Lavorare per vivere, morire lavorando

Quattro vittime in media al giorno e un sommerso che le statistiche non riescono a mappare. Il nodo prevenzione: la sicurezza vista come limite e non come investimento

14 Dicembre 2021 | di Francesca M. Chiamenti

Nelle fabbriche, per strada, nei cantieri, nei campi, in mare, in ospedale, nei magazzini, sui mezzi di trasporto si continua a morire. Più di tre al giorno. Più di venti persone a settimana perdono la vita esercitando uno dei diritti fondamentali, quello al lavoro. Dall’inizio del 2021, mentre scriviamo, sono stati 910 i morti complessivi per infortuni sul lavoro registrati dall’Istat. Vite spezzate da uno Stato che spesso pecca nei controlli, da datori di lavoro devoti al profitto, da tutele lacunose se non spesso totalmente assenti.

Tra queste vite rubate c’era Luana D’Orazio, operaia di 22 anni diventata suo malgrado emblema di queste tragedie che il 3 maggio scorso ha perso la vita perché risucchiata da un orditoio nella fabbrica tessile in cui lavorava a Montemurlo, provincia di Prato. L’indagine aperta dalla procura di Prato sta indagando se tra le cause possibili dell’incidente mortale possa esservi il malfunzionamento del sistema di sicurezza dell’orditoio oppure se vi sia stata una sua intenzionale manomissione dei dispositivi di sicurezza da parte dei datori di lavoro, al fine di aumentare i livelli di produzione. Proprio per quest’ultimo motivo la titolare dell’azienda e l’addetto alla manutenzione del macchinario sono stati indagati sia per omicidio colposo sia per rimozione o omissione dolosa di cautele.

Un piccolo aumento dei livelli di produzione è dunque quanto vale la vita di un lavoratore? Ma gli esempi di quelle che vengono definite “morti bianche” a causa di manomissioni o mancate manutenzioni dei dispositivi di sicurezza sul lavoro sono moltissimi. Altra donna, altra tragedia.

Questa volta a perdere la vita durante il turno di lavoro è Laila el Harim, quarant’anni, rimasta schiacciata da un macchinario nell’azienda d’imballaggi Bombonette di Camposanto di Modena. E poi ancora i morti della fabbrica metalmeccanica della Lamina, quattro operai che rimasero uccisi nel gennaio 2018 a Milano a causa di una fuoriuscita di gas argon. Morti perché non era stata fatta la manutenzione dell’apparecchio digitale che doveva dare l’allarme. Morti perché l’azienda non aveva voluto mettere soldi per ripararlo. Recenti anche le morti bianche di due lavoratori a Pieve Emanuele – Emanuele Zanin, 46 anni e Jagdeep Singh, 42 anni – per una fuoriuscita di azoto mentre caricavano una cisterna di azoto liquido usato nei laboratori dell’università Humanita, stessa ragione e quella di un operaio quarantaseienne, Fabrizio Franzinelli, che il 23 novembre ha perso la vita nel milanese durante le operazioni di scavo per una rete fognaria travolto da due metri e mezzo di terra.

Gli infortuni sul lavoro

I dati degli infortuni sul lavoro in Italia tra 2015 e 2020 (primo grafico) e quelli a livello regionale nel 2019 (secondo grafico)

«Gli investimenti in tecnologia salvano le vite ma il problema è che le imprese per qualche percentuale di margine in più tagliano sui costi della sicurezza», commenta Massimo Bonini, segretario generale della sezione milanese della Cgil .

(In)sicurezza sul lavoro: in Italia aumentano le “morti bianche”

La tendenza generale osservata in Italia, dopo una prima decrescita tra gennaio-marzo 2021, è quella di un nuovo aumento di infortuni e morti sul lavoro. Secondo le stime contenute nel report Infortuni e malattie professionali, online gli open data Inail dei primi otto mesi del 2021 stilato dall’Inail le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Istituto tra gennaio e agosto sono state 349.449, ovvero oltre 27 mila in più (+8,5%) rispetto alle 322.132 dei primi otto mesi del 2020. Complice la ripresa delle attività lavorative l’Inail ha registrato un aumento su tutto il territorio nazionale degli infortuni in itinere – ovvero quelli che avvengono durante il tragitto andata e ritorno dall’abitazione al luogo di lavoro – (+20,6%, 45.821 casi) accompagnato da un incremento del 6,9% (303.628 casi) anche di quelli avvenuti in occasione di lavoro, dunque quando il tragitto è collegato a esigenze lavorative.

Gli uomini poi continuano a registrare la tendenza maggiore a rimanere vittima di incidenti mortali sul lavoro nonostante un lieve calo delle denunce (da 740 a 694 casi, -6,2%). Si scosta di poco il dato femminile che segna invece un -6% portando le morti bianche delle lavoratrici italiane da 83 a 78.

In forte aumento anche le patologie di origine professionale denunciate, ben 36.496, +31,5% rispetto al 2020. A registrare i tassi più alti di denunce sono state le patologie del sistema osteo-muscolare, del sistema nervoso e dell’orecchio, del tessuto connettivo, seguite a poca distanza da tumori e patologie del sistema respiratorio.

I morti sul lavoro

I dati delle vittime sul lavoro in Italia tra 2015 e 2020 (primo grafico) e quelli a livello regionale nel 2019 (secondo grafico)

Decreto fiscale & nodo prevenzione

In tema di interventi statali in merito alla questione sicurezza e prevenzione nei luoghi di lavoro si è arrivati lo scorso 21 ottobre all’emanazione da parte del Governo del D.L. 146/2021 Misure urgenti in materia economica e fiscale, a tutela del lavoro e per esigenze indifferibili che introduce importanti novità. Inasprimento delle sanzioni verso le imprese e il rafforzamento dell’attività di coordinamento e di ispezione i due punti principali.

Per far partire poi il provvedimento per la sospensione delle attività dell’impresa teatro dell’infortunio basterà ora che venga riscontrata la presenza del 10% (e non più 20%) di lavoratori in nero presente sul luogo di lavoro. Sospensione che potrà essere revocata solo a tre condizioni: la regolarizzazione dei lavoratori, il ripristino delle regolari condizioni di lavoro sicuro, la rimozione delle conseguenze pericolose delle gravi violazioni di sicurezza. Con un precedente sistema di sanzioni che secondo Bonini «non era visto con terrore da quelli che devono controllare, mettere in sicurezza i macchinari e le persone che lavorano», le nuove modifiche al decreto sembrano andare verso interventi più incisivi sugli illeciti in materia.

Tasto dolente è poi la questione del “prima”. Prima dell’infortunio, prima dell’incidente mortale c’è il nodo prevenzione. Ispettorato e malattia del lavoro, controlli, prevenzione, formazione, manutenzione. Queste le azioni concrete salvavita volte a ridurre il rischio di morti bianche. Azioni che puntualmente chi il mondo del lavoro lo manovra accantona nell’angolino delle cose di cui apparentemente ci si può occupare più tardi.

«Nel nostro Paese non c’è la cultura della sicurezza, anzi, la si considera un costo, un limite, non un investimento», commenta il segretario nazionale della Cgil Maurizio Landini intervenendo il 7 ottobre a TG2 Post. Dello stesso parere anche il segretario milanese del sindacato Massimo Bonini che rincara: «Senza contare che nelle aziende c’è anche la questione della competizione, della crisi economica, del mercato giocato sui costi del lavoro e dato che tra questi ci sono quelli della sicurezza poi vengono tagliati». E tra i primi a essere ridotti sono gli investimenti nell’Ispettorato del lavoro.

A Milano ad esempio «ci sono decine di migliaia di imprese e solo circa 50 ispettori a controllare», prosegue Bonini, che lamenta come sia estremamente necessario cominciare al più presto a investire in assunzione di personale per prevenzione e controlli. Come già accennato, il Governo ha cercato però di correre ai ripari con il varo del nuovo Decreto. Oltre a una banca dati informatica unica che metterà in sinergia Ispettorato nazionale, Inail, regioni e Asl e la riattivazione della commissione consultiva al ministero del Lavoro per il monitoraggio, il nuovo Decreto prevede anche un rafforzamento del ruolo dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro.

In tema di aumento dell’organico il Governo fa sapere che è prevista l’assunzione di 1.024 unità accompagnato da un investimento da oltre 3,7 milioni di euro in tecnologie per il biennio 2022/2023 con lo scopo di equiparare l’ispettorato della necessaria strumentazione per effettuare i controlli. Ad essere incrementato anche il personale del Comando Carabinieri per la tutela del lavoro: dalle attuali 570 unità si passerà a 660 dal 1° gennaio 2022.

Ma le assunzioni non bastano a sanare un sistema logoro e lacunoso. «Oltre che di personale – spiega Landini – c’è bisogno anche di educazione alle sicurezza attraverso la formazione rivolta non solo agli imprenditori e alle aziende in quanto soggetti responsabili della sicurezza dei propri dipendenti ma anche ai lavoratori stessi perché siano in grado di non essere messi nella condizione di mettere a rischio la loro vita, oltre al fatto che andrebbero messi a fare il lavoro per cui sono stati assunti. Luana ad esempio era stata assunta con una qualifica diversa».

Che fossero dunque necessarie misure di correzione delle vigenti regole per la sicurezza sul lavoro nel nostro Paese era un fatto evidente. Resta ora da comprendere se le novità presentate nel Decreto fiscale abbiano ricadute abbastanza tangibili capaci di interferire e modificare una tendenza sempre più negativa di infortuni sul lavoro. «Vogliamo dare un segnale inequivocabile: non si risparmia sulla vita dei lavoratori», dice intanto il Presidente del Consiglio Mario Draghi. «Più tutele e meno parole», risponderebbero i lavoratori.

Foto: Me Image/Shutterstock | Infografiche: Lorenzo Bodrero | Editing: Luca Rinaldi

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