Migranti in Grecia: geopolitica, violenze e fake news

Lungo il confine con la Turchia, migliaia di migranti cercano di entrare nell’Unione europea. Erdoğan li usa come leva di un negoziato tutto politico. E intorno si costruiscono campagne di propaganda

17 Aprile 2020 | di Lorenzo Bodrero, Matteo Civillini

A fine febbraio, quando Recep Tayyip Erdoğan ha rimosso il divieto di attraversamento del confine con la Grecia, si è aggiunto un nuovo drammatico capitolo alla crisi dei migranti al confine con la Turchia. Decine di migliaia di rifugiati hanno raggiunto i check point disseminati lungo gran parte della frontiera nella speranza di entrare in Europa. Gli scontri con le polizie di entrambi i Paesi hanno causato decine di feriti e almeno due morti.

A lungo il leader turco aveva minacciato una mossa simile, diventata realtà dopo l’uccisione di 33 soldati turchi durante un attacco aereo a Idlib, in Siria.

Secondo il ministro della difesa turco, come riportato dal giornale Daily Sabah, quasi 150 mila migranti sarebbero riusciti ad attraversare il confine. Alla pressione esercitata dai rifugiati, si aggiungono ulteriori preoccupazioni dal lato greco: Ekathimerini, il più importante quotidiano di Atene, cita «autorità greche» secondo le quali la Turchia avrebbe un piano per «spingere i migranti affetti da Covid-19 ad attraversare il confine».

Tutti i limiti dell’accordo Ue-Turchia

La crisi e gli scontri in corso sul confine tra Grecia e Turchia altro non sono che la pietra tombale sul già fragile e costoso tentativo, da parte dell’Unione europea, di “gestire” il flusso migratorio che dalla Siria porta in Europa.

Memore della crisi migratoria del 2015, l’anno successivo la Ue chiuse un accordo da tre miliardi di euro alla Turchia (poi diventati sei) per «dissuadere i migranti dal percorrere rotte irregolari».

L’accordo prevedeva, tra le altre cose, che i migranti già in Europa fossero distribuiti tra gli Stati membri e che per ogni rifugiato accolto nell’Unione un migrante economico facesse ritorno in Turchia. I Paesi maggiormente ostili alle politiche di accoglienza e redistribuzione in Europa , come Ungheria e Polonia, si sfilarono dall’accordo mentre la maggior parte dei rimanenti fece di tutto pur di accoglierne il meno possibile. Una percentuale irrisoria di migranti fece rientro in Turchia, mentre le partenze verso la Grecia si facevano sempre più numerose.

Quel trattato si dimostrò fragile fin da principio.

Ai limiti tecnici dell’accordo, la cui esecuzione si basa sulla volontà di Erdoğan di rispettarlo, si aggiungono quelli politici. Da allora, infatti, la Turchia si trova nel mazzo una carta da giocarsi nel momento più opportuno. Aprire il confine con la Grecia a 3,6 milioni di rifugiati (stime delle Nazioni Unite) significa tenere sotto scacco la Ue. Dal 2016 a oggi si sono moltiplicati i campi profughi e i campi di detenzione per migranti sulle isole greche orientali di Lesvos, Chios e Samos, dove si stima oltre 40 mila migranti vivano in precarie condizioni igieniche e sanitarie.

Una partita su più fronti

La decisione da parte di Erdoğan di aprire i confini con l’Europa arriva da lontano. Ciò a cui il sultano tiene maggiormente è l’esito positivo del conflitto in Siria, così da alimentare il suo progetto di “Grande Turchia” di ottomana memoria.

La partita si gioca nella parte nord-occidentale a maggioranza curda del Paese guidato da Bashar al-Assad, in quella zona-cuscinetto di cui la città di Idlib è il fulcro. È da qui che proviene la stragrande maggioranza dei rifugiati che oggi affollano il confine con la Grecia, spinti all’esodo dalle bombe turche e siriane.

Al tavolo siede anche Vladimir Putin, storico alleato del leader siriano. È lui ad aver concesso ad Ankara il territorio intorno a Idlib, in segno dei buoni ma altalenanti rapporti con Erdoğan.

Le tensioni tra i due sono però più aspre in Libia dove la Turchia sostiene il Governo di Accordo Nazionale di Fayez al-Sarraj, impegnato contro l’avanzata del generale Khalifa Haftar, sostenuto invece dalla Russia. In cambio del suo appoggio militare alla Libia, il sultano ha ottenuto un accordo per l’esplorazione congiunta Turchia-Libia delle acque intorno a Cipro che da un lato gli consente un ampio controllo dei flussi commerciali ma, dall’altro, aumenta le tensioni con la Grecia – storica rivale – e quindi con la Ue.

«Tutti questi fronti aperti nello stesso momento mettono la Turchia in una posizione di isolamento, dalla quale cerca di uscire solo rilanciando la posta in gioco», scrive Il Fatto Quotidiano.

Il copione turco coinvolge prima la Nato, poi l’Unione Europea. Qualora non venisse concesso il supporto contro la Siria, Ankara ha minacciato l’Alleanza atlantica, di cui fa parte, di far saltare l’accordo di difesa per Polonia e Paesi baltici contro la Russia.

Infine, incassato anche il «no» europeo al sostegno nella guerra contro il regime di Assad, e all’indomani dell’uccisione di 33 soldati turchi durante un raid aereo a Idlib, Erdogan ha calato l’asso e dichiarato aperto il confine con l’Europa.

Tensioni al confine, morti e falsa propaganda

Del trasporto di decine di migliaia di persone dai campi profughi dell’entroterra turco verso la Grecia se ne fanno carico direttamente le autorità turche. Le stesse che, prima di riempire pullman offerti gratuitamente, alimentavano false speranze nei confronti dei migranti, affermando che il passaggio verso l’Europa fosse finalmente libero. Tutt’altro.

La Grecia ha infatti blindato i propri confini il 28 febbraio, il giorno dopo il “via libera” di Erdoğan. Esercito e forze speciali elleniche dispiegate lungo il confine hanno bloccato migliaia di migranti utilizzando lacrimogeni e armi caricate a salve. Secondo Amnesty International sarebbero almeno due le vittime tra i rifugiati durante gli scontri della prima settimana di marzo avvenuti lungo il fiume Evros.

Intanto, la propaganda di destra ha colto l’occasione per alimentare politiche anti-immigrazione. Il trucco è semplice: sfruttare il malcontento verso i migranti e gli scontri per diffondere falsa informazione.

Ne è un esempio un tweet lanciato dalla nota troll americana Amy Wek.

Utilizzando le immagini registrate durante gli scontri avvenuti presso la città di Pazarkule, sponda turca, tra polizia e migranti dove una bambina è sospesa dai genitori sopra del fumo, afferma che i rifugiati non sono altro che «soldati invasori» e che fanno piangere i bambini deliberatamente e in favore di telecamera, così da accaparrarsi le simpatie dei cittadini europei per entrare in Europa.

Un tweet che è stato visualizzato più di 750 mila volte e che è stato poi rilanciato da diversi partiti europei e siti web di destra.

Una ricerca di Borders Newsroom, un’iniziativa di Lighthouse Reports, e della piattaforma Pointer e condotta con la tecnica di reverse engineering, dimostra però la natura propagandistica del tweet (il video è disponibile con sottotitoli in italiano, nda).

L’analisi mostra infatti che i migranti immortalati nel video sono stati bersaglio di gas lacrimogeni sia da parte della polizia greca sia di quella turca e che la bambina viene sì deliberatamente esposta al fumo di brace rovente ma come un modo per attenuare gli effetti dei lacrimogeni.

La “tolleranza zero” dell’Europa

Con l’arrivo in Europa, soprattutto in Germania, di circa un milione di rifugiati nel 2015 a seguito della guerra in Siria, l’Unione europea ha visto un radicale cambio di direzione prendere forma al suo interno sul tema accoglienza.

Dall’accordo del 2016 alle politiche della “tolleranza zero” in Paesi come Ungheria e Polonia, passando per il blocco dei porti nel Mediterraneo e l’ostilità verso le navi delle Ong, fino al blocco dei confini messo in atto dalla Grecia.

È un ribaltamento senza precedenti della storia politica del Vecchio continente in materia di migranti, legittimato, infine, dalle parole di Ursula Van Der Leyen: «Grazie alla Grecia per essere il nostro scudo», ha detto la presidente della Commissione europea lo scorso 4 marzo in visita alla città di Kastanies, sulla frontiera di terra greco-turca. Aggiungendo: «Chi cerca di mettere alla prova l’unità dell’Europa resterà deluso. Manterremo la linea e la nostra unità prevarrà».

Il piano annunciato dalla Van Der Leyen prevede il dispiegamento di 100 guardie di frontiera da affiancare a quelle greche, l’invio di 700 milioni di euro per aiuti umanitari e l’arrivo di navi, aerei ed elicotteri da utilizzare via acqua e via terra.

Il nuovo corso europeo è al centro delle critiche di molte organizzazioni umanitarie. Amnesty International ha definito «inumani» i provvedimenti della Grecia, non da ultimo quello di sospendere le richieste di asilo a partire dal 1 marzo. Secondo Emergency «è ora che l’Europa cambi rotta: o mette il rispetto dei diritti umani come base irrinunciabile del suo agire o sarà definitivamente morta. Non ci sono più scorciatoie possibili».

Foto: un momento degli scontri tra migranti e polizia greca presso Pazarkule, città di frontiera con la Turchia – deepspace/Shutterstock

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