22.05.26
Per le persone che vivono in un Paese sotto occupazione, lavorare per la potenza occupante è spesso l’unica scelta disponibile. Si stima che prima dell’ottobre 2023 fossero 171mila i palestinesi della Cisgiordania con un regolare permesso di lavoro per Israele. A fine 2025 ne restavano 52mila circa, dopo essere stati 24mila nei primi mesi di conflitto. L’aumento, però, non è dovuto a un’apertura dei valichi: i lavoratori palestinesi entrano senza i permessi, a loro rischio e pericolo.
Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), «i lavoratori palestinesi della Cisgiordania hanno perso complessivamente 155mila posti di lavoro. Di questi, circa 140mila riguardavano posti di lavoro in Israele e negli insediamenti, con una perdita annua di salari pari a tre miliardi di dollari». «C’è incertezza, mancanza di occupazione e difficoltà come mai prima d’ora nell’ultimo mezzo secolo», è la considerazione finale del rapporto.
In breve
- I palestinesi della Cisgiordania che lavoravano in Israele erano 171mila prima del 7 ottobre 2023. Oggi sono 52mila circa. Nella Striscia di Gaza il tasso di disoccupazione è arrivato al 78%. I lavoratori arrestati per ingressi illegali in Israele sono stati quattromila nei primi tre mesi del 2025, momento in cui si fermano i dati
- Un’alternativa per lavorare un tempo erano le Ong. Ma le organizzazioni internazionali sono in crisi. Da un lato è colpa dei tagli dell’amministrazione Trump su Usaid; dall’altro è colpa di una legge che impone regole molto stringenti alle Ong, diventata operativa a settembre 2025
- Le Ong sono costrette a dare tutte le informazioni personali dei propri dipendenti, anche palestinesi, esponendoli a dinieghi per motivi politici da parte di Israele. 37 Ong ora rischiano che le proprie operazioni siano bloccate. Per ora l’ordine di lasciare la Palestina è stato sospeso dalla Corte suprema israeliana
- Israele ha già colpito duramente l’Unrwa, l’agenzia Onu che si occupa dal 1950 dei rifugiati palestinesi. Ha visto ridursi i fondi anche a seguito di una campagna di delegittimazione in merito a una presunta collusione tra una ventina di suoi dipendenti e Hamas. Di cui però mancano le prove
La situazione a Gaza è ancora peggiore che in Cisgiordania. La Banca mondiale, a maggio 2026, ha pubblicato un rapporto in cui calcola che il tasso di disoccupazione nella Striscia ha raggiunto il 78% nel 2025, mentre prima dell’ottobre 2023 si attestava al 22%.
Tra Cisgiordania e Striscia di Gaza, nel 2024 i palestinesi rimasti senza lavoro erano circa 650mila, il 57% della forza lavoro. Molti – anche qualificati – sono considerati irregolari dal governo di Tel Aviv nonostante dispongano dei permessi necessari per entrare in Israele, riporta Kav La’Oved, un’organizzazione non profit israeliana che si occupa di diritti dei lavoratori.
Secondo l’Ilo, nei soli primi tre mesi del 2025 – ultimo dato disponibile – in 4mila sarebbero stati arrestati per ingressi irregolari nel Paese.
Il tasso di disoccupazione nei Territori palestinesi
A seguito del conflitto in corso, il tasso di disoccupazione nei Territori palestinesi è salito drasticamente, in particolare nella Striscia di Gaza. Nel 2024 i palestinesi rimasti senza lavoro erano circa 650mila, il 57% della forza lavoro
Ong in crisi, per due motivi
In questo contesto, le Ong internazionali sono un posto di lavoro molto ambito: offrono impieghi spesso più qualificati e meglio retribuiti, allo scopo di aiutare il funzionamento della macchina amministrativa in uno Stato che vive sotto occupazione.
Secondo l’Ilo, circa il 2,1% dei lavoratori palestinesi in Cisgiordania (quindi esclusa Gaza) lavorava per un’Ong internazionale nel 2023. Secondo altri rapporti, il numero sarebbe più vicino al 5%. Ora però anche il settore delle Ong è in crisi, principalmente per due motivi: il primo economico, il secondo politico.
Il motivo economico è la conseguenza dei tagli agli aiuti umanitari: il presidente Usa Donald Trump all’inizio del 2025 ha eliminato circa l’80% dei progetti umanitari finanziati dagli Stati Uniti all’estero e ha smantellato l’agenzia che se ne occupava, Usaid.
In Palestina sono stati tagliati sei milioni di dollari destinati all’assistenza sanitaria a Gaza, afferma un rapporto del Center for Strategic and International Studies. In Cisgiordania, un progetto di infrastrutture idriche da 46 milioni di dollari a Halhul, vicino ad Hebron, è stato annullato senza preavviso, riporta l’Arab Center Washington DC, per via dei tagli imposti da Trump.
Il motivo politico invece è legato alla decisione di Israele di applicare, dopo un primo semestre “provvisorio”, un nuovo codice di comportamento per le organizzazioni internazionali che lavorano con i palestinesi nei Territori occupati, pubblicato a marzo. Mira, secondo i critici, a dividere la comunità internazionale, creando una frattura tra le organizzazioni disposte a seguire le nuove regole e quelle che si rifiutano.
Diviso in dodici articoli, prevede al numero 7 una lista di motivi per cui un’Ong può non ricevere un permesso a operare nei Territori occupati. Sono 13 in tutto, tra cui negare l’esistenza dello Stato di Israele come Stato ebraico e democratico; incitare al razzismo; avere rapporti con un’organizzazione considerata “terroristica” da Israele; assumere (o associarsi con) persone che abbiano invocato il boicottaggio di Israele negli ultimi sette anni, nonché chiunque sia ritenuto dalle autorità israeliane coinvolto in campagne di delegittimazione o abbia espresso sostegno al perseguimento penale dei soldati israeliani.
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A gennaio 2025 un gruppo di Ong internazionali ha denunciato – in una lettera pubblicata anche dalle Nazioni Unite – come questa legge possa interrompere le operazioni delle organizzazioni umanitarie nel momento in cui c’è più bisogno di loro.
La profilazione dei lavoratori
In virtù della nuova legge, le Ong devono condividere le informazioni personali di tutti i propri dipendenti, inclusi quelli palestinesi. L’elenco deve contenere nomi e cognomi, numeri di passaporto (per i dipendenti stranieri), numeri di identificazione (per i dipendenti palestinesi) e i contatti personali.
A partire dallo scorso settembre, momento in cui la legge è entrata definitivamente in vigore, le Ong si sono trovate davanti a una scelta impossibile: adeguarsi a delle regole controverse oppure rinunciare alla propria attività nel Paese.
Una legge da Stato autoritario
La nuova normativa israeliana sul controllo delle Ong e del loro personale rappresenta un caso inusuale tra chi si definisce «democrazia liberale». L’aspetto più rilevante non risiede nell’esistenza di controlli in sé – molti Stati li applicano – ma nella natura delle richieste del governo israeliano alle Ong che operano nei Territori occupati palestinesi.
Le nuove disposizioni trasferiscono il compito di verificare e registrare le organizzazioni e i loro lavoratori – siano israeliani, palestinesi o internazionali – dal ministero israeliano del Welfare a una commissione interministeriale formata da personale indicato dal ministero della Difesa, vertici della Polizia e dei servizi di sicurezza.
Secondo un report del marzo 2025 di Sari Global, società di analisi di rischio con sede negli Usa, i membri del comitato non sono esperti di diritto umanitario e rischiano di valutare le domande solo sulla base di criteri politici. Il rapporto sostiene che l’obiettivo di questa nuova normativa sia costruire un sistema di profilazione dei lavoratori per vietare l’accesso in Israele a chi è considerato nemico del Paese per ciò che ha dichiarato pubblicamente o per la partecipazione a manifestazioni o boicottaggi.
La legge di Israele sulle Ong è paragonabile a quelle adottate da altri quattro Paesi illiberali o autoritari: Russia, India, Egitto e Ungheria. In questi quattro casi, le leggi contro le Ong sono tutte finalizzate a ridurre i finanziamenti dall’estero delle organizzazioni della società civile (media compresi), mentre in Israele al controllo finanziario se ne aggiunge uno politico sui profili dei dipendenti.
Il primo problema riguarda l’uso che le autorità israeliane possono fare delle informazioni personali riguardanti i lavoratori palestinesi. Israele ha ripetutamente perseguitato e ucciso giornalisti e operatori umanitari durante la guerra a Gaza, giustificando spesso le proprie operazioni con presunti legami tra le persone colpite e Hamas.
Esporre i propri dipendenti, quindi, li pone in pericolo: Israele è l’autorità occupante quindi conosce le identità dei palestinesi ma potrebbe non conoscere altre informazioni, come l’indirizzo di residenza o i nomi dei familiari, che invece le Ong sono costrette a condividere con la nuova normativa.
Le autorità israeliane non hanno smesso di considerare le organizzazioni internazionali un pericolo: il 31 dicembre 2025, Gilad Zwick, portavoce del ministero degli Affari della diaspora e della lotta all’antisemitismo, ha dichiarato all’Afp che le Ong «si rifiutano di fornire gli elenchi dei loro dipendenti palestinesi perché sanno, proprio come noi, che alcuni di loro sono coinvolti in attività terroristiche o legati ad Hamas».
Un altro elemento controverso è il pericolo di diniego dei permessi nel caso in cui un’Ong fosse coinvolta in «campagne di delegittimazione contro Israele». Questo significa per le organizzazioni internazionali limitare la loro attività di denuncia.
Le Ong che operano nei Territori occupati infatti si rifanno al diritto internazionale che riconosce il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e prevede l’esistenza di uno Stato sovrano palestinese, esistenza negata dall’occupazione israeliana.
37 Ong rischiano il blocco delle attività
A fine 2025 le autorità israeliane avevano notificato a 37 Ong – tra cui Medici senza frontiere (Msf), Caritas Internationalis, International Rescue Committee, Oxfam, Azione contro la fame e Action Aid – il mancato rinnovo del permesso per operare in Palestina. Pochi giorni prima dell’effettiva entrata in vigore del blocco delle attività, la Corte suprema israeliana ha accolto il ricorso di Msf e ha sospeso il provvedimento. Le attività quindi proseguono seppur con molte difficoltà.
Monica Minardi, presidente di Msf Italia, ha spiegato a IrpiMedia che l’organizzazione ha inviato la richiesta per il permesso di operare in Palestina lo scorso dicembre, omettendo però la lista con i dettagli personali dei dipendenti palestinesi. Nonostante ripetute richieste di incontro con il ministero degli Affari della diaspora e della lotta all’antisemitismo, l’Ong non ha mai avuto chiarimenti su come sarebbero stati eventualmente utilizzati i dati sui dipendenti.
L’organizzazione aveva dichiarato di essere pronta, eventualmente, a condividere una parte «molto piccola» della lista dello staff pur di trovare un accordo. Tuttavia, si legge in un comunicato di gennaio 2026, «nonostante i ripetuti sforzi, negli ultimi giorni non è stato possibile instaurare un dialogo con le autorità israeliane sulla base delle garanzie concrete richieste».
«Lo stesso giorno in cui Msf ha annunciato che non avrebbe condiviso gli elenchi dei dipendenti locali, Hamas ha rilasciato una dichiarazione in cui chiedeva alle organizzazioni di non condividere gli elenchi delle informazioni sui dipendenti locali», è stata la risposta polemica su X del Coordinamento delle attività governative nei Territori (Cogat), l’unità del ministero della Difesa israeliano incaricata della gestione degli aiuti umanitari nei Territori occupati.
Un portavoce di Azione contro la fame, Ong che opera nei Territori palestinesi occupati dal 2002 e la cui registrazione non è stata rinnovata da Israele, ha detto a IrpiMedia che il nuovo codice rischia di «restringere ulteriormente lo spazio umanitario, limitando l’accesso, ritardando l’ingresso di beni essenziali e compromettendo la capacità delle organizzazioni di rispondere in modo efficace, imparziale e basato sui bisogni».
Katia Scannavini, co-segretaria generale di ActionAid Italia, ha detto a IrpiMedia che la presenza dell’organizzazione nella lista di quelle a cui è stato vietato di operare in Palestina «non sorprende». Ha spiegato che il nuovo codice israeliano contiene richieste «chiaramente in contrasto con i principi del diritto internazionale», come fornire dati sensibili delle persone che lavorano a Gaza, ma anche astenersi da qualsiasi forma di denuncia che possa entrare in contrasto con le attività del governo israeliano.
Scannavini ha aggiunto che ActionAid si era preparata per questa situazione con un «piano di mitigazione» e continuerà a operare in Palestina grazie a una collaborazione ancora più stretta con le piccole associazioni locali.
Il precedente: lo scontro con l’Unrwa
La crisi con le agenzie internazionali è in corso già da tempo, come dimostra il caso dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel vicino Oriente (Unrwa).
Operativa dal 1950, ha da allora il compito di fornire assistenza umanitaria ai palestinesi che sono stati costretti a lasciare le proprie case, o che si trovano in Siria, Giordania e Libano. Israele ha costruito una pagina in cui la accusa di essere stata infiltrata da Hamas e sostiene che il 12% dei suoi dipendenti e l’80% dei dirigenti delle sue scuole «sia membro di Hamas o altre organizzazioni terroristiche» e ha accusato 19 suoi dipendenti di aver partecipato all’attacco del 7 ottobre 2023.
L’Unrwa ha affidato all’ex ministra degli Esteri francese Catherine Colonna il compito di valutare la capacità dell’agenzia di garantire la neutralità e rispondere alle violazioni del diritto internazionale. Il Rapporto Colonna, pubblicato nel 2024, ha concluso che Israele non ha fornito nessuna prova concreta a sostegno delle proprie accuse contro la Unrwa mentre l’agenzia ha regolarmente fornito a Israele elenchi dei propri dipendenti.
L’ultima volta che il governo israeliano aveva segnalato all’organizzazione dei dubbi rispetto al suo personale era il 2011.
A settembre 2025 l’Unrwa ha pubblicato i risultati di una seconda indagine interna condotta dall’Ufficio di controllo interno (Oios) delle Nazioni Unite che si è concentrato sulle accuse ai dipendenti.
Le prove sul coinvolgimento diretto di suoi dipendenti nell’attacco del 7 ottobre si sono dimostrate insufficienti, conclude il report, indicando che le prove su nove individui «se confermate e avvalorate, potrebbero indicare che i membri del personale potrebbero essere stati coinvolti». La campagna di delegittimazione dell’Unrwa ha comunque avuto successo perché ha convinto Paesi come la Svezia a sospendere gli aiuti per l’agenzia nel 2025. L’Italia nel gennaio 2024 ha sospeso i finanziamenti all’Unrwa per cinque mesi, salvo poi versare cinque milioni di euro a maggio 2024.
Il 6 febbraio 2025, durante una conferenza stampa tenuta ad Ashdod, in Israele, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato che l’Italia sta finanziando l’Unrwa ma «per progetti fuori dalla Palestina, per palestinesi che vivono in Paesi stranieri ma non a Gaza» e nel 2026 ha lanciato insieme all’agenzia un progetto da due milioni di euro per ripristinare le scuole nel campo profughi palestinese di Yarmouk, in Siria.
’Unrwa era fondamentale non solo nell’assistenza ai rifugiati palestinesi, ma anche come datore di lavoro. A gennaio 2026, l’agenzia ha annunciato di aver dovuto licenziare 571 membri del proprio staff a causa delle difficoltà economiche. Tutto il personale licenziato era composto da palestinesi che erano riusciti a lasciare Gaza dopo il 7 ottobre e che continuavano a lavorare per l’organizzazione da altri territori.
Nel 2025 l’Unrwa ha chiuso con un deficit di circa 300 milioni di dollari, a cui nel 2026 si è aggiunto un buco di altri 200 milioni. All’inizio dell’anno il segretario generale Philippe Lazzarini ha dichiarato che i servizi dell’agenzia sarebbero stati tagliati del 20%. Secondo i dati del Palestine Refugee Policy Forum nei primi mesi del 2026, su 35mila dipendenti, solo 28mila avevano una copertura finanziaria adeguata per coprire il costo dei salari. Di questi, l’1% è personale internazionale, gli altri sono dipendenti palestinesi.
Come ha dichiarato Christopher Lockyear, segretario generale di Msf in comunicato stampa, «i bisogni sono enormi e le drastiche restrizioni hanno conseguenze mortali». E a pagare sono ancora una volta i palestinesi.
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