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La grande ambizione tradita

Dopo sei anni di tentativi, all’inizio del suo secondo mandato von der Leyen si è arresa di fronte alla narrazione industriale: mantenere alta la competitività rispettando stringenti regole ambientali non è possibile, i conti non tornano, si rischia di chiudere

07.03.25

Carlotta Indiano

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Cambiamento climatico
Europa
Lobby

Il Green Deal europeo è passato in sei anni da man on the moon a goodbye moonman, che – per gli amanti della serie animata Rick and Morty – è una scorreggia spaziale che ha come scopo ultimo quello di sterminare l’umanità sulla Terra. 

Il 20 febbraio 2024, 73 leader aziendali di 17 settori hanno presentato la Dichiarazione di Anversa per un accordo industriale europeo alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen – ormai alla fine del suo primo mandato – e all’allora primo ministro belga Alexander De Croo. 

Il documento richiedeva un patto europeo industriale «per integrare il Green Deal dell’Ue e salvaguardare posti di lavoro di qualità in Europa».

La richiesta del comparto industriale europeo denunciava la peggiore recessione economica degli ultimi dieci anni, reclamando più investimenti e un accesso semplificato ai fondi per la transizione dell’Europa per ricostruire la competitività delle aziende. Un anno dopo, il 26 febbraio 2025, von der Leyen è tornata ad Anversa per presentare una nuova proposta politica che accoglie in pieno le richieste dell’industria.

Questa comprende il Clean Industry Deal, il Piano d’azione per l’energia a prezzi accessibili e la prima parte del regolamento Omnibus che modifica due direttive cardine sulla finanza verde: la Corporate sustainability reporting directive (Csrd) e la Corporate sustainability due diligence (Csddd). 

Di fronte a 300 leader del comparto industriale europeo la Presidente ha dichiarato: «L’anno scorso ho ascoltato. Oggi torno per consegnare».

Dopo sei anni di tentativi, all’inizio del suo secondo mandato von der Leyen si è arresa di fronte alla narrazione industriale: mantenere alta la competitività rispettando stringenti regole ambientali non è possibile, i conti non tornano, si rischia di chiudere. Dopotutto, scrive la Commissione, «le industrie hanno alimentato la crescita economica e sostenuto il nostro modello sociale. Ora hanno bisogno di un futuro promettente e l’Europa, con i suoi numerosi punti di forza, è il posto giusto».

La crescita economica però non risolve la crisi climatica: le imprese da sole non decarbonizzano i loro processi produttivi perché il loro scopo, all’interno dell’attuale modello economico, è quello di fare profitti.

Pressata dalle richieste dell’industria, dalle minacce dei conflitti ai nostri confini e da un’incapacità politica di tenere saldi alcuni dei principi stabiliti con il Green Deal, la Commissione europea sembra dunque più preoccupata di rafforzare la base industriale europea piuttosto che mantenere alte le ambizioni ambientali e climatiche del continente. La prima grande iniziativa dal rinnovo del mandato von der Leyen è stata infatti battezzata Bussola della competitività, sulla base del famoso rapporto sulla competitività europea stilato da Draghi a settembre 2024. 

Con questo passo da granchio, la Commissione ha sempre di più considerato strategiche e dunque finanziabili da fondi pubblici le tecnologie a basse emissioni (low-carbon technology) come nucleare e cattura e stoccaggio della Co2 che necessitano di grandi iniezioni di denaro e hanno scarse possibilità di successo, ma che consentono alle grosse imprese di restare in vita. Lo abbiamo raccontato in Un affare di stato, un approfondimento sul rinascimento nucleare in Europa. 

Il documento politico presentato il 26 febbraio sembra dunque solo il punto di arrivo di una meditata strategia che mira a rimodulare al ribasso le vecchie priorità annunciate nel Green Deal attraverso una deregolamentazione e una semplificazione delle procedure per le imprese. 

Il Clean Industrial Deal vuole favorire due settori chiave: le industrie ad alta intensità energetica e il settore delle tecnologie verdi.

Gli obiettivi di decarbonizzazione rimangono nella teoria quelli del Green Deal: 90% di emissioni in meno entro il 2040, la necessità di ridurre i costi energetici per i consumatori, frenare la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, accelerando sull’elettrificazione dei consumi (+32% entro il 2030) e aumentando la generazione elettrica da fonti domestiche (100 GW di energia pulita installati all’anno negli Stati membri) eppure le modalità per raggiungere questi traguardi sono lasciate alla scelte delle industrie, alle loro volontarie dichiarazioni di sostenibilità, e a una distribuzione dei costi finanziari richiesti dalla transizione sui consumatori. 

Nel Piano d’azione per l’Energia adottato all’interno del Clean Industrial Deal ci si spinge oltre in nome della sicurezza energetica: la Commissione promette infatti di valutare la possibilità di concedere prestiti favorevoli per finanziare progetti di gas naturale liquefatto (gnl) all’estero con lo scopo di porre un freno alla volatilità dei prezzi. Eppure, mette in guardia l’Institute for Energy Economics and Financial analysis, è stato proprio l’aumento delle importazioni di gnl nell’Ue che dal 2022 ha contribuito alla volatilità dei prezzi, ai costi elevati e alla vulnerabilità alle fluttuazioni del mercato globale.

La domanda di gas europea è infatti in calo, come abbiamo raccontato nell’inchiesta sul rigassificatore di Piombino, un’infrastruttura inutile pensata per il trasporto del gnl.  

Chi garantisce il rischio finanziario

Il Clean Industrial Deal mette in campo una serie di strumenti finanziari che spostano soldi pubblici verso le imprese.

Il messaggio è chiaro: se proprio dobbiamo decarbonizzare, che siano i cittadini a pagare. A partire dalla creazione di una banca per la decarbonizzazione la Commissione propone di mobilitare oltre 100 miliardi di euro di fondi pubblici per sostenere la produzione di energia pulita in Europa e stimolare così altri 50 miliardi da investitori privati.

Pur concedendo loro sostegno finanziario in tutti i modi possibili però, la Commissione non richiede alle imprese vincoli di decarbonizzazione o clausole di recupero in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi. 

In sostanza, l’Ue vuole fornire delle garanzie finanziarie agli investitori privati, come banche e fondi, per ridurre i loro rischi e incoraggiare gli investimenti, anche per quei settori dove il risultato non è garantito come il nucleare e la cattura e lo stoccaggio della Co2. Uno strumento pensato dalla Commissione è il progetto Unione dei risparmi e degli investimenti che riallocherebbe i risparmi dei cittadini verso le imprese private, spostando di fatto i rischi finanziari sul pubblico, limitando il controllo democratico e consentendo alle istituzioni finanziarie di stabilire i termini della transizione industriale europea.

Fuori da Bruxelles, questa narrazione industriale è già smentita. Secondo una recente analisi di Friends of the Earth Europe e SOMO le principali aziende europee nei settori chiave della transizione energetica hanno già un accesso sostanziale al capitale ma lo distribuiscono tra i loro azionisti invece di investire in attività verdi. A sua volta l’ultimo studio di Carbon Market Watch prodotto insieme a Wwf denuncia come le industrie pesanti che rientrano nel sistema di scambio delle emissioni (Ets) abbiano ricevuto dei veri e propri permessi per inquinare gratuitamente.

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In particolare circa il 40% del bilancio 2020-2022 del Fondo europeo per l’innovazione è finito in progetti di cattura e stoccaggio di Co2: più di 2,5 miliardi di euro su 6,4. 

Crescita e decarbonizzazione

Il problema di fondo di questa “carta bianca” data alle industrie in nome della competitività è che, nonostante le dichiarazioni di intenti, lasciato a sé stesso il modello economico attuale non produce nessun cambiamento strutturale verso la sostenibilità, non aspira a una diminuzione dei consumi o alla ridistribuzione economica.

I regolamenti che accompagnavano i piani di investimento dell’Unione europea per il Green Deal servivano proprio a dare direzione alla crescita e sostanza alle dichiarazioni di intenti delle aziende. La scarsa forza politica delle istituzioni europee, la pressione delle lobby e la paura derivante dall’instabilità dei nostri tempi sembrano aver riportato tutti alla “fede” nei vecchi modelli economici, senza nessuno spazio per guardare a delle alternative.

Secondo alcune organizzazioni ambientaliste, tra cui l’European Environmental Bureau, per affrontare le sfide poste dalla decarbonizzazione dovremmo concentrarci invece su un modello economico di post-crescita. Per alcuni teorici, infatti, la stagnazione della crescita della produttività in Europa negli ultimi decenni può essere in gran parte attribuita alla crescente finanziarizzazione dell’economia a partire dagli anni ’70 e alle politiche fiscali improntate all’austerità.

Allo stesso tempo, i rigidi vincoli di bilancio hanno portato a una cronica mancanza di investimenti in infrastrutture e servizi pubblici critici, tra cui la sanità, l’istruzione, i trasporti, la ricerca e l’innovazione.

Il concetto di crescita della produttività inoltre presenta chiari limiti di giustizia sociale che possono essere superati solo orientando le politiche industriali e macroeconomiche alla ridistribuzione piuttosto che al rafforzamento dei profitti.

Pacchetto Omnibus: esternalizzare il danno, rinnegare la colpa 

Il Clean Industrial Deal rimane per ora una roadmap politica che verrà finalizzata attraverso gli atti e le direttive che la Commissione dovrà scrivere nei prossimi mesi: c’è ancora un certo margine di manovra per non mollare tutto nelle mani del comparto industriale.

Per ora la Commissione ha messo un freno a tutta la regolamentazione che riguarda la finanza verde, la tassonomia, e ha rimosso ogni forma di due diligence per le aziende. 

Nel 2022 IrpiMedia raccontava ne L’Illusione verde le insidie della normativa sugli investimenti Esg e sulla tassonomia verde: dall’analisi dei fondi europei che rispondevano alle più stringenti politiche sulla sostenibilità emergeva che, nonostante le regole, quasi la metà investiva nell’industria fossile o nelle compagnie aeree. Alcuni operatori di settore nutrivano però la speranza, data anche dalle discussioni in seno alla Commissione europea, che si stessero lentamente raggiungendo concreti risultati per la tutela ambientale e sociale nel campo della finanza verde. 

La Commissione stava infatti studiando due normative da integrare al Piano di azione per la finanza sostenibile. La prima è la Corporate sustainability reporting directive (Csrd), che impone che le informazioni sulla sostenibilità debbano essere trattate con lo stesso grado di rigore delle altre informazioni finanziarie. Le modifiche di oggi della Commissione però prevedono che l’80% delle aziende sarà escluso dall’applicazione della Csrd. L’altra direttiva è la Corporate sustainability due diligence directive (Csddd), che avrebbe dovuto obbligare non solo i grossi gruppi finanziari, come le banche e le società di assicurazione, ma tutta la filiera ad adattarsi ai principi dei diritti umani.

Una norma che abbiamo definito nel 2022 «rivoluzionaria» perché avrebbe coperto tutta la catena produttiva tutelando anche quei territori e quei lavoratori in Paesi dove la regolamentazione è meno stringente di quella europea. Entrata in vigore a maggio 2024, l’applicazione della direttiva verrà ulteriormente ritardata dalle modifiche in corso.

«Hanno cambiato poche parole ma moltissima sostanza», spiega a IrpiMedia Andrea Baranes, presidente di Fondazione Finanza Etica.

Sulla due diligence obbligatoria per le imprese la Commissione propone infatti di fermarsi ai fornitori diretti e di non guardare tutta la catena di approvvigionamento a meno che non vi siano gravi denunce da parte di ong, delegando di fatto il controllo delle industrie europee a enti terzi.

«Se per esempio un’impresa tessile italiana ordinasse una partita di magliette da un grossista e a sua volta il grossista le commissionasse a un’azienda in Bangladesh o qualunque altro Paese del mondo che viola i diritti umani, l’impresa italiana sarebbe tenuta a fare due diligence solo sul grossista e non sul produttore», spiega Baranes.  

La Csddd rappresentava davvero un salto sulla luna per le filiere produttive: permetteva alle vittime di sfruttamento che lavorano per imprese occidentali nei Paesi del Sud del mondo e che subiscono violazioni dei diritti umani di citare in causa le multinazionali direttamente alla casa madre, in Europa, e sarebbe stata una Corte europea a giudicare queste violazioni.

La Commissione ha però proposto di eliminare l’overriding principale, cioè la precedenza della legge europea, per cui la normativa comunitaria non può essere più applicata a una violazione che avviene in un Paese terzo, ma si lascia decidere al giudice dello Stato membro di appartenenza dell’impresa se far valere la legge locale o la legge europea. Ciò comporta da un lato che le multinazionali potranno scegliere in Europa in quale Stato membro far ricadere la propria giurisdizione, optando per la normativa più compiacente, dall’altro che i giudici dovranno fare un sforzo di interpretazione se vorranno far valere la legge di un Paese terzo.

«Immaginiamo un giudice italiano, e a seguire un pubblico ministero, un avvocato che devono valutare il comportamento di un’impresa in Bangladesh interpretando la normativa locale attraverso documenti tradotti, dove anche una sola virgola comporta l’annullamento della procedura», spiega Baranes. 

Ma non è finita qui, perché rispetto alla normativa originale si propone un monitoraggio quinquennale dei risultati raggiunti e non più su base annua. «I piani di transizione rimangono così lettera morta», afferma contrariato il Presidente di Fondazione Finanza Etica.  

Altra questione riguarda la tassonomia verde, già oggetto delle lobby industriali europee come abbiamo raccontato ne Il compromesso politico sulla tassonomia europea, i cui atti delegati verranno di nuovo sottoposti a consultazione pubblica. La Commissione punta a una modifica al ribasso del principio do not significant harm, principio che stabilisce che un’attività può essere considerata sostenibile e quindi rientrare nella lista di attività verdi solo se non arreca danno significativo ai sei obiettivi della tassonomia: adattamento al cambiamento climatico, protezione delle risorse idriche e marine, transizione verso un’economia circolare, prevenzione e controllo dell’inquinamento e protezione della biodiversità. 

Per comprendere quanto profondo sia stato il cambiamento nell’approccio dell’Unione europea basti pensare che nella versione originale la direttiva sulla due diligence aziendale era considerata una floor directive, ovvero la normativa minima che tutti gli Stati membri avrebbero dovuto adottare. Nella proposta di modifica si è passati a considerarla una ceiling directive, cioè il massimo a cui aspirare. Di fronte a tali cambiamenti la grande ambizione del Green Deal sembra una luna sempre più lontana.  

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Crediti

Autori

Carlotta Indiano

Editing

Giulio Rubino

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