Tra Spagna, Italia e Malta: l’indagine impigliata sul tonno rosso
A quattro anni dal blitz della Guardia civil, che svelò una rete di contrabbandieri di tonno rosso, nessun processo è ancora partito. Intanto i protagonisti continuano a operare, nonostante le ombre non manchino
27 Luglio 2022

​Victor Paul Borg
Marcos García Rey
Simone Olivelli

ABeniparrell, paesino di duemila abitanti o poco più nella parte orientale della Spagna, ci si conosce un po’ tutti. Con il centro storico che si sviluppa attorno alla chiesa dedicata a santa Barbara, il piccolo paese della Comunità Valenciana è fuori dai tradizionali circuiti turistici. Ogni tanto qualche viaggiatore passa tentato dalla proposta di una paella rispettosa della tradizione, ma per il resto il paese conduce la propria esistenza fuori dalle cronache dei giornali. Quattro anni fa, però, c’è stato un momento in cui Beniparrell è finito al centro dell’attenzione internazionale. Era il 2018, in autunno, quando la Guardia Civil spagnola irruppe in un anonimo magazzino dell’area industriale portando alla scoperta di uno dei punti nevralgici di una rete di contrabbandieri che aveva nel tonno rosso il proprio oro.

L’operazione – condotta sotto il coordinamento di Europol e denominata Tarantelo, in omaggio a uno dei tagli più pregiati del pesce – portò all’arresto di 79 persone e al sequestro di 80 tonnellate di merce, oltre che di mezzo milione di euro in contanti e poi ancora gioielli, orologi e mezzi di lusso. Gli investigatori quantificarono in 25 milioni di euro all’anno il giro d’affari intercettato.

Numeri impressionanti ma giustificati dal fatto che, oltre all’area valenciana, il contrabbando avrebbe riguardato anche la zona di Murcia, la capitale dell’omonima comunità autonoma. La cifra è calcolata decisamente al ribasso, anche perché la Spagna, sarebbe stata soltanto l’anello finale di una catena che avrebbe visto protagonisti anche Malta, Italia e Francia, tutti Paesi che hanno nella pesca del tonno rosso un asset fondamentale del comparto ittico e che sono soggetti alla regolamentazione imposta dalla Commissione internazionale per la conservazione del tonno atlantico (Iccat) in materia di catture.

Con i suoi prezzi da capogiro dettati dall’elevatissima richiesta, figlia della diffusione in tutto il mondo della cultura del sushi ma anche dal sistema delle quote che mette nelle mani di pochi la possibilità di catturare i pesci, quello del tonno rosso rappresenta un mercato tra i più ricchi e come tale attraente anche per chi voglia lucrarvi aggirando le regole.

La lenza e gli ami che compongono il palamito pronti per l'utilizzo - Foto: Victor Paul Borg
La lenza e gli ami che compongono il palamito pronti per l’utilizzo – Foto: Victor Paul Borg

Lavorando a Tarantelo, gli investigatori da subito hanno avuto la sensazione di avere messo le mani su un sistema molto articolato. Rapporti e relazioni internazionali che sarebbe valsa la pena indagare ancora di più se la scoperta di una talpa all’interno della Guardia Civil, che metteva a rischio tutta l’indagine, assieme ai rischi per la salute dei consumatori di tonno, non avessero reso necessario accelerare l’esecuzione del blitz.
Tuttavia, di come si sia evoluta questa storia, a quasi quattro anni dai fatti, si sa ben poco. Per questo IrpiMedia, insieme ai propri partner in Spagna e a Malta, ha cercato di fare il punto su ciò che sta accadendo all’interno dei tribunali ma anche in mare, dove, secondo diverse fonti attendibili, il fenomeno della pesca illegale prosegue pressoché indisturbato.

Lo stallo giudiziario a Madrid

Partiamo da un punto fermo: l’indagine Tarantelo in Spagna è ancora aperta, così come a Malta, dove si procede per alcuni dei soggetti coinvolti. Eppure il procedimento fatica a fare passi in avanti. Le accuse vanno dalla frode al riciclaggio, reati commessi mettendo a rischio la salute dei consumatori, sulle cui tavole sarebbe finito pesce trattato con additivi nell’intento di camuffarne i cattivi odori e i segni di deterioramento dovuti a condizioni di trasporto ben lontane dai protocolli previsti dalla legge.

Un primo rallentamento è stato dovuto alla decisione dell’autorità giudiziaria della Comunità Valenciana di trasmettere gli atti, per competenza, all’Audiencia Nacional, tribunale che ha sede a Madrid e giurisdizione su tutto il territorio nazionale. Questo passaggio però, stando a fonti vicine ai tribunali iberici, non è sufficiente a spiegare lo stallo.

Col passare dei mesi, gli indagati che erano stati sottoposti a misura cautelare sono tornati in libertà e, in attesa delle decisioni degli inquirenti, hanno ripreso le proprie attività tra pesca, allevamenti in mare e commercio.

Il caso Tarantelo, infatti, affidato alla giudice Maria Tardon, si trova ancora nella fase istruttoria. Al momento, nonostante le prove raccolte dalla Guardia Civil, non è stata formulata richiesta di rinvio a giudizio. Il trascorrere del tempo, però, potrebbe avere effetti sull’esito del futuro processo: l’articolo 21 del codice penale spagnolo prevede, al comma 6, che una «dilazione straordinaria e indebita della trattazione del procedimento, sempre che non sia attribuibile all’imputato e che non sia correlata alla complessità della causa», possa rappresentare una circostanza attenuante della responsabilità criminale.

L'indagine Tarantelo

L’indagine Tarantelo ha riguardato 29 società e 90 persone. Gli atti dell’inchiesta, diverse centinaia di pagine stilate dalla Guardia Civil, sono all’attenzione dell’Audencia nacional, il tribunale che ha competenza in tutto il Paese. Gli investigatori hanno tracciato due direttrici lungo cui si sarebbero sviluppati gli affari sul suolo spagnolo: Valencia e Murcia. L’inchiesta è partita dal magazzino della Marfishval, grossista di Beniparrell. L’azienda avrebbe acquistato di contrabbando il tonno rosso da pescatori spagnoli, dalla società italiana Red Fish e dalla Malta Farming Limited (Mff), i cui pesci d’allevamento sarebbero stati trasportati via terra dalla società maltese Express Trailers. L’amministratore di quest’ultima, Franco Azzopardi, ha dichiarato di non essere a conoscenza di indagini in corso sulla società e di non avere mai ricevuto visite da parte della polizia giudiziaria per vicende correlate a Tarantelo. Azzopardi ha anche smentito che per Express Trailers abbia lavorato l’autista citato nelle carte dell’indagine. «Nessun autista con quel nome in quel periodo», ha detto.

L’attenzione degli investigatori si è spostata a sud quando, intercettando i telefoni degli indagati, si è capito che Red Fish riforniva anche commercianti di Murcia. Qui i referenti erano le società controllate da Ricardo Fuentes e Hijos, società leader dell’omonimo gruppo. Sarebbe stato in questa fase che una talpa all’interno del corpo della Guardia Civil avrebbe trasmesso informazioni agli indagati, pregiudicando il prosieguo dell’inchiesta. A ciò sarebbe riconducibile la decisione di José Fuentes Garcia di cambiare numero di telefono e, più in generale, l’improvvisa riduzione delle comunicazioni telefoniche tra i protagonisti.

Gli affari illeciti avrebbero fatto leva sull’utilizzo di documentazione falsificata. Dirimente per la tracciabilità del tonno sono gli eBCD (Electronic Bluefin Tuna Catch Document, ndr). Gli indagati li avrebbero alterati o addirittura riciclati. In pratica lo stesso documento che certificava una cattura regolare sarebbe stato fotocopiato e utilizzato per accompagnare esemplari pescati illecitamente. Un doppio binario che avrebbe garantito guadagni a sei zeri.

Sul fatto che Tarantelo sia un’inchiesta complessa, dubbi non ce ne sono: già l’anno scorso, fonti giudiziarie hanno riferito che le rogatorie inviate a Malta non avevano ricevuto risposta. A ciò si aggiungono le difficoltà nell’ottenere informazioni sulle operazioni finanziarie compiute da alcuni degli indagati: parte dei proventi del contrabbando sarebbero infatti finiti a Panama, le cui autorità non hanno dato riscontro alle richieste degli inquirenti. A completare il quadro, stando a quanto riferito da fonti vicine all’Audiencia Nacional, ci sarebbe la mole di lavoro a carico dei singoli giudici che costringerebbe a compiere delle scelte, dando priorità ad alcuni procedimenti a discapito di altri. Tra questi ultimi potrebbe esserci Tarantelo.

Il timore di chi da quattro anni attende i risultati di questa operazione è che l’intera vicenda possa finire su un binario morto. Tra loro c’è Celia Ojeda, responsabile Biodiversità di Greenpeace Spagna. «Abbiamo bisogno di procedimenti giudiziari che dimostrino ai cittadini e ai politici che la pesca illegale è un fenomeno reale, ma anche che facciano capire alle aziende che queste attività portano a conseguenze penali».

Nell’inchiesta Tarantelo, Greenpeace Spagna veste i panni di acusador popular, istituto previsto dal sistema giudiziario iberico che consente di esercitare l’azione penale non solo al pubblico ministero. Nella stessa posizione si trovano Balfegò, società che alleva e commercia tonno rosso, e Cepesca, associazione che raggruppa proprietari di pescherecci. Sul fronte governativo, invece, era stato il ministro spagnolo per la Pesca ad annunciare, subito dopo la notizia degli arresti, di avere dato mandato gli uffici legali del ministero di seguire direttamente l’evolversi della vicenda «a difesa dell’interesse pubblico». Fonti, però, affermano che nessuna sollecitazione sia stata fatta nei confronti della giudice per accelerare il procedimento penale. Sul punto, il ministero spagnolo non ha risposto alle domande poste da IrpiMedia.

«Non riesco a capire i motivi di questa lentezza nell’inchiesta, così si crea un senso di impunità tra gli indagati», commenta invece una fonte vicina al palazzo di giustizia chiedendo di mantenere l’anonimato.

Dei pescatori maltesi issano a bordo un tonno da 8o Kg appena pescato - Foto: Victor Paul Borg
Dei pescatori maltesi issano a bordo un tonno da 8o Kg appena pescato – Foto: Victor Paul Borg

Stando al codice penale spagnolo, gli indagati rischierebbero pene che vanno dalle multe alla reclusione fino a due anni, ma soprattutto la sospensione delle licenze di pesca da un minimo di due a un massimo di quattro anni.

Finché però i fatti non verranno esaminati all’interno di un processo, tali misure sanzionatorie resteranno solo ipotesi. La realtà vede ogni singolo protagonista della presunta rete di contrabbando proseguire senza intoppi le sue attività: è il caso della valenciana Marfishval, che rifornisce pescivendoli e punti vendita al dettaglio; della Ricardo Fuentes e Hijos, società capofila dell’omonimo gruppo attivo tanto nella commercializzazione quanto nell’allevamento con stabilimenti in Spagna e a Malta; e di Red Fish, azienda siciliana di proprietà dei figli di Salvatore Russo, imprenditore attivo nella pesca e commercializzazione di tonno e pesce spada.

A continuare a operare, in attesa delle decisioni delle autorità giudiziarie, è pure la Malta Fish Farming (Mff), società che possiede la Ta’ Mattew Fisheries Limited, tra i protagonisti dell’acquacoltura che nell’isola dei cavalieri ha uno snodo cruciale per il mercato mondiale del sushi.

Red Fish

L’indagine Tarantelo tocca l’Italia e ha in Red Fish la società che avrebbe diversificato i propri affari illeciti in Spagna, tra le città di Valencia e Murcia. Stando a quanto verificato da IrpiMedia, nell’inchiesta è coinvolto Salvatore Russo, 66enne originario di Acireale, in provincia di Catania, e padre dei due soci di Red Fish.

L’azienda, proprietaria di diverse imbarcazioni specializzate nella cattura di pesce spada e tonno, nel 2022 è stata destinataria di quote tonno: sono 19 le tonnellate assegnate all’imbarcazione Red Fish, che prende il nome della società proprietaria e che utilizza il sistema palangaro.

Salvatore Russo è titolare e unico socio della New International Fish, società proprietaria del peschereccio Andrea Doria Seconda, che gode di una quota di poco superiore alle cinque tonnellate e che, ad aprile dell’anno scorso, rimase pesantemente danneggiato da un incendio divampato all’interno di un cantiere navale di Portopalo di Capo Passero, in provincia di Siracusa.

La lunga carriera nel settore della pesca di Russo si è incrociata più volte con le aule dei tribunali. L’imprenditore, nel 1996, viene arrestato nell’operazione Ficodindia con l’accusa di associazione mafiosa. La procura lo accusava di fare parte dei Laudani, cosca attiva nel Catanese ed estranea a Cosa nostra, a cui Russo sarebbe stato vicino anche per la parentela con Giuseppe Grasso, detto Tistazza, boss da diversi lustri all’ergastolo e cognato dell’imprenditore. Russo però è stato assolto.

La storia si ripete pochi anni più tardi: è il 1999 quando i carabinieri eseguono il blitz Provvidenza, dal nome dell’imbarcazione simbolo del romanzo di Giovanni Verga I Malavoglia. Russo viene arrestato con l’accusa di illecita concorrenza con minaccia o violenza, reato aggravato dal fine di agevolare la mafia. A puntare il dito contro di lui sono diversi collaboratori di giustizia, sostenendo che l’imprenditore, grazie alla vicinanza ai Laudani, avesse ottenuto una sorta di esclusiva sulla vendita del pesce spada. Anche in questa circostanza, però, le imputazioni furono smontate dalla difesa di Russo che rimarcò come il proprio assistito fosse da intendersi una vittima del racket, a cui era costretto devolvere una somma per ogni chilo di pesce venduto.

L’imprenditore nel 2009, un decennio dopo il coinvolgimento in Provvidenza, denunciò l’estorsione subita pochi anni prima da Pippo Laudani, il giovane boss che aveva preso le redini della famiglia sull’intero territorio provinciale. Nello stesso periodo, però, sia lo stesso Laudani che altri boss di spessore del clan hanno ripetutamente citato Russo, indicandolo come un soggetto contiguo al clan. Tuttavia tali accuse non hanno portato a nuove indagini specifiche sul suo conto.

I guai con la giustizia dell’imprenditore non sono però finiti. Più di recente, Russo è stato indagato nell’operazione Oro Rosso della guardia costiera di Catania. In questo caso, le contestazioni riguardano un sistema di frodi che avrebbero consentito, con la complicità di pubblici ufficiali infedeli, di gestire un giro d’affari che ruotava attorno alla pesca illegale del tonno, riuscendo anche a tornare in possesso degli esemplari sequestrati nel corso dei controlli all’uscita dei porti. Per questi fatti è in corso un processo al tribunale di Catania.

Rispetto al coinvolgimento in Tarantelo, Russo, tramite il suo avvocato, ci ha detto di non essere indagato, ma, secondo le carte ufficiali di cui IrpiMedia ha preso visione, il suo nome è nella lista. Data la lentezza del procedimento in Spagna, è possibile che a Russo non sia stato ancora notificato alcun atto.

Sull’attuale situazione del settore della pesca del tonno rosso, l’imprenditore siciliano fa sapere di essere favorevole a una liberalizzazione «almeno per un mese all’anno in favore di tutte le imbarcazioni con il sistema del palangaro sprovviste di quote, solo per il mercato nazionale e senza possibilità di esportare il pescato come invece è consentito ai titolari delle quote». Una misura che, a detta di Russo, andrebbe incontro alle difficoltà economiche sofferte da molti operatori per l’aumento dei costi del carburante e che terrebbe conto anche del fatto che attualmento «nel Mediterraneo vi è una presenza eccessiva di tonni, che riduce la disponibilità di altre specie ittiche minori, di cui i tonni si cibano».

Un pescatore maltese installa un calamaro come esca a uno degli ami del palamito - Foto: Victor Paul Borg
Un pescatore maltese installa un calamaro come esca a uno degli ami del palamito – Foto: Victor Paul Borg

Una situazione ancora critica

L’inchiesta Tarantelo ha nell’asse Malta-Spagna la principale direttrice. Agli atti ci sono intercettazioni tra José Fuentes, imprenditore dell’omonima famiglia, e l’allora direttrice generale del dipartimento della Pesca maltese, Andreina Farrugia Fenech. Quest’ultima avrebbe utilizzato un numero spagnolo registrato da Fuentes. La Guardia Civil ritiene che il rapporto tra i due sia di «assoluta fiducia», al punto che Farrugia Fenech potrebbe essere stata consapevole delle attività illecite che i Fuentes avrebbero compiuto. Andreina Farrugia Fenech è stata sospesa dall’incarico ed è al momento sotto indagine.

Spostando lo sguardo sugli altri indagati si scopre che sono diversi coloro che in passato sono stati coinvolti in grandi e piccole grane giudiziarie. È il caso, per esempio, di Salvatore Russo, accusato (e poi assolto) di vicinanza alla criminalità organizzata siciliana (vedi box “Red Fish”), ma anche di Giovanni Ellul della Malta Fish Farming, che nel 2016 fu trovato in possesso di tonno non tracciabile. Per lui la storia si concluse – grazie all’ammissione di responsabilità e alla fedina penale intonsa – con una multa di 1.500 euro.

Mff ha finanziato l’ultima campagna elettorale a Malta per le Parlamentari svoltesi in primavera. L’azienda ha donato 2.500 euro in favore di Alicia Bugeja Said, esponente del Partito laburista che, dopo l’elezione, è stata nominata sottosegretaria del ministero per la Pesca e l’Acquacoltura. La somma pagata da Malta Fish Farming costituisce oltre il 20 per cento degli 11 mila euro raccolti da Bugeja Said durante la campagna elettorale. Altri 1.500 sono stati donati da Azzopardi Fisheries, altra società specializzata nell’allevamento di tonni.

Ai più attenti ha destato stupore il sostegno dei due gruppi imprenditoriali alla neo-sottosegretaria: Bugeja Said in passato si era espressa in maniera molto critica nei confronti degli allevamenti di tonno. In un articolo pubblicato nel 2016 sulla rivista Marine Policy, aveva parlato della transizione verso gli allevamenti come uno strumento al servizio degli «interessi delle elite» e a danno dei piccoli pescatori.

L'ufficio di Alicia Bugeja Said, parlamentatre e sottosegretaria del ministero per la Pesca e l'Acquacoltura, si trova nei pressi del porto di Marsaxlokk, al piano terreno di un edificio di proprietà di un pescatore - Foto: Victor Paul Borg
L’ufficio di Alicia Bugeja Said, parlamentatre e sottosegretaria del ministero per la Pesca e l’Acquacoltura, si trova nei pressi del porto di Marsaxlokk, al piano terreno di un edificio di proprietà di un pescatore – Foto: Victor Paul Borg

La sottosegretaria alla richiesta di un commento sull’opportunità di accettare donazioni da Mff – alla luce del coinvolgimento in Tarantelo – non ha risposto.
Sono rimaste senza risposte anche le domande riguardanti Francesco Lombardo, attuale chief scientific officer del dipartimento Pesca e in passato dipendente della Mff.

Di Lombardo, IrpiMedia ha scritto nell’ambito dell’inchiesta giornalistica Tonno Nero, per la sua passata esperienza in Oceanis, società italiana che per anni si è occupata in via quasi esclusiva della formazione in Italia degli osservatori incaricati di controllare le fasi della pesca e del trasferimento dei tonni nelle gabbie e che di recente ha ricevuto l’incarico di svolgere attività di formazione anche a Malta.

Con gli attori principali dell’inchiesta che restano più o meno tutti al loro posto, in attesa che i tribunali stabiliscano se le accuse loro rivolte siano fondate, la paura che il mondo del tonno continui a essere segnato da pratiche illegali è seria. Sono molti gli esperti che denunciano la poca trasparenza del settore.

«La maggior parte della pesca illegale ha a che fare con gli allevamenti – commenta Alessandro Buzzi, esperto di tonno rosso per il Wwf –. È un’attività molto complessa da monitorare. Ci sono molte regole, ma anche altrettanti esempi di pratiche illecite in corso». Le ragioni per essere sospettosi non mancano: Buzzi da tempo segnala un’anomalia legata al tasso di crescita del peso dei pesci. «In alcuni casi sono pazzeschi, si arriva al 200 per cento», sottolinea l’esperto, secondo cui il dato potrebbe nascondere l’immissione nelle gabbie di più esemplari, fuori dalla quota permessa e ufficialmente dichiarata.

Quello del tasso di crescita è uno dei temi su cui Iccat ha intenzione di intervenire, imponendo dei limiti scientificamente provati all’aumento di peso degli esemplari. L’organismo internazionale negli ultimi anni ha pubblicato anche diverse linee guida per migliorare la qualità dei controlli. Tra queste c’è la raccomandazione 19-04 che ha accolto alcuni cambiamenti necessari alla luce delle criticità emerse con l’operazione Tarantelo. Tra le novità, l’introduzione di un ulteriore controllo: oltre agli osservatori regionali schierati da Iccat e a quelli nazionali messi in campo dai singoli Paesi, è stata prevista la sigillatura delle gabbie dagli allevamenti fino al momento della macellazione.

Tuttavia, finché le autorità dei singoli Paesi non riusciranno a perseguire infrazioni e reati in maniera tempestiva è difficile attendersi un cambio di passo. Per quanto riguarda Malta addirittura è possibile che La Valletta finisca davanti alla Corte di giustizia europea per non avere reso efficiente il sistema di controllo delle attività degli allevamenti.

Le ultime ombre

Tra le vicende che hanno riportato l’attenzione sui problemi di trasparenza nella filiera del tonno rosso spicca senz’altro quella che avrebbe visto come protagonista la spagnola Fuentes e Hijos. Fonti della Guardia Civil affermano che il ministero della Pesca di Madrid, quest’anno, avrebbe imposto alla società di liberare tonni allevati in uno degli allevamenti che possiede nelle acque iberiche. Un portavoce della società ha commentato sostenendo sia naturale ritrovarsi con più tonni rispetto alla quota assegnata, poi però, di fronte al rilievo riguardante il peso complessivo degli esemplari che andavano rilasciati – circa 1,2 tonnellate –, si è riservato di consultarsi con i vertici societari.

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Un’altra vicenda riguarderebbe alcuni pescherecci libici a circuizione e due allevamenti attivi a Malta che sarebbero stati interessati da catture illecite. Una fonte ha fornito i nomi dei natanti e specificato gli allevamenti per cui lavorerebbero.

Abbiamo cercato di verificare la segnalazione con tutti i modi in nostro possesso, in particolare ricostruendo i movimenti delle barche in questione tramite MarineTraffic, il servizio web di localizzazione delle navi. Il monitoraggio ha riguardato l’intera stagione della pesca, tenendo conto anche delle altre barche che hanno operato nelle loro vicinanze, nel tratto di mare compreso tra Malta e Libia, ovvero l’area a maggiore concentrazione di tonno rosso in fase di riproduzione del Mediterraneo.

Le navi in questione sono quattro, di cui tre battenti bandiera libica e una maltese. Per quanto riguarda le navi libiche, sembrerebbero aver operato per la maggior parte della stagione della pesca con il trasponder del sistema di localizzazione spento, una procedura altamente sospetta: per i pescherecci, infatti, rendere chiara la propria posizione alle altre navi è particolarmente importante visto che hanno la precedenza su tutti gli altri natanti nella zona. Il rischio infatti è di perdere il costoso equipaggiamento da pesca nelle eliche delle navi di passaggio, con danni potenziali per centinaia di migliaia di euro.

Le battute di pesca, sostiene la fonte, sarebbero state inoltre condizionate dalla negligenza degli osservatori schierati da Iccat, che si sarebbero limitati a trascrivere i dati forniti dai comandanti senza verificare la veridicità delle dichiarazioni. In alcuni casi, sarebbero stati addirittura assenti.

Da MarineTraffic si direbbe che nell’intera stagione della pesca del tonno rosso, i pescherecci libici siano usciti soltanto una volta: nella prima serata del 28 giugno. Due settimane dopo la comparsa nel Porto Grande di Malta e a pochi giorni dalla fine della stagione, hanno azionato i motori quasi contemporaneamente, per dirigersi a sud, verso i porti libici di Tripoli e Al Khoms.

La Torre di Santa Lucia, costruita dai Cavalieri di San Giovanni, è oggi la sede del dipartimento che regola il settore dell'acquacoltura per il governo maltese - Foto: Victor Paul Borg
La Torre di Santa Lucia, costruita dai Cavalieri di San Giovanni, è oggi la sede del dipartimento che regola il settore dell’acquacoltura per il governo maltese – Foto: Victor Paul Borg

Per quanto riguarda la barca maltese, un rimorchiatore, MarineTraffic ha registrato la sua posizione il 19 giugno, a circa sei chilometri da Marsascala, dove si trovano diversi allevamenti di tonno. Nei giorni precedenti si era affiancato ad altri due rimorchiatori, uno italiano e uno maltese, con velocità molto ridotte compatibili con il trasporto di gabbie da tonno.

L’ipotesi che i tre rimorchiatori si siano occupati del trasferimento della stessa gabbia, in una sorta di staffetta, aprirebbe una questione riguardante i regolamenti dell’Unione europea: è previsto infatti che il passaggio di gabbia debba essere autorizzato preventivamente dalle autorità statali. A riguardo, il dipartimento per la Pesca maltese non ha risposto sul rilascio di nulla osta per operazioni di questo tipo tra le imbarcazioni in questione.

Sul conto del rimorchiatore maltese segnalato dalla nostra fonte, va sottolineato che, in una prima ricerca fatta il 23 giugno, sul sito di Iccat apparivano le informazioni riguardo al proprietario della barca, mentre successivamente queste informazioni sono scomparse. Il proprietario in questione, alle nostre domande non ha confermato né negato le accuse della fonte, ma ha solo risposto che «qualsiasi domanda in merito va sottoposta alle autorità competenti».

Nonostante le importanti prove circostanziali, non è possibile allo stato attuale dire con certezza se i pescherecci abbiano svolto attività illegali. Conferme potrebbero arrivare dai documenti in possesso di Iccat e delle autorità nazionali, a partire dai rapporti degli osservatori. Materiale che però non è accessibile, neppure Iccat ha risposto alle nostre domande.

CREDITI

Autori

Victor Paul Borg
Marcos García Rey
Simone Olivelli

Ha collaborato

JournalismPlus
Grupo Merca2

Editing

Giulio Rubino

Foto di copertina

La lenza e gli ami che compongono il palamito pronti per l’utilizzo
(Victor Paul Borg)

La lenza e gli ami che compongono il palamito pronti per l'utilizzo - Foto: Victor Paul Borg
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