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La corsa a ostacoli per scoprire chi ha sostenuto gli europarlamentari italiani

Dall’analisi dei finanziamenti per la campagna elettorale delle europee 2024 è emerso che almeno cinque eletti non hanno rispettato gli obblighi previsti dalla legge Spazzacorrotti. È il sintomo di un sistema che non garantisce trasparenza

#EUParty

30.04.25

Sofia Centioni
Novella Gianfranceschi

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Europa
Lobby
Politica

L’Italia è uno dei Paesi europei con le normative più stringenti riguardo al finanziamento alla politica. I canali di rendicontazione sono molteplici così come diversi sono gli organi dello Stato coinvolti nel tenere traccia dei soldi destinati alle attività politiche. Formalmente, quindi, l’Italia è un Paese dove il finanziamento ai candidati a cariche pubbliche è molto trasparente.

Nella sostanza, però, chi vuole conoscere la provenienza dei soldi destinati alle campagne elettorali deve intraprendere una complicata corsa a ostacoli fatta di richieste di accesso agli atti, telefonate, email e trascrizioni manuali di faldoni visionati in presenza.

L’inchiesta in breve

  • Nonostante la legge “Spazzacorrotti” imponga trasparenza, almeno cinque eurodeputati italiani non hanno dichiarato alla Camera le donazioni superiori ai tremila euro ricevute per la campagna elettorale del 2024, violando gli obblighi di legge
  • Scoprire le violazioni è stata una corsa a ostacoli: le dichiarazioni degli europarlamentari sono sparse tra Camera e Collegi regionali, accedervi è difficile e in alcuni casi abbiamo ricevuto solo risposte parziali dagli enti statali, a conferma che la trasparenza sul finanziamento alla politica resta più un principio che una realtà
  • Tutto questo mentre il Parlamento europeo è alle prese con il HuaweiGate, che tra gli indagati ha anche Lucia Simeone, segretaria dell’europarlamentare italiano Martusciello, che non ha mai presentato le sue dichiarazioni alla Camera. Per le ultime elezioni europee avrebbe ricevuto oltre 160mila euro di donazioni private
  • Per le associazioni che si occupano del tema, la trasparenza è ostacolata anche dalla frammentazione delle leggi sul finanziamento politico. Servirebbe una norma unica e un Registro elettronico open data per rendicontare le donazioni, accessibile a tutti con facilità

IrpiMedia, dopo mesi, ne ha completata una finalizzata a scoprire se gli europarlamentari italiani eletti a giugno 2024 hanno rispettato le leggi sulla trasparenza dei finanziamenti alla politica. Alla fine della corsa emerge che almeno cinque di loro non hanno rispettato gli obblighi previsti dalla legge anticorruzione del 2019, nota come “Spazzacorrotti”.

Susanna Ceccardi (Lega), Salvatore De Meo (Forza Italia), Marco Falcone (Forza Italia), Fulvio Martusciello (Forza Italia) e Leoluca Orlando (Alleanza Verdi e Sinistra) non hanno infatti inviato le informazioni previste sulle donazioni ricevute superiori a tremila euro.

Federico Anghelé, direttore dell’organizzazione non profit The Good Lobby Italia, ritiene ci sia una «mancanza di controlli» tale da rischiare di rendere vana l’intera normativa. L’organizzazione da tempo chiede «a partiti e candidati maggiore chiarezza e correttezza nella rendicontazione delle spese elettorali», ma anche interventi normativi per migliorare l’intero sistema.

La questione di quanto chi finanzia i rappresentanti dei cittadini in Europa sia in grado di condizionare le decisioni degli organismi dell’Unione europea è stata al centro di due recenti indagini della magistratura belga. Il primo scandalo – deflagrato nel dicembre 2022 – è il QatarGate, un caso in cui gli organi inquirenti di Bruxelles hanno individuato presunte tangenti provenienti soprattutto da Qatar e Marocco elargite allo scopo di ottenere politiche compiacenti ai due Paesi.

Il secondo – scoppiato a marzo 2025 – è il HuaweiGate, una serie di episodi in cui, secondo le autorità belghe, l’azienda di telecomunicazioni cinese Huawei avrebbe condotto attività illecite di lobby. Un dettaglio: tra gli indagati per questo presunto ultimo giro di mazzette c’è anche Lucia Simeone, segretaria dell’europarlamentare italiano Martusciello, uno dei cinque che al traguardo della nostra corsa a ostacoli è risultato non dichiarare la provenienza dei finanziamenti alla sua campagna elettorale.

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Prima tappa: la Camera dei Deputati

La prima tappa della corsa ai finanziatori della politica è stata la Camera dei deputati. La presidenza di Montecitorio è infatti l’organo presso il quale le cariche pubbliche e politiche devono dichiarare i contributi ricevuti da soggetti terzi se superano i tremila euro all’anno, anche sotto forma di servizi. L’obbligo vale anche per i membri italiani del Parlamento europeo e deve essere adempiuto entro tre mesi dalla percezione del contributo o finanziamento.

Per avere questi dati è sufficiente una richiesta alla Camera, che IrpiMedia ha fatto più volte negli ultimi mesi di lavoro per questa inchiesta. Dall’esame dell’ultima documentazione, ottenuta lo scorso 25 marzo 2025, risulta che 40 dei 76 nuovi europarlamentari spettanti all’Italia hanno dichiarato di aver ricevuto dei contributi.

La figura del mandatario elettorale

La normativa italiana, in particolare l’articolo 7 della legge 515 del 1993, n. 515, stabilisce che i candidati possono raccogliere fondi per la propria campagna elettorale solo attraverso un mandatario (un rappresentante, ndr) elettorale appositamente designato. La nomina del mandatario è obbligatoria e il suo nominativo deve essere comunicato al Collegio regionale di garanzia elettorale competente. Ne esiste uno in ogni Corte d’Appello d’Italia e il suo compito principale è proprio monitorare la regolarità delle spese elettorali.

Tutte le operazioni finanziarie devono essere effettuate tramite un unico conto corrente bancario o postale intestato esclusivamente al mandatario elettorale, con l’esplicita indicazione che egli agisce in tale veste per conto del candidato. L’assenza del mandatario o l’irregolarità nella gestione del conto comportano l’invalidità del rendiconto delle spese e possono determinare conseguenze gravi, come l’ineleggibilità o la decadenza dalla carica. Il mandatario ha, poi, il compito di rendicontare le spese alla Camera e al Collegio.

Alessandra Todde, presidente della Regione Sardegna, è al centro di un’inchiesta a seguito della segnalazione del Collegio regionale di garanzia elettorale presso la Corte d’Appello di Cagliari, che ha rilevato l’assenza di un mandatario elettorale per la campagna delle elezioni regionali del 2024. Il 3 gennaio 2025 è stata emessa un’ordinanza che ne disponeva la decadenza dalla carica da presidente della Regione. Tuttavia, il 24 aprile 2025, la procura della Repubblica di Cagliari ha richiesto l’annullamento del provvedimento, ritenendo le irregolarità di natura formale e non tali da giustificare la rimozione dall’incarico, proponendo invece l’applicazione di una sanzione pecuniaria ridotta. L’udienza decisiva è prevista per il 22 maggio 2025. Nel frattempo, Todde continua a esercitare le sue funzioni di presidente della Regione, in attesa della decisione finale.

Di questi 40, almeno due hanno mandato la documentazione in ritardo. È il caso di Mario Mantovani, politico di lungo corso che alle ultime europee è stato eletto con Fratelli d’Italia. In contemporanea, è stato ri-eletto anche sindaco della sua città natale, Arconate (Milano), dove era stato primo cittadino già per due mandati.

La sua mandataria elettorale, la nipote Lucrezia Mantovani, ha spiegato a IrpiMedia che non trovava «l’indirizzo email a cui inviare la documentazione» e, infatti, i contributi ricevuti risultano registrati dalla Camera solo a novembre, ben oltre i termini previsti dalla legge. Ancora più tardi è arrivato Ignazio Marino, ex sindaco di Roma tra il 2013 e il 2015, eletto con Alleanza Verdi e Sinistra, i cui finanziamenti figurano protocollati lo scorso marzo. Marino ha dichiarato a IrpiMedia di aver trasmesso i documenti nel mese di settembre. Il ritardo sarebbe quindi da attribuire alla Camera. Tuttavia, secondo quanto riferito dagli uffici di Montecitorio, i dati vengono protocollati non appena ricevuti.

Restano poi i 36 eurodeputati di cui non risulta alcuna documentazione in merito alle donazioni incassate per finanziare la propria campagna elettorale. Per questa mancata dichiarazione, si possono ipotizzare almeno due diverse spiegazioni:

  • non hanno mandato le dichiarazioni perché non hanno ricevuto donazioni sopra i tremila euro (o più donazioni da uno stesso donatore, che sommate superano i tremila euro)
  • hanno ricevuto donazioni sopra i tremila euro, ma non le hanno dichiarate alla Camera

Nel caso si trattasse di mancate dichiarazioni, a chi spetta il compito di verificare e, nel caso, prendere provvedimenti? La risposta non è così semplice. Secondo l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), la quale non ha responsabilità in materia di spese elettorali, «è la stessa Camera dei deputati che ha poteri di verifica su tali spese». Non è così invece secondo i funzionari di Montecitorio, i quali hanno spiegato che «non svolgono un’attività ispettiva» perché il loro mandato è «limitato alla pubblicazione e alla trasparenza». Non sanno quindi quali europarlamentari hanno realmente rispettato gli obblighi di legge e quali no.

Una posizione confermata dal Manuale elettorale per le elezioni europee 2024, pubblicazione curata dal Servizio Studi della Camera dei deputati. Il Manuale specifica infatti che «la regolarità delle dichiarazioni e dei rendiconti presentati dai candidati» debba essere «verificata dal collegio regionale di garanzia elettorale competente».

Il testo specifica che vale anche per i candidati non eletti, ma la farraginosità delle normative e la complessità delle verifiche ci ha imposto di concentrarci solo sugli eletti, senza riuscire a sbrogliare alcuni dubbi (e contraddizioni tra norme) che persistono nel caso dei soli candidati. In ogni caso, eccoci alla tappa successiva della corsa a ostacoli per la verifica dei finanziamenti agli europarlamentari eletti a giugno 2024: i Collegi regionali di garanzia.

Seconda tappa: i Collegi regionali

Milano, Venezia, Roma, Napoli e Palermo: è presso le Corti di Appello di queste cinque città che hanno sede i Collegi regionali di garanzia elettorale che si occupano delle elezioni europee, uno per ciascuna delle cinque circoscrizioni in cui sono divisi gli elettori italiani.

La legge che regola la trasmissione di questi documenti è diversa da quella che regola il passaggio di documenti alla Camera. Per gli europarlamentari eletti, prevede che entro tre mesi dalla loro proclamazione debbano inviare anche ai Collegi regionali una dichiarazione più approfondita in merito alle spese elettorali, con giustificativi che spieghino quanto, per cosa e grazie al sostegno di chi. Includono anche le donazioni inferiori ai tremila euro.

Le tante leggi che regolano il finanziamento alla politica

Le leggi che in Italia regolano il finanziamento alla politica e la sua trasparenza sono molte e sono state modificate numerose volte negli ultimi anni. Riassumendo (e semplificando) quelle legate a questa inchiesta sono fondamentalmente due. 

La prima è la Legge n. 659 del 1981 che riguarda il contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici. Su di essa, il legislatore è intervenuto più volte, l’ultima con la Legge n.3 del 2019, la cosiddetta “Spazzacorrotti”. La norma contro la corruzione toccava molti ambiti, tra i quali anche gli obblighi di rendicontazione per partiti, movimenti e candidati politici eletti nei confronti della Camera dei deputati. In particolare, prevede: l’obbligo di rendere pubblici i nomi dei donatori che contribuiscono con importi superiori a 500 euro; una rendicontazione dettagliata delle entrate e delle spese legate sia all’attività politica ordinaria sia alle campagne elettorali; la responsabilità personale degli eletti, i quali sono tenuti a trasmettere alla propria camera di appartenenza una relazione che specifichi l’origine dei fondi ricevuti e la loro destinazione. In caso di omissioni, imprecisioni o dichiarazioni false, la legge prevede l’applicazione di sanzioni, che però, come abbiamo visto, la Camera non può applicare direttamente.

Vi è poi la legge sulle campagne elettorali, la n. 515 del 1993, che dal 2012 si applica anche ai candidati italiani alle elezioni europee. È quest’ultima normativa a prevedere che i candidati (e quindi anche gli eletti) inviino la rendicontazione delle loro campagne elettorali ai Collegi regionali di garanzia elettorale competenti.

I Collegi controllano i documenti ricevuti e, se entro 180 giorni dalla loro ricezione non emergono problemi o questi non vengono contestati, la documentazione viene considerata approvata. Se invece vengono trovate irregolarità, il Collegio le comunica alla persona interessata, che ha 15 giorni per rispondere. Sono i Collegi a decidere le sanzioni. Se un candidato non presenta la dichiarazione nei tempi, la multa va da un minimo di 25.882,84 euro a un massimo di 103.291,38 euro. Se il candidato viene eletto, la violazione può anche comportare la perdita della carica.

I funzionari dei Collegi regionali di garanzia elettorale sono quindi coloro che ricevono i documenti  che permettono di verificare il rispetto degli obblighi introdotti dalla legge “Spazzacorrotti”, almeno nel periodo di campagna elettorale. Per questo motivo IrpiMedia ha cercato di ottenere la documentazione relativa a tutti gli europarlamentari che non risultano nell’elenco delle dichiarazioni fornito dalla Camera. Le risposte sono state parziali e ottenute con notevoli difficoltà.

Il Collegio di Venezia non ha mai risposto a una richiesta di accesso agli atti inviata a fine gennaio. Il Collegio di Milano dispone di personale ridotto e consente la consultazione dei fascicoli di due soli europarlamentari per volta, scelti dai funzionari del Collegio stesso, esclusivamente in presenza presso l’ufficio. Stessa cosa anche per il Collegio di Roma. Si tratta di procedimenti lunghi, che richiedono spostamenti e molte ore di lavoro. Vi è anche la possibilità di ottenere i documenti in forma digitale, per posta certificata, ma a fronte di un pagamento. Per questo, per questioni di fondi e di tempo, vi abbiamo fatto ricorso solo per un caso presso il Collegio di Napoli. Il Collegio di Palermo, invece, è stato l’unico ad aver inviato in formato pdf tutti i documenti richiesti da IrpiMedia, senza richiedere alcun versamento.

Terza tappa: la lettura (parziale) dei documenti

Ora che si sono ottenute o visionate le carte – riguardanti nel complesso undici europarlamentari – bisogna analizzarle. 

Il primo dato che emerge è che quattro degli undici europarlamentari non hanno ricevuto donazioni superiori alla soglia stabilita dalla legge (tremila euro) e, quindi, correttamente, non hanno inviato alcuna dichiarazione congiunta alla Camera. Sono Irene Tinagli (Partito Democratico), Caterina Chinnici (Forza Italia) Gaetano Pedullà (Movimento Cinque Stelle) e Giuseppe Antoci (Movimento Cinque Stelle).

«Il nostro regolamento interno prevedeva un divieto di ricevere donazioni dallo stesso soggetto superiori ai tremila euro», ha precisato Dario Destro, capo della comunicazione del movimento Cinque Stelle per il Parlamento europeo. Pedullà e Antoci hanno effettivamente rispettato questa regola, mentre non è stato possibile verificare se lo hanno fatto anche gli altri eurodeputati del Cinque Stelle per i quali non abbiamo ottenuto i documenti dai Collegi regionali. 

IrpiMedia ha contattato tutti gli europarlamentari che non erano presenti nella lista della Camera, ma ha ricevuto risposte solo da Destro, per tutti gli eletti Cinque Stelle, e, come abbiamo visto, da Mario Mantovani di Fratelli d’Italia.

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A differenza dei quattro colleghi sopra citati, Roberto Vannacci (Lega) era uno dei candidati in tutte e cinque le circoscrizioni italiane. In quella Nord-Ovest e in quella delle Isole non ha ricevuto donazioni da terzi. Per essere certi che la sua esclusione dalla lista della Camera sia corretta andrebbero visionate anche le documentazioni depositate ai Collegi regionali delle altre tre circoscrizioni, di cui però non è stato possibile recuperare i materiali. 

Il traguardo: le donazioni non dichiarate

Cinque degli undici europarlamentari di cui abbiamo ottenuto le documentazioni, invece, non hanno rispettato gli obblighi previsti dalla legge “Spazzacorrotti”, perché hanno ricevuto donazioni superiori ai tremila euro per le quali non hanno mandato la documentazione richiesta dalla Camera.

Il caso più eclatante è quello Fulvio Martusciello, europarlamentare al terzo mandato, dal 2022 capo-delegazione di Forza Italia al Parlamento europeo, rieletto alle ultime elezioni nella circoscrizione Sud con oltre 100mila preferenze. 

Dai documenti ottenuti presso il Collegio di Napoli, risulta che l’europarlamentare ha ricevuto 160.500 euro in donazioni, di cui 14 del valore superiore ai tremila euro. Tra i suoi finanziatori, con una donazione di 40mila euro, spicca La Regina di San Marzano di Antonio Romano, azienda agroalimentare specializzata nella produzione e trasformazione del pomodoro San Marzano, che già in passato aveva donato a Forza Italia. Contributi consistenti, tutti sopra i 10mila euro, sono arrivati anche da alcune imprese edili campane e dall’Associazione Costruttori Edili Napoli. 

Tutte le donazioni sono state effettuate tra il 6 maggio 2024 e l’11 giugno 2024, ma non sono presenti nell’elenco della Camera aggiornato al 25 marzo 2025, quindi ben oltre il termine di tre mesi previsto dalla legge. Martusciello, inoltre, non aveva presentato alcuna dichiarazione congiunta alla Camera nemmeno in occasione della campagna elettorale del 2019, ma non è stato possibile verificare se anche in quell’occasione l’europarlamentare abbia ricevuto delle donazioni superiori ai tremila euro poiché il Collegio regionale di garanzia elettorale di Napoli ha risposto al telefono che i documenti relativi al 2019 sarebbero stati difficili da recuperare, almeno in tempi brevi, in quanto conservati in un archivio separato dagli uffici collegiali.

Anche altri due eurodeputati di Forza Italia non hanno rispettato gli obblighi di legge. Sono Salvatore De Meo e Marco Falcone.

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De Meo è stato eletto nella circoscrizione Italia Centrale, è al suo secondo mandato a Bruxelles ed è un membro molto attivo della commissione Agricoltura del Parlamento europeo. Per l’ultima campagna elettorale, ha disposto di un budget complessivo di 60mila euro: 20mila euro da fondi propri e i restanti da donazioni. Tra queste, due superano i tremila euro e, in particolare, quella di Assomercati, l’Associazione generale del settore agroalimentare della provincia di Latina, con sede a Fondi, il comune dove De Meo è nato e del quale è stato due volte sindaco. I bonifici delle donazioni sono arrivati tra maggio e giugno 2024, ma anche in questo caso, il nome di De Meo non compare nella lista di dichiarazioni congiunte della Camera. Compariva però nel 2019, quando dichiarò tre donazioni di cui la più cospicua era anche in quel caso di Assomercati, pari a 14.500 euro.

Falcone, dopo diverse esperienze a livello regionale in Sicilia, è alla sua prima legislatura al Parlamento europeo, al quale è stato eletto con oltre 100mila preferenze. A sostenere la sua campagna elettorale, oltre 98.800 euro di contributi, di cui 12 sopra i tremila euro. Tra questi, figurano quelli di aziende e cooperative attive negli ambiti della sicurezza, dell’edilizia e della sanità, in molti casi siciliane.

Anche Susanna Ceccardi, leghista eletta per la seconda volta all’europarlamento nella circoscrizione dell’Italia centrale, non ha inviato alla Camera alcuna dichiarazione sulle donazioni ricevute. Tuttavia, ha ricevuto contributi per quasi 45mila euro. Di questi, molti sono sotto i tremila euro, ma ce ne sono anche quattro al di sopra di quella quota, di cui uno da 10mila e uno da 15mila euro, entrambi da aziende di cui una nel settore della logistica. Nella lista della Camera, si trovano invece nove donazioni relative alla campagna elettorale del 2019.

Infine, c’è Leoluca Orlando. L’ex sindaco di Palermo, che era già stato al Parlamento europeo nel 1994, è stato eletto con Alleanza Verdi e Sinistra nella circoscrizione dell’Italia insulare e ora siede nel gruppo dei Verdi. Il suo caso si distingue dagli altri perché la donazione non dichiarata alla Camera non proviene da un’azienda o da un privato, ma dal partito Europa Verde, che ha finanziato la campagna elettorale con un contributo di 15mila euro.

IrpiMedia ha chiesto spiegazioni ai cinque europarlamentari coinvolti: Falcone ha dichiarato di aver trasmesso le dichiarazioni, che quindi saranno accessibili a breve, pur risultando comunque in ritardo rispetto ai termini previsti. De Meo ha risposto che «il mandatario elettorale ha inteso che l’autocertificazione o dichiarazione congiunta per contributi volontari di importo superiore a tremila euro è dovuta solo in caso di erogazione da persona fisica», a differenza dei contributi da lui ricevuti, erogati da persona giuridica. Tuttavia, ha aggiunto che, «nell’ottica della massima trasparenza», ha incaricato il suo mandatario elettorale di «trasmettere tutta la documentazione anche alla Presidenza della Camera», come d’altra parte aveva fatto anche per la campagna del 2019, dove ugualmente aveva ricevuto donazioni da persone giuridiche.

Hanno risposto anche Fulvio Martusciello, che però ha fornito delle risposte scorrette in termini di riferimenti normativi (vedi box), e Leoluca Orlando.

«Come i documenti della Corte di appello di Palermo confermano, ho reso pubbliche tutte le entrate e le spese. Sopra i tremila euro ho ricevuto soltanto il contributo che il partito dei Verdi ha dato a tutti i capilista, come contributo alle spese complessive della lista», ha spiegato Orlando a IrpiMedia, sottolineando la differenza tra i fondi forniti da un partito al suo candidato e le donazioni di privati o imprese ai futuri europarlamentari. La legge “Spazzacorrotti” però non fa questa distinzione.

Susanna Ceccardi, invece, non ha fornito alcuna spiegazione.

La strana risposta alla richiesta di commento di Martusciello

«Perfetto, ecco una bozza di risposta formale e precisa che puoi inviare alla giornalista Novella Gianfranceschi». Con queste parole poco consone a una risposta istituzionale e che legittimano il dubbio circa un possibile “assistenza” dell’intelligenza artificiale inizia la mail inviata (e poi “ritirata”) da Fulvio Martusciello per commentare i risultati della nostra ricerca. Dopo qualche convenevole («la ringrazio per la sua comunicazione e per l’opportunità di fornire il mio punto di vista in merito all’articolo che sta predisponendo per IrpiMedia»), nell’email si legge: «L’obbligo di dichiarazione congiunta» previsto dalla “Spazzacorrotti” «si applica esclusivamente ai candidati alle elezioni politiche nazionali e ad alcune cariche pubbliche interne all’ordinamento italiano».

Questa informazione è scorretta: la “Spazzacorrotti” si applica anche agli europarlamentari eletti dall’Italia. Sembra strano che un europarlamentare al terzo mandato, capodelegazione del partito italiano che fa parte del più forte gruppo del parlamento europeo, non conosca il regolamento sui finanziamenti della politica.

Per la prossima corsa: cosa servirebbe

Sia il processo sia i risultati di questa lunga corsa tra i finanziamenti della campagna elettorale per le ultime elezioni europee confermano quanto sia disfunzionale il sistema italiano di finanziamento alla politica. E quanto la trasparenza sia più teorica che reale. 

I documenti con le informazioni più esaustive, quelli dei Collegi regionali, sono estremamente difficili da ottenere. Al contrario, i documenti della Camera, che sono i più accessibili, sono risultati incompleti. Questo anche perché tra i diversi organi dello Stato non c’è uno scambio di informazioni. «La Camera è un ente autonomo, regolato da un proprio ordinamento che ne disciplina funzioni e competenze, e non esiste una comunicazione diretta con il Collegio [regionale di garanzia elettorale]», ha spiegato a IrpiMedia un funzionario della Corte d’Appello di Roma. 

Questa situazione, secondo chi si occupa di trasparenza, è frutto anche della «frammentazione del quadro legislativo in materia di finanziamento alla politica». Lo sostiene Aiste Galinyte, coordinatrice progetti e comunicazione di Transparency International Italia. «Le leggi che oggi sono disperse andrebbero unificate in una sola norma», dice a IrpiMedia. 

Servirebbe anche una piattaforma unica dove trovare tutti i dati. È una delle richieste fatta alle istituzioni da The Good Lobby Italia, insieme ad altre organizzazioni tra cui la stessa Transparency International.

Le ong, oltre a volere un potenziamento degli organi di controllo e monitoraggio, chiedono «l’istituzione di un Registro Elettronico Unico di Open Data per i finanziamenti ricevuti dai candidati e dai partiti, oltre che per i rendiconti delle spese».

Se esistesse uno strumento di questo tipo, giornalisti, attivisti, ma anche semplici cittadini potrebbero accedere alle informazioni con velocità e facilità, senza corse e ostacoli. Certo, sarebbe un progetto non facile e probabilmente costoso. Quella del finanziamento della politica, ragiona la ricercatrice dell’Università La Sapienza di Roma Chiara Fiorelli, «è una macchina grossa e complicata», ma «le democrazie si basano anche sulla trasparenza e quindi, su di essa, bisognerebbe investire di più».

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Crediti

Autori

Sofia Centioni
Novella Gianfranceschi

Editing

Francesca Cicculli
Paolo Riva

Fact-checking

Francesca Cicculli
Paolo Riva

Foto di copertina

© Thierry Monasse/Getty

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