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La rotta della carta: dal Portogallo al Mozambico, l’industria della cellulosa in cerca di terra coltivabile

Un progetto portoghese nell’ex colonia del Mozambico sta invadendo le aree rurali del paese, con piantagioni di eucalipto destinate a diventare cellulosa, la materia prima usata per carta e cartoni

La rotta della carta: dal Portogallo al Mozambico, l’industria della cellulosa in cerca di terra coltivabile

Un progetto portoghese nell’ex colonia del Mozambico sta invadendo le aree rurali del Paese, con piantagioni di eucalipto destinate a diventare cellulosa, la materia prima usata per carta e cartoni

04.12.24

Davide Mancini, Juan Maza, Boaventura Monjane

Seduto di fianco al suo trattore fuori uso, Luis André Naite ascolta sconfortato un altro agricoltore che cerca di motivarlo a organizzare una protesta contro le piantagioni di eucalipto. «Lasciamo che passino le elezioni, così non ci accusano di essere dell’opposizione. Ma dobbiamo organizzarci e sradicare le piante, dobbiamo riprenderci la terra», lo aizza il vicino. Luis non è convinto, ha quasi settant’anni e poca speranza di riottenere la propria terra. Più di 100 ettari in cui coltivava mais, tabacco e fagioli, ora sono occupati dalle piantagioni di eucalipto di Portucel Mozambique, un’azienda appartenente alla portoghese The Navigator Company.

Il primo trattore, Luis, lo comprò poco dopo la decolonizzazione nel 1974, da un ingegnere portoghese di cui era assistente, prima che questi lasciasse l’ormai ex colonia. Subito dopo l’indipendenza in Mozambico arrivò la guerra civile, che fu molto violenta nella provincia centrale di Manica, al confine con lo Zimbabwe. 

«Le strade erano seminate di mine, era difficile muoversi tra i campi», nonostante ciò Luis continuò ad arare con il suo trattore i campi di tabacco lasciati dai portoghesi.

L’inchiesta in breve

  • La cellulosa è la materia prima usata per produrre materiali di carta e cartoni, come scatoloni, imballaggi, carta da stampa, carta igienica, carta assorbente, ed è destinata a crescere, sostituendo molte confezioni monouso di plastica in tutta Europa
  • Il Portogallo è il primo produttore europeo di cellulosa derivata dall’eucalipto, che è la specie predominante nelle aree forestali portoghesi, e sta investendo in Mozambico con un progetto da 2,3 miliardi di euro
  • I terreni accordati con il governo del Mozambico sono stati tolti all’agricoltura di sussistenza nelle aree rurali del paese, uno dei più poveri al mondo, in cambio di benefici che non sono ancora arrivati ai residenti. Ora molti chiedono che venga loro restituita la terra ceduta
  • L’uso di erbicida e fertilizzanti può aver raggiunto le falde acquifere ed i pozzi usati per uso domestico, e il livello delle falde acquifere sembra essersi abbassato nelle vicinanze delle piantagioni

Dopo la guerra civile, si firmarono a Roma gli accordi di pace nel 1992, tra Frelimo (Fronte di Liberazione del Mozambico) e Renamo (Resistenza Nazionale Mozambicana). Luis ottenne altri macchinari attraverso programmi di cooperazione promossi dall’Italia, per coltivare la grande estensione di terreni di cui aveva ereditato un diritto d’uso.

In un Paese uscito dalla guerra civile con una forte impronta socialista, la terra è ancora oggi per la maggior parte di proprietà statale. Negli anni però si è assistito a una svolta liberale del governo Frelimo e favorevole alle grandi imprese straniere interessate a investire nelle risorse del Paese, come l’agri-business e la silvicoltura. Luis arrivò in pochi anni ad avere otto lavoratori fissi, più molti altri braccianti che aiutavano nei periodi di raccolta. «Facevamo 1.300 sacchi al giorno, di mais e semi di girasoli, e li vendevamo direttamente a un’azienda nazionale a Beira».

Oggi invece, al porto di Beira, nella vicina provincia di Sofala, arrivano soprattutto camion con tronchi di eucalipto, che vengono ammassati in attesa di essere imbarcati verso Aveiro, in Portogallo.

L’impresa Portucel Mozambique ha ottenuto dal governo il diritto di uso e sfruttamento della terra (Duat, in sigla portoghese) per 356.000 ettari, un’area superiore alla Valle d’Aosta, di cui due terzi (circa 240.000) sono destinati a diventare fitte piantagioni di eucalipto. Inclusi gli ettari di Luis, che 10 anni fa ha ceduto a Portucel pensando di ottenerne un beneficio economico, rivelatosi molto inferiore a quello che sperava. Gli eucalipto sono usati in tutto il mondo dalla crescente industria della cellulosa, la materia prima necessaria per produrre ogni tipo di carta e cartone.

Cos’è e come è utilizzata la cellulosa

Cartone per imballaggi, confezioni, fogli di carta per la stampa, carta igienica e carta assorbente. La polpa di cellulosa viene usata per la maggior parte della carta che usiamo quotidianamente. Sebbene sia un materiale riciclabile, per produrre nuovi oggetti di carta è quasi sempre necessario introdurre una buona parte di fibre nuove (non riciclate), per aumentare la resistenza del materiale. In Europa, gli imballaggi assorbono la maggior quantità di materiali vergini (il 40% della plastica e il 50% della carta) e rappresentano più di un terzo dell’immondizia prodotta a livello municipale.

E-commerce, food delivery e la transizione verde europea stanno contribuendo a far aumentare la domanda di cellulosa in Europa, ma soprattutto incide la contestata direttiva sul packaging. Secondo diverse organizzazioni a difesa delle foreste, come Fern, la direttiva europea approvata nella primavera del 2024 è stato un falso passo avanti per l’ambiente, perché non riduce il packaging ma piuttosto «sostituisce semplicemente la plastica con imballaggi di carta, che spesso contengono comunque plastica». L’alternativa, secondo Sergio Baffoni, Campaign Coordinator dell’Ong Environmental Paper Network, era di regolamentare e disincentivare l’utilizzo del packaging monouso tout-court, in molti casi sostituibile con imballaggi riutilizzabili.

Le negoziazioni per la direttiva europea sul packaging però sono state pesantemente influenzate dal lobbying dell’industria degli imballaggi, guidate da multinazionali come McDonald’s, che ha persino portato il Parlamento europeo a condurre un’inchiesta interna su possibili violazioni della privacy nei confronti dei parlamentari europei durante le aggressive azioni di lobbying. La direttiva è stata approvata anche grazie all’appoggio dell’Italia, che è uno dei principali produttori di carta e cartone europei (riciclata e non), perciò un importatore di cellulosa dall’estero, Portogallo incluso.

Il Portogallo è uno dei principali produttori di cellulosa in Europa, dopo Svezia e Finlandia, e il primo produttore Europeo di cellulosa a base di eucalipto. Originario dell’Australia, l’eucalipto cresce molto rapidamente ed è quindi ideale per la produzione industriale di carta, impiegata tanto per carte grafiche e fogli d’ufficio, quanto per materiali di cartone.

«Negli ultimi 20 anni, il consumo di cellulosa in Europa è aumentato del 22% e l’approvvigionamento delle foreste europee è aumentato del 9%. La differenza tra queste cifre è stata compensata dalle importazioni», spiega Baffoni.

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Portucel Mozambique è un’azienda controllata da Navigator Company, in cui ha una partecipazione del 20% anche l’International Finance Corporation (appartenente alla Banca Mondiale). The Navigator Company, ex gruppo Portucel-Soporcel, è un colosso nazionale del settore che da solo contribuisce all’1% del Pil del Portogallo. Nel 2009 ha stretto un accordo con il governo del Mozambico per investire 2,2 miliardi di euro nel progetto Portucel Mozambique, l’investimento straniero più grande nel settore forestale registrato nel Paese africano dalla sua indipendenza.

Con un tempo di rotazione minimo di 7-8 anni per la raccolta degli alberi, ad oggi dal porto di Beira sono stati inviati solo nove carichi, per 285 mila metri cubi di legname, in Portogallo. Ma il progetto prevede che gli eucaliptus del Mozambico forniscano materia prima destinata anche al mercato asiatico, come la Cina, dove pure esiste una grande richiesta di cellulosa.

Il progetto di un impianto per la produzione di cellulosa in Mozambico promesso da Portucel, consentirebbe di produrre 1,5 milioni di tonnellate di cellulosa da esportare ogni anno. Il progetto, secondo l’azienda, è in ritardo per problemi di infrastrutture, in particolare il mancato allargamento del porto di Macuse, essenziale per poter far fronte al volume delle esportazioni previsto.

In un’altra provincia del Mozambico centrale, Zambézia, Portucel ha inaugurato nel 2015 il vivaio di eucalipto più grande del continente africano, dove nel 2023 sono state prodotte 1,3 milioni di piante clonate, di cui il 66% destinate alle piantagioni della stessa azienda. A oggi, solo 14.000 ettari sono stati piantati dei 237.000 previsti complessivamente per questo progetto (meno del 6%), ma non senza generare malumori tra le popolazioni locali. 

Terra per lavoro 

Mugabe Augusto sperava di ottenere un lavoro da Portucel Mozambique cedendo i suoi 1,7 ettari di terra per piantare eucalipto. Quello che era il suo terreno ora fa parte di un sottobosco simmetrico e asciutto, indistinguibile dalle parcelle circostanti. Nel contratto che ha firmato nel 2013, come molte altre persone nella provincia di Manica e Zambézia, Mugabe ha ceduto l’uso del suo terreno in cambio di un «impegno a dare priorità di impiego ai membri della famiglia, nel caso sia necessario contrattare personale per realizzare operazioni forestali», recita il contratto di cessione. Ma il contratto non vincola l’impresa a dei termini specifici, riservandosi la possibilità di decidere quando e se la persona sia necessaria per lavori saltuari.

«Mi hanno chiamato all’inizio per lavorare il terreno e piantare gli eucalipto, applicando fertilizzanti e altri chimici. A volte mi chiamano per ripulire il sottobosco, ma solo per qualche settimana all’anno. Ma mi avevano promesso un lavoro per 50 anni, per me, per i miei figli e nipoti!».

Per Mugabe, il pagamento di 236 meticais per giornata lavorativa (circa 3,40 euro) non compensa la perdita della terra da cui lui e la sua famiglia poteva trarre beneficio, coltivando ortaggi le cui eccedenze vendeva al mercato locale.

«Questo non è un lavoro vero, un impiego come avevano promesso, per questo vogliamo indietro la nostra terra». C’è una discrepanza sostanziale tra quello che si legge nei documenti di cessione volontaria firmati dai residenti e quello che è stato loro promesso.

Mugabe Augusto all’interno della piantagione di eucalipto che un tempo era la terra da lui coltivata © Davide Mancini

L’organizzazione mozambicana Justiça Ambiental ha ricostruito sul terreno come sono andati questi negoziati: «Nel 2012 ci erano arrivate lamentele riguardo l’avvio delle piantagioni di eucalipto. E la cosa strana era che l’azienda aveva già ottenuto i Duat nel 2009, ma stava consultando le persone posteriormente. Ma se hai già il diritto d’uso della terra, perché chiedi ai residenti successivamente?».

Secondo Justiça Ambiental, non si è trattato di una cessione volontaria, ma piuttosto di una negoziazione. Una «negoziazione con asimmetria di informazioni», conclude Justiça Ambiental. Questo perché l’azienda sapeva bene quanta manodopera sarebbe stata davvero necessaria una volta avviato il progetto, sapeva insomma che non sarebbe stata sufficiente a soddisfare le aspettative di lavoro create nelle comunità. 

Consultata da IrpiMedia riguardo al processo per ottenere i Duat, Portucel sostiene che il processo ha seguito pienamente la legislazione esistente e che la firma della cessione volontaria della terra sia servita «per garantire un processo ancora più robusto per le famiglie e affinché prendessero conoscenza dei lotti destinati alle coltivazioni». Essendo un processo volontario, sottolinea l’azienda, quando la maggioranza di una comunità riceve positivamente il progetto, ciascuna famiglia ha ancora la libertà di non far parte del progetto. Coloro che cedono la loro terra possono beneficiare quindi del programma di sviluppo comunitario promosso dall’azienda, chiamato Portucel Social Development Plan.

Il Dipartimento Provinciale per la Terra e l’Ambiente di Manica non ha risposto alle domande inviate su questo tema.

«L’impresa venne per prendersi la mia machamba (terra) con la forza, ma io non l’ho permesso, i miei figli adorano l’agricoltura». Ester Bande vive a pochi chilometri da Mugabe: una donna vedova, con 8 figli, 7 nipoti e 8 bisnipoti. Machamba in Mozambico si riferisce alla terra destinata alla coltura per uso familiare, un sistema agricolo misto dove crescono tanto cereali, grano, ortaggi e frutta quanto erbe medicinali, essenziali nelle aree rurali del paese, dove l’accesso a medicinali convenzionali è spesso un privilegio.

«Un giorno mi chiamarono e mi dissero che mi avrebbero dato un lavoro, ma io non volevo lavorare per loro. Mi dissero che ero pigra, che non volevo lavorare. Ma io non volevo essere loro dipendente. E se il lavoro finisce poi, dove andiamo a coltivare?». Oggi Ester coltiva ancora la sua terra, ma altre persone vicino a lei, come Mugabe, hanno ceduto i loro Duat all’impresa in cambio della promessa di un impiego, e ora se ne pentono.

«Tutto questo non è altro che “colonialismo verde”», spiega Natacha Bruna nella capitale Maputo, nei giorni antecedenti le contestate elezioni nazionali «Perché molti di questi progetti, specialmente quando implicano piantare alberi, sono in linea con le politiche globali sul cambiamento climatico, e quindi più legittimati». Bruna è ricercatrice presso il College of Agriculture and Life Science alla Cornell University, e per l’Osservatorio Rurale (ORM) in Mozambico, dove ha condotto varie ricerche sugli effetti delle piantagioni di eucalipto nelle comunità rurali.

Secondo la legge mozambicana, per progetti superiori ai 10.000 ettari, è necessaria l’approvazione del Consiglio dei ministri, «non essendoci stata una espropriazione della terra vera e propria, non sono stati trasferiti i residenti né sono state elargite compensazioni. Invece è stato implementato un piano di sviluppo sociale proposto dalla stessa azienda, il Portucel Social Development Plan».

Domingos Patacho, ingegnere forestale nell’associazione ambientalista portoghese Quercus, in una piantagione di eucalipto abbandonata vicino ad Ourém © Juan Maza Calleja
Luis André Naite ha vissuto il colonialismo, l’indipendenza, la guerra civile e la pace in questa regione rurale del Mozambico, a bordo di diversi trattori arando la terra © Juan Maza Calleja

Secondo i dati forniti da Portucel Mozambique, 4.000 famiglie come quella di Mugabe hanno ceduto i propri Duat e il piano di sviluppo comunitario ha raggiunto a oggi circa 7.000 famiglie tra le province di Manica e Zambezia, con l’intento dichiarato di migliorare la qualità di vita dei residenti con iniziative come la distribuzione di semi per produzione agricola, arnie per aumentare la produzione di miele, la creazione e ristrutturazione di pozzi d’acqua, il miglioramento delle strade nonché la costruzione di un ambulatorio medico. 

Il Social Development Plan è a meno di un quarto della sua applicazione, che in totale prevede una spesa di 40 milioni di dollari. Secondo Bruna, resta una maniera molto economica di ottenere un diritto d’uso della terra. Considerando infatti tutti i 356.000 ettari di concessione ottenuti, si tratta di circa 112 dollari per ettaro destinati a progetti comunitari, in cambio di diritti di sfruttamento della terra per 50 anni. Un modico prezzo per un’azienda come the Navigator Company, che ha registrato nei primi nove mesi del 2024, 241 milioni di euro di utili, aumentando del 20% rispetto all’anno scorso.

Ma Portucel sottolinea che il programma sta avendo un impatto socio economico positivo, considerando la creazione del lavoro locale, il miglioramento delle strade, il trasferimento di conoscenza e preparazione del personale, nonché la possibilità di creare un “cluster” economico importante nel medio-lungo periodo.

La maggior parte della popolazione del Mozambico dipende dagli alimenti coltivati nella terra in loro concessione dallo Stato. Nel Paese africano, la gran parte della terra è di proprietà statale. Il diritto d’uso e sfruttamento della terra può essere ceduto da un cittadino a un altro, o a un’impresa, in base a criteri stabiliti dalla legge © Juan Maza Calleja

Eucalipto tagliati di recente, nella provincia di Manica, Mozambico © Davide Mancini
Piantagioni di eucalipto gestite da Portucel, nel distretto di Sussundenga, provincia di Manica, Mozambico. I tronchi tagliati durante la prima raccolta sono impilati vicino agli alberi da poco ripiantati © Juan Maza Calleja
Un carico di legname di eucalipto trasportato sulla strada che unisce la provincia di Manica con la costa, fino alla città portuale di Beira © Juan Maza Calleja

Nelle interviste condotte da Natacha Bruna nella provincia di Zambezia, le risposte sono state simili a quelle delle persone intervistate per questa inchiesta: l’azienda in molti casi non ha adempiuto alle promesse in fatto di lavoro permanente, distribuzione di semi agricoli e miglioramento generale delle condizioni di vita delle comunità. Nei primi 10 anni del progetto Portucel ha dato lavoro permanente a sole 250 persone,e ha creato lavori occasionali equivalenti a 1.250 contratti full-time mensili. Ma secondo Bruna sono state prevalentemente le élite locali a beneficiarne e chi aveva abbastanza terra da cederne una parte a Portucel e conservarne un’altra per continuare a coltivare, mentre gli altri si sono ritrovati senza terra e senza un lavoro.

«È un peccato che dobbiamo venire così lontano, questo progetto poteva essere fatto in Portogallo», dichiarò nel 2015 Pedro Queiroz Pereira, l’allora presidente del gruppo Portucel-Soporcel (oggi Navigator Company), riferendosi alla crescente resistenza a nuove piantagioni di eucalipto nel paese iberico.


Déjà vu di una rivolta rurale

Al contrario del Mozambico, l’area forestale in Portogallo è prevalentemente privata e composta da piccoli latifondi, soprattutto al centro-nord. Negli anni ‘80 molti proprietari iniziarono a piantare eucalipto, una specie che pareva richiedere poca manodopera e dare una buona rendita: molti lo chiamano ancora oggi una “coltura per pigri”.

Nel 1989, i cittadini di diversi paesi di Valpaços, nel nord del Portogallo, si unirono per protestare contro le piantagioni di eucalipto da poco piantate nella loro terra. Le persone si scontrarono con le autorità della Guardia Nacional Repubblicana, fino ad ottenere che in quell’area non si piantassero eucalipto bensì olivi, che rimangono tutt’oggi © Fernando Nunes

Nella primavera del 1989 però centinaia di persone si riunirono in un villaggio vicino a Valpaços, nelle colline del nord del Portogallo, per sradicare 200 ettari di eucalipto appena piantati. Le piantagioni erano frutto di una sovvenzione statale del ministro dell’Agricoltura, diretto all’epoca da Álvaro Berreto, che incentivava i piccoli proprietari terrieri a piantare eucalipto da cui avere un ritorno economico, vendendo il legname alle industrie di cellulosa del Paese. Berreto era stato in precedenza presidente del consiglio d’amministrazione di Soporcel – gruppo industriale che è andato a costituire Portucel-Soporcel, ribattezzata poi The Navigator Company. La Guardia Nacional Republicana (GNR) attese a cavallo i manifestanti per impedire loro di sradicare gli eucalipto dalle colline, ma le forze dell’ordine erano numericamente inferiori, e dovettero arrendersi al volere della popolazione, che strappò dal terreno le piante da poco piantate.

Vista aerea di uno degli impianti di trasformazione di Navigator Company, ad Aveiro, dove sono arrivati i primi carichi di eucalipto coltivati a Manica, in Mozambico, dall’azienda sussidiaria Portucel Mozambique © Juan Maza Calleja

Oggi il paesino è circondato da olivi, invece che da alte piante di eucalipto, ma questa vittoria rappresenta un’eccezione nel paesaggio del Portogallo centro-settentrionale, dove la specie australiana cresce ormai selvaggia, mescolata spesso con pini e altra vegetazione.

L’eucalipto è infatti diventata la specie predominante nel paese, ricoprendo il 26% dell’area forestale totale, la più grande al mondo se proporzionata alla grandezza del Paese. La promessa di una rendita facile per i piccoli appezzamenti privati ha portato ad una conversione del paesaggio, ma non ha mantenuto le promesse di rendita inizialmente previste, e una gran parte delle piantagioni di eucalipto portoghesi sono state abbandonate.

Dopo la tragedia di Petrogrão Grande, il mega-incendio che ha traumatizzato il Portogallo nel 2017, provocando 66 vittime e incenerendo 53.000 ettari di terreni (di cui la metà a eucalipto), il governo portoghese ha deciso di mettere un freno all’invasività dell’eucalipto. Questa specie infatti, se lasciata a se stessa, è una bomba a orologeria per gli incendi. «In termini di biodiversità, è pericoloso perché introduce cicli di incendi molto più frequenti. E siccome è una monocoltura, ci sono poche altre specie che possono conviverci, e quindi nemmeno molti uccelli, mammiferi e insetti», racconta Domingos Patacho, dell’organizzazione ambientale portoghese Quercus.

Nel distretto di Santarém, dove Domingos vive, gli eucalipto coprono le colline a perdita d’occhio, molte sono piantagioni visibilmente abbandonate, anche a causa dello spopolamento rurale. «Lo chiamavano il “petrolio verde” negli anni Ottanta e Novanta, ma il prezzo pagato per la legna raccolta è deciso dal mercato, ed è andato perdendo valore nel tempo». I principali compratori dell’eucalipto sono due aziende in Portogallo: Altri e The Navigator Company.

Dopo ogni incendio registrato in Portogallo è proprio l’eucalipto la prima pianta che rispunta dalla cenere. Essendosi evoluta a contatto con incendi in Australia, la sua forte resilienza permette di riprendersi velocemente e avere un vantaggio competitivo con altre piante native, utilizzando l’acqua che incontra con le sue radici per ricrescere rapidamente, prima di altre specie. Ragione per cui in Portogallo a ogni nuovo incendio si guarda sempre più con sospetto a queste piantagioni, benché l’industria continui a negare l’esistenza di una correlazione tra questa pianta e gli incendi.

In Mozambico l’arrivo di grandi piantagioni di eucalipto è relativamente recente, e non si sono registrati incendi a oggi. Il clima è diverso dal Portogallo, ma rimane una specie che necessità acqua per crescere velocemente, e nelle regioni centrali si registrano periodi siccitosi sempre più lunghi.

Mugabe ci mostra il pozzo dove un tempo veniva a prendere l’acqua, quando la sua machamba era coltivata da lui e la sua famiglia. Ora il pozzo è assorbito dai filari di eucalipto alti più di 15 metri.

«Da quando hanno piantato qui, questo pozzo e altri nella zona si sono prosciugati, perché l’eucalipto assorbe molta acqua dal terreno».

Altre persone intervistate confermano che diversi pozzi si prosciugano nella stagione secca, e sono tutti nelle vicinanze delle piantagioni, mentre l’azienda sostiene che i pozzi indicati dagli intervistati erano già secchi prima dell’arrivo delle piantagioni. Secondo Portucel, non c’è una correlazione tra l’abbassamento delle falde acquifere e gli eucalipto. Anche se Ong come Justiça Ambiental hanno raccolto accuse simili da parte delle comunità nella provincia di Zambezia negli scorsi anni.

Ester Bande nella sua machamba, che in Mozambico si riferisce a piccoli appezzamenti di terreno dove i residenti coltivano verdure, cereali, frutta ed erbe medicinali per il consumo proprio e in parte per la vendita locale. Ester si è rifiutata di cedere la propria terra per la coltivazione di eucalipto © Juan Maza Calleja
Un’abitante del distretto di Sussundenga riempie delle taniche di acqua proveniente da un pozzo. Sono soprattutto le donne a trasportare a mano l’acqua dai pozzi fino alle case, che possono trovarsi anche a chilometri di distanza © Juan Maza Calleja

Ester, come Mugabe e altre persone, sostengono che da quando sono arrivati gli eucalipto, i pozzi da cui attingevano acqua non sono più potabili, e l’acqua causa dolori di stomaco. In molti sostengono che sia dovuto agli insetticidi e fertilizzanti usati nelle piantagioni, che raggiungono le falde acquifere e quindi i pozzi, e la gente dei villaggi deve ora camminare lunghe distanze per trovare altri pozzi e trasportare l’acqua fino a casa in taniche di plastica.

Durante questa inchiesta, si è assistito all’uso da parte di impiegati di Portucel Mozambique dell’insetticida thiamethoxam, applicato alle radici delle piante dalle quali viene assorbito. Il thiamethoxam, sviluppato dalla multinazionale Syngenta negli anni ‘90, uccide insetti che possono danneggiare il tronco, come le termiti, ma anche insetti impollinatori come le api, ragione per cui ne è stato vietato l’uso ad aria aperta nel 2018 in tutti i paesi dell’Unione europea. La sostanza è considerata moderatamente pericolosa per gli esseri umani dalla FAO, ma può avere effetti gravi se ingerita in grandi quantità. 

Sollecitata per questa inchiesta, Portucel sostiene che le sostanze usate rientrano nei parametri legali del Paese, negli standard decisi dall’IFC (International Finance Corporation) e le raccomandazioni indicate dai sistemi di certificazione internazionali. L’azienda dichiara che l’acqua dei bacini idrici vicini alle piantagioni sono analizzati prima e dopo ogni stagione delle piogge. 

Nell’immenso paesaggio di savana e arbusti del Mozambico le coltivazioni di eucalipto sono ancora una piccola macchia vista dall’alto, ma non per questo meno preoccupanti per le persone che vivono con poco denaro, ai margini dell’economia globale, che mantengono un equilibrio ecologico che permette loro ancora una vita dignitosa ed una terra fertile.

Alcuni lavoratori di Portucel Mozambique mentre applicano insetticida alle piante di eucalipto per prevenire che insetti come le termiti attacchino la pianta nel primo anno e mezzo di vita. L’utilizzo di questo prodotto all’aria aperta, il thiamethoxam, è proibito in tutta l’Unione europea dal 2018 © Juan Maza Calleja
Resti di un alveare nei pressi di un’arnia per la produzione di miele. Il prodotto thiamethoxam applicato nelle piantagioni di eucalipto è stato parzialmente proibito nell’Unione europea a causa dell’impatto negativo registrato su insetti impollinatori come le api © Davide Mancini

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Crediti

Autori

Davide Mancini
Juan Maza
Boaventura Monjane

Editing

Giulio Rubino

Visuals

Lorenzo Bodrero

Con il supporto di

Foto di copertina

Piantagioni di eucalipto nel distretto di Gondôla, Manica, Mozambico © Juan Maza Calleja

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