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A caccia di soldi

Sdegnato dai privati, il nucleare ha bisogno di enormi finanziamenti per progredire, ma anche solo per mantenere attiva la flotta di reattori esistenti, sempre più vecchia. Le vittorie della lobby potrebbero garantirgli accesso a fondi pubblici europei

#MinacciaNucleare

01.07.24

Carlotta Indiano

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Energia
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Per quanto la lobby del nucleare tenti di spingere i suoi progetti vecchi e nuovi in tutta Europa, ci sono ancora significativi ostacoli da affrontare. Questi sono sia di natura legale, almeno in molti Paesi, ma anche e soprattutto di natura economica. Il nucleare infatti resta molto costoso, tende ad accumulare ritardi e aumenti di costi che lo rendono antieconomico, e fatica moltissimo a trovare investitori privati, ecco perché punta oggi su fondi pubblici, sia nazionali, che a livello Europeo.

La Commissione europea è passata da un punto di vista più o meno neutrale alla fine degli anni 2000 a una posizione più favorevole sul nucleare solo recentemente.

«Ciò è dovuto in gran parte alle pressioni esercitate dalla coalizione guidata dalla Francia in seno al Consiglio europeo ma anche a cambiamenti di opinione pubblica in Paesi chiave come i Paesi Bassi, la Svezia e l’Italia», racconta a IrpiMedia Jan Haverkamp, ricercatore di World Information Service on Energy (WISE).

I dinosauri della lobby hanno ottenuto vittorie in molte delle nuove direttive europee sul clima, e conquistato un posto, almeno nelle classificazioni, fra le tecnologie in grado di aiutare la transizione. 

Con l’inserimento del nucleare nella Tassonomia europea, la lista delle attività economiche sostenibili e dunque finanziabili, si può avere accesso ai finanziamenti per la realizzazione di impianti dimostrativi per nuovi modelli avanzati di reattori nucleari; per la costruzione di nuovi impianti nucleari utilizzando le migliori tecnologie attualmente disponibili ma anche l’estensione operativa degli impianti attualmente in funzione.

Nel tentativo di trovare fondi anche privati, sfruttando la maggiore attrattività dei fondi “verdi” (fondi che sono a volte a rischio greenwashing, come abbiamo già raccontato), la società di Stato francese Electricitè De France (EDF) ha lanciato il primo green bond in linea con la tassonomia per un valore di un miliardo di euro A giugno 2024 ne ha annunciato un altro per un valore totale di tre miliardi di euro che verrà utilizzato, tra le altre cose, per finanziare l’estensione della vita degli impianti esistenti.

Nucleare nella tassonomia: si o no?

Il dibattito sul nucleare interno alla tassonomia non si è ancora concluso. 

«Quello che è stato deciso in seno alla Commissione è stato di etichettare gas e nucleare come “soluzioni temporanee di transizione” sotto l’articolo 10(2). L’articolo accetta esplicitamente tecnologie non sostenibili perché potrebbero aiutare nella transizione verso un sistema energetico sostenibile ma si dovrebbe trattare di uno stato eccezionale temporaneo», spiega Jan Haverkamp.

«In ogni caso l’atto delegato chiarisce anche i criteri secondo cui gli impianti nucleare sia esistenti che nuovi possano essere inseriti nella tassonomia: il primo è avere un piano per lo stoccaggio delle scorie e la Francia ce l’ha, il secondo è usare combustibile resistente agli incidenti (in inglese accident tolerant fuels, ATF) autorizzato dall’Autorità nazionale per la sicurezza nucleare dal 2025. Tuttavia l’ATF attualmente non esiste». 

La questione è stata posta in un’interrogazione all’Europarlamento già all’indomani dell’approvazione dell’atto delegato. Ma sugli impianti attualmente in funzione la Commissione rimane vaga.

«La revisione della data che impone l’uso di combustibili tolleranti agli incidenti terrà conto dei progressi tecnici nella loro commercializzazione nell’Ue e nel mondo», ha risposto ai delegati degli Stati membri. 

Sull’esistenza dei combustibili resistenti l’industria è ambigua: per Rosatom, il gruppo nucleare della Federazione russa, per esempio non esiste una «definizione condivisa e accettata di combustibile resistente».

Ma il problema resta: «Investire nel nucleare non è appetibile per il mercato. Anche se raggiunge la cifra di 100 miliardi di debiti, EDF non può fallire. Ma ogni altra compagnia che produce nucleare non garantita dallo Stato avrebbe già dichiarato bancarotta». Ne è convinto Jan Haverkamp, che assicura: «Non c’è un investitore privato in Europa disposto a investire in nuovi impianti o estensioni».

Ed è anche per questo che la Francia punta ai fondi pubblici dell’Europa, agli schemi di mercato e alle etichettature verdi.

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La serie di IrpiMedia sul nucleare, un’industria ancorata al passato che sta cercando di garantirsi oggi i finanziamenti pubblici che le servono per sopravvivere. Un “rinascimento” che rischia di travolgere le vere energie rinnovabili e ipotecare il futuro energetico del continente.

La difficoltà di rendere appetibile il progetto anche alle banche sembra essere confermata da una fonte che preferisce restare anonima interna all’European Investment Bank (EIB), la banca climatica europea e uno dei bersagli della lobby dell’industria nucleare.

Per i criteri stabiliti dall’EIB il nucleare è finanziabile ma i fondi vengono elargiti solo sulla base di progetti concreti. «Il progetto presentato deve essere prima approvato dalla Commissione europea e poi passa al nostro scrutinio per cui verifichiamo costi, affidabilità, fattibilità, coerenza con i criteri ambientali», spiega la fonte. «Quindi il supporto, in teoria, già c’è. Sono i progetti a non esserci. Finanziamo solo un progetto per la sicurezza nucleare in Romania». 

Gli scarsi successi ottenuti con i privati e le banche, spingono la Francia a cercare strumenti nuovi. Uno dei più interessanti, e che era inizialmente pensato a favore delle rinnovabili, è dentro la Riforma del Mercato elettrico approvata dal Parlamento europeo ad aprile 2024. 

Per il professore e ingegnere Giovan Battista Zorzoli «il principale nodo da sciogliere riguardava i Contratti per differenza (CfD)». 

La riforma nasceva dall’esigenza di trovare una formula che consentisse di abbassare i prezzi per l’energia in Europa dopo la crisi del gas e favorisse lo sviluppo delle rinnovabili tra privati, molto più facili da gestire di un impianto nucleare. Il testo prevede i cosiddetti Contratti per differenza (in inglese Contracts for Difference, CfD), da stipulare con l’autorità pubblica dei vari Stati Membri per sostenere gli investimenti energetici.

Gli strumenti interni alla riforma del mercato elettrico

Nella riforma del mercato elettrico prevede tre strumenti per favorire la stabilità dei prezzi dell’energia:

PPA: Power purchase agreement, accordi di compravendita dell’energia a lungo termine stipulati tra un produttore e un cliente, di solito un’utility, un governo o un’azienda. I contratti possono durare dai cinque ad oltre 20 anni, durante i quali l’acquirente può contare generalmente su un prezzo fisso pre-negoziato. In questo modo è possibile ridurre i rischi legati al mercato.

CfD: i Contratti per differenza a due vie sono contratti di remunerazione per i produttori di energia a basse emissioni. Si tratta di contratti a lungo termine (intorno ai 15 anni) stipulati tra il produttore di energia rinnovabile e un ente di proprietà del governo. Nei sistemi “a due vie” sono assegnati tramite aste competitive e si basano su una differenza tra il prezzo di mercato e un “prezzo di esercizio” concordato nella gara stessa.

Contratti forward o a termine: si tratta di un contratto tra un cliente e un produttore di energia elettrica per acquistare/vendere una certa quantità di elettricità a un certo prezzo in futuro. È simile a un PPA, ma generalmente prevede un periodo di tempo più breve.

In un CfD, l’autorità pubblica compensa il produttore di energia se i prezzi di mercato scendono troppo bruscamente, ma incassa una parte dei profitti se i prezzi sono troppo elevati, una sorta di garanzia di stato per proteggere i produttori di energia e i consumatori dalla volatilità dei prezzi.

Rispetto alla proposta della Commissione europea di marzo 2023, l’uso di CfD sarà consentito per tutti gli investimenti nella nuova produzione di energia elettrica, sia da fonti rinnovabili che da energia nucleare. A causa degli ingenti costi fissi di capitale, che non possono essere recuperati una volta spesi, l’investimento nell’energia nucleare è considerato rischioso.

I CfD riducono i rischi degli investimenti nel nucleare fornendo alle aziende un prezzo fisso per la loro produzione per un certo periodo. Anche su questo dossier c’è stato uno stallo per l’approvazione della riforma dovuto allo scontro tra Germania e Francia sulla possibilità di finanziare le centrali nucleari esistenti.

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La Germania, che ha spento la sua ultima centrale nucleare ad aprile 2023, si opponeva all’inserimento degli impianti in esercizio nello schema dei Contratti per Differenza (CDF) come chiedeva la Francia, perché avrebbero finito per finanziare anche il programma di intervento per prolungare la vita alle centrali nucleari francesi, considerata una distorsione del mercato libero. 

Secondo l’ingegnere Zorzoli, il nuovo testo vuole accontentare tutti, ma lascia intatta la possibilità di tenere aperte sia centrali nuove che vecchie.

«La riforma del mercato elettrico puntava a sviluppare un mercato delle rinnovabili soprattutto basato sui contratti di lungo termine (Power purchase agreement – PPE) stabiliti tra produttore di energia rinnovabili e acquirente, quindi contratti tra privati. Questo era lo schema iniziale di Von Der Leyen, totalmente rovesciato. Ora si tratta di un meccanismo che affida tutto ai singoli Stati Membri: quanti impianti, di che tipo. L’autorità acquista per 15 – 20 anni – perché questi sono gli intervalli – una certa quantità di energia a un prezzo fisso e garantisce quindi agli impianti di energia nucleare di godere degli stessi vantaggi della riforma che era prevista per le rinnovabili per altrettanti anni».

I Cfd assicurano continuità anche per gli investitori ma non abbassano automaticamente il prezzo dell’energia, che si adatta al prezzo di mercato. I CfD diventeranno obbligatori soltanto per i nuovi impianti a fonti rinnovabili e nucleari quando sono coinvolti anche fondi pubblici. Saranno facoltativi invece per le centrali già in esercizio, a condizione che la Commissione europa verifichi ogni volta che l’applicazione degli aiuti di stato non favorisca la concorrenza sleale.

Questa sorta di “centralizzazione” del mercato dell’energia a favore degli Stati Membri è in linea con la politica francese sul nucleare, che necessita di costanti interventi statali per sopravvivere a dei costi estremamente elevati sia per i nuovi progetti che per gli impianti già in funzione.

Secondo alcuni analisti si tratta tuttavia di una vittoria mutilata per la Francia perché consente di finanziare le attuali centrali con soldi pubblici nazionali, lasciando ancora aperta la questione di come accaparrarsi i fondi europei.

In questo tentativo di far contenti tutti, la priorità alla lotta alla crisi climatica è praticamente scomparsa del tutto. Spiega l’ingegnere Zorzoli: «Per non far torto a nessuno, è stata accontentata anche la Polonia, grazie a una deroga che consente fino al 2028 la partecipazione al mercato anche delle centrali a carbone».

È prevedibile che un’industria minacciata dalla scomparsa faccia del suo meglio per sopravvivere, il problema però è che rischia di trascinare con sé tutto lo sforzo fatto finora per difendere il clima. Le micro vittorie della lobby concentrata sulla propria sopravvivenza si trasformano infatti in scelte collettive che rendono il vecchio continente energeticamente più diviso che mai.

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Crediti

Autori

Carlotta Indiano

Editing

Giulio Rubino

Foto di copertina

La demolizione di uno degli impianti di raffredamento della centrale nucleare di Muelheim-Kaerlich (Germania) ad agosto 2019 © Thomas Frey/Getty

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