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Giorgia Meloni, conservatrice illiberale

La parabola della presidente del Consiglio italiana in continuo equilibrio tra illiberalismo ideologico e pragmatismo di governo

#EuropaIlliberale

10.05.24

Lorenzo Bagnoli
Paolo Riva

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«Ora parlano di togliere la dicitura “padre” e “madre” sui documenti. Perché la famiglia è un nemico, l’identità nazionale è un nemico, l’identità di genere è un nemico. Per loro tutto ciò che definisce è un nemico». 

Giorgia Meloni ha preso il palco di “Orgoglio nazionale” in piazza San Giovanni a Roma. È il 19 ottobre 2019, la manifestazione è stata convocata dalla Lega per esprimere il dissenso contro «il governo più anti-italiano di sempre».

L’esecutivo è composto da Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle, coloro che vogliono «togliere tutto quello che siamo, perché quando non avremo più un’identità e non avremo più radici, noi saremo privi di consapevolezza e incapaci di difendere i nostri diritti», dice Meloni. 

È allora che la leader di Fratelli d’Italia enuncia per la prima volta la frase iconica che segnerà la sua ascesa: «Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana. Non me lo toglierete! Non me lo toglierete!».

Io sono Giorgia è una sintesi dei valori identitari che rappresenta il partito di Meloni. «Giorgia» è la preferenza da esprimere suggerita per le elezioni europee dell’8 e 9 giugno, dove Meloni è capolista in tutta Italia per Fratelli d’Italia, in linea con la tradizione dei partiti personali cominciata da Silvio Berlusconi con Forza Italia.

L’ascesa di Giorgia Meloni al governo si porta dietro contraddizioni che potrebbero tradursi anche in Italia in quella che diversi critici prefigurano come una possibile «svolta illiberale». Critici con cui il governo Meloni ha qualche problema: da quando è in carica, la presidente del Consiglio e altri tre membri del governo hanno aperto sei diverse azioni legali contro i giornalisti del quotidiano Domani (editore l’imprenditore Carlo De Benedetti, tesserato PD) e altre quattro contro intellettuali e storici. 

Giorgia Meloni in passerella a Roma per le celebrazioni del 163simo anniversario dell’Esercito italiano il 3 maggio 2024 © Antonio Masiello/Getty

A questo clima si aggiunge la partita sulla Rai, tra la solita lottizzazione – che si ripete con ogni governo – e casi di censura. In occasione della Festa della Liberazione, il programma di Rai3 Chesarà non ha fatto andare in onda «per motivi editoriali» un monologo sul fascismo di Antonio Scurati:

«II rischio per le democrazie liberali è qui e ora», ha dichiarato in seguito lo scrittore. 

I giornalisti Rai il 6 maggio hanno indetto uno sciopero per protestare contro le ingerenze della politica sul servizio pubblico, ma il Tg1 e il Tg2 sono ugualmente andati in onda grazie al boicottaggio dello sciopero di Unirai, il “sindacato di destra” nato per la prima volta dentro la Rai come alternativa a Usigrai. Durante i notiziari dell’ora di pranzo è stato dato spazio a un comunicato dell’azienda dove Usigrai è stata accusata di promuovere «fake news» e «strumentalizzazioni politiche». 

Cosa prevede l’Ue per difendere lo Stato di diritto dalla deriva illiberale

Nell’ottobre del 2016 il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione per introdurre il Meccanismo Ue in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali. Obiettivo della risoluzione è poter «individuare precocemente eventuali minacce sistemiche allo Stato di diritto». Per “Stato di diritto” va inteso una forma di Stato che prevede bilanciamenti e limitazioni all’esercizio del potere. Senza, invece dello Stato di diritto si hanno regimi autoritari e governi illiberali. 

Due anni prima dell’introduzione del meccanismo, Viktor Orbàn aveva messo in discussione il concetto di Stato di diritto europeo impiegando per l’Ungheria la definizione di «Stato illiberale», da intendersi come uno Stato che «non nega i valori fondamentali del liberalismo, come la libertà. Però non fa di questa ideologia un elemento centrale dell’organizzazione statale, ma applica al suo posto un approccio specifico, nazionale, particolare». 

In base ai Trattati dell’Unione europea, la Commissione può aprire delle procedure di infrazione per sanzionare gli Stati membri che non rispettano gli standard europei sullo Stato di diritto la cui pena massima è l’esclusione dall’Ue. Finora non è mai successo, nonostante delle procedure d’infrazione per questo motivo siano già state aperte nei confronti di Ungheria e Polonia. 

Dal 2020 esiste un report annuale sullo Stato di diritto nell’Ue che analizza le condizioni di salute delle istituzioni dei diversi Stati membri valutando il sistema di giustizia, le procedure per la lotta alla corruzione, la pluralità dei media, i meccanismi di controbilanciamento dei poteri. 

Conservare

Alle ultime elezioni politiche italiane (fine legislatura: 2026) Fratelli d’Italia ha ottenuto il 26% dei voti, diventando il primo partito, dopo dieci anni di opposizione. È stato l’unico partito a non partecipare a nessun esecutivo durante la legislatura precedente.

Il Parlamento molto frammentato è stato tra le cause che hanno provocato l’alternarsi di tre esecutivi con maggioranze molto diverse, l’ultimo dei quali “tecnico”, con Mario Draghi come presidente del Consiglio appoggiato da tutti fuorché, appunto, Fratelli d’Italia. Che già alla campagna elettorale per le europee del 2019 diceva:

«Il voto a Fratelli d’Italia è l’unico voto utile per cambiare l’Europa e cambiare l’Italia».

Alla fine gli elettori hanno assecondato le parole di Giorgia Meloni.

Al di là del voto, però, una democrazia è definita da sistemi di bilanciamento e di limitazione del potere. Le democrazie liberali, come quella dell’Unione europea, dichiarano tra i valori fondanti la netta suddivisione dei poteri, l’attenzione alle minoranze, la garanzia della libertà per ogni individuo. Non si tratta di opinioni politiche, ma di garanzie strutturali che limitano l’influenza di un singolo partito o coalizione dopo una vittoria elettorale (specialmente oggi che, con il crescente tasso di astensionismo, a decidere sono sempre meno elettori).  

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Questi elementi che differenziano la democrazia dalla “dittatura della maggioranza” nella storia italiana sono già stati messi in discussione. Da destra, prima si è invocata la supremazia della “governabilità” sulla rappresentanza; oggi si parla di «pensiero unico» imperante, di «globalismo», di «teoria gender», per citare categorie impiegate da Meloni quando era all’opposizione. Da qui nasce il pericolo che in accademica si definisce «erosione democratica», primo passo verso le «democrazie illiberali». 

«L’illiberalismo si coniuga con tutte le posizioni che riguardano la preferenza per una società sostanzialmente chiusa. Sono atteggiamenti tipici di una fetta importante dell’elettorato italiano», commenta Gianfranco Baldini, professore di Scienze politiche all’Università di Bologna.

È una visione della società che accomuna leader non solo a destra, come evidenzia il profilo di Robert Fico.

«Questo illiberalismo – sostiene Marco Tarchi, politologo dell’Università di Firenze e uno dei massimi esperti della destra neofascista in Italia – non è sinonimo di autoritarismo, ma di conservatorismo».

La conservazione è infatti la chiave con cui Meloni vuole essere interpretata. È il concetto con cui vuole disinnescare i pericoli per la sua leadership derivanti dalla militanza in organizzazioni neofasciste. Tuttavia se vent’anni fa la distinzione tra destra liberale conservatrice ed estrema destra aveva un senso, oggi «la parola conservatore sta surrettiziamente cambiando significato», spiega Giovanni Capoccia, professore di Politica comparata all’Università di Oxford.

«C’è stato un notevole spostamento a destra dei partiti conservatori più classici come i Tory inglesi e i Repubblicani americani e questo dà un enorme spazio a persone come Meloni, Santiago Abascal (Vox, Spagna) o Jarosław Kaczynski (Diritto e Giustizia, PiS, Polonia) per presentarsi come conservatori – prosegue -. Ed è difficile dargli torto anche perché quello che fanno Tories e Repubblicani è spesso persino più a destra di loro». 

Ne è una dimostrazione il video dell’agosto 2022 con cui Meloni si rivolge ai giornalisti stranieri in inglese, francese e spagnolo. Per tranquillizzarli rispetto alla «svolta autoritaria» paventata dai media di sinistra ha indicato come partiti appartenenti alla stessa famiglia politica di Fratelli d’Italia i Repubblicani statunitensi, i Tory inglesi e il Likud, il partito di Benjamin Netanyahu, che con il suo governo rischia il processo di fronte alla Corte penale internazionale de l’Aja per il genocidio che sta commettendo a Gaza. 

L’afascismo di Meloni

Nello stesso video, per liquidare le accuse di nostalgie del regime di Mussolini, Giorgia Meloni ha aggiunto che «la destra italiana ha consegnato il fascismo alla storia ormai da decenni, condannando senza ambiguità la privazione della democrazia e le infami leggi antiebraiche».

Secondo un’analisi di gennaio 2024 di Marco Tarchi, dentro Fratelli d’Italia «oltre tre quarti dei membri degli organi direttivi, numerosi rappresentanti in Parlamento e nei consigli regionali e comunali» hanno fatto parte del Movimento sociale italiano (Msi) o della sua ala giovanile, ovvero la casa politica che ha accolto ex reduci della Repubblica di Salò, nostalgici del regime, presunti criminali di guerra. 

Costituito a dicembre del ‘46, l’Msi aveva come simbolo la fiamma tricolore, rimando al reggimento degli Arditi, le “fiamme nere” che combatterono nella Prima guerra mondiale. Gli ex Arditi furono tra i primi ad aderire al fascismo delle origini, prima del 1922. La stessa fiamma è rimasta nel logo di Alleanza Nazionale e, oggi, in quello di Fratelli d’Italia, seppur con un valore diverso:

«Meloni – spiega il professor Tarchi – è approdata all’afascismo».

Di afascismo parlano anche Nadia Urbinati – politologa – e Gabriele Pedullà – professore e critico letterario – in un intervento sul sito di Libertà e Giustizia, un’associazione che si occupa di democrazia e Costituzione. Gli autori scrivono che nella visione di Meloni «l’anti-fascismo non è il fondamento della democrazia italiana, ma “un’arma di esclusione”».

Meloni sostiene che dopo il 1948 (anno in cui è stata introdotta la Costituzione, ndr), «il posto che era dei fascisti nel ventennio è stato preso dagli antifascisti» e si pone “al di sopra” dell’antifascismo come se il dichiarato abbandono dell’ideologia fascista storica rendesse ridondante l’antifascismo:

«Se non si è “nostalgici” del fascismo non si può esserlo dell’antifascismo».

Meloni rivendica di poter essere democratica senza definirsi antifascista.

Matteo Salvini, Ministro delle infrastrutture, e Giorgia Meloni, Primo ministro, alla Camera dei deputati a marzo 2023 © Antonio Masiello/Getty

Antifascismo per Meloni equivale a comunismo, quindi la Costituzione del 1948 ha una «pregiudiziale antifascista» che Meloni vuole superare in nome dell’appianamento di ogni «contrapposizione ideologica». Urbinati e Pedullà notano che anche il fascismo predicava la «patria apolitica», dove l’ideologia era sostituita dalla fedeltà all’Italia e all’italianità, dove chi è contro è un traditore, non un oppositore politico. 

Lo scontro sul passato si è ripetuto anche lo scorso 25 aprile. Incalzata dai giornalisti sulla sua reticenza nel definirsi antifascista, Meloni ha riproposto la sua visione:

«Quello che avevo da dire sul fascismo l’ho detto cento volte e non ritengo di doverlo ulteriormente ripetere, così voi potrete continuare a riempire i titoli dei vostri giornali sostenendo che sono una pericolosa fascista».

Il lancio internazionale

L’operazione per trasformare Fratelli d’Italia in un partito punto di riferimento per i conservatori internazionali comincia con l’opposizione del 2019 al governo del Movimento Cinque Stelle con la Lega, all’epoca il partito astro nascente della destra italiana. 

A marzo di quell’anno i sondaggi assegnavano a Giorgia Meloni un misero 4% dei consensi eppure la presidente del partito è stata invitata a parlare a Washington DC al Conservative Political Action Conference (CPAC), la convention internazionale dei conservatori organizzata ogni anno dall’American Conservative Union. Lei e non Salvini: esserci significa entrare nel mondo dei conservatori che contano. 

#DisegnoNero
Serie

Come si evolve la destra d’Europa

Aggiornata il: 27 Maggio 2022

Meloni comincia così a crearsi una dimensione internazionale. E il consenso per il suo partito inizia a crescere, lentamente ma con costanza. Alle europee del 2019 prende poco più del 6% dei voti italiani, ma già nel settembre 2020 i sondaggi danno il partito al 15%. È un altro momento cruciale dell’ascesa meloniana: in quel mese, infatti, viene eletta presidente del Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei (Ecr).

Secondo i ricercatori Gianfranco Baldini, Filippo Tronconi e Davide Angelucci, le ragioni del successo di Fratelli d’Italia sono legate a «caratteristiche populiste, vicinanza a leader e partiti illiberali in Europa e un mix di elementi organizzativi e culturali provenienti dalla tradizione post-fascista italiana, il tutto associato a un rebranding ideologico verso la famiglia dei partiti della destra radicale populista», scrivono in un saggio uscito a gennaio 2023. 

Ha contato molto anche la figura di Meloni, il suo presentarsi come underdog e come donna nuova della politica italiana, a dispetto della sua storia. La leader di FdI, infatti, è stata parlamentare per la prima volta a soli 29 anni e a 31 anni è diventata il ministro più giovane della storia della Repubblica italiana. Era il 2008 e Meloni era titolare del Ministero della gioventù per il suo partito di allora, Alleanza Nazionale, che governava in una coalizione guidata da Silvio Berlusconi.

Il pericolo illiberale nella riforma della Costituzione

A un anno e mezzo dall’insediamento del governo Meloni, i sondaggi sulle opinioni degli italiani – come spesso accade – indicano un Paese diviso in due in merito al giudizio sul suo governo e sulla sua leadership, con Fratelli d’Italia che rimane saldamente il primo partito. Il consenso dà una base a Meloni per spingere sulle riforme – anche istituzionali – che ha in programma. 

«L’Italia sta indubbiamente attraversando un periodo critico per la tenuta delle sue istituzioni – scrive in un saggio in inglese il ricercatore dell’Università di Birmingham Davide Vampa -. Questo potrebbe in ultima analisi porre le basi sociali, politiche e culturali per un processo di “arretramento democratico” con il pieno trionfo di idee e pratiche illiberali».

Nascono da questo assunto i timori di chi critica la riforma costituzionale promossa dal Fratelli d’Italia già nel 2018, il cui testo, approvato dalla Commissione Affari costituzionali del Senato con alcune modifiche, intende introdurre il cosiddetto “premierato”. Non è la prima volta che in Italia si propone una riforma che vada in questa direzione, ma due punti fanno temere per una possibile erosione democratica. 

Il primo è il consistente premio di maggioranza previsto dalla proposta di legge. Provvedimenti di questo tipo, in passato, sono stati già criticati dalla Corte costituzionale italiana e, andando ancora più indietro nel tempo, ricordano la Legge Acerbo, la legge elettorale voluta da Mussolini nel 1923 impiegata solo alle elezioni del 1924 per garantire al partito fascista una forte maggioranza parlamentare.

«L’attuale proposta della Meloni fa ora eco alla Legge Acerbo, in quanto il leader italiano vuole assegnare automaticamente al partito con la più alta percentuale di voti una quota del 55% dei seggi in Parlamento», hanno scritto Michael Meyer-Resende e Nino Tsereteli del Democracy Reporting International, un’ong di base a Berlino.

Questo problema diventa ancora più marcato se si pensa al tasso di astensione crescente, dove l’ultima elezione ha votato poco più del 60% degli aventi diritto.

Affluenza in calo

Rapporto percentuale tra il numero di votanti e di aventi diritto. Valori medi tra Camera e Senato

Il secondo punto è il ridimensionamento dei poteri del presidente della Repubblica. 

«Un'elezione diretta del presidente del Consiglio, la cui carica durerebbe cinque anni, potrebbe ridimensionare l’utilizzo costante di questi ulteriori poteri», ha spiegato Ignazio La Russa, uno dei fondatori di Fratelli d’Italia che oggi è presidente del Senato (la seconda carica dello Stato) riferendosi alla possibilità per il Quirinale di nominare un governo tecnico.

Del resto, FdI è sempre stata all’opposizione dei governi tecnici e vuole evitarli in futuro. A maggior ragione se il Presidente della Repubblica critica il governo. 

I richiami del Colle sono stati palesi lo scorso febbraio, dopo le manganellate inferte dalle forze di polizia a un gruppo di studenti universitari colpevoli di aver condotto una manifestazione pro Palestina non autorizzata a Pisa.

Il presidente Sergio Mattarella ha diffuso una nota in cui afferma di aver «fatto presente al ministro dell'Interno, trovandone condivisione, che l'autorevolezza delle Forze dell'Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento». 

Nei giorni successivi, Meloni ha commentato l’irrituale presa di posizione del presidente Mattarella dicendo che «se ci sono degli errori, delle responsabilità, degli abusi chiaramente si devono sanzionare», ma anche che è «molto pericoloso togliere il sostegno delle istituzioni» alle forze dell’ordine.

In molti commentatori hanno letto questa frase come una critica alle precedenti dichiarazioni di Mattarella. 

La migrazione, arma «globalista»

«L'immigrazione - scrive Meloni nel libro Io sono Giorgia - è uno strumento dei mondialisti per scardinare le appartenenze nazionali, per creare un miscuglio indistinto di culture, per avere un mondo tutto uguale e, possibilmente, tutto fatto di gente debole». 

Sulla base di queste idee, prima delle elezioni, Fratelli d’Italia ha promosso il blocco navale per fermare le partenze verso l’Italia e ha accusato il filantropo nemico di Viktor Orbàn, George Soros, di sostenere «in tutto il mondo l’immigrazione di massa e il disegno di sostituzione etnica». Strategia di cui «l’Ue è complice», scriveva Meloni nel 2017. 

Dopo la vittoria elettorale, queste posizioni si sono concretizzate in alcuni provvedimenti di stampo illiberale per restringere l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, in un controverso accordo tra Italia e Albania per sbarcare un certo numero di migranti direttamente sul territorio di Tirana e in un’accelerazione delle politiche di esternalizzazione delle frontiere Ue a discapito dei diritti umani, soprattutto in Tunisia. 

Meloni ha spinto per l’adozione di un Memorandum d'intesa tra l’Unione europea e il governo autoritario della Tunisia, divenuto il principale Paese di partenza dei migranti. L’accordo è stato siglato il 16 luglio 2023 a Tunisi, alla presenza della stessa presidente del Consiglio che, nei primi 18 mesi di governo, si è recata in Tunisia ben quattro volte.  

Durante una di queste, pochi giorni prima della firma dell’accordo, Meloni ha incontrato Kais Saied, l’autoritario presidente tunisino, insieme al primo ministro olandese Mark Rutte, e alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.

Mark Rutte (Paesi Bassi), Ursula von der Leyen (Commissione europea), Kais Saied (Tunisia) e Giorgia Meloni a Tunisi per la firma del Memorandum of understanding tra Tunisia e Unione europea a luglio 2023 © Anadolu/Getty

Nelle dichiarazioni per la stampa, cui però non è stato permesso di entrare in sala né di fare domande, la presidente del Consiglio italiana ha rivendicato il ruolo avuto nel dialogo con Tunisi e si è rivolta in maniera molto amichevole a Rutte e von der Leyen, chiamandoli per nome e mostrando un’intesa per molti impensabile prima dell’elezione di Meloni.  

Semplicemente Giorgia

«Per ora, la Meloni sembra aver trovato una formula vincente, basata sulla moderazione e sulla “responsabilità” nei rapporti con gli Stati Uniti e l'Unione europea e sul radicalismo nelle questioni identitarie», hanno scritto gli esperti di destre radicali Davide Vampa e Daniele Albertazzi su Agenda Publica.

Una formula vincente che secondo il saggista Hans Kundnani, dimostra «la compatibilità tra l'estrema destra e l'Unione europea».

Di certo nell’ultima legislatura europea Fratelli d’Italia ha votato sette volte su dieci come i partiti della maggioranza di Ursula von der Leyen su temi di politica esteri e di bilancio; l’intesa si è notata anche sulla migrazione. 

Tuttavia «sui temi identitari e socioculturali, come ad esempio le politiche di genere, Fratelli d’Italia si trova più raramente tra i gruppi di maggioranza - scrivono Edoardo Bressanelli e Margherita de Candia su Il Mulino -. Anche su temi che hanno a che fare con il processo di integrazione europea, in particolare sul rispetto dei valori dell’Unione e lo Stato di diritto, Fratelli d’Italia abbraccia spesso una posizione più dura, a supporto degli alleati del partito polacco Diritto e giustizia e dell’Ungheria». 

Giorgia Meloni e Viktor Orban al Demographic Summit di Budapest (Ungheria) a settembre 2023 © Attila Kisbenedek/Getty

Il gruppo Ecr è un pendolo che oscilla tra destra-destra e centro: da una parte Viktor Orbán, che ha manifestato l’intenzione di farne parte dopo il voto di giugno; dall’altra la presidente uscente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, candidata del Partito popolare europeo (Ppe) per un altro mandato alla guida dell’esecutivo europeo.

Meloni, sostiene Tarchi, all’interno di questo schieramento «ambisce a contare». Non è chiaro se grazie al ruolo di federatrice delle destre radicali e conservatrici oppure nel ruolo di pontiere tra il Partito popolare europeo e alcuni dei partiti alla sua destra. 

La convergenza tra i vertici dell’Unione europea e l’Ecr guidato da Meloni si confermerà ed evolverà anche nella prossima legislatura europea?

Se lo chiede anche un’osservatrice interessata, che conosce Meloni da vent'anni: Marine Le Pen, la storica leader del Rassemblement National (RN, ex Front National). RN è un alleato della Lega nell’eurogruppo Identità e Democrazia (ID), che è considerato ancora più a destra di ECR. Meloni alle ultime presidenziali francesi ha dichiarato di sostenere Éric Zemmour e non Le Pen: nonostante idee comuni, le due leader si sono distanziate negli anni.

Lo scorso marzo, per un evento in vista delle elezioni, Le Pen ha mandato un videomessaggio in cui ha chiesto direttamente a «Giorgia» se sosterrà o no un secondo mandato di von der Leyen. «Io credo di sì». ID, invece, non ha alcuna intenzione di farlo. «Dovete la verità agli italiani, dovete dire cosa farete», ha concluso Le Pen.

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Alcuni giorni dopo la presidente del Consiglio ne ha parlato nello studio di Porta a porta, senza però rispondere ai dubbi di Le Pen:

«Con von der Leyen ho costruito una collaborazione perché era doveroso farlo. Le elezioni poi sono un'altra cosa». «L'obiettivo - ha aggiunto - è portare il modello italiano in Europa con una maggioranza di centrodestra con al centro i conservatori, che possono essere l'ago della bilancia».

Giorgia - la donna, la madre, l’italiana, la cristiana, la presidente del Consiglio del governo più a destra dell’Italia repubblicana - non ha ancora detto che cosa vuole fare. L’identità è chiara, il progetto politico - soprattutto in Europa - non ancora.

[Questo articolo è l’adattamento in italiano di quello uscito con Follow The Money in inglese e in olandese]

Crediti

Autori

Lorenzo Bagnoli
Paolo Riva

Editing

Giulio Rubino

In partnership con

Follow The Money

Foto di copertina

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