffaele l’attività chirurgica è crollata del 90 per cento, i ricoveri extraregionali del 40 per cento, con conseguenze significative sui ricavi.

A questo si aggiungono i costi dei dispositivi di protezione comprati d’urgenza a prezzi gonfiati, le assunzioni straordinarie di personale, le indennità e i premi, e il potenziamento delle terapie intensive. Infine l’inflazione sull’energia del 2022 ha dato il colpo finale. Risultato: molti ospedali vanno in pareggio o in perdita. 

Nel 2019 il Gruppo San Donato perde un milione investendo 46,5 milioni per l’ospedale Galeazzi Mind, nell’area dove nel 2015 si è svolta l’Expo di Milano. Il San Raffaele vede la perdita moltiplicarsi per sette: da 2,1 milioni (2018) a 14,4 milioni (2019). Colpa di una delibera regionale che introduce tetti di spesa retroattivi per i casi di alta complessità e per i pazienti che arrivano da fuori regione, esattamente le fonti di ricavo su cui l’Irccs basa il suo modello economico.

Nel 2020 la perdita del gruppo è di 163 milioni di euro. Il colpo principale arriva da un’operazione finanziaria, ovvero la fusione per incorporazione della società Eurocotec, che genera un disavanzo di 147 milioni. La proprietà taglia allora i costi più facili da ridurre, quelli sul personale, scegliendo il contratto Aiop, per essere «in modo da avere condizioni pari a quelle dei diretti competitor», come si legge nella nota di bilancio del 2020.

Per approfondire

Feature

Perché l’Italia ha bisogno di cercare infermieri all’estero

16.01.26
Cicculli, Ferri

I conti del biennio 2021-2022 restano in rosso (-5,5 e -13,8 milioni). Nel 2023 le operazioni finanziarie degli anni precedenti permettono di registrare un utile straordinario di 379 milioni di euro, principalmente grazie all’incasso di dividendi dalle società controllate. Viene poi perfezionata l’acquisizione della maggioranza del gruppo polacco American Heart of Poland. Nel 2024 il gruppo consolida un utile di 25,4 milioni, il San Raffaele è in attivo di 5,8 milioni di euro, ma c’è un prezzo da pagare: l’esodo di infermieri.

L’evoluzione finanziaria dal 2019 al 2024 del Gruppo San Donato e dell’Ospedale San Raffaele di Milano

2019: -1 milione € per il Gruppo San Donato a causa di un investimento di 46,5 milioni per l’ospedale Galeazzi Mind.
Il San Raffaele moltiplica la sua perdita per sette (da 2,1 a 14,4 milioni). Causa: delibera regionale che introduce tetti di spesa retroattivi sui pazienti complessi e provenienti da altre Regioni.

2020: -163 milioni € per il Gruppo San Donato
Crollo dovuto al Covid e a un’operazione finanziaria.
La fusione di Eurocotec produce disavanzo di 147 milioni. Una ristrutturazione societaria nel momento peggiore.

Taglio costi personale: passaggio a contratto Aiop per allinearsi ai competitor diretti.

2021: -5,5 milioni € per il Gruppo
Ancora in rosso. Periodo di consolidamento post-crisi.

2022: -13,8 milioni € per il Gruppo
Perdite aumentate. Ultimo anno in perdita.

2023: +379 milioni € per il San Donato
La svolta arriva dalla distribuzione dei dividendi delle aziende controllate dal Gruppo.
Espansione internazionale: acquisizione della maggioranza di American Heart of Poland.

2024: +25,4 milioni € per il Gruppo
Consolidamento della ripresa. Ritorno a stabilità economica sostenibile.
Anche il San Raffaele torna in utile (5,8 milioni), ma inizia l’esodo di infermieri.

L’evoluzione finanziaria dal 2019 al 2024 del Gruppo San Donato e dell’Ospedale San Raffaele di Milano

2019

-1 milione € per il Gruppo San Donato a causa di un investimento di 46,5 milioni per l’ospedale Galeazzi Mind.

Il San Raffaele moltiplica la sua perdita per sette (da 2,1 a 14,4 milioni). Causa: delibera regionale che introduce tetti di spesa retroattivi sui pazienti complessi e provenienti da altre Regioni.

2020

-163 milioni € per il Gruppo San Donato.
Crollo dovuto al Covid e a un’operazione finanziaria

La fusione di Eurocotec produce disavanzo di 147 milioni: una ristrutturazione societaria nel momento peggiore.

Taglio costi personale: passaggio a contratto Aiop per allinearsi ai competitor diretti.

2021

-5,5 milion € per il Gruppo San Donato.

Ancora in rosso. Periodo di consolidamento post-crisi.

2022

-13,8 milioni € per il Gruppo San Donato.

Perdite aumentate. Ultimo anno in perdita.

2023

+379 milioni € per il Gruppo San Donato.

La svolta arriva dalla distribuzione dei dividendi delle aziende controllate dal Gruppo.

Espansione internazionale: acquisizione della maggioranza di American Heart of Poland.

2024

+25,4 milioni € per il Gruppo San Donato.

Consolidamento della ripresa. Ritorno a stabilità economica sostenibile.

Anche il San Raffaele torna in utile (5,8 milioni), ma inizia l’esodo di infermieri.

«Grandi ospedali come il San Raffaele fanno più fatica a stare in equilibrio», dice Ricci. «La sanità privata accreditata ospedaliera con vocazione generalista è obiettivamente in difficoltà» perché «se per risparmiare pago il personale meno di altri, le persone giustamente vanno via», continua Ricci.

La nota di bilancio del 2020 del San Raffaele ammette infatti che l’ospedale «fatica a competere con il settore pubblico a causa del differenziale retributivo» tra il contratto Aiop e quello pubblico. Nelle relazioni sulla gestione del 2023 e del 2024, il Gruppo San Donato scrive che la «carenza del personale medico ed infermieristico ha impattato moderatamente la capacità operativa del gruppo».

Stesse difficoltà alla Casa sollievo della sofferenza di San Giovanni Rotondo (Foggia). L’ospedale gestito dalla Fondazione omonima e di proprietà del Vaticano è il più grande del Sud Italia con 900 posti letto e 2.500 dipendenti e tra il 2018 e il 2024 ha accumulato per una serie di cause concatenate un buco di quasi cento milioni di euro. 

Tra 2018 e 2024 sono infatti calati del 15,9 per cento i ricoveri mentre aumentavano i debiti verso il personale: 36,7 milioni di euro a fine 2023 per arretrati contrattuali e incentivi mai pagati. L’ospedale, inoltre, gestiva internamente attività non sanitarie – parcheggi, periodici, case per esercizi spirituali, aziende agricole – che bruciavano liquidità invece di produrla.

Per non fallire, ha dovuto ricorrere a un’operazione contabile sofisticata: l’adozione dei principi Ipsas, che ha permesso di iscrivere a bilancio il valore dell’usufrutto gratuito trentennale dell’immobile ospedaliero, valutato 97 milioni di euro. Tecnicamente il patrimonio è passato in positivo. Nella realtà serve un piano quinquennale (2024-2029) con passaggio al contratto Aiop dal marzo 2026. I sindacati denunciano opacità totale: «Senza accesso ai conti è impossibile verificare se il deficit giustifichi un cambio così drastico», dice Giuseppe Giampietro, segretario territoriale NurSind Foggia.

La Fondazione che gestisce l’ospedale opera come ente di diritto canonico vaticano e, come diverse fonti giornalistiche riportano negli anni, sarebbe tenuta a pubblicare i propri bilanci. La struttura è infatti accreditata con il Ssn e integrata nel sistema pubblico. Ma, sul suo sito, riporta documenti parziali – il piano strategico 2024-2029 e i finanziamenti pubblici ricevuti – rendendo l’accesso ai dati poco trasparente.

La previsione anche in questo caso è scontata: «Una fuga del personale sanitario, non solo verso il Nord, ma anche verso altre strutture che applicano il contratto nazionale», sostiene Giampietro. Difficilmente compensabile con nuove assunzioni, perché «le condizioni offerte dall’ospedale di San Giovanni Rotondo sono nettamente peggiori rispetto al resto del mercato, anche della stessa regione». I rischi sono concreti: «Compromissione della continuità assistenziale, ridimensionamento dell’offerta sanitaria, chiusura di reparti strategici con ricadute dirette sulla sicurezza delle cure».

Terzo passaggio: l’esternalizzazione come soluzione d’emergenza

Di fronte all’abbandono degli infermieri, la soluzione più rapida per gli ospedali diventa esternalizzare. Per contenere i costi del personale, semplificare la gestione e assicurare un numero fisso di professionisti sempre presente, le strutture affidano anche interi reparti a cooperative esterne. 

Questo meccanismo – diffuso nel privato convenzionato e nel pubblico – non richiede concorsi pubblici né lunghe selezioni e permette di tamponare la fuga senza offrire condizioni contrattuali migliori. Ma, come abbiamo visto con il caso San Raffaele, non si tratta di un risparmio per l’ospedale, quanto più di «una scelta obbligata a tappare i buchi», commenta Alberto Ricci.

All’ospedale pubblico Oglio Po, parte dell’Azienda socio-sanitaria territoriale (Asst) di Cremona, dal primo dicembre 2025 la cooperativa Società Dolce fornisce gli infermieri che gestiscono 24 posti letto del reparto di Medicina. L’Asst, infatti, può assumere solo il 40 per cento dei professionisti che servirebbero per garantire il turnover. Dalle università escono al massimo 50 nuovi infermieri all’anno e non tutti restano sul territorio. 

L’Oglio Po è un ospedale periferico nato dall’unificazione di tre altri presidi oltre trent’anni fa. È il più piccolo dell’Asst di Cremona, in una posizione geografica poco attrattiva per i lavoratori.

Anche per questo, come racconta a IrpiMedia Luca Dall’Asta, segretario generale della Fp Cgil Cremona, l’ospedale ha vissuto una «montagna russa» di chiusure e riaperture. Prima il punto nascite e la ginecologia. Poi nel 2018 una grave carenza di anestesisti (14 sui 43 necessari) ha condotto a un calo dei ricoveri in chirurgia e segnato un punto di crisi nel bilancio dell’ospedale, che ha perso, nel solo reparto, mezzo milione di euro di ricavi, determinando l’accorpamento di chirurgia e ortopedia con riduzione dei posti letto. Infine, la cardiologia ha subito trasformazioni continue per mancanza di personale. «I pochi medici e infermieri che c’erano ce li siamo fatti scappare», ammette Dall’Asta. 

Quando la fuga ha coinvolto anche il reparto di Medicina nel 2022, la soluzione dell’Asst è stata aderire al bando di gara degli Spedali Civili di Brescia. «Gli Spedali fanno una gara per affidare servizi o reparti. L’Asst si aggancia e fa suo il bando», spiega il sindacalista. Non indice quindi una gara autonoma, ma affida il servizio allo stesso ente trovato dalla struttura sanitaria di Brescia, cioè appunto la cooperativa sociale Società Dolce di Bologna. «Quando un servizio pubblico diventa terreno d’appalto, significa resa di un bene comune», commenta Dall’Asta.

A IrpiMedia l’Asst di Cremona precisa: «Noi non siamo come il San Raffaele. L’esperienza dell’Oglio Po è incomparabile. Noi non abbiamo mai lasciato infermieri delle cooperative da soli in reparto. Li abbiamo integrati nell’organico esistente, che ancora sta lavorando al loro fianco. Non hanno mai lavorato da soli, e non abbiamo mai avuto incidenti di nessun tipo». 

Al Policlinico San Pietro di Ponte San Pietro e al Policlinico San Marco di Zingonia l’unità di riabilitazione post-acuzie (50 posti letto) e la chirurgia (40 posti letto) sono affidate alla cooperativa Auxilium Scarl, la stessa protagonista della crisi del San Raffaele. Entrambi gli ospedali appartengono al Gruppo San Donato, come lo stesso San Raffaele.

«Anziché interrogarsi sulle ragioni che spingono la fuoriuscita di professionisti dalle proprie strutture, i vertici dell’azienda hanno trovato la soluzione: ci manca personale, tamponiamo con una cooperativa», commenta Andrea Bettinelli della Fp Cgil di Bergamo.

L’esternalizzazione non porta tagli significativi alle spese, ma vantaggi organizzativi. A risentirne sono invece i lavoratori. Dalle ore di lavoro, che per i lavoratori delle cooperative sono 38 alla settimana, mentre per i dipendenti pubblici 36; alle ferie, che vengono stabilite in ore nelle cooperative, 165 all’anno, mentre nel pubblico variano dai 26 ai 30 giorni per i neoassunti, a seconda se il lavoro dell’infermiere durante l’anno è spalmato su cinque o sei giorni settimanali. Nei salari la differenza è di quasi 400 euro al mese. Nel passaggio dal contratto pubblico a quello delle cooperative si crea dumping contrattuale: stesse mansioni, stipendi inferiori, meno garanzie.

Tuttavia, come già scritto, l’esternalizzazione non sempre implica un risparmio per gli ospedali. Durante il Covid, l’Asst di Cremona ha speso oltre 814mila euro in un solo anno solo per personale interinale. La Casa sollievo della sofferenza nel 2024 ha invece assunto direttamente gli Oss che prima aveva esternalizzato, proprio per risparmiare.

Quarto passaggio: il ricorso agli infermieri stranieri

L’esternalizzazione dell’intero servizio infermieristico rappresenta una caduta per gli stipendi e i conseguenti diritti dei lavoratori. A guadagnarci sono le cooperative, che ricavano profitto dai presidi del Ssn senza dotare gli infermieri di pari condizioni lavorative. Ma anche loro risentono della carenza cronica di infermieri. Con le università vuote e la migrazione verso l’estero dei professionisti italiani la manodopera scarseggia per tutti. La soluzione percorribile è quella di attrarre forza lavoro straniera.    

Secondo le stime dell’Associazione medici stranieri in Italia (Amsi), a fine 2025 le strutture sanitarie italiane hanno richiesto circa 14.400 professionisti sanitari di origine straniera. Più di 5.200 infermieri. 

Sempre secondo un’analisi dell’osservatorio, circa la metà degli infermieri stranieri che oggi lavorano in Italia – che sono 43.600 – sono professionisti in deroga: ovvero, coloro che, arrivati a partire dall’emergenza pandemica, sono stati autorizzati a esercitare la professione senza iscriversi all’Ordine professioni infermieristiche (Opi) e senza passare dalla verifica ministeriale dei titoli di studio. Sono le Regioni a svolgere il controllo dei requisiti professionali, in modo autonomo e in tempi più brevi.

Questa sospensione è stata prorogata fino al 31 dicembre 2027. Gli infermieri in deroga, però, non possono essere assunti direttamente dagli ospedali pubblici o convenzionati, perché per la partecipazione ai concorsi è necessaria l’iscrizione all’Opi. Finiscono quindi per essere assunti dalle cooperative, spesso tramite agenzie interinali.

Il secondo problema è che questi infermieri spesso non sanno la lingua, perché l’esame di italiano – obbligatorio per l’iscrizione all’ordine – è anch’esso nel limbo della deroga. 

Non sempre, inoltre, hanno la stessa formazione degli infermieri italiani. Tecnologie, monte ore di studio e pratica variano tra Stati. Infermieri provenienti dal Perù, dal Paraguay e dall’Argentina hanno testimoniato a IrpiMedia come nei loro Paesi il lavoro dell’infermiere sia per lo più amministrativo e implichi molte meno responsabilità a livello sanitario. 

Serve un affiancamento adeguato, di cui i colleghi italiani — già ridotti al minimo — sono incaricati. Non sempre riuscendo a comprendersi, data la comunicazione in due lingue diverse.

Una somma di ostacoli che se non affrontata è capace di trasformarsi in un caos come quello dei primi di dicembre al San Raffaele. Nella situazione attuale, i quattro passaggi – la carenza degli infermieri, la crisi degli ospedali, l’esternalizzazione e l’arrivo di infermieri stranieri non sempre qualificati – sono tessere di un domino in equilibrio precario. Da una parte gli ospedali indeboliti, dall’altra le cooperative che accrescono la loro presenza all’interno del Servizio sanitario nazionale.

Contattati da IrpiMedia, Auxilium Care non ha voluto rilasciare dichiarazioni finché ci sono indagini in corso. Non hanno invece risposto la cooperativa Società Dolce e la Casa sollievo della sofferenza di San Giovanni Rotondo.

Le inchieste e gli eventi di IrpiMedia sono anche su WhatsApp. Clicca qui per iscriverti e restare sempre aggiornat*. Ricordati di scegliere “Iscriviti” e di attivare le notifiche.

Crediti

Autori

Francesca Cicculli
Antonia Ferri

Editing

Lorenzo Bagnoli

Fact-checking

Lorenzo Bagnoli

Visuals

Lorenzo Bodrero

Foto di copertina

L’ospedale San Raffaele di Milano © Gabriel Bouys/Getty

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