• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale
  • Formati
    • Serie
    • Inchieste
    • Feature
    • Editoriali
  • Speciali
    • Inchiestage
    • Fotoreportage
    • Video
    • Podcast
  • Archivi
    • Archivio generale
  • IrpiMedia
    • Membership
    • SHOP
    • Newsletter
    • IrpiLeaks
    • Editoria
    • Redazione
  • Irpi
    • APS
    • SLAPP
    • Dona
  • In English
    • Investigations
    • Donate
  • Social
    • Facebook
    • Instagram
    • LinkedIn
    • Telegram
    • YouTube
IrpiMedia

IrpiMedia

Periodico indipendente di giornalismo d'inchiesta

  • Home
  • Menu
  • MyIrpi
  • Login

Perché l’Italia ha bisogno di cercare infermieri all’estero

Il personale infermieristico straniero copre le mancanze di manodopera. Carmen e gli altri sono professionisti sfruttati come ingranaggi di un sistema che perpetra l’emergenza invece che cercare soluzioni strutturali

16.01.26

Francesca Cicculli
Antonia Ferri

Argomenti correlati

Salute

«Mi sono trovata con persone veramente gentili che mi hanno supportata. Ringrazio tantissimo per l’opportunità che mi hanno dato qui in Italia», è una delle prime cose che ci dice Carmen, quando la incontriamo nella casa dove abita in affitto insieme al marito.

Carmen è un’infermiera paraguaiana ed è arrivata in Italia due anni fa. Sono parole di chi rivendica la conquista di una posizione professionale in un Paese straniero. Mano a mano che parla, però, Carmen lascia anche trasparire le difficoltà di questo percorso. Perché i professionisti sanitari come Carmen sono un ingranaggio di un meccanismo collaudato che l’Italia applica per colmare lacune di personale degli ospedali.

Come abbiamo già raccontato, l’Italia, come altri Paesi occidentali, sta affrontando una grave carenza di personale infermieristico e ha trovato una soluzione temporanea reclutando professionisti dall’estero, spesso da Paesi economicamente più fragili. Una dinamica che ricorda quella del settore agricolo: lavori faticosi, mal pagati rispetto all’impegno richiesto, che sempre meno gli italiani sono disposti a svolgere.

L’inchiesta in breve

  • All’estero ci sono infermieri che lavorano in condizioni peggiori che in Italia. Così, per risolvere la cronica mancanza di infermieri nota almeno dal 1988, si sono creati dei meccanismi ad hoc per rendere più facile farli lavorare
  • Questo sistema non cerca di risolvere il problema in modo strutturale ma si accontenta della scorciatoia più semplice. Il risultato però è che il lavoro dei professionisti stranieri non è pagato adeguatamente e crea un dumping in cui a rimetterci è il Sistema sanitario nazionale
  • Nel 2020 è stata introdotta una deroga, in vigore almeno fino al 31 dicembre 2027, che permette di lavorare in Italia senza iscrizione all’ordine professionale e le verifiche del ministero della Salute
  • Gli ospedali pubblici hanno però regole più stringenti per contrattualizzare gli infermieri, così chi gli stranieri in Italia che lavorano in deroga finiscono per essere impiegati da cooperative che hanno condizioni di lavoro peggiori
  • Il progetto Magellano è un’eccezione. Basato su accordi tra l’università dell’Insubria e atenei di Perù, Paraguay e Argentina, permette percorsi di formazione iniziale e il riconoscimento dei titoli in deroga. Tuttavia, tutti i costi, compreso il viaggio, sono a carico degli infermieri

Ma mentre l’Italia cerca disperatamente infermieri all’estero, fa poco per indagare le reali condizioni di ingaggio e di lavoro di queste persone. Professionisti come Carmen provengono da contesti dove il clientelismo rende difficile trovare un impiego stabile, dove gli stipendi sono bassi e le opportunità di crescita limitate.

«In Paraguay io lavoravo, ma mio marito no», ci spiega. «Di solito danno lavoro a tanti, ma sempre per un tempo parziale. È difficile che ci sia gente impiegata a tempo pieno. Si guadagna pochissimo».

Per venire in Italia, Carmen ha investito risorse considerevoli: «Avevo pagato 200-300 euro per i miei documenti, che per noi è molto perché il nostro stipendio arriva massimo a 450 euro. Per il viaggio ho pagato 800 euro per un volo di sola andata. Io e mio marito abbiamo dovuto attivare un prestito per fare tutto, inclusi i documenti per i miei figli che arriveranno presto qui. Lo stiamo ancora pagando».

Il fatto che esistano professionisti stranieri che lavorano in condizioni peggiori di quelle proposte dall’Italia diventa uno strumento da sfruttare per contenere il deficit cronico di infermieri. Questa risposta non risolve il problema alla radice, ma lo aggira: offre condizioni di lavoro subalterne a livello finanziario e inadeguate dal punto di vista delle tutele, accettate perché garantiscono una stabilità altrove irraggiungibile.

L’Italia beneficia di professionisti qualificati – Carmen ha lavorato undici anni in pronto soccorso e in terapia intensiva in Paraguay – che arrivano pronti a lavorare, grati per l’opportunità, disposti a rassegnarsi alle condizioni che vengono offerte loro.

Gli infermieri stranieri in Italia hanno contratti regolari e stipendi che permettono un reale miglioramento economico, tuttavia restano esposti a rischi specifici: agenzie e cooperative che lucrano sul reclutamento, episodi di discriminazione da parte di pazienti o colleghi, difficoltà nell’integrazione sociale, assenza di assicurazioni e tutele legali.

Altro che emergenza: la carenza di infermieri è storica

All’Italia mancano circa 65mila infermieri per allinearsi agli standard europei, secondo i dati della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi). La politica lo sa da tempo ma, invece che cercare risposte strutturali, da anni si accontenta di tamponare il problema, ormai diventato cronico.

Già nel 1998 il Piano sanitario nazionale evidenziava le «carenze strutturali del sistema (sanitario nazionale, ndr)», legate all’invecchiamento demografico, all’aumento delle patologie croniche e alle disparità tra Regioni. Per questo si voleva aumentare l’assistenza medica e infermieristica, anche a domicilio. La risposta fu normativa, una legge che in più di vent’anni non è mai stata cambiata.

Nel 2002, la Bossi-Fini inserisce all’interno del Testo unico sull’immigrazione una nuova categoria di lavoratori extra-comunitari che può fare ingresso in Italia al di fuori dei numeri delle quote dei decreti flussi per l’ingresso di manodopera straniera: gli «infermieri professionali assunti presso strutture sanitarie pubbliche e private».

In questo modo un numero illimitato di professionisti può entrare in Italia, in qualsiasi periodo dell’anno.

Le testimonianze raccolte da IrpiMedia confermano quanto poco sia cambiato nel frattempo. «Se paragono quello che guadagnavo là con quello che guadagno qua c’è una differenza» racconta Maria, peruviana, «però penso che il nostro lavoro valga di più». 

Carmen e Maria seguono tra i 12 e i 16 pazienti nei reparti dove sono impiegate. Nei loro Paesi, invece, si lavora con massimo otto degenti. Gli standard internazionali raccomandano un rapporto di un infermiere ogni quattro pazienti nei reparti di medicina e chirurgia, che scende a uno ogni due nelle terapie intensive. In Italia, il decreto ministeriale del 1988 prevede 17 infermieri ogni 32 posti letto nelle specialità di base, ma nella realtà i numeri sono spesso ben diversi.

È un fatto che sempre meno giovani scelgono di diventare infermieri e che molti infermieri italiani cambiano lavoro o emigrano all’estero dove trovano contratti migliori. Questa carenza peggiora ulteriormente le condizioni di lavoro. Come supplire alla mancanza di personale? La scorciatoia è cercare qualcuno che lascia delle situazioni peggiori. Sono i cittadini stranieri, quelli che lavorano alle stesse condizioni che colleghi italiani hanno rifiutato.

Sostieni IrpiMedia

Sostieni le inchieste di IrpiMedia sulla sanità pubblica

Regala MyIrpi

Regala l’adesione a MyIrpi+
e ricevi in omaggio la nostra T-shirt IrpiMedia.

Segnala

Diventa una fonte.
Con IrpiLeaks puoi comunicare con noi in sicurezza.

«Penso che chi migra una volta sia pronto a migrare di nuovo. L’esperienza ti insegna che puoi affrontare qualsiasi strada, facile o difficile. A me piace molto l’Italia e per ora non penso di andarmene, ma tutto dipende dalle opportunità future», ammette Maria.

Come rendere “sistema” l’ingresso degli infermieri stranieri

Carmen e Maria sono arrivate nel nostro Paese durante la pandemia di Covid, quando, per rispondere alla carenza di infermieri durante l’emergenza, l’allora governo decise di inserire nel decreto Cura Italia, a marzo 2020, una deroga alla normativa per l’ingresso di personale straniero qualificato.

Questo sistema permette agli infermieri stranieri, ancora oggi – e fino al 31 dicembre 2027 – di lavorare in Italia senza iscrizione all’Ordine delle professioni infermieristiche (Opi) e senza verifica dei requisiti da parte del ministero della Salute. Il sistema non è marginale: dal 2020 a ottobre 2025 sono arrivati in Italia 18.496 infermieri con il Cura Italia.

Prima della deroga, un infermiere straniero poteva lavorare in Italia dopo controlli rigorosi del ministero della Salute. Questo verificava il percorso di studi, le discipline di specializzazione e le ore di formazione sia teorica sia pratica, per garantire l’equipollenza dei titoli professionali e delle conoscenze cliniche.

L’esercizio della professione era consentito dopo il superamento dell’esame di iscrizione all’Opi, che certificava la conoscenza linguistica e le competenze professionali. L’infermiere extra-comunitario, superato l’esame, poteva essere assunto in tutti gli ospedali, pubblici e privati, così come dalle cooperative che gestiscono servizi sanitari, per intero o per singoli reparti o servizi. 

Ma il decreto Cura Italia ha agevolato l’assunzione di personale straniero posticipando, con una deroga, le verifiche dei titoli e l’iscrizione all’Opi. Risultato: da sei anni gli infermieri stranieri non hanno più l’obbligo di dimostrare le proprie competenze specifiche e la conoscenza dell’italiano.

La deroga è stata poi estesa nel tempo e si è insinuata nei provvedimenti governativi più disparati. 

Allo scadere del 2021, la Legge di Bilancio ha stabilizzato gli infermieri assunti a tempo determinato durante la pandemia – compresi quelli in deroga – «al fine di rafforzare strutturalmente i servizi sanitari regionali anche per il recupero delle liste d’attesa e di consentire la valorizzazione della professionalità acquisita».

All’inizio del 2022, l’attacco russo all’Ucraina porta un nuovo decreto emergenziale: il decreto Ucraina, che, in aiuto dei profughi ucraini in fuga dal conflitto, consente «l’esercizio temporaneo delle qualifiche professionali sanitarie […] ai professionisti cittadini residenti in Ucraina prima del 24 febbraio 2022», sia nelle strutture sanitarie pubbliche che in quelle private. Con questo decreto sono arrivati 3.264 infermieri ucraini in cinque anni.

L’inverno successivo all’inizio del conflitto in Ucraina ha determinato un periodo di rincari sui costi dell’energia. In questo contesto è nato il decreto Bollette del marzo 2023, come misura «a sostegno delle famiglie e delle imprese per l’acquisto di energia elettrica e gas naturale, nonché in materia di salute e adempimenti fiscali».

È un decreto spartiacque. In Italia, la fase più acuta dell’emergenza pandemica è terminata; in Ucraina, è finito l’esodo di massa per i profughi. La proroga sul reclutamento degli infermieri stranieri in deroga viene giustificata in un modo nuovo: «Fronteggiare la grave carenza di personale sanitario». E si estende al 31 dicembre 2025.

La terza e ultima proroga posticipa la scadenza della deroga al 31 dicembre 2027. È inserita nel testo del decreto Flussi di fine 2024 e racconta come carenza di personale e immigrazione siano legate a doppio filo. Il meccanismo della compensazione — senza personale italiano si ricorre a quello straniero — viene applicato a una professione ad alta specializzazione.

Nonostante la necessità di manodopera, nessuno dei governi che si sono succeduti è ricorso a una legge su misura da inserire nel sistema, mantenendo intatta la deroga e le sue proroghe. Tanto che le associazioni e i professionisti contattati da IrpiMedia, di fronte alla domanda su che cosa ci si debba aspettare dopo il 31 dicembre 2027, hanno risposto: «Un’altra proroga».

Con chi lavorano gli infermieri stranieri in deroga?

La deroga sta tamponando la carenza di infermieri, ma senza rafforzare il Servizio sanitario nazionale, favorendo al contrario le cooperative. Gli infermieri stranieri in deroga sono infatti l’ingranaggio fondamentale dell’esternalizzazione.

Nelle strutture pubbliche gli infermieri possono essere assunti solo tramite concorso, riservato però a chi ha i titoli riconosciuti e l’iscrizione all’Opi. Due condizioni che, come abbiamo già detto, escludono gli infermieri in deroga. L’alternativa resta il settore privato o le cooperative, cui vengono appaltati anche interi reparti di ospedali pubblici, per le ragioni già spiegate nel precedente pezzo.

Il caso Oglio Po

All’ospedale Oglio Po, dell’Azienda socio-sanitaria territoriale (Asst) di Cremona, lo scorso dicembre si è deciso di esternalizzare il reparto di Medicina. Il bando di gara è stato vinto dalla cooperativa Società Dolce. 

«Il personale che la cooperativa Dolce è riuscito a reclutare è principalmente extracomunitario, con dei titoli in deroga, con delle enormi problematiche di barriera linguistica e di conoscenza di base sia di attività infermieristica sia di farmacologia». Nell’ospedale della provincia cremonese lavorano soprattutto nordafricani (tunisini, marocchini) e alcuni dal Pakistan. 

Inizialmente era previsto un affiancamento uno a uno, dal primo al 21 dicembre, ma la situazione si è rivelata più complicata del previsto. «Io ho persone con un certo ruolo che mi scrivono che sembra di essere al pari di un affiancamento di studenti», racconta a IrpiMedia Luca Dall’Asta, segretario generale della Fp Cgil Cremona, confermando evidenti lacune nelle competenze di base.

Gli episodi raccontati dai sindacati sono preoccupanti: «Stavano per somministrare il broncovaleas per bocca, che in realtà è un farmaco da aerosol, ma poi li hanno fermati i colleghi del reparto».

Dopo la bomba scoppiata al San Raffaele – con un intero reparto di cure intensive chiuso per l’inadeguatezza degli infermieri di una cooperativa – l’Asst di Cremona è corsa ai ripari. Non riuscendo però a reperire nell’immediato altro personale, è stata costretta a ridurre i posti letto dell’area medica da 48 a 36. Ha poi imposto alla cooperativa sociale di reclutare personale italiano «con gli stessi requisiti degli altri infermieri», spiega Dall’Asta.

«Ora è evidente che se c’è un dumping contrattuale (cioè l’uso di contratti peggiori e meno tutelanti per risparmiare sui costi, ndr) assunti non ne troverà, molto probabilmente troverà personale libero professionista che però attualmente è già impegnato», osserva il sindacalista. Gli infermieri preferiranno strutture pubbliche con contratti migliori alle cooperative, oppure decideranno di aprire la partita iva e lavorare in autonomia. Quindi, alla fine, il pericolo è che si riducano ancora i posti letto in Medicina, sostengono i sindacati.

Stabilire il numero esatto dei professionisti entrati in Italia dopo il 2020 è però difficile, per l’assenza di elenchi nazionali. Alla specifica richiesta di IrpiMedia di fornire il numero di infermieri entrati in deroga, il ministero della Salute non ha dato risposta.

Secondo stime non ufficiali, elaborati dall’Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi), circa la metà dei 43.600 infermieri stranieri in Italia non è iscritta all’Opi.

Le nazionalità degli infermieri stranieri in Italia

Negli ultimi cinque anni, la crescita media annua dei professionisti stranieri nel Servizio sanitario nazionale è stata del 9,4 per cento. Nel grafico le nazionalità più rappresentate

IrpiData | Dati: Amsi, novembre 2025 | Creato con: Flourish

Uscire dal sistema della deroga può richiedere oltre un anno, per via dei ritardi burocratici nel riconoscimento dei titoli: Maria all’inizio ha lavorato in deroga, con il riconoscimento della Regione Lombardia, senza che le venisse chiesto un attestato linguistico.

Supportata da un’agenzia interinale, ha impiegato un anno per ottenere il riconoscimento, certificare l’italiano e iscriversi all’Ordine. Ha lavorato per una cooperativa che gestisce servizi di ospedali pubblici di Milano: «Dopo l’affiancamento me la sono dovuta sbrigare da sola». Negli ospedali «bisogna avere delle risposte pronte, veloci, e la comunicazione è una delle difficoltà principali», dice. E non è la sola.

Le difficoltà degli infermieri stranieri

Lucia è arrivata in Italia dall’Argentina non per bisogno, ma per desiderio di cambiare aria. «Il collega che mi ha affiancato era peruviano e le prime due settimane mi ha spiegato tutto in spagnolo. È stata un’idea geniale. So di altri da cui si aspettavano che parlassero italiano sin da subito».

Per approfondire

Inchiesta

Perché interi reparti di ospedali italiani rischiano di non avere infermieri adeguati

14.01.26
Cicculli, Ferri

Per Miguel, paraguaiano, «i primi tempi è stato difficile, più che altro per la lingua». Parla appoggiato al muro e si guarda intorno con un sorriso teso, pronto a tornare al suo turno: «All’inizio mi sono bloccato: non volevo uscire di casa per tutto lo stress che avevo, ma l’ho superato».

Il ricorso a personale straniero presuppone formazioni simili. Non è sempre vero. Gli infermieri sudamericani testimoniano che in Italia le responsabilità sono molto maggiori. Lucia si sporge sul tavolo: «Il carico di lavoro è diverso. Da noi infermieristica è un lavoro amministrativo. In Italia l’infermiere prende decisioni. In Argentina, lo fa il medico».

Gli scogli della lingua e della preparazione sono anche un carico di lavoro in eccesso sugli infermieri italiani che fanno affiancamento: «Avevo fatto un corso di base di italiano in Paraguay», racconta Carmen, «però a distanza è un po’ difficile. Per fortuna qui un collega italiano bravissimo mi ha fatto un mese e due settimane di affiancamento».

Oltre a non poter essere assunti dal servizio sanitario pubblico, gli infermieri stranieri in deroga che lavorano per cooperative o come liberi professionisti sono più vulnerabili sul piano delle tutele.

Per essere coperti da un’assicurazione, i lavoratori autonomi devono dichiarare l’iscrizione all’Opi e maturare almeno il 70 per cento dei crediti formativi del triennio precedente. Requisiti che restano disattesi per chi lavora in deroga. Senza questi, l’assicurazione non risponde.

La presidente dell’associazione Infermieri del Mondo, Rosa Melgarejo, racconta di un episodio successo a una collega reclutata in una cooperativa e mandata a lavorare in casa di riposo senza l’affiancamento sufficiente: «Quando si è trovata di fronte a un paziente in arresto cardiaco, non sapeva dove trovare l’elettrocardiografo. È un ricordo che le resterà a vita. Non è colpa sua, ma il pensiero le resterà a vita».

In situazioni simili, Melgarejo sa che tanti professionisti in deroga rischiano molto, e non sono informati sui loro diritti e sulle loro tutele mancate. Come José, che conosce da poco: «È rimasto senza parole. Non sapeva neanche cosa fosse un’assicurazione». Anche chi è grato per il proprio percorso, come Elena, conosce le difficoltà di un sistema economico al ribasso. Arrivata dalla Romania, lavora per una cooperativa da quasi vent’anni.

È iscritta all’Opi dal 2015 e per il tempo pieno di 38 ore settimanali prende 1.860 euro netti, di cui 100 di buoni pasto e con il gasolio per gli spostamenti incluso. «Non è uno stipendio adeguato», racconta insieme a una collega italiana. «Lavoriamo tutte le festività, i sabati, le domeniche, i turni di notte. Solo con le indennità per questi straordinari arriviamo a quelle cifre».

Entrambe lavorano in comunità psichiatriche, con 15 pazienti a testa. «Di notte, spesso siamo sole a presidiare». La verifica delle competenze per i nuovi assunti si svolge nei 40 giorni di prova. Per un collega erano emerse alcune problematiche, ma «c’era bisogno, e l’hanno preso».

Alla mancanza di tutele si somma il razzismo. A volte con i medici. «Alcuni non vogliono parlare direttamente con me. Succede con tutti gli stranieri che ho visto, che hanno il mio colore», racconta Miguel. Altre con i pazienti, come nel caso di Carmen: «Dovevo iniettare l’insulina. Mi sono sentita dire dal paziente: “Tu sei straniera, non conosci niente”. Mi ha tolto la penna dalle mani e si è fatto la puntura da solo».

Il progetto Magellano: un esempio di come può funzionare il reclutamento

Il reclutamento degli infermieri stranieri in Italia esprime un unico bisogno: nuova forza lavoro. Se dev’essere immigrata, la si va a cercare. Chiunque sia l’ente che lo attua, il reclutamento comincia sempre da un’offerta.  

Può essere pubblicità: «Ho saputo che c’era bisogno leggendo una locandina in ospedale», dice Anita. Oppure, può seguire un passaparola confidenziale di una bocca istituzionale: «È successo che una caposala di Buenos Aires che conoscevo mi ha raccontato che una sua cugina che lavora all’ambasciata italiana le ha parlato di un progetto ancora non confermato», rivela Lucia. 

È il progetto Magellano. Se è vero che la maggior parte degli infermieri che arriva in Italia inizia in una cooperativa, il Magellano è l’eccezione. L’accordo è tra università: da una parte, in Italia, l’università dell’Insubria di Varese, dall’altra, Lima e Asunción in Perù, Villarrica in Paraguay e Rosario in Argentina. A gestire i rapporti è il Centro Gulliver di Varese, che aderisce alle manifestazioni di interesse da parte delle aziende sanitarie. Dal 2023, l’Asst Sette Laghi di Varese, a cui si è aggiunta Pavia, richiede al Centro Gulliver infermieri qualificati.

«È l’azienda che seleziona il personale», spiegano dalla sede di Gulliver. «A noi è chiesto un lavoro introduttivo, con un mese di formazione in Italia». Il Centro Gulliver si occupa della prima fase di conoscenza e del riconoscimento dei titoli, con richiesta a Regione Lombardia, tramite deroga. Tutti i costi, compreso il viaggio, sono a carico dell’infermiere, che li ripaga attraverso una trattenuta dallo stipendio.

Dal 2023 sono arrivati circa 40 infermieri. Se il progetto Magellano appare funzionale è anche perché lavora su piccoli numeri. Ma tra i circa 20mila infermieri arrivati in deroga c’è chi non ha avuto la fortuna di incontrare realtà che si dedicassero ai loro percorsi.

Il sistema delle deroghe, unito alle lentezze ministeriali, porta chi è da solo a ingegnarsi. «Il 2027 è qui», dichiarano da Infermieri del Mondo. «Ci sono società che accelerano i tempi (per l’iscrizione all’Opi, ndr), impiegando dai quattro ai cinque mesi, ma chiedono anche 1.000-1.500 euro». 

Carmen racconta che le università del Paraguay sono piene di infermieri, al contrario delle nostre. «So di tantissime persone che vogliono venire in Italia. E so anche di persone che si stanno preparando con il corso d’italiano e i documenti». 

Il governo sa di aver bisogno di professionisti, anche immigrati. Anita si aggiusta gli occhiali. È consapevole di essere percepita come migrante. «Lo sguardo degli altri mi definisce così, e se non mi trovo bene, me ne andrò: sono venuta dal Perù, non ho paura di spostarmi ancora».

Sa che non è lei ad avere bisogno dell’Italia: «Nella mia prima settimana all’ospedale pubblico, una collega mi ha chiesto: “Ma nel tuo Paese non c’è lavoro?” Ci sono persone che non capiscono», commenta. «Non siamo noi che togliamo il lavoro a voi. Certo siamo pagati, abbiamo uno stipendio. Ma serviamo, noi serviamo al vostro Paese». 

Sette anni di proroga della deroga nata con la pandemia hanno dato tempo e spazio a singoli, agenzie e cooperative per organizzarsi e reclutare gli infermieri stranieri, visto che gli italiani, di fronte a stipendi bassi e scarse tutele hanno deciso di emigrare a loro volta o di cambiare lavoro. Il risultato è un modello che poggia su chi migra, indebolisce l’assistenza pubblica e favorisce le privatizzazioni. Un meccanismo che priva di preparazione e tutele l’infermiere straniero, grava su quello italiano e affossa la qualità della cura.

Le inchieste e gli eventi di IrpiMedia sono anche su WhatsApp. Clicca qui per iscriverti e restare sempre aggiornat*. Ricordati di scegliere “Iscriviti” e di attivare le notifiche.

Crediti

Autori

Francesca Cicculli
Antonia Ferri

Editing

Lorenzo Bagnoli

Fact-checking

Lorenzo Bagnoli

Visuals

Lorenzo Bodrero

Foto di copertina

© Andreas Solaro/Getty

Condividi su

Potresti leggere anche

#PesticidiAlLavoro
Inchiestage

«Dietro la vostra frutta, ci sono le nostre lacrime». Il gusto amaro delle banane dal Costa Rica all'Europa

26.06.24
Manisera
#EreditàDellAmianto
Inchiesta

Il rischio nascosto dell’amianto nell'acqua

24.01.24
Anziano
#ComeTiSenti
Inchiesta

Quello che i giornalisti non dicono

13.12.23
Facchini
#EreditàDellAmianto
Inchiesta

Il lascito inestinguibile dell’amianto 

23.11.22
Anziano

Logo IRPI media
Logo IRPI media

IrpiMedia è una testata registrata al Tribunale di Milano n. 13/2020.
IRPI | Investigative Reporting Project Italy | Associazione di promozione sociale | C.F. 94219220483
I contenuti di questo sito sono distribuiti con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 4.0 Internazionale.

  • Serie
  • Inchieste
  • Feature
  • Editoriali
  • Inchiestage
  • Fotoreportage
  • Video
  • Podcast
  • Newsletter
  • IrpiLeaks
  • Irpi
  • Cookie Policy
WhatsApp Facebook X Instagram LinkedIn YouTube
Gestisci consenso Cookie
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferences
The technical storage or access is necessary for the legitimate purpose of storing preferences that are not requested by the subscriber or user.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. The technical storage or access that is used exclusively for anonymous statistical purposes. Without a subpoena, voluntary compliance on the part of your Internet Service Provider, or additional records from a third party, information stored or retrieved for this purpose alone cannot usually be used to identify you.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
Gestisci opzioni Gestisci servizi Gestisci {vendor_count} fornitori Per saperne di più su questi scopi
Preferenze
{title} {title} {title}