Marocco, la sala d’aspetto dell’Europa

I migranti subsahariani sono come Sisifo, costretti a ripetere la fatica del viaggio all’infinito, proprio a un passo dalla meta. Vite sospese tra Tangeri, Nador e Beni Mellal

1 Giugno 2020 | di Roberto Persia

Nei primi quattro mesi del 2020 secondo i dati di Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) dal Marocco sono partiti e hanno raggiunto la Spagna 6.532 migranti. L’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 e il lockdown del Marocco, prolungato ancora fino al 10 giugno, hanno reso ancora più difficile attraversare e lasciare il Paese per i migranti. Solo 542 nel mese di aprile sono riusciti a oltrepassare il Mediterraneo: erano stati 1.539 nello stesso mese dello scorso anno. I più vulnerabili sono gli immigrati sub-sahariani, che non si sono visti riconoscere alcuna tutela dal governo.

«Il Paese ha attuato dei regolamenti molto severi per prevenire il diffondersi del Covid-19. La situazione dei migranti in transito era già precaria prima della crisi e peggiora ogni giorno», racconta Hassane Ammari membro di Alarm Phone Sahara, un progetto di cooperazione tra associazioni, gruppi e individui nella regione del Sahel-Sahara con l’obiettivo di difendere la vita e la libertà di movimento di migranti e rifugiati vittime dalle politiche repressive e spesso mortali in fatto di migrazioni.

Solo il 30% dei circa 100 mila migranti in transito è riuscito ad ottenere i documenti necessari per regolarizzare il proprio status, grazie alle sporadiche sanatorie volute da Rabat. Il resto sono irregolari, intrappolati nel Paese; una nazione in movimento che si sposta su autobus o mezzi di fortuna. Oggi è il virus a tenerli bloccati, ma nel tempo il carceriere dei sub-sahariani è stata la politica migratoria voluta e pagata milioni di euro dall’Europa al Marocco.

Prigionieri di una rotta senza meta

I numeri della rotta del Mediterraneo occidentale, dal Marocco alla Spagna, negli ultimi anni sono cresciuti in modo costante: dai 7 mila del 2011, sono diventati oltre 65 mila nel 2018, per lo più marocchini e sub-sahariani. Nel 2019 con la progressiva riapertura della rotta orientale, Grecia-Turchia, e i controlli alla frontiera voluti da Rabat, il numero di migranti si è abbassato a 32.500. Se il prezzo di chi parte è quello pattuito con il trafficante di turno, chi resta viene condannato ad un viaggio inesorabile.

Come Sisifo, il mitologico fondatore di Corinto condannato da Zeus a spingere un masso lungo la cresta di un monte per l’eternità, sono costretti a ricominciare daccapo il percorso proprio nel momento in cui l’obiettivo sembra essere ormai raggiunto.

La cima della montagna di Sisifo è, per i migranti in Marocco, l’arrivo a Tangeri, a soli 20km dalla Spagna. Per raggiungerla, risalgono il continente, poi attraversano il Paese da sud a nord. Una striscia di mare o i muri delle enclave spagnole di Ceuta, a fianco di Tangeri, o di Melilla, vicina a Nador, li dividono dalla meta: l’Europa. Entrambe le città diventano il punto in cui il masso di Sisifo precipita a valle: è lì che i migranti vengono arrestati dalle forze ausiliare, un corpo paramilitare al servizio del ministero dell’Interno marocchino, prima di riuscire a partire. Deportati per 2mila km verso sud, si ritrovano dispersi nel Marocco meridionale, Beni Mellal, Agadir, Dakhla e molte altre città: luoghi inospitali e lontani dalle zone di prossimità con l’Europa. Nessun effetto deterrente sulla loro volontà di raggiungere la Spagna: da lì ricomincia la loro fatica. Tentano di nuovo di arrivare al nord e alle rive del Mediterraneo e molti di loro vengono riportati indietro decine di volte prima di riuscire a partire o prima di perdere la vita. 

Il Marocco, in questo modo, ha il pieno controllo del flusso dei migranti assicurandosi in sede di trattativa con Bruxelles un tornaconto economico e strategico pressoché scontato.

Tangeri, Nador, Beni Mellal sono i tre vertici di una rotta migratoria che, invece di avere una partenza e un arrivo, si ripiega, a un passo dalla meta, e diventa ciclica. Il racconto di questo percorso perenne, visto in prima persona in più occasioni, parte da Tangeri ad agosto del 2019: la meta illusoria, la città vetrina con cui il Marocco si mostra all’occidente. In quanto vetrina, è troppo controllata perché i migranti riescano a partire da lì; in quanto crocevia tra due mondi, è troppo africana perché la sua internazionalizzazione non presenti contraddizioni. Non solo contrasti, ma anche vistose mancanze: la presenza dei sub-sahariani è negata, le infrastrutture verso il Rif spariscono. A Nador, da Tangeri, si arriva solo su ruote, attraverso strade di montagna strette e dissestate su cui i pullman ondeggiano e non di rado precipitano. Quattrocento chilometri per dieci ore di viaggio mentre la stessa distanza, tra Tangeri e Casablanca, si copre in due ore con un treno ad alta velocità. 
 
Per i migranti quello che conta però è il tratto successivo: raggiungere la Spagna, con l’aiuto dei trafficanti, o essere riportati a sud dalle forze di polizia. I subsahariani li chiamano “africani”: arrivano dal Mali, dal Camerun, dal Senegal, Guinea Conakry e Nigeria.
I fondi europei per la gestione dei migranti in Marocco

Con il lancio della politica europea di vicinato nel 2004, il Marocco è diventato gradualmente un partner privilegiato dell’Ue nel settore politico e nella cooperazione economica.  L’Unione europea è il principale donatore del Marocco per quanto riguarda gli aiuti allo sviluppo. Il partenariato negli ultimi sei anni in particolare si è rafforzato e tradotto in un sostegno da parte della Commissione Europea che, in sei anni, ammonta alla cifra di 1,789 miliardi di euro: servizi sociali, stato di diritto e crescita sostenibile.

La Corte dei conti comunitaria, però, il 12 dicembre del 2019 ha definito limitati i risultati raggiunti dal Marocco: «I programmi finora non hanno mostrato alcun impatto significativo» e «alcuni di questi obiettivi non erano abbastanza ambiziosi da sostenere riforme significative, dal momento che a volte erano già stati raggiunti (o stavano per essere raggiunti) al momento della firma degli accordi di finanziamento». In altre parole, secondo la rendicontazione finanziaria dell’Ue, i soldi sono stati spesi per finalità di fatto inutili. I revisori hanno scoperto inoltre che «mancavano controlli rigorosi sulla valutazione dei risultati e talvolta venivano effettuati pagamenti quando gli obiettivi non erano stati raggiunti e anche quando la situazione si era effettivamente deteriorata».

Poco dopo la pubblicazione del report, il 20 dicembre 2019, l’Unione europea ha approvato gli ultimi programmi, per 389 milioni di euro, di cui 101,7 milioni esplicitamente diretti al controllo dei confini e della migrazione irregolare.

Hamed il tassista

Lungo Boulevard Mohammed VI, sul lungomare di Tangeri, giovani militari trovano riparo all’ombra delle bandiere. Dietro di loro, una fila interminabile di taxi occupa la carreggiata in attesa dei clienti: quelli piccoli si occupano del traffico cittadino, quelli grandi spesso di colore bianco coprono le tratte extraurbane. Hamed, nato a Casablanca, fa il tassista a Tangeri su una vecchia Mercedes bianca. Di migranti subsahariani che cercano di arrivare in Europa ne incontra ogni giorno.

«In molti arrivano qui dal sud e dal centro del Paese, pagano 2.000-2.500 euro i trafficanti per raggiungere la Spagna oppure 4.000 euro per un documento falso». Prosegue nei calcoli: «A seconda della capienza dell’imbarcazione, i guadagni per i trafficanti variano da 16 mila euro fino a 60 mila per 16 km». Ha appena accompagnato un ragazzo di 16 anni che arrivava da Beni Mellal: «È già partito», dice, e la foto sul suo telefono di una piccola imbarcazione in attesa di salpare per la Spagna ne è la prova.

I migranti che attendono di racimolare i soldi per pagare il viaggio,  si fermano alla cattedrale spagnola, sopra il Grand Socco, il mercato. Risalendo la città vecchia si può vedere il campanile della chiesa cattolica svettare da dietro la moschea, in una giustapposizione prospettica che rivela la natura internazionale e la storia coloniale di Tangeri: tra il 1923 e il 1956 Spagna, Francia, Regno Unito, Italia, Portogallo, Belgio, Paesi Bassi, Svezia e Stati Uniti vennero attratti dalla posizione strategica della città, e ne approfittarono per farne una zona internazionale. Questo comportò la sua neutralità politica, militare e la completa libertà di impresa.

Oggi Tangeri è il biglietto da visita del re Mohammed VI, tra progetti miliardari e uno sviluppo accelerato che ha risparmiato solo la medina (città vecchia): il nuovo porto, Tanger Med II, è il più grande del Mediterraneo e la nuova stazione ferroviaria è quella dell’unico treno ad alta velocità del continente africano, l’Al Boraq.

Tra le mura della medina, nonostante le folate di turisti appena scesi dalle crociere in cerca di souvenir, i caffè servono sempre lo stesso tè alla menta e i macellai halal nel vecchio suk affilano i coltelli per il prossimo Eid al Adha. Nel cortile della cattedrale, sopra la città vecchia, sono molti i migranti in cerca di protezione. Dove la pressione migratoria è maggiore, nel nord del Marocco, i rischi per chi vuole raggiungere l’altra sponda del Mediterraneo aumentano. Gli arresti e le deportazioni sono un pericolo anche per chi in possesso di documenti validi e stare in strada è pericoloso: la giurisdizione della chiesa garantisce protezione.

Kendrick che sogna l’America

I migranti aspettano fuori dal portale il termine delle celebrazioni per ricevere offerte dai fedeli e poter acquistare qualche cosa da mangiare. I più fortunati riescono a tenere corsi di danza africana in una palestra poco distante e così mettono da parte dei soldi. 

Kendrick, 23 anni, è uno di questi: arriva dalla Costa D’Avorio ed è qui da un paio di anni. «Il mio sogno è andare in America e diventare famoso, proprio come Kendrick Lamar», l’artista rap di origini afro-americane conosciuto in tutto il mondo. Ha attraversato il Marocco più di venti volte, conosce i respingimenti alla frontiera meridionale e i metodi della polizia: «È pericoloso girare in strada, c’è il rischio di venire arrestati per il solo fatto di esseri neri e essere allontanati al sud».

Uno scorcio del porto di Tangeri e, all’orizzonte, la Spagna – Foto: Roberto Persia

Dentro la chiesa padre Haime ha appena finito di celebrare messa. È arrivato qui tre anni fa direttamente dalla Colombia, dove è nato, e mi parla in spagnolo. «In città c’è molto controllo sui migranti da parte della polizia. Qui al nord, secondo le disposizioni del governo, nessuno di loro può affittare una casa o una stanza e quindi questi ragazzi sono costretti a stare in strada. Noi li accogliamo per un paio di mesi al massimo, ma non abbiamo i mezzi necessari per gestire tutte queste persone. Il Marocco riceve denaro dall’Europa per gestire i migranti, «ma non fa nulla se non arrestarli e rilasciarli a chilometri di distanza – prosegue -. Gioca al gatto e al topo e l’Europa paga».

Verso Nador

Spostarsi lungo questo confine non è semplice per nessuno e anche avere un passaporto europeo non dà alcun tipo di vantaggio. Non esiste alcun collegamento su rotaia che attraversi il Rif, una zona montuosa che si estende da Tangeri fino al confine con l’Algeria. L’isolamento e la povertà, in una regione che vive prettamente di agricoltura, hanno dato vita negli anni a frequenti proteste di dissenso nei confronti del potere centrale con la speranza di raggiungere una maggiore giustizia sociale.

Nel 2016 con la morte del pescivendolo marocchino Mouhcine Fikri, ad al-Hoceima, finito nel compattatore dei rifiuti nel tentativo di recuperare la sua merce sequestrata dalla polizia, sembrava che il vento di una nuova primavera araba potesse iniziare a soffiare proprio da qui. Espressione di questi malcontenti è il movimento dell’Hirak Rif che negli anni ha saputo trasformarsi in una spina nel fianco per Rabat, tanto che molti dei suoi esponenti sono stati arrestati per aver minacciato la sicurezza dello stato. Qui è ancora forte l’identità berbera, e per le strade la lingua utilizzata è l’amazigh, una delle tre riconosciute dalla nuova costituzione del 2011 con il francese e l’arabo. 

Nador dista quasi 400 km da Tangeri ed è un altro luogo che funge da sala d’aspetto per l’Europa. In comune con Tangeri ha soltanto la vicinanza con una delle due enclavi spagnole presenti sul territorio marocchino: Melilla, in questo caso. Non ha molto da offrire al turismo e gli investimenti sembrano dover ancora arrivare da queste parti.

Said è un attivista di AMDH Nador (Moroccan Association for Human Rights), associazione che da anni denuncia il trattamento che i migranti sub-sahariani subiscono da parte delle forze ausiliarie, ed è anche un membro dell’Hirak Rif. Ci incontriamo a Nador in una delle sedi della associazione. La porta al primo piano è aperta, sull’uscio una cucciolata di gattini, dentro le serrande sono abbassate e appese al muro una bandiera della Palestina, il ritratto di Ali Yata, uno dei fondatori del partito comunista marocchino nel 1943 e quello di Abdelkrim el Khattabi, rivoluzionario marocchino. «Hai fatto caso se qualcuno ti ha seguito? – chiede Said – Non devi preoccuparti, ma qui è la norma. Se sei un giornalista occidentale che arriva da queste parti ti staranno dietro per capire cosa sei venuto a fare».

Il Marocco cerca in ogni modo di nascondere le condizioni di vita a cui i migranti sono condannati. Negli ultimi anni diversi giornalisti e fotoreporter che volevano raccontare la condizione dei subsahariani in Marocco sono stati allontanati dal Paese. Un attivista per i diritti umani, Omar Omar al-Naji, vice-presidente della sezione Nador di AMDH, è stato arrestato e liberato su cauzione dopo aver denunciato, via Facebook, l’operato delle autorità marocchine a Nador durante le restrizioni post-Covid. Ora attende l’inizio del processo. 

Boubacar e la foresta dei migranti

«La maggior parte dei migranti che arrivano a Nador si nascondono nella foresta qui vicino». Il posto di cui parla Said è la fitta boscaglia che copre le pendici del monte Gourougou poco fuori la città dove la comunità subsahariana si nasconde in accampamenti di fortuna. «Il loro isolamento, per sfuggire alle forze di polizia, non permette di avvicinarsi neanche a chi volesse aiutarli. Nella foresta ci sono anche donne incinte e bambini», prosegue.

Ci sono diversi modi per morire qui, a quanto racconta Said: nella foresta stessa in cui si nascondono, per incuria o per i tentativi di sfuggire ai raid delle forze di polizia ausiliaria, o in mare nel tentativo di raggiungere l’altra sponda del Mediterraneo. «Nel 2018, nella sola Nador, ci sono stati 244 decessi e 900 arresti, mentre a Tangeri nello stesso anno gli arresti sono stati 15 mila», aggiunge. Melilla, l’enclave spagnola, è a pochi passi, ma separata da alte reti e filo spinato. I migranti aspettano il momento giusto per fare boza, che significa “vittoria” in Fula, una lingua dell’Africa occidentale: il termine si riferisce al riuscire a passare il mare o a scavalcare le reti, per arrivare finalmente in Europa.

Boubacar, invece, non ha mai fatto boza. Dopo aver trascorso sei mesi in quell’inferno ha deciso di rimanere a Nador. Ora è un punto di riferimento per la comunità subsahariana. È diventato un attivista, e si occupa di informare chi vive nella foresta sui propri diritti e i possibili pericoli: lo fa per conto di Alarm Phone, che, oltre a monitorare e supportare i soccorsi in mare, sensibilizza i migranti sui rischi legati all’attraversamento del mar Mediterraneo. «Adesso lavoro anche con Asticude, un’associazione che si occupa di diritti umani, con vari progetti in diverse città del Marocco. Ma con l’aumento dei decessi mi occupo anche di riconoscere l’identità dei cadaveri che il mare riporta indietro». Dopo esser stati recuperati in mare i corpi vengono trasportati nell’ospedale Hassan I, dove Boubacar si occupa di contattare le famiglie delle vittime, comunicare con loro e procedere al loro riconoscimento: quelli che restano senza nome vengono sepolti soltanto con la data della loro morte nel cimitero di Nador.

Beni Mellal, dove tutto ricomincia

Quasi 500 km in vecchi pullman sulle nuove linee autostradali e senza sapere quale sarà la prossima fermata: questo è invece il viaggio che aspetta chi viene arrestato dalle forze ausiliarie. Il bus, eredità della dominazione francese, procederà spedito sulla A8, una arteria che da Berrachid procede nell’entroterra marocchino per 2oo km perpendicolarmente l’oceano Atlantico, direzione Beni Mellal. Le case sono lontane una dall’altra nella campagna marocchina, ci sono delle stalle e poi uomini, donne bambini e animali; nessun agglomerato urbano.

Beni Mellal si trova nel centro del Marocco nella regione di Béni Mellal-Khénifra, fra i rilievi del Medio Atlante e la pianura, lontano dall’oceano e dal Mediterraneo. Una città con quasi 200 mila abitanti, secondo l’ultimo censimento del 2014, dove l’agricoltura e le miniere di fosfati sono l’unica spinta all’economia locale. La città è conosciuta, con Kouribga e Fekir Ben Salè, come il “triangolo della morte”: una zona depressa economicamente, che non gode dei favori delle città imperiali. Pochi turisti decidono di arrivare fin qui, soprattutto in questo periodo, l’aria è irrespirabile, brucia le narici e respirare con la bocca è come ingoiare un asciugamano bagnato. Un’area da dove, nella seconda metà degli anni 90, partivano i marocchini alla volta dell’Italia, anche loro raggiungendo il nord del Marocco per poi attraversare il Mediterraneo.

Ora si assiste ad un fenomeno inverso, iniziato nel 2008 quando la crisi finanziaria si è sommata a un’integrazione mai pienamente raggiunta. Chi è emigrato ritorna, e così lungo le vie principali è un susseguirsi di negozi dai nomi italiani: bar porta romana, bar Roma, caffetteria Italia o pizzeria bella Roma.

I migranti subsahariani, abbandonati qui, si disperdono nella città che conoscono ormai bene. Per molti non è la prima volta; chiedono l’elemosina agli angoli della strada. Indossano tutto quello che possiedono, anche di giorno sotto il sole, per evitare di perderlo: cappelli di lana, guanti, k-way e cappotti. 

Gaston è stato riportato qui da pochi giorni dal nord del Marocco. «Ho 25 anni – racconta -. Nel 2014 sono arrivato dal Mali. Ho attraversato Guinea, Togo, Nigeria e poi dall’Algeria sono entrato in Marocco. Tanti amici li ho persi nel deserto. Chiedo l’elemosina per racimolare qualche soldo e raggiungere Tangeri o Nador; guadagno circa 30 dirham al giorno» (3 euro). Mohammed Alfa ha 16 anni e arriva dalla Guinea Conakry, e, «inshallah», raggiungerà anche lui l’Europa. Sa bene, però, che qui la volontà di Dio costa cara: «Dobbiamo dare ai trafficanti 10mila dirham (mille euro, ndr) per raggiungere la Spagna».

Prima però bisogna attraversare di nuovo il Paese, ma con il tempo le condizioni per gli irregolari si fanno sempre più difficili. A ottobre del 2019, con un avviso appeso sulle vetrate dei botteghini, in tutte le stazioni dei bus veniva fatto divieto «secondo istruzioni delle autorità, di vendere biglietti CTM agli africani, che siano sprovvisti di passaporto o di regolare permesso di soggiorno. Particolare attenzione per le linee dirette al nord e sud del paese: Tangeri, Tetouan, Al Hoceima, Nador, Oujda e Laayoune». Così recita il regolamento, ma soltanto una delle città elencate si trova nel sud del Paese.  

Richard è italiano ed è arrivato in Africa come volontario; da 6 anni è in Marocco come cooperante per conto della Ong Progettomondo.mlal, che ha attivi sul territorio progetti umanitari rivolti ai migranti subsahariani e si occupa di prevenzione della radicalizzazione islamica dei giovani nei carceri. 

Secondo Richard, Beni-Mellal viene scelta come ultima fermata dei bus carichi di migranti per la sua posizione geografica, ma anche per la sua relativa stabilità sociale e spazio vitale: «I sub-sahariani non sono qui per lavorare come braccianti, i marocchini non ricorrono alla loro manodopera per paura di ritorsioni e comunque ci sono talmente tanti connazionali che vogliono lavorare che si preferisce spendere qualche dirham in più, parliamo di 7o-80 dirham (7-8 euo) al giorno – aggiunge. Si fa finta di non vederli, fino a che non arrivano a Tangeri o Nador dove avvengono le scene peggiori e il Marocco inizia a svolgere il suo ruolo da cane da guardia. Ho incontrato ragazzi che hanno percorso il Paese da sud a nord per otto volte».

Foto: Roberto Persia | Editing: Lorenzo Bagnoli

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