«Se vedi un piromane chiama subito il 1515 (numero d’emergenza nazionale, ndr). Insieme li spegniamo». Durante l’estate, tramite la cartellonistica stradale, l’acquisto di pagine sui giornali cartacei e spazi su testate on line e social network, la Regione Siciliana ha cercato di sensibilizzare la popolazione contro il fenomeno degli incendi. Una piaga che storicamente colpiva l’isola nelle stagioni calde, ma che di recente, complici anche i cambiamenti climatici, ha iniziato a estendersi anche al resto dei mesi.
L’inchiesta in breve
- Malgrado l’adozione di nuove tecnologie, gli incendi in Sicilia rimangono una minaccia costante che da anni devasta l’isola e miete vittime. Il fumo dei boschi colpisce anche metaforicamente la macchina governativa che dovrebbe decidere su quali soluzioni puntare
- La ricerca di un disegno criminale comune dietro ai roghi non ha basi solide, e le procure credono si tratti piuttosto del risultato a valle di una catena di mancanze e omissioni da parte degli attori che, a vario livello, sarebbero chiamati a prendersi cura del territorio
- Il catasto incendi, fondamentale per monitorare le aree bruciate e prevenire abusi, è spesso inefficace. Le inadempienze dei Comuni, la scarsa accessibilità dei dati e l’esclusione di incendi importanti ne limitano l’utilità
- Dati ottenuti da IrpiMedia mostrano che i droni della Sicilia non sono riusciti a prevenire gli incendi o a catturare i piromani come promesso. Sono usati per valutazioni post-incendio e prestati ad altri corpi militari e civili
- Nel 2022 un’impresa ha concesso alla Regione la possibilità di provare gratuitamente l’uso di potenti termocamere, capaci di intercettare i punti di innesco con un ridotto margine d’errore. La sperimentazione, però, è durata pochi mesi
- Lontano dalle tecnologie, a lavorare a contatto con il fuoco sono migliaia di operai assunti stagionalmente. I sindacati vorrebbero la loro stabilizzazione, ma in passato c’è anche chi li ha accusati di avere avuto un ruolo nell’appiccare gli incendi
«Con questa campagna vogliamo unire le forze per proteggere ciò che ci appartiene: la nostra terra, la nostra flora e fauna e il futuro delle generazioni a venire», si legge su insiemelispegniamo.it, sito che fa parte delle iniziative di sensibilizzazione finanziate dalla Regione con 800 mila euro. Annualmente, il budget complessivo per applicare il piano di contrasto agli incendi è di circa 75 milioni di euro. Eppure, per quanto complesso e ampiamente sponsorizzato, il sistema di prevenzione e repressione continua a non dare i risultati sperati. Perché quella degli incendi in Sicilia è una storia di ricette che non funzionano, di toppe troppo corte per un vestito – il territorio – che con il passare del tempo è sempre più sgualcito.
La serie internazionale #BehindTheFlames
Questo articolo è parte di una serie internazionale pubblicata in partnership con Euronews e New Lines Magazine. #BehindTheFlames è una ricerca sulle origini degli incendi sia in Italia sia in Turchia (dove l’inchiesta è stata realizzata da Sofia Cherici ed Aylin Elci) ed è stata condotta grazie al supporto del Journalismfund, che ha permesso a giornalisti di andare sul campo. Inoltre, il supporto di Privacy International ha permesso di indagare l’impiego dei droni nel contrasto agli incendi.
Da un’indagine condotta tra il 2010 e il 2020 dal Corpo Forestale, il dipartimento regionale che in Sicilia come nelle altre Province autonome e Regioni a statuto speciale è responsabile del 1515, risulta che almeno il 70 per cento dei roghi è di natura dolosa. Tra luglio e agosto 2024 ci sono stati momenti in cui tutta l’isola ha bruciato contemporaneamente: 18 incendi il 15 luglio (sette a Catania, cinque a Enna, due a Palermo, uno a Messina, uno a Ragusa e due Siracusa), altri otto un mese dopo (due a Catania, due a Siracusa, uno a Ragusa, uno ad Agrigento, uno a Caltanissetta e uno a Messina).

Non ci sono tuttavia evidenze investigative sull’ipotesi di una matrice comune, né su quale possa essere il movente: «Pensare che dietro gli incendi possa esserci Cosa nostra allo stato attuale costituisce una suggestione – dichiara un magistrato che sta ai vertici di una delle procure dell’isola –. A oggi non abbiamo mai avuto sentori o indizi che spingano a credere che i roghi che ogni anno colpiscono la Sicilia siano frutto di un’azione disposta dai clan». Colpire i responsabili, inoltre, è solo un pezzo della soluzione: «Pensare di arginare il fenomeno con la repressione – dice un altro collega – è illusorio: un accendino possono comprarlo tutti. Per questo bisogna porre attenzione alla catena delle responsabilità». «La sensazione – fa eco un altro magistrato – è che i danni arrecati all’ambiente siano soprattutto il risultato a valle di una catena di mancanze e omissioni da parte degli attori che, a vario livello, sarebbero chiamati a prendersi cura del territorio».
I numeri degli incendi
Soltanto un anno tra il 2016 e il 2022 il numero complessivo dei roghi sull’isola – tra incendi boschivi, di «interfaccia urbano-rurale», di vegetazione e cosiddetti «abbruciamenti» di residui vegetali – non ha superato la soglia di diecimila. Secondo i dati ottenuti da IrpiMedia, nei primi dieci mesi del 2024 siamo oltre i 6.300. A confermare che quello siciliano rappresenta un caso all’interno del quadro nazionale è stato anche l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), secondo cui tra gennaio e luglio il 45 per cento delle aree bruciate nel Paese si trovava in Sicilia.
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In termini di superficie, si assiste all’incenerimento di decine di migliaia di ettari: tra il 2010 e il 2020, la media è stata di 21.555 ettari all’anno, circa 30 mila campi da calcio. Danni che non di rado colpiscono zone che ufficialmente risultano protette: oltre il dieci per cento del territorio regionale ricade infatti all’interno di un parco o di una riserva naturale. Se si guarda alla superficie forestale, a prescindere dall’istituzione o meno di un livello di tutela, il dato supera il 20 per cento del totale.
L’ampiezza degli incendi degli ultimi anni e le loro conseguenze sul territorio hanno anche provocato diversi decessi. Per fare un esempio, nel luglio del 2023, nel palermitano, i Vigili del fuoco hanno trovato due persone carbonizzate all’interno di un’abitazione andata in fiamme e nell’arco di 36 ore un’altra donna è morta perché l’ambulanza non è riuscita a soccorrerla a causa delle fiamme.
La legge nazionale che stabilisce il modo in cui contrastare gli incendi è del 2000. Ha introdotto nel codice penale il reato di incendio boschivo con pene fino a dieci anni e si occupa anche del cosiddetto catasto incendi. Si tratta dello strumento con cui ogni anno i Comuni sono tenuti a mappare le aree percorse dal fuoco che ricadono nel proprio territorio. Nel 2023, tuttavia, la Regione ha inviato commissari per occuparsi dell’aggiornamento o in alcuni casi anche della stessa istituzione del catasto in 145 dei 391 Comuni dell’isola; 97 nel 2024.
La legge quadro sugli incendi in Italia in breve
Che quello dei roghi fosse un fenomeno da porre sotto attenzione l’Italia lo sa da tempo. Già nel 1975, una legge introdusse i primi divieti riguardanti l’utilizzo dei terreni incendiati. La norma era nata per evitare che dalla distruzione di zone coperte da alberi potessero derivare speculazioni edilizie.
A metà anni Novanta, sulla scorta di alcuni pronunciamenti del Consiglio di Stato che aveva ritenuto illegittime alcune prescrizioni ma anche nella consapevolezza che con il passare del tempo il problema si era fatto sempre più grave, il Parlamento iniziò a lavorare alle nuove regole. Ci vollero quattro anni, ma alla fine venne approvata: la legge 353 del 2000 è ancora oggi la legge quadro che regola le attività di contrasto agli incendi boschivi.
L’articolo 10, quello che si occupa dei divieti, prevede che le zone boschive e i terreni adibiti a pascolo andati a fuoco non possano per 15 anni cambiare destinazione d’uso, a meno che non si tratti di opere pubbliche necessarie a salvaguardare l’incolumità pubblica e dell’ambiente. Per dieci anni, invece, è vietato realizzare costruzioni di qualsiasi tipo, a eccezione di quelle per cui «sia stata già rilasciata, in data precedente l’incendio e sulla base degli strumenti urbanistici vigenti a tale data, la relativa autorizzazione o concessione». Stessa durata decennale per quanto riguarda il divieto di pascolo e caccia, mentre è di cinque anni, salvo alcune specifiche eccezioni, quello riguardante le attività «di rimboschimento e di ingegneria ambientale sostenute con risorse finanziarie pubbliche».
Il commissariamento della Regione è «un’ulteriore spesa a carico della comunità», spiegano Emiliano Farinella e Martina Oddo dell’associazione Fenice Verde. L’organizzazione appartiene alle 222 associazioni di volontariato iscritte nell’elenco della Protezione civile regionale e dotate – stando a quanto riportato nel Piano regionale antincendio – di uomini e mezzi idonei «per svolgere l’attività di avvistamento incendi, spegnimento di piccoli focolai e affiancamento alle autorità competenti per lo spegnimento degli incendi boschivi e d’interfaccia».
Nel 2022 era stata siglata una collaborazione tra Regione, volontari e Corpo forestale con cui veniva stabilito il modo in cui i cittadini potevano segnalare degli incendi. L’esperimento, tuttavia, non è stato poi rinnovato nel 2023, nonostante la conferma della disponibilità da parte delle associazioni.
L’associazione Fenice Verde ha lanciato un’iniziativa per analizzare i singoli catasti incendi, invitando i residenti a indicare presunte difformità tra quanto riportato sulle mappe e ciò che è realmente accaduto sul territorio. Entro il 31 luglio di ogni anno, infatti, i cittadini possono revisionare le versioni provvisorie dei catasti incendi che i Comuni devono obbligatoriamente rendere pubbliche. Il problema è che questi dati, spiegano i volontari, spesso sono in formati non navigabili o di difficile accesso. La verifica della cittadinanza è in realtà un passaggio importante per evitare che le carenze dei catasti incendi portino al commissariamento a seguito di un’ispezione ordinata, a partire da ogni primo di agosto, dalla Regione.
Secondo la legge antincendio, per redigere il catasto incendi, le amministrazioni comunali devono attingere dai dati in possesso del Corpo forestale dello Stato, che dal 2016 è confluito nell’Arma dei carabinieri in tutta Italia, eccezion fatta per Province autonome di Trento e Bolzano e le Regioni a statuto speciale come la Sicilia, dove è sopravvissuto un Corpo forestale regionale. Ed è quest’ultimo che mette a disposizione degli uffici comunali un geoportale da cui si possono acquisire i «perimetri delle aree percorse dal fuoco rilevate, anche in formato vettoriale».
L’offerta, però, sembra non essere esaustiva. A mettere in dubbio la completezza dei dati in possesso del Corpo forestale, a fine 2023, sono state una serie di associazioni che a Siracusa si sono riunite in un comitato antincendio. «L’anno scorso la Regione ha inviato un commissario in sostituzione dell’ente locale per completare l’aggiornamento del catasto per il periodo compreso tra 2018 e 2022. Ma se non fossimo intervenuti noi, si rischiava di non registrare alcuni grossi incendi che si erano verificati in zone di particolare pregio, come riserve e aree archeologiche, e di cui si erano occupati anche i media», racconta a IrpiMedia Santi Zocco, uno dei referenti del comitato.
A confermare i timori sulla possibile non completezza dei dati era stato lo stesso Corpo forestale, che con una nota aveva fatto sapere al Comune che non si poteva escludere che si fossero «verificati eventi incendiari la cui soppressione è stata effettuata da altri enti a ciò deputati».
Non è raro, infatti, che a occuparsi degli incendi in aree forestali che si trovino a ridosso delle aree urbane siano i vigili del fuoco.
La (falsa) promessa della tecnologia come deterrente
Nel 2021, sotto il governo di Nello Musumeci, la Regione aveva dato l’impulso alla “guerra” agli incendi acquistando i primi droni. Lo stesso Musumeci, a ottobre 2023, in qualità di ministro della Protezione Civile, ha ribadito la sua soluzione: «Bisogna controllare dall’alto le attività dei piromani o degli incendiari e intervenire subito con le forze dell’ordine come è accaduto in alcuni casi».
In questi tre anni, tra spese per l’acquisto, coperture assicurative e corsi di formazione per i piloti, la Regione ha tuttavia speso circa 290 mila euro, una cifra residuale sui 75 milioni di budget complessivo ogni anno. La Regione ha richiesto la copertura assicurativa per il pilotaggio di 101 droni di proprietà del Corpo Forestale per il periodo che va da agosto 2024 ad agosto 2025.
Quasi la totalità sono strumenti di piccoli dimensioni realizzati dall’azienda cinese Dji, droni tra i più diffusi al mondo, mentre due – alimentati a energia solare e con caratteristiche specifiche per il monitoraggio degli incendi e la mappatura della superficie del terreno – sono prodotti dall’italiana Vector Robotics, azienda che ha venduto droni per la sorveglianza anche al ministero della Difesa.
Da una richiesta di accesso civico generalizzato (Foia) al Corpo forestale, IrpiMedia ha scoperto che nel 2022 sono stati individuati grazie ai droni appena due incendi (e due soggetti ritenuti responsabili) mentre nel 2023 solo un incendio e un responsabile. Negli stessi periodi, nell’isola si sono registrati circa diecimila roghi all’anno.
L’impiego dei droni vive quindi uno scollamento tra le finalità annunciate e l’effettiva capacità di risolvere il problema per cui sono stati acquistati. Il risultato è che dopo i primi proclami la Regione ha iniziato a correggere il tiro: anziché strumento per la caccia ai responsabili e l’individuazione rapida di un incendio, Elena Pagana, all’epoca assessora al Territorio e all’Ambiente, ha ammesso durante una seduta dell’Assemblea regionale siciliana del 31 ottobre 2023 che i droni sono usati per lo più per calcolare la superficie boscata percorsa dal fuoco e per aiutare con la pianificazione delle operazioni di spegnimento.
Inoltre, c’è anche un utilizzo che esula dagli incendi, spiega Pagana. Spesso sono dispiegati in collaborazione con altri corpi militari e civili per attività diverse come individuare una discarica illegale, supportare i carabinieri per la ricerca di una persona dispersa e per la scoperta di una coltivazione di cannabis durante un’attività congiunta con altre forze di polizia.
Ad agosto 2024 Pagana si è dimessa.
L’esempio opposto della Sardegna
Sicilia e Sardegna hanno adottato approcci diversi nella narrazione dell’uso dei droni. In Sardegna il Piano regionale antincendio 2023-2025 prevede che siano impiegati in via sperimentale per i rilievi delle superfici percorse dagli incendi – misurazioni da inserire all’interno del catasto. Non ci sono quindi riferimenti alla caccia ai colpevoli.
Nella risposta alla richiesta Foia inviata da IrpiMedia il Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale (Cfva) della Regione Sardegna spiega infatti che «l’attività di volo dei droni non viene utilizzata dal Cfva per l’individuazione di incendi» e lo stesso vale per l’individuazione di soggetti potenzialmente colpevoli di incendi dolosi nello stesso arco temporale. In totale ci sono 167 operatori abilitati al volo dei droni, e il Corpo forestale ha in dotazione 84 mezzi. Il numero di ore di volo è passato dalle quasi 20 ore del periodo aprile-settembre 2022 alle oltre 131 dello stesso periodo nell’anno successivo.
Negli appalti per l’acquisto dei droni si specifica che vengono usati anche per la repressione di reati contro il patrimonio e quelli di natura edilizia-urbanistica. Tra i compiti del corpo forestale c’è infatti anche quello di polizia giudiziaria in ambito ambientale.
In merito all’uso che viene fatto dei droni, il Corpo Forestale, nella risposta al Foia, spiega che da parte degli operatori «non viene comunicata la durata del volo ma esclusivamente il numero di voli effettuati», sottolineando comunque che i droni «producono un grande effetto deterrente e pertanto risultano estremamente persuasivi contro eventuali malintenzionati».
Il valore deterrente dei droni è ripreso anche dal Piano regionale antincendio boschivo per gli anni 2023-2025, eppure le statistiche sul numero di incendi non sembrano mostrare un reale impatto.
Ernesta Morabito, vice-presidente dell’associazione Italia Nostra, monitora il territorio per segnalare incendi insieme ai volontari di diverse associazioni ma durante le sue attività non ha mai visto dei droni in volo. Probabile, commenta, che quelli acquistati dalla Regione «non siano quelli giusti». Ritiene infatti che i droni destinati al mercato al dettaglio della Dji abbiano specifiche tecniche che sono messe a dura prova dalle condizioni atmosferiche dei giorni in cui si sviluppano gli incendi. Inoltre hanno batterie di breve durata e richiedono di essere guidati sul campo da un operatore. Al contrario, «quelli programmati e controllati da una centrale» sarebbero più adatti perché potrebbero «stare là anche di notte».
Nel 2022, quando mancavano pochi mesi alla fine della legislatura targata Musumeci, la Regione firmò un protocollo per una sperimentazione di dieci mesi – il progetto Skanderbeg, dal soprannome di Giorgio Castriota, l’eroe nazionale dell’Albania – che avrebbe dovuto impiegare una serie di termocamere per monitorare 24 ore su 24, sette giorni su sette alcune aree della regione particolarmente esposte al rischio incendi. Un progetto, quindi, che sarebbe in teoria andato nella direzione richiesta dalle associazioni.
Gli strumenti, costo per unità 250 mila dollari, di fabbricazione cinese, stando ai fornitori sono in grado di coprire un’area di 52 chilometri di raggio, con un margine di errore di venti metri e sono impiegati anche in contesti militari con altri scopi, come per esempio quello di tracciare un missile. In caso di individuazione di un rogo, la termocamera innesca un sistema di allerta che permette di leggere immediatamente le targhe dei mezzi presenti nelle vicinanze, allo scopo di cercare di risalire ai presunti responsabili.
Nonostante le premesse, la sperimentazione è durata pochi mesi, con una sola termocamera, «in una zona in cui insistono anche delle montagne e dunque con un raggio decisamente inferiore», dichiara a IrpiMedia Salvatore Macchiarella, amministratore di Csh srl, l’azienda di sicurezza e investigazioni che aveva firmato il protocollo. «Non saprei dire perché (la sperimentazione, ndr) sia stata messa da parte», aggiunge. Nel suo passato, quando si chiamava Csh & Mps srl, l’azienda di Macchiarella non ha fornito ai propri clienti solo termovisori ma veri e propri strumenti di tracciamento, come il trojan per indagare sulla cosiddetta loggia P4 nel 2011.
L’azienda quindi ha una sua lunga storia di cooperazione con le forze dell’ordine in ambito di supporto alle indagini. Secondo Macchiarella, nel Comune di Palermo, che da quest’anno sta noleggiando tre termocamere del tutto simili, «non si sono verificati i danni che invece si sono registrati nel 2023» anche grazie al loro effetto deterrente. Una versione confermata anche dal Comune: «Quest’anno, nel territorio cittadino, gli incendi boschivi sono drasticamente diminuiti, tanto da passare da 726 a 275. E questi ultimi sono stati tutti fuochi di piccolo cabotaggio, che non hanno prodotto grossi danni», si legge in una nota di fine ottobre.
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Le spese per gli elicotteri
Il noleggio degli elicotteri per gettare acqua sui roghi è una delle voci del budget annuale contro gli incendi per le quali la Regione Siciliana spende di più. Introdotta dal 2018, la flotta di dieci velivoli stando ai dati verificati da IrpiMedia dall’1 gennaio al 24 ottobre del 2024 ha compiuto 695 interventi, per un totale di oltre 15 mila lanci. Le province in cui hanno operato di più sono quelle di Catania, con 142 interventi, seguite da Palermo (136) ed Enna (123).
Nei giorni scorsi sono state aperte le buste della nuova gara d’appalto per l’aggiudicazione del noleggio per il biennio 2025-2026. La Regione ha stanziato circa 13 milioni di euro. A presentare l’unica offerta sono state le società E+S Air srl ed Helixcom srl, le stesse che negli ultimi sei anni hanno vinto l’appalto in solitaria. Le due imprese, che nel 2024 si sono presentate insieme a Eliossola srl, sono tutte riconducibili alla famiglia Citro, imprenditori campani da anni attivi nel settore.
Tuttavia anche gli elicotteri in questi anni sono stati criticati da pezzi di opinione pubblica per le loro specifiche tecniche: nelle giornate con forte vento, le stesse in cui gli incendi si propagano più facilmente, hanno dimostrato di avere particolari difficoltà a volare. Per questo l’ultimo capitolato con cui è stato rinnovato l’appalto precisava delle caratteristiche particolari.
A parlare dell’esigenza di dotarsi di elicotteri più prestanti nell’autunno del 2023 era stato anche il presidente della Regione Renato Schifani. Schifani aveva annunciato la volontà di ampliare la flotta con almeno due «mezzi pesanti». Per riuscirci, il Corpo forestale ha indetto una gara del valore di cinque milioni ma nessuna impresa si è fatta avanti. Tra i motivi all’origine della mancata partecipazione, ci sarebbe stata la mancanza di mezzi a disposizione per l’elevata domanda provenienti da altri territori.
A gettare acqua sui roghi, quando gli elicotteri non bastano, sono anche i mezzi della flotta gestita dalla Protezione civile nazionale. Si tratta di Canadair Cl-415 ed elicotteri di diversa tipologia, dagli S-64 di proprietà del dipartimento Vigili del fuoco ad altri di proprietà del ministero della Difesa. Dall’1 gennaio al 24 ottobre, in Sicilia i velivoli nazionali hanno compiuto 356 interventi per un totale di 3557 lanci.
Infine, nel Piano regionale antincendio boschivo per il triennio 2023-2025 è stata inserita la somma di 343.181 euro per l’impiego di elicotteri dell’Arma dei carabinieri.
L’esercito scalcinato dei forestali
Il comparto dei forestali siciliani conta circa 15 mila persone, divise in tre contingenti in base al numero delle giornate di lavoro che la Regione garantisce loro. A loro si aggiungono 1.329 operai a tempo indeterminato. I compiti che spettano agli stagionali vanno dalla realizzazione dei viali parafuoco agli interventi per spegnere gli incendi. Lavori usuranti, specialmente se si considera che l’età media del comparto è di 58 anni.
In passato i forestali sono stati accusati di avere un ruolo nell’appiccare i roghi, un modo per garantirsi le periodiche assunzioni. La tesi è sempre stata smentita dai sindacati di settore: «Escludere che in un gruppo di 15 mila persone non possano esserci mele marce sarebbe ingenuo, affermare che i roghi siano appiccati dagli operai però è totalmente insensato – commentano Maurizio Grosso e Franco Cupane, rispettivamente segretario nazionale e regionale di Sifus Confali, un sindacato di base –. Parliamo di lavoratori che rischiano la vita e che ogni tanto purtroppo ce la rimettono», senza contare che sanno di essere pagati per un numero fisso di giornate. «La verità invece è che la Regione non solo non può fare a meno degli operai ma che ne avrebbe di bisogno tutto l’anno», aggiungono.
Il Sifus da tempo si batte affinché il personale venga stabilizzato: «I governi che si sono succeduti non hanno fatto altro che promettere riforme che non sono mai arrivate, mentre l’unica azione da fare è prendere atto dell’esigenza di superare il precariato. L’intera isola da anni fa i conti non solo con gli incendi ma anche con le conseguenze degli stessi: dalla desertificazione all’aumento del rischio idrogeologico», concludono i sindacalisti.
Per appiccare un incendio basta un accendino, «un atto criminale di bassissimo costo», come lo definisce un inquirente, le cui conseguenze penali sono irrisorie se si confronta il numero di incendi con il numero di arresti. Perché il rogo si propaghi, servono alcune condizioni, atmosferiche e non. In Sicilia sono le ultime le più preoccupanti: mancanza di personale specializzato, carenza di mezzi, sperimentazioni abortite anzitempo, cambiamenti climatici e soprattutto incuria nella gestione del territorio. Elementi che, tutti insieme, danno la sensazione che per le istituzioni siciliane, dalla Regione alle procure, gli incendi siano un problema ineluttabile, senza soluzione.
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