Qual è il ruolo dell’Italia nelle operazioni della guardia costiera libica?

Nessuna autorità libica ha il pieno controllo dei suoi uomini. Ci sono doppie appartenenze: chi è guardacoste ha comunque legami, spesso di natura tribale, con le milizie locali

13 Novembre 2019 | di Lorenzo Bagnoli

Abdallah Toumia è il volto più noto della guardia costiera libica. Ammiraglio, una vita in marina – ha cominciato ai tempi di Gheddafi –, chi lo conosce dice che non c’è niente da ridire sulla sua professionalità. È lui che ha firmato il Memorandum of understanding del 23 agosto 2016 con la forza europea Eunavfor Med, dove si stabiliva che la missione chiamata Operazione Sophia si occupasse di formare i militari e i guardacoste libici.

È lui che, vestito con un tradizionale caftano viola, ha risposto alle domande dei giornalisti italiani nel giugno 2018, durante una conferenza organizzata dalla guardia costiera italiana a Roma sul progetto di costruire un centro di coordinamento per il soccorso marittimo a Tripoli: il Libyan maritime rescue coordination center (Lmrcc). Il primo passo era ottenere il riconoscimento di una zona di ricerca e soccorso (Sar) sotto l’autorità libica entro la quale la marina del paese avesse il compito di coordinare le operazioni di salvataggio. L’area designata si spinge fino circa a 130 miglia a nord del golfo della Sirte.

Servitore dello stato con un curriculum rispettabile, Toumia sembra l’uomo giusto per rappresentare i guardacoste libici all’estero, durante i summit con i loro omologhi europei. Dalle missioni Onu all’operazione Sophia, dall’Italia agli altri paesi e agenzie europee: tutti sostengono ufficialmente la necessità di dotare la Libia di un centro per gestire i suoi 1780 chilometri di costa. Tuttavia, come ha fatto notare al parlamento europeo il deputato spagnolo Juan Fernando López Aguilar – presidente della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (Libe) – «bisogna definire la Libia per quello che è: non un porto sicuro, non un luogo sicuro per le operazioni di sbarco».

A dispetto di questo, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riconosce di risoluzione in risoluzione il miglioramento delle capacità d’intervento della guardia costiera libica, se non altro per i circa 40mila recuperi di migranti in mare avvenuti negli ultimi tre anni. «Il nostro governo è impegnato a salvare le vite dei migranti e rispettare i diritti umani», ha spiegato Toumia a Repubblica a margine dell’incontro romano. I crimini commessi dai suoi uomini, dice, sono solo «voci» dei mezzi di informazione, falsità.

Per ora la flotta libica dispone di (almeno) sei mezzi forniti dall’Italia, due motovedette di classe Corrubia e quattro classe 500 (ne erano previste dieci). Ma il numero delle imbarcazioni è destinato ad aumentare velocemente: il 4 novembre 2019, in occasione del 57° anniversario della sua fondazione, la marina di Tripoli ha festeggiato con la consegna di altre dieci motovedette dall’Italia (dalle foto postate sui social se ne vedono chiaramente sei). Obiettivo: fare di Tripoli una marina del tutto indipendente. Ma è davvero così?

Una missione impossibile

Nessuna autorità nazionale libica ha il pieno controllo sugli uomini che la compongono. Le appartenenze sono sempre “doppie”: nessuno è “solo” un guardacoste, ciascuno ha legami, spesso di natura tribale, con le milizie locali. Gli ufficiali di carriera sono pochi. Costruire una catena di comando lineare, come prevede il progetto Lmrcc, nelle condizioni in cui si trova adesso la Libia è una missione impossibile.

Questa doppiezza traspare nello stesso Toumia: basta leggere le sue dichiarazioni ai mezzi di informazione, in particolare a quelli libici. Appena diffusa la notizia delle sanzioni Onu contro Abd al Rahman al Milad, detto Bija, il capo della guardia costiera di Zawiya, Toumia ha criticato aspramente le Nazioni Unite. Bija, per altro, il 15 ottobre 2019 sarebbe stato riconfermato nel suo ruolo proprio dal comando centrale di Tripoli, come riporta l’Espresso. L’ammiraglio non ha condannato i suoi uomini neanche quando l’Onu, nel 2016, ha denunciato il caso di un guardacoste di Misurata – parte anche del consiglio militare cittadino – che usava una sua imbarcazione, la Luffy, per trafficare armi, senza che i colleghi facessero alcun controllo.

Non ha detto niente neanche sui colpi sparati dalle motovedette contro le organizzazioni non governative in diverse occasioni. Com’è successo la mattina del 7 agosto 2017, quando la motovedetta Sabratha, una classe Bigliani che è stata della guardia di finanza italiana, ha sparato dei colpi intimidatori in aria in direzione della nave della ong spagnola Proactiva Open Arms. La stessa motovedetta già nel 2010 aveva sparato contro un peschereccio italiano a trenta miglia dalle coste libiche perché sospettato di tratta di esseri umani o pesca di frodo. A bordo della motovedetta c’erano anche dei finanzieri italiani per un’azione di addestramento prevista dal cosiddetto accordo di amicizia voluto dal governo Berlusconi nel 2008 e richiamato dal Memorandum of understanding del 2017, firmato dal governo Gentiloni. I militari italiani non avevano alcun potere d’intervenire in quanto semplici “osservatori”. L’ultimo incidente risale al 26 ottobre 2019, giorno in cui la nave Alan Kurdi dell’ong Sea-Eye è stata minacciata da due motoscafi veloci battenti bandiera libica, uno dei quali armato con una mitragliatrice. Gli uomini a bordo non avevano alcun simbolo distintivo. Il comando navale militare di Tripoli ha negato ogni coinvolgimento, ma non è stato in grado di identificare i banditi.

L’ammiraglio Toumia è tra i sostenitori della tesi secondo cui le navi di soccorso siano un fattore di attrazione per i migranti, nonostante sia ormai acclarato da numerosi studi che questo fattore non esiste. Toumia parla di un quadro generale, ma la sua competenza si ferma in Tripolitania: i principali comandi sotto il suo controllo si trovano a Zuara, Sabratha, Zawiya, Al Khoms, Tripoli e Misurata. “Non c’è una singola nave di Tripoli che si spinga più a est”, commenta Claudia Gazzini dell’International crisis group.

Nonostante questo, la Libia aveva mandato la richiesta all’International maritime organization (Imo) – l’agenzia Onu che si occupa di dirimere le controversie marittime internazionali – perché fosse attribuita un’area di competenza alla sua guardia costiera, un riconoscimento che è avvenuto a maggio 2018. Si è chiusa in questo modo la prima fase dell’Lmrcc project, che ha dato a Toumia un ruolo centrale al livello internazionale. Marina militare e guardia costiera in Libia sono un unico corpo e rispondono al ministero della difesa, le cui deleghe sono sempre rimaste nelle mani del premier Serraj. Mentre gli incarichi politici sono noti – in cima, al di sopra di Toumia, c’è il capo di stato maggiore della marina, Abdul Hakim Abu Hawliyeh –, quelli più operativi non sembrano affidati a nessuno. L’unico rappresentante vero è appunto l’ammiraglio Toumia.

Motivi pratici e politici

Assegnare alla Libia una zona Sar è importante per due motivi. Il primo è di ordine pratico e si legge spesso nei documenti ufficiali italiani: la guardia costiera di Roma afferma di essere coinvolta in operazioni di salvataggio in un’area pari al 51 per cento del Mediterraneo, complice il poco impegno di Malta e le Sar mai riconosciute a Tunisia ed Egitto. Il secondo è più politico: assegnare una zona di competenza ai libici significa che la guardia costiera libica può essere ritenuta responsabile dei soccorsi nell’aerea e si può legittimare in questo modo il ritiro dei mezzi di soccorso europei. Inoltre, in questo modo sono i libici a riportare i migranti in Libia, un paese considerato non sicuro. Se lo facesse qualsiasi altra nave straniera, si tratterebbe di un respingimento in violazione di una serie di norme internazionali a partire dalla Convenzione di Ginevra del 1951. L’Italia è già stata sanzionata nel 2011 per aver riportato in Libia dei richiedenti asilo. Il problema però è che l’Italia assiste e coordina i libici.

Questo aiuto non è un mistero. Tra le cinque azioni previste nel progetto per costruire il centro di coordinamento si leggono “azione 2: search and rescue (guidata dalla guardia costiera italiana)” e “azione 5: cooperazione con guardia costiera libica (guidata da centro di coordinamento italiano, Mrcc italiano e Operazione Sophia)”. In pratica, fino al 2021, quando dovrebbe chiudersi il progetto Lmrcc, l’Italia “assisterà” i colleghi libici nella gestione della zona di competenza. Ma qual è il limite tra “assistenza” e “intervento”?

«Non saprei dire un momento esatto, ma di certo dall’estate 2018 è stata sempre più presente la guardia costiera libica», racconta Tamino Böhm, capo delle missioni aeree di SeaWatch. La conquista del mare da parte della guardia costiera libica è stata graduale. Con l’ingresso dell’Lmrcc project nella “fase di implementazione” è chiaro che insieme ai guardacoste esiste un coordinamento, ma non è chiaro operato da chi: «Il centro che i libici dicono di gestire nei fatti non risponde mai alle chiamate», dice Böhm. La sede è l’aeroporto Bin Ghashir di Tripoli – Castel Benito ai tempi dell’occupazione fascista italiana. Una delle zone dove i combattimenti sono più intensi e che ormai è sostanzialmente in disuso. Salem Elkabir, dipendente della Libyan civil aviation authority, è l’unico nome che si legge tra i responsabili delle comunicazioni a terra.

Tasselli

L’implementazione si concluderà nel luglio 2021, quando ci sarà il disimpegno dell’Italia. Tuttavia, lo scambio di informazioni con l’operazione europea Sophia è già avanzato. Secondo i dati della missione, le ricognizioni aeree europee hanno permesso di recuperare (e riportare in Libia) 19.775 persone nel 2017, 12.852 nel 2018 e 7.021 nel 2019 (dati al 30 ottobre).

Durante alcuni interventi, il centro di coordinamento libico ha lasciato indizi in merito a una possibile partecipazione italiana nella fase operativa. Durante un salvataggio nell’estate del 2019, il file compilato dal centro di coordinamento di Tripoli – il Libyan national coordination center, come è chiamato nel documento che Internazionale ha potuto consultare – riportava nella casella della data la dicitura «giu 2019». «Giu» sta per «giugno»? Il documento è stato compilato in italiano?

In partnership con: Internazionale | Foto: Marina Militare

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