• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale
  • Formati
    • Serie
    • Inchieste
    • Feature
    • Editoriali
  • Speciali
    • Inchiestage
    • Fotoreportage
    • Video
    • Podcast
  • Archivi
    • Archivio generale
  • IrpiMedia
    • Membership
    • SHOP
    • Newsletter
    • IrpiLeaks
    • Editoria
    • Redazione
  • Irpi
    • APS
    • SLAPP
    • Dona
  • In English
    • Investigations
    • Donate
  • Social
    • Facebook
    • Instagram
    • LinkedIn
    • Telegram
    • YouTube
IrpiMedia

IrpiMedia

Periodico indipendente di giornalismo d'inchiesta

  • Home
  • Menu
  • MyIrpi
  • Login
irpi media

Ex-Ilva sotto inchiesta per manipolazione dei dati sulle emissioni di CO₂

Un’inchiesta della procura di Taranto fa luce su possibili manipolazioni dei dati sulle emissioni di CO₂ dichiarati da Acciaierie d’Italia per l’ex-Ilva. L’ipotesi è di truffa ai danni dello Stato

01.10.25

Francesca Cicculli
Carlotta Indiano

Argomenti correlati

Industria
Inquinamento
Truffe

È incerto il futuro dell’ex-Ilva, uno dei più importanti gruppi siderurgici d’Europa, che in Italia possiede sette stabilimenti. Gestito dallo Stato italiano in amministrazione straordinaria attraverso la società Acciaierie d’Italia Spa (AdI Spa), l’ex-Ilva nei piani del governo dovrebbe essere venduta a qualche gruppo privato. Finora le trattative per la cessione sono state disastrose e i giornali di questi giorni riportano il rischio “spezzatino”, ovvero la vendita separata degli asset.

C’è un altro problema, però, che incombe sul principale stabilimento del gruppo, l’acciaieria di Taranto, la più grande d’Europa. Si tratta dell’ennesimo caso giudiziario, aperto con le ipotesi di reato di truffa ai danni dello Stato e della comunità europea.

L’inchiesta in breve

  • La procura di Taranto ha aperto un fascicolo per truffa ai danni dello Stato e della comunità europea contro i vertici di Acciaierie d’Italia (AdI) per presunte falsificazioni nei documenti che servono per ottenere contributi economici europei legati al quantitativo di anidride carbonica emesso da un impianto in atmosfera 
  • Il Sistema per lo scambio delle quote di emissione (Ets) ha l’obiettivo di decarbonizzare le industrie europee e mantenere invariata la loro produzione. Il meccanismo di calcolo si basa su autocertificazioni validate da enti terzi. La verifica non può andare oltre la coerenza dei dati
  • Nell’indagine, condotta dalla guardia di finanza di Bari, sono emerse delle discrepanze tra i dati riportati da Acciaierie d’Italia nel 2022: le emissioni riportate nel registro europeo non coincidono con quelle inserite nel Rapporto di sostenibilità. A questo si aggiunge il valore economico assegnato in bilancio alle materie prime da bruciare rimaste in magazzino, definito rimanenza: tra il 2021 e il 2022 passa da 436 a 296 milioni di euro senza alcuna spiegazione 
  • Secondo l’ipotesi della procura, quest’operazione contabile avrebbe permesso alla società di accantonare indebitamente milioni di euro in un momento di difficoltà economica. Se confermata, sarebbe la dimostrazione di come un sistema che dovrebbe premiare le imprese più virtuose finisce per essere abusato dalle più inquinanti

Secondo la procura di Taranto, i vertici della società avrebbero manipolato i dati su consumi e giacenze di materie prime, falsificato le emissioni di anidride carbonica (CO₂) e accantonato indebitamente in bilancio centinaia di milioni.

L’Unione Europea dal 2005 ha tra i suoi pilastri delle proprie politiche climatiche il Sistema per lo scambio delle quote di emissione (in inglese European Union Emissions Trading System, in sigla Eu Ets), un meccanismo che dovrebbe contribuire a contenere le emissioni di anidride carbonica delle industrie. Falsificando i dati comunicati all’Ue, Acciaierie d’Italia avrebbe ottenuto un risparmio di spesa e maggiori guadagni sul mercato Ets. Tra gli indagati: l’amministratrice delegata Lucia Morselli e il suo segretario Carlo Kruger; Vincenzo Dimastromatteo e Alessandro Labile, direttori dello stabilimento; i procuratori speciali di AdI Francesco Alterio, Adolfo Buffo e Paolo Fietta, e ancora Antonio Mura, direttore delle finanze; Felice Sassi, dipendente AdI, e Sabina Zani, consulente di PricewaterhouseCoopers.

La timeline degli eventi

Il caso di Taranto mette a nudo i limiti dell’Ets, un meccanismo che può essere piegato a operazioni contabili e manipolazioni industriali e che rischia di trasformarsi, come sospettano gli inquirenti, da strumento di transizione ecologica a fonte di profitti illeciti. 

Scoprire la truffa è complicato perché i controlli sono frammentati. Nell’Ets l’azienda comunica i propri dati, un ente verificatore indipendente li valida, e poi li invia al ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase). I dati indicano quanta CO₂ è stata emessa in base alle materie prime consumate. Nei bilanci aziendali la quantità fisica di materia prima in magazzino si chiama giacenza, mentre il suo valore economico si chiama rimanenza. Secondo la procura di Taranto, AdI avrebbe manipolato entrambe nel bilancio 2022, per far quadrare i conti con le emissioni dichiarate al ministero.

Il problema è che emissioni, giacenze e rimanenze sono collegate tra loro, ma compaiono in documenti diversi e sono controllate da soggetti diversi. Il validatore indipendente controlla che le giacenze e i consumi siano coerenti con le emissioni dichiarate, basandosi su autodichiarazioni dell’azienda e documenti firmati da società esterne. Non guarda invece né le rimanenze né i bilanci, dove i dati sono relativamente facili da alterare, perché si basano su valutazioni interne delle società.

Quanto vale l’anidride carbonica

L’Ets è stato lanciato con un duplice obiettivo: decarbonizzare le industrie europee mantenendo invariata la loro produzione. Per emettere meno, quindi, l’Unione Europea chiede alle sue aziende non di produrre meno, ma di modificare il loro processo produttivo, diventando più efficienti e pulite, rinunciando alle fonti di energia più inquinanti e convertendo i propri impianti. 

L’Ets ha attraversato quattro fasi di implementazione. Nella quarta fase, che va dal 2021 al 2030, il funzionamento principale si basa sul principio del Cap and trade: è stato fissato un tetto massimo (cap) alle emissioni complessive consentite per gli impianti partecipanti al sistema (chiamati gestori). Ogni anno le aziende devono detenere una quota per ogni tonnellata di CO₂ che possono emettere. Una parte delle quote viene concessa gratuitamente, il restante fabbisogno va acquistato tramite aste pubbliche.

Le quote Ets devono essere poi restituite all’autorità nazionale competente in misura pari alle tonnellate effettive di CO₂ emesse nell’anno precedente. Se le emissioni di un’azienda non hanno superato il tetto massimo assegnato, l’impresa avrà disponibilità di quote da vendere (trade) sul mercato. Viceversa, se l’azienda avrà emesso oltre il tetto massimo assegnato, l’impresa dovrà reperire le quote mancanti acquistandole.

L’obiettivo è incentivare le aziende a ridurre le loro emissioni mantenendo gli stessi livelli di produzione, poiché possono risparmiare denaro vendendo i loro crediti (quote) inutilizzati, ma devono spendere di più se superano il limite. 

Newsroom, il podcast settimanale di IrpiMedia

Gli episodi di Newsroom sono disponibili sul canale Spotify di IrpiMedia.

Ogni quota ha un suo prezzo. Nella fase iniziale del sistema Ets, una tonnellata di anidride carbonica aveva un valore di circa sette euro; al momento della pubblicazione di questo articolo, il prezzo è di 76 euro.

Il costo della CO₂ è determinato sia dal mercato che dalle politiche climatiche: più sono stringenti, più le aziende saranno costrette a ridurre le proprie emissioni e di conseguenza detenere un permesso a inquinare, cioè una quota, sarà costoso. Con l’aumento del valore delle quote, la CO₂ è diventata un asset finanziario da conservare per tutti gli operatori di mercato.

Per evitare che le industrie più inquinanti d’Europa – le cosiddette hard to abate (difficili da decarbonizzare)  – dirottassero la propria produzione verso Paesi con legislazioni ambientali meno rigide, la Commissione ha deciso di fornire loro una garanzia economica. Senza aiuto, queste aziende avrebbero subito costi troppo elevati per rimanere competitive in Europa, perdendo la loro capacità produttiva.

Per sessanta settori a rischio delocalizzazione, tra cui le acciaierie, tutte le quote sono quindi concesse gratuitamente, all’interno del tetto massimo consentito. Aziende come l’ex-Ilva hanno quindi un vantaggio economico iniziale, perché non devono spendere soldi per acquistare i crediti. Nel 2024, per esempio, l’ex-Ilva ha ricevuto 5.497.354 quote gratuite per un valore di circa 417 milioni a un prezzo di 76 euro per tonnellata. 

La quantità di crediti assegnati gratuitamente è ottenuta moltiplicando il fattore di emissione per il livello di attività. Il primo è la quantità di CO₂ emessa per unità di consumo di carburante o materia prima utilizzata. Ogni prodotto siderurgico o processo produttivo ha un proprio fattore di emissione, calcolato in base al ciclo produttivo specifico e alle materie prime consumate, per riflettere in modo accurato la quantità di CO₂ emessa per unità di prodotto. Questo dovrebbe consentire un’assegnazione più precisa delle quote Ets e incentivare l’uso di tecnologie meno emissive.

La newsletter  quindicinale  sul meglio del giornalismo di inchiesta internazionale

Iscriviti

Il livello di attività, invece, è la quantità di materia prima lavorata o prodotto finito ottenuto dall’impianto (per esempio le tonnellate di acciaio) in un determinato periodo. Si calcola principalmente la media aritmetica dell’attività storica dell’impianto su più anni.

In generale, ogni azienda dovrebbe mantenere stabile il livello di attività riducendo le proprie emissioni.

Ogni gestore può decidere come calcolare le emissioni, ma la procedura – il cosiddetto piano di monitoraggio – deve essere approvata dall’autorità competente che, nel caso dell’Italia, è il comitato Ets, creato all’interno del ministero del Mase. 

I dati raccolti dall’azienda ogni anno, incluse le emissioni di CO₂ registrate, devono essere poi validati da un verificatore indipendente, scelto dal gestore stesso da una lista di società accreditate. Nel caso dell’impianto tarantino si tratta dell’Istituto italiano di garanzia della qualità (Igq), organismo di certificazione fondato nel 1985 che ha lo status giuridico di associazione senza scopo di lucro riconosciuta dal ministero delle Imprese e del made in Italy (Mimit).

Le emissioni verificate vengono poi utilizzate per stabilire quante quote spettano alla singola azienda. L’autorità competente riporta i dati sulle emissioni in un registro unico Ue: una banca dati online, simile a un internet banking in cui ogni gestore deve aprire un conto. Il registro tiene traccia anche di tutte le quote di emissione di gas serra assegnate, trasferite, acquistate, vendute e restituite nell’ambito dell’Ets. Da un’analisi del registro emerge che i dati non sono aggiornati ogni anno. Per l’impianto di Taranto, l’ultimo dato risale al 2023.   

Emissioni al ribasso

È una storia di manomissioni e omissioni quella su cui da più di un anno indaga il Nucleo di polizia economico finanziaria della guardia di finanza di Bari, incaricato delle indagini dalla procura di Taranto.

Nel 2022, AdI Spa si trova in una crisi di liquidità. Durante l’anno ha già venduto le quote assegnate gratuitamente e si ritrova con una passività di 2,5 milioni di euro. L’amministrazione, consapevole che il fondo rischi non basterà a coprire i debiti, cerca di ridurre l’ammontare delle quote da restituire per contenere i costi.

Secondo la guardia di finanza di Bari, l’azienda avrebbe quindi dichiarato un numero di emissioni inferiore a quello reale e questo le avrebbe consentito un «risparmio di spesa» per il 2022, cioè ha evitato un costo che altrimenti avrebbe dovuto sostenere.

Le incongruenze emergono dal confronto tra i report di sostenibilità, che illustrano le emissioni degli stabilimenti, e i dati comunicati al registro unico dell’Ets. Il sistema europeo richiede alle imprese di comunicare le emissioni dirette (Scope 1) per calcolare l’assegnazione delle quote gratuite.

Fino al 2021, AdI Spa riportava nei suoi bilanci di sostenibilità i dati distinti tra emissioni dirette e indirette (Scope 2), consentendo così un controllo di coerenza con il registro unico. Nel bilancio 2022, però, l’azienda modifica senza spiegazioni il metodo di rendicontazione: le emissioni dirette e indirette riferite a ogni stabilimento vengono sommate. La guardia di finanza infatti rileva una differenza tra i dati segnati nel report interno di Acciaierie e quelli riportati nel registro europeo: nel primo l’azienda dichiara 5.525.253 di tonnellate di CO₂, nel secondo sono riportate invece 4.703.125 di tonnellate.

Le allowances in allocation sono le quote di emissioni di anidride carbonica concesse ad AdI dall’Unione Europea. Le verified emission sono le emissioni verificate inviate da AdI all’Ue. le surrendered units sono le quote di emissioni restituite all’autorità competente italiana.

Come si può notare dai dati, il Rapporto di sostenibilità 2021 di AdI Spa per lo stabilimento di Taranto riporta le stesse emissioni dirette del registro europeo: 5.246.390 tonnellate.

Per il 2022, invece, c’è una discrepanza dei dati: il Rapporto di sostenibilità di AdI Spa riporta emissioni dirette pari a 5.525.253 tonnellate di anidride carbonica mentre il registro ne riporta 4.703.125 tonnellate. A differenza del Rapporto di sostenibilità del 2021, in quello del 2022 le emissioni Scope 1 (dirette, utili per il calcolo delle quote di emissioni gratuite da concedere all’azienda) e quelle Scope 2 (indirette, inutili per il calcolo) sono aggregate.

Incontrollabili

Il sistema Ets premia le aziende che riescono a mantenere invariate la produzione emettendo meno inquinanti. Ma, secondo la guardia di finanza, dichiarando minori emissioni nel 2022, AdI Spa avrebbe incassato un vantaggio indebito: per il 2023 si sarebbe assicurata 6.429.669 tonnellate di quote, dal valore complessivo di oltre 516 milioni di euro, «un valore superiore a quelle realmente spettanti, in aumento e in controtendenza rispetto al calo dei livelli di produzione».

Per gli inquirenti, in linea con il funzionamento del sistema Ets, la forte riduzione nell’uso di materie prime e quindi le minori emissioni dichiarate nel 2022 non possono essere compatibili con un livello di produttività rimasto invariato, soprattutto considerando che gli impianti dello stabilimento di Taranto dell’ex-Ilva non hanno subito miglioramenti rispetto all’anno precedente, quando erano state impiegate quantità di materie prime più elevate.

La finanza sta ancora indagando su come Acciaierie avrebbe manomesso i dati sulle emissioni. Qualche indizio è emerso dalle intercettazioni di Alessandro Labile, Antonio Mura e Lucia Morselli, dirigenti di AdI Spa, i quali ammettono di voler «aggiustare il tiro del fattore di emissione» o «calibrare l’utilizzo di materie prime» per non perdere «crediti». La frase più significativa è quella di Lucia Morselli, l’amministratrice delegata, dove afferma che i consumi «sono manipolati per poter avere le quote CO₂. Sono finti». IrpiMedia si era già occupata di Morselli in un’altra inchiesta, quella sulla web reputation agency Eliminalia.

Indagini anche per inquinamento e disastro ambientale

L’indagine sulla presunta frode relativa al mercato dell’Ets è un troncone di un unico filone di indagine che riguarda anche l’aumento delle emissioni di benzene, un gas altamente cancerogeno, riscontrato dall’Agenzia per la prevenzione e la protezione ambientale pugliese (Arpa) dal 2019. Per l’eccesso di benzene i pm indagano per disastro ambientale, inquinamento e associazione a delinquere e parlano di un vero e proprio «disegno criminoso».

Secondo gli inquirenti la mancata manutenzione delle tubature e dei filtri dei reparti produttivi dell’impianto tarantino avrebbe provocato un progressivo deterioramento delle strutture e, di conseguenza, un peggioramento della qualità dell’aria. Dal 2019 in particolare, l’Arpa Puglia ha registrato alcuni valori di concentrazione di benzene al di sopra delle soglie di esposizione sicure per la salute umana. La correlazione tra l’esposizione al gas cancerogeno e la mancata manutenzione è confermata da alcune ispezioni effettuate dall’Asl di Taranto tra il 2023 e il 2024, che fotografano una situazione poco sicura soprattutto per i lavoratori.

Secondo la procura di Taranto, Acciaierie sarebbe quindi riuscita a frodare il sistema Ets «dichiarando falsi quantitativi di consumi e giacenze di materie prime, di prodotti finiti e semilavorati, alterando così il fattore di emissione e il livello di attività», i due dati che permettono di calcolare le quote gratuite spettanti all’azienda (per fattore di emissione la guardia di finanza intende il metodo di calcolo delle anidride carbonica emessa). 

Gli indagati dalla Procura di Taranto

Francesco Alterio

In qualità di procuratore speciale di AdI Spa dal 9.7.2021 e capo area cokeria e sottoprodotti dello stabilimento ex-Ilva di Taranto

Adolfo Buffo

In qualità di consigliere di AdI Spa dal 07.06.2023, procuratore di AdI Spa dal 16.05.2022, capo divisione qualità dello stabilimento ex-Ilva di Taranto e procuratore speciale di AdI Spa dal 05.07.2021 al 31.03.2023.

Vincenzo Dimatromatteo

In qualità di procuratore speciale dal 19.4.2021 al 29.7.2022 e procuratore di AdI Spa dal 30.5.2023 nonché direttore dello stabilimento ex- Ilva.

Paolo Fietta

In qualità di procuratore di AdI Spa dal 18.11.2022 al 30.05.2023.

Carlo Kruger

In qualità di dipendente AdI Spa con funzioni di segretario dell’amministratore delegato Lucia Morselli.

Alessandro Labile

In qualità di direttore dello stabilimento ex-Ilva di Taranto di AdI Spa.

Lucia Morselli

In qualità di presidente del consiglio d’amministrazione dal 15.10.2019 ed amministrice delegata dal 15.6.2022 di AdI Spa.

Antonio Mura

In qualità di procuratore di AdI Spa dal 05.07.2021 con funzioni di direttore finanze tesoreria e dogane.

Felice Sassi

In qualità di dipendente di AdI Spa.

Sabina Zani

In qualità di dipendente della PWC Spa con funzioni di consulente contabile dell’AdI Spa.

In ogni caso, questi dati dovrebbero essere stati controllati e validati dal verificatore indipendente previsto dal regolamento Ets, l’Igq, ente accreditato per verificare le comunicazioni delle emissioni di gas a effetto serra e le dichiarazioni per l’assegnazione di quote gratuite. 

A inizio 2023, Alessandro Labile, all’epoca dei fatti dirigente di AdI, riscontra delle differenze tra l’inventario effettuato dal revisore contabile e le «registrazioni» tenute da lui stesso con le formule Ets e, come si legge dalle carte, «si preoccupa che il verificatore del piano di monitoraggio possa accorgersi delle discrepanze e non validi i dati inseriti nel sistema, pregiudicando l’assegnazione di quote gratuite». 

In una conversazione tra Paolo Fietta – dirigente di AdI negli anni oggetto di inchiesta – e Labile, un terzo interlocutore non menzionato nelle carte propone di «modificare i dati dall’inizio dell’anno (mettere dei movimenti di produzione e consumi che adesso non esistono) e Labile dice che non è un problema. Fietta riepiloga dicendo che non è un problema neanche l’aver comunicato già il dato della produzione a terzi».

In una successiva intercettazione di Labile, questo afferma che è stato «risolto il problema della CO₂».

Per capire come sia stato possibile manomettere i dati sulle emissioni, abbiamo chiesto ad alcuni enti accreditati di spiegarci come avvengono i controlli necessari alla validazione. Una delle prime cose che valutano è la giacenza. Verificano poi quanta CO₂ l’impianto ha emesso per ogni tonnellata di acciaio prodotta. Il numero dovrebbe essere più o meno simile negli anni. In caso di valori differenti, il validatore è autorizzato a chiedere spiegazioni all’azienda.

Scopri MyIrpi

Sostienici e partecipa a MyIrpi

Regala MyIrpi

Regala l’adesione a MyIrpi+
e ricevi in omaggio la nostra T-shirt IrpiMedia.

Segnala

Diventa una fonte.
Con IrpiLeaks puoi comunicare con noi in sicurezza.

La valutazione dell’ente certificatore viene poi trasmessa al comitato Ets insieme alle eventuali irregolarità riscontrate. L’ultima parola spetta al Mase, che in teoria dovrebbe verificare nuovamente i dati, chiedere chiarimenti sulle anomalie o integrazioni.

Nel caso dell’ex-Ilva, ad esempio, il comitato del Mase avrebbe potuto domandare come fosse possibile produrre così tanto con consumi ed emissioni così ridotti. Ma, spiegano i verificatori ascoltati, il comitato non svolge un ruolo tecnico rilevante e i controlli non sempre arrivano nei tempi dovuti. Adesso potrebbero star contestando piani di monitoraggio di cinque anni fa.

Manovre finanziarie

Oltre ai documenti ufficiali e alle dichiarazioni riportate sul registro europeo dell’Ets, gli investigatori hanno controllato anche le operazioni contabili di Acciaierie nei bilanci d’esercizio del 2021 e del 2022.

Nella nota illustrativa 2022, viene rilevato un crollo delle materie prime a 296 milioni e mezzo, contro i 436,7 milioni riportati nel 2021. Una riduzione che la società attribuisce a «minori materie prime in giacenza» (che in realtà secondo l’accusa sarebbero state utilizzate per la produzione) e a un «incremento del fondo svalutazione magazzino», cresciuto di 213 milioni, un valore molto più alto rispetto ai 18 milioni accantonati nel 2021.

Le rimanenze, cioè il valore delle materie prime, calano drasticamente dal 2021 al 2022
Le rimanenze, cioè il valore delle materie prime, calano drasticamente dal 2021 al 2022
Nel 2022 il fondo svalutazione magazzino accantona 213 milioni di euro, contro i 18 dell’anno precedente. L’aumento, per quanto sostanzioso, non è motivato nel bilancio
Nel 2022 il fondo svalutazione magazzino accantona 213 milioni di euro, contro i 18 dell’anno precedente. L’aumento, per quanto sostanzioso, non è motivato nel bilancio

L’accantonamento al fondo svalutazione magazzino di solito è una misura prudenziale: rappresenta una sorta di cuscinetto per possibili crisi future o per il rischio che una parte delle scorte perda valore sul mercato. In pratica è assimilabile a un fondo rischi.

All’aumentare dell’accantonamento diminuiscono le rimanenze, cioè il valore economico delle giacenze in magazzino, iscritte a bilancio.

Nel 2021, l’azienda spiegava che l’incremento delle rimanenze era dovuto all’aumento dei costi di materie prime, energia e CO₂, oltre che alla contabilizzazione di forniture ancora in viaggio dai partner internazionali, ma già considerate a bilancio. 

Nel 2022, Acciaierie invece non motiva il perché di un accantonamento così ingente e della riduzione delle rimanenze. Si può dedurre che gli amministratori temessero un’incertezza dei mercati e una volatilità dei prezzi. Gli stessi però, nella relazione sulla gestione 2022, scrivono che, nonostante l’incertezza nei mercati a causa della guerra in Ucraina, è stato riscontrato un aumento generale dei prezzi delle materie prime, correlato a una minore domanda di acciaio.

Secondo la procura di Taranto quindi, la svalutazione del magazzino e il relativo accantonamento al fondo non riflettono rischi concreti, ma è stato l’escamotage adottato da AdI Spa per «rendere coerenti le dichiarazioni in tema di produttività ed emissioni di CO₂, in quanto da un lato ha, falsamente, dimostrato di aver effettuato meno consumi (e di conseguenza meno CO₂) e dall’altro assicurato lo stesso livello di produttività», si legge nelle carte.

Grazie a tale espediente, per gli inquirenti Acciaierie è riuscita a ottenere due milioni di quote in più rispetto a quelle realmente spettanti, per un valore pari a circa 164 milioni di euro acquisiti indebitamente. In questo modo il gruppo avrebbe truffato lo Stato, il quale «ha attribuito gratuitamente quote che invece avrebbe potuto vendere con consistenti introiti per le sue casse».

Non è facile comprendere perché AdI Spa abbia manipolato proprio i dati delle rimanenze per rendere coerenti le dichiarazioni fatte al comitato Ets, considerando che, come ci hanno confermato gli enti ascoltati, i verificatori non hanno accesso ai dati di bilancio. Anche l’Igq, tramite il suo direttore, ci ha fatto sapere che non rientrano nelle loro competenze «gli aspetti contabili o di bilancio, come la valutazione economica delle rimanenze, l’esame degli accantonamenti o gli inventari fisici di magazzini, che competono invece al revisore contabile».

Abbiamo quindi chiesto ulteriori informazioni su questo aspetto al nucleo investigativo barese, ma con le indagini ancora in corso non hanno voluto rilasciare dichiarazioni.

Nulla è gratis

Se confermate, le accuse contro gli amministratori dell’ex-Ilva di Taranto dimostrerebbero come anche un sistema costruito su verifiche multilivello possa essere aggirato.

«È evidente che quelli erano anni perfetti perché questo accadesse (la presunta truffa, ndr)», spiega Lidia Tamellini della ong Carbon Market Watch. «Nel 2020, con l’arrivo del Covid, la produzione è crollata in molti settori; nel 2022, con la crisi energetica, la situazione è peggiorata ulteriormente. I dati mostrano chiaramente che in quell’anno si è registrato un forte calo delle emissioni dichiarate, dovuto non a un reale miglioramento, ma alla riduzione della produzione. In questo contesto, chi voleva approfittare delle regole per trarne vantaggio aveva terreno fertile.

Per Tamellini, questa possibile truffa è il segnale che non viene data sufficiente importanza al ruolo dei verificatori. Senza l’accesso ai bilanci aziendali, il quadro rimane incompleto e le dinamiche reali sfuggono alla trasparenza pubblica. 

Come dichiarano i magistrati che seguono il caso dell’ex-Ilva, le attività degli investigatori «si stanno palesando estremamente complesse» soprattutto perché accertare la truffa richiede collegamenti tra i molteplici aspetti legati all’assegnazione gratuita di quote CO₂. Per questo motivo è stata richiesta una proroga delle indagini.

D’altronde i sistemi di trasparenza, come il registro europeo, non aiutano ad accertare eventuali anomalie, perché i dati che presentano sono limitati e non restituiscono il quadro completo delle informazioni e delle operazioni svolte dall’azienda per ottenere e vendere le quote.  

Un problema strutturale riguarda il modo in cui la Commissione europea pubblica i dati del registro Ets: le emissioni verificate sono rese disponibili annualmente, ma solo suddivise per singola installazione. Ogni installazione è registrata sotto un conto, e ognuno appartiene formalmente a un soggetto diverso. Ciò che manca è il passo successivo: ricondurre questi profili ai reali proprietari a livello di gruppo industriale.

«Noi lo facciamo privatamente, unendo diversi database, ma non esiste un’analisi pubblica che colleghi le installazioni ai corporate owners. Questo è un limite serio: se, ad esempio, più conti appartengono a una stessa acciaieria, diventa possibile trasferire crediti da un’unità all’altra. Queste operazioni non emergono dai dati ufficiali. Per ricostruire cosa accade bisognerebbe seguire manualmente ogni transazione anche sul mercato secondario dell’Ets, un lavoro enorme e poco praticabile».

Nel caso di Acciaierie, per esempio, solo tramite i bilanci e le note illustrative allegate, la guardia di finanza di Bari è riuscita a verificare che le quote vendute dal gruppo sono andate principalmente alla controllata AdI Energia, dalla quale acquista l’elettricità necessaria agli impianti siderurgici.

Se per l’Unione Europea l’obiettivo dell’Ets era decarbonizzare soprattutto i settori più inquinanti, la possibile truffa dell’ex-Ilva dimostra che aver reso la CO₂ un bene finanziario da acquistare e vendere ha portato le aziende solo a preoccuparsi dei loro bilanci e non di ridurre veramente le emissioni. 

Persino concedere le quote gratuite alle aziende più inquinanti non è bastato. Si è creato un paradosso: imprese come l’ex Ilva per cui l’Ets è stato creato e che hanno beneficiato di più degli incentivi hanno alla fine approfittato del sistema senza riconvertire i propri impianti, tradendo gli obiettivi di produttività e decarbonizzazione imposti dall’Europa.

Le inchieste e gli eventi di IrpiMedia sono anche su WhatsApp. Clicca qui per iscriverti e restare sempre aggiornat*. Ricordati di scegliere “Iscriviti” e di attivare le notifiche.

Crediti

Autori

Francesca Cicculli
Carlotta Indiano

Editing

Lorenzo Bagnoli

In partnership con

Occrp
Rise
Investigace.cz

Con il supporto di

Foto di copertina

© PlaceMarks

Condividi su

Potresti leggere anche

#EnergyTrap
Feature

Gli esclusi del Superbonus

12.12.25
Veresani
#EnergyTrap
Feature

I vecchi edifici non fanno bene al clima

31.07.25
Cicculli, Indiano
#NaviDeiVeleni
Feature

Chi cerca muore? Le verità sepolte sulle navi a perdere

31.01.25
Carnì
#SpecialeCop29
Inchiesta

Fughe di metano a Melendugno

08.11.24
Di Mauro, Torsello

Logo IRPI media
Logo IRPI media

IrpiMedia è una testata registrata al Tribunale di Milano n. 13/2020.
IRPI | Investigative Reporting Project Italy | Associazione di promozione sociale | C.F. 94219220483
I contenuti di questo sito sono distribuiti con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 4.0 Internazionale.

  • Serie
  • Inchieste
  • Feature
  • Editoriali
  • Inchiestage
  • Fotoreportage
  • Video
  • Podcast
  • Newsletter
  • IrpiLeaks
  • Irpi
  • Cookie Policy
WhatsApp Facebook X Instagram LinkedIn YouTube

Gestisci consenso Cookie
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferences
The technical storage or access is necessary for the legitimate purpose of storing preferences that are not requested by the subscriber or user.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. The technical storage or access that is used exclusively for anonymous statistical purposes. Without a subpoena, voluntary compliance on the part of your Internet Service Provider, or additional records from a third party, information stored or retrieved for this purpose alone cannot usually be used to identify you.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
Gestisci opzioni Gestisci servizi Gestisci {vendor_count} fornitori Per saperne di più su questi scopi
Preferenze
{title} {title} {title}