08.05.26
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Migranti
Anestetizzare le norme del diritto internazionale, considerate ormai figlie di un’altra epoca, per non avere più ostacoli nell’adottare nuove soluzioni per fermare i migranti irregolari. È l’obiettivo dell’offensiva politica cominciata dalle cape di governo di Italia e Danimarca, Giorgia Meloni e Mette Frederiksen.
Conservatrice una, socialista l’altra, entrambe hanno posizioni molto dure in materia migratoria. E godono di un fronte favorevole sempre più largo. «Le convenzioni in materia di migrazione e asilo – ha dichiarato Giorgia Meloni all’assemblea Onu lo scorso settembre – non sono più adeguate e, quando vengono interpretate in modo ideologico e unilaterale da giudici politicizzati, finiscono per calpestare la legge, anziché difenderla».
In breve
- Le cape di governo di Italia e Danimarca hanno aperto un dibattito pubblico che si pone l’obiettivo di anestetizzare le norme del diritto internazionale. A loro dire, infatti, non sono più in grado di proteggere gli interessi dei Paesi e sono diventate troppo vecchie
- Il tema è emerso con una lettera aperta, promossa da Italia e Danimarca, con il sostegno di Polonia, Lettonia, Lituania, Estonia, Repubblica Ceca, Belgio e Austria. La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), dice la lettera, si è spinta oltre il suo mandato, con delle pronunce giudicate eccessive
- A dicembre 2025 la fronda contro la Cedu ha aggiunto altri Paesi, non solo Ue. Una nuova lettera ha 27 Paesi firmatari
- Gli obiettivi si sono definiti. Cinque i temi su cui lavorare: le espulsioni degli irregolari condannati, la definizione di cos’è un trattamento inumano, la cooperazione con Paesi terzi per soluzioni innovative, i processi decisionali per garantire la protezione internazionale in caso di arrivi di massa, contrastare la migrazione come strumento per destabilizzare l’Ue
- Queste indicazioni diventeranno una dichiarazione politica alla fine del prossimo vertice del Consiglio d’Europa che si terrà a Chisinau, in Moldavia, il 14 e 15 maggio. Seppur non vincolante, sarà un documento di grande significato, che metterà ulteriore pressione sui giudici della Corte
Meloni e Frederiksen, in Europa, conducono questa battaglia attraverso lettere aperte e vertici internazionali. In ballo, dicono, c’è il rafforzamento degli Stati europei e dei loro confini. Il nemico da combattere è la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), attraverso cui sono stati protetti i migranti irregolari invece degli interessi dei Paesi europei.
La fine della tutela dei diritti umani?
La tutela dei diritti umani come la conosciamo oggi si basa sulla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Oggi, però, questo concetto vive un momento di crisi complessiva, come dimostrano alcuni esempi legati all’ambito migratorio.
Cos’è in pericolo
L’equilibrio tra il diritto alla libertà di movimento e la protezione della sicurezza nazionale. Le politiche dei governi occidentali sono sempre più sbilanciate a favore della seconda.
Chi attacca i diritti umani
Gli Usa – L’amministrazione Trump ha chiuso la possibilità di chiedere asilo con politiche che rischiano di violare il principio di non respingimento (non refoulement), secondo il quale gli Stati non possono rimandare una persona in un luogo dove correrebbe un rischio reale di gravi violazioni dei diritti umani.
L’Unione europea – Sta lavorando a nuove norme contro il favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegali nel territorio dell’Unione che rischiano di criminalizzare le attività di ricerca e salvataggio dei migranti in mare.
La colpa: proteggere le «persone sbagliate»
Il 22 maggio 2025 comincia l’offensiva, a Roma, con una conferenza stampa congiunta di Meloni e Frederiksen. Nell’occasione, viene presentata una lettera aperta firmata da altri sette capi di Stato e Governo Ue: oltre Italia e Danimarca, infatti, ci sono Polonia, Lettonia, Lituania, Estonia, Repubblica Ceca, Belgio e Austria.
«Il mondo è cambiato radicalmente da quando molte delle nostre idee sono state concepite sulle macerie delle grandi guerre – si legge –. Le idee stesse sono universali e senza tempo. Tuttavia, oggi viviamo in un mondo globalizzato in cui le persone migrano attraverso i confini su una scala completamente diversa».
L’intento della lettera è «avviare una discussione su come le convenzioni internazionali riescano a rispondere alle sfide che ci troviamo ad affrontare oggi» affinché «l’Europa riprenda il controllo della migrazione irregolare». Perché ci sono occasioni in cui, a dire dei firmatari, la Cedu è andata «troppo oltre», proteggendo «le persone sbagliate» e, quindi, chiedono «un nuovo e aperto confronto sull’interpretazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo» in ambito migratorio.
Chi si occupa del rispetto della Convenzione è la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu). Negli ultimi dieci anni, la Corte si è espressa meno di 400 volte su questioni legate alla migrazione – con pronunce a volte favorevoli, a volte sfavorevoli agli Stati coinvolti – su oltre 7.300 casi trattati.
Che cosa sono il Consiglio d’Europa e la Corte europea dei diritti dell’uomo?
Il Consiglio d’Europa (Coe) non fa parte dell’Unione europea, ma è un’istituzione più ampia, composta da 46 Stati, tra cui l’Italia. È nata nel 1949, per «promuovere la democrazia, i diritti umani e lo Stato di diritto» a partire dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, adottata l’anno seguente.
Sull’attuazione della Convenzione vigila la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), alla quale le persone possono presentare ricorsi per violazioni dei diritti umani dopo aver esaurito tutte le possibilità di ricorso nello Stato membro cui la violazione è legata. Sia il Consiglio d’Europa sia la Cedu hanno sede e Strasburgo, in Francia.
La Corte, per esempio, nel 2020 ha sostenuto che l’attraversamento illegale delle frontiera spagnola a Melilla da parte di due migranti nordafricani aveva legittimato la loro successiva sommaria espulsione da parte delle autorità di Madrid.
Nel 2024, invece, si è espressa contro la decisione di Copenaghen di espellere un cittadino iracheno nato e cresciuto in Danimarca e condannato per reati di droga, vietandogli di rientrare nel Paese nordico.
Una nuova lista di rimostranze sulla Cedu
Il 10 dicembre 2025, giornata mondiale dei diritti umani, c’è stata una nuova offensiva contro la Cedu. Avviene a Strasburgo, dove si sta svolgendo la conferenza dei ministri. Il summit si apre infatti con un’altra lettera, questa volta firmata da 27 Stati del Consiglio d’Europa (Coe), tra cui il Regno Unito. Gli stati Ue sono saliti a 19, ma tra i Paesi più di peso mancano ancora Francia, Germania e Spagna.
Il dibattito sollevato dalla lettera di Meloni e Frederiksen si è istituzionalizzato e allargato. Le richieste dei Paesi che vogliono cambiare l’approccio del diritto internazionale sulle migrazioni, rispetto alla prima lettera, si fanno più precise: i cinque temi in discussione sono legati a misure spesso al centro di casi presso la Corte europea dei diritti dell’uomo, già conclusi o ancora in corso.
Il primo riguarda l’espulsione degli stranieri condannati per reati gravi (articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo) ed è particolarmente rilevante per la Danimarca, che nel frattempo ha approvato nuove norme sui rimpatri molto dure.
Il secondo, che chiede una definizione più stringente dei «trattamenti inumani e degradanti», viene spinto dal Regno Unito per negare la protezione alle persone che attraversano la Manica. Il terzo tema riguarda le modalità di valutazione delle domande di protezione internazionale in caso di arrivi di massa, che tocca soprattutto i Paesi di frontiera come Italia o Grecia.
Vi sono poi le cosiddette «soluzioni innovative» in materia di procedure di asilo e di rimpatrio: sono un cavallo di battaglia del governo Meloni, che è in attesa di un’importante sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sulla legittimità dei centri in Albania.
Infine, c’è la strumentalizzazione della migrazione che riguarda, in particolar modo, i migranti in arrivo dalla Bielorussia verso i Paesi Ue dell’est, come la Polonia. Minsk, col sostegno della Russia, è accusata di promuovere flussi irregolari verso l’Europa per destabilizzarla e gli Stati di confine hanno risposto con violenze verso i migranti e con la sospensione del diritto d’asilo. E, anche per questo caso, si attende una pronuncia della Cedu.
La lettera «è una lista di rimostranze degli Stati in merito alle sentenze della Cedu degli ultimi anni in ambito migratorio», commenta Adriana Tidona, ricercatrice di Amnesty International. A suo parere, il dibattito innescato da Meloni e Frederiksen è problematico perché, per la prima volta, legittima in seno al Consiglio d’Europa «il concetto per cui l’immigrazione è un problema di sicurezza e la sicurezza è incompatibile coi diritti umani».
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È stato il segretario generale del Consiglio d’Europa, lo svizzero Alain Berset, a trasformare le pressioni esterne all’istituzione in un dibattito al suo interno: «Da un lato, è positivo che la questione [migratoria] venga trattata da un ente concentrato sui diritti umani, come il Coe. Dall’altra, però, questa istituzionalizzazione è preoccupante», aggiunge Tidona.
Perché il vertice di Chisinau è importante
Il prossimo vertice del Coe è in programma il 14 e 15 maggio a Chisinau, in Moldavia. Con ogni probabilità, trasformerà il dibattito che c’è stato fin qui in una dichiarazione politica. Durante l’incontro di dicembre, i ministri riuniti al Consiglio d’Europa hanno deciso che, sui quattro temi discussi allora, dovesse essere approvato un documento non vincolante dal punto di vista giuridico, ma dal forte valore simbolico.
Una dichiarazione politica, appunto. Già a fine marzo 2026, quindi, è stato pubblicato un documento intermedio in materia, contenente una serie di proposte più concrete.
Il processo di elaborazione, hanno denunciato una serie di realtà della società civile riunite nella campagna Cure, «è stato inutilmente accelerato per soddisfare interessi politici di una minoranza di Stati» e non ha consentito una vera consultazione con «le istituzioni nazionali per i diritti umani, le ong e gli esperti accademici».
I problemi di metodo si legano a quelli di contenuto e i punti critici sono diversi. I passaggi in merito all’espulsione degli stranieri condannati e alla definizione di «trattamenti inumani e degradanti» rischiano di creare delle eccezioni valide solo per i migranti a dei diritti che dovrebbero essere universali, come il rispetto della vita privata e familiare e il divieto a tortura e trattamenti inumani e degradanti.
Le parti che riguardano le soluzioni innovative e la strumentalizzazione della migrazione, invece, sono rischiose perché la Cedu non si è mai espressa esplicitamente su questi nuovi concetti.
Gli approcci inclusi del documento in merito alle soluzioni innovative, ha scritto ancora la campagna Cure, «rischiano di spostare la responsabilità lontano dagli Stati membri, indebolendo al contempo le garanzie fondamentali previste dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In particolare, vi è il pericolo di aggirare le valutazioni individuali del rischio e di limitare l’accesso alle procedure di asilo e ai ricorsi effettivi».
Un discorso simile, aggiunge una lettera aperta di Amnesty International, vale per il concetto di strumentalizzazione della migrazione, che «manca di una definizione internazionalmente accettata» e che non deve essere usato per «giustificare indebite restrizioni dei diritti individuali garantiti dalla Convenzione», come già avvenuto ai confini orientali dell’Ue.
Corte europea dei diritti dell’uomo: la pressione sale
Complessivamente, tutto questo processo ha già portato e sempre più porterà a una maggiore pressione sulla Corte europea dei diritti dell’uomo per quanto riguarda le sue sentenze in materia di migrazione.
In un momento in cui è molto forte tra gli Stati Ue il consenso per politiche migratorie sempre più restrittive e meno rispettose dei diritti umani, il diritto internazionale è considerato un ostacolo e quindi si cerca di aggirarlo. Per le misure già adottate, ma anche per quelle che verranno presto implementate, con l’entrata in vigore a giugno dal Patto sulla migrazione e l’asilo dell’Ue.
«La Dichiarazione politica che sarà adottata a Chisinau – ha scritto ancora Amnesty International – potrebbe segnalare un pericoloso arretramento per quanto riguarda l’impegno degli Stati e il loro sostegno all’indipendenza, all’imparzialità e all’autorità della Cedu, nonché all’universalità dei diritti umani». E potrebbe non essere finita.
L’uomo che ha trasformato le pressioni esterne al Coe in un dibattito al suo interno è stato suo segretario generale, lo svizzero Alain Berset. In un’intervista rilasciata a Politico Europe, ha detto di essere ottimista sulla firma della dichiarazione, ma anche di essere convinto che il vertice in Moldavia «non sarà la fine del processo». E conclude: «È un processo. Arriverà a Chisinau, ma non sarà la fine del processo». L’attacco continua…
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