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Il governo vuole criminalizzare la lotta sociale

Il dl Sicurezza conclude un percorso cominciato da alcune inchieste giudiziarie anni fa. Bersagli primari: operatori delle ong, attivisti per il diritto alla casa e anarchici

#Sorveglianze

09.07.25

Lorenzo Bagnoli
Laura Carrer

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Criminalizzare le lotte sociali e il dissenso come strumento di azione politica. Per tanti esperti è questo il vero obiettivo delle leggi in materia di sicurezza promosse dal governo di Giorgia Meloni, a partire dal decreto Sicurezza approvato definitivamente lo scorso giugno.

Ma la misura, che inasprisce le pene e rafforza le tecniche investigative, arriva a valle di anni nei quali si è normalizzata una gestione della sicurezza fatta di appostamenti, intercettazioni, spyware, attività sotto copertura. Non per assicurare dei criminali alla giustizia, ma per tenere sotto controllo e mappare gruppi di attivisti e, adesso, anche partiti politici.

L’inchiesta in breve

  • A seguito della conversione in legge del nuovo decreto Sicurezza, avvocati e giuristi sostengono che le lotte sociali saranno sempre più criminalizzate. Colpa dell’introduzione di nuovi reati e del rafforzamento di una serie di tecniche investigative, come l’uso di intercettazioni, spyware, agenti sotto copertura
  • Ancora prima del decreto Sicurezza, già ci sono stati processi che hanno criminalizzato gruppi sociali specifici: operatori e attivisti che soccorrono persone migranti in mare (processi scaturiti dalla maxi-inchiesta Iuventa), militanti che si oppongono alla loro carcerazione in strutture detentive come i Centri di permanenza e per il rimpatrio (Cpr) (operazione Scintilla) e che si attivano politicamente per aiutare chi non ha una casa in città come Milano (processo contro il Comitato per l’abitare a Giambellino)
  • Per arrivare alla chiusura delle indagini, le procure fanno largo uso di intercettazioni telefoniche e telematiche, utilissime per le indagini antimafia, non sempre altrettanto efficaci in altri contesti 
  • I capi d’imputazione grazie ai quali è stato possibile usare le intercettazioni – associazione a delinquere e associazione sovversiva – non hanno tenuto durante i processi analizzati
  • L’effetto di queste indagini e dei relativi processi è distruttivo, e porta alla criminalizzazione e alla fine di esperienze che nascono con intenti solidali 

L’ultimo episodio in ordine cronologico ha riguardato i cinque poliziotti infiltrati nelle assemblee di Potere al popolo, un’operazione di monitoraggio del gruppo politico rivelata da Fanpage e infine ammessa dal sottosegretario all’Interno Emanuele Prisco, che il 4 luglio l’ha giustificata facendo riferimento all’esigenza di «rafforzare gli strumenti informativi per prevenire turbative per l’ordine e la sicurezza pubblica e la conseguente commissione di condotte criminose», come ha spiegato lui stesso in parlamento. «Si tratta di attività ordinarie per le forze di polizia che sono sempre state svolte anche in passato», spiega Prisco.

Ma prima ancora delle attività investigative promosse dal ministero dell’Interno e dalle forze di polizia, sono state le procure ad aprire la strada alla sorveglianza di attivisti e organizzazioni umanitarie. Il pretesto è quello di indagini per reati tali da giustificare l’uso dell’intero arsenale di intercettazioni, tra cui microspie e spyware.

È quanto emerge dall’analisi di IrpiMedia delle carte giudiziarie di tre procedimenti giunti a termine con la caduta delle principali accuse e quindi anche dei presupposti che avrebbero giustificato una tanto invadente attività investigativa. Restano le vite di chi è stato sottoposto a quei procedimenti, messe sotto la lente d’ingrandimento di un’attività un tempo riservata ai peggiori criminali e scrutinate minuziosamente per mappare attivisti e anarchici, secondo le stesse conclusioni a cui sono giunti alcuni giudici.

Pratiche che, a valle del decreto Sicurezza, diventeranno sempre più semplici e automatiche.   

Tre vicende dal passato per raccontare il decreto Sicurezza

Il primo caso riguarda la maxi-inchiesta Iuventa, che ha visto la procura di Trapani indagare le ong Jugend Rettet, Save the Children e Medici senza frontiere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ad aprile del 2024, nelle motivazioni della sentenza di non luogo a procedere, il giudice per l’udienza preliminare scriveva di un «contesto probatorio parziale».

Gli operatori umanitari protagonisti dell’indagine lavorano con i migranti, una delle categorie per le quali il decreto Sicurezza crea un nuovo reato: la rivolta nelle strutture di trattenimento.

La seconda è l’indagine contro nove membri del Comitato per la casa del quartiere Giambellino, a Milano, considerato dagli inquirenti un’associazione a delinquere finalizzata all’occupazione abusiva delle case di edilizia residenziale pubblica.

Dopo una dura condanna in primo grado, a dicembre del 2024 la Corte d’appello ha assolto i nove imputati dal reato principale perché «il fatto non sussiste» e ha determinato delle nuove condanne fino a un massimo di un anno per resistenza a pubblico ufficiale e altri reati minori. Anche in questo caso, il decreto Sicurezza introduce un nuovo reato ad hoc per gli attivisti: occupazione arbitraria di edificio destinato a domicilio. 

La terza – una storia leggermente diversa – è l’operazione Scintilla della Digos di Torino (2019). Dall’indagine scatta il rinvio a giudizio per 18 anarchici accusati di «associazione sovversiva», un reato che prevede la promozione e la costituzione di «associazioni dirette e idonee a sovvertire violentemente gli ordinamenti economici o sociali costituiti nello Stato».

Tutti assolti da questo reato sia in primo sia in secondo grado. Tre saranno le condanne in appello per detenzione di esplosivo, concorso nell’incendio di un Centro per il rimpatrio (Cpr) e imbrattamento. In questo caso, il codice penale è stato modificato per rendere reato anche il solo possesso di istruzioni per produrre materiale esplosivo.  

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In tutti e tre i procedimenti ricostruiti da IrpiMedia, la polizia giudiziaria incaricata ha impiegato tecnologie di sorveglianza un tempo ammesse solo per una ristretta serie di reati e in ogni caso sottoposte a un processo autorizzativo stringente a garanzia delle tutele costituzionali.

Si è iniziato con le intercettazioni ambientali e telefoniche, particolarmente rilevanti in Italia a partire dagli anni Ottanta, specialmente per il contrasto alle organizzazioni criminali di stampo mafioso. Poi, con gli anni Duemila, le tecniche d’indagine si sono rafforzate con l’analisi del traffico internet degli indagati e infine con l’uso di spyware, ormai quotidianamente al centro delle cronache nazionali.

A differenza delle normali intercettazioni (in cui un operatore ascolta le telefonate di un soggetto), lo spyware è una vera e propria porta aperta sul dispositivo di un bersaglio – normalmente lo smartphone – di cui può essere sia conosciuto il contenuto, con i messaggi, le email e le foto, sia attivato da remoto il microfono o la fotocamera.

Di fatto è come se ci si potesse nascondere nella tasca di una persona per seguirne ogni movimento nella più invasiva delle attività possibili.

L’illusione di maggiore sicurezza

«Autoritarismo punitivo». Così Antonio Fabio Vigneri dell’Associazione italiana dei professori di diritto penale (Aipdp) ha definito ad aprile del 2025 la deriva che ha spinto il governo a legiferare d’urgenza in materia penale, allo scopo di raccogliere consenso anche quando l’urgenza non c’è. La formula è contenuta in un commento accademico in merito al decreto-legge Sicurezza recante «disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario» appena entrato in vigore.

Per creare l’illusione di più sicurezza, secondo Vigneri, si segue sempre la stessa ricetta «introduzione di nuovi reati, ampliamento di quelli esistenti, inasprimento della pena attraverso una maggiore dosimetria sanzionatoria (previsione di pene più alte, ndr), rafforzamento delle misure di prevenzione, innovazioni nelle modalità di esecuzione della pena e l’introduzione di nuovi meccanismi coercitivi in ambito investigativo o cautelare». Significa, tradotto, aumentare pene e reati e rafforzare gli strumenti d’indagine in mano alle forze dell’ordine.

Il decreto-legge Sicurezza è poi diventato legge il 10 giugno del 2025, nonostante le proteste delle opposizioni. Per limitare la possibilità di modificarlo, durante l’iter parlamentare il governo ha posto la questione della fiducia, ovvero un meccanismo per cui il voto contrario equivale a porre fine all’esecutivo. Meno di due settimane dopo, l’ufficio del massimario e del ruolo della Corte di Cassazione, la cui funzione principale è analizzare sistematicamente la giurisprudenza per cogliere eventuali contrasti nell’interpretazione delle norme, boccia la nuova legge per diverse ragioni. 

La prima è di natura procedurale: la legge del 10 giugno nasce da un decreto-legge che ha subito pochissime modifiche in parlamento e che alla base mancava dei criteri di necessità e urgenza richiesti dalla Costituzione per la decretazione d’urgenza. Nel merito, l’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’Onu ha sottolineato «il rischio di colpire eccessivamente gruppi specifici, come minoranze etniche, migranti e rifugiati, potenzialmente causa di discriminazioni e violazioni di diritti umani» con il decreto-legge Sicurezza. Uno dei nuovi reati, la «detenzione di materiale con finalità di terrorismo», secondo l’analisi dell’ufficio del massimario presenta «possibili profili di incostituzionalità derivanti dalla rilevante anticipazione della soglia di punibilità, tanto che alcuni commentatori hanno fatto riferimento ad una fattispecie di reato di sospetto».

Infatti «assume rilevanza penale anche il semplice procurarsi o la passiva detenzione di “materiale contenente istruzioni sulla preparazione o sull’uso di materiali esplosivi, di armi da fuoco o di altre armi, di sostanze chimiche o batteriologiche nocive o pericolose, nonché di ogni altra tecnica o metodo per il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo”». Una fattispecie di «reato di sospetto», la definisce l’ufficio. L’Associazione Italiana giovani avvocati (Aiga) ha criticato l’«eccessivo aggravamento sanzionatorio» per i reati di danneggiamento commessi in occasione di manifestazioni, mentre l’Aipdp ha parlato di «diritto penale d’autore che si traduce nella repressione di condotte che esprimono dissenso».

Mappare il conflitto sociale

«Ciò che interessava al momento delle indagini era fare un’attività a scopo di intelligence. Le intercettazioni sono servite a mappare le persone coinvolte nelle operazioni di salvataggio in mare con strumenti che appartengono all’attività antimafia».

L’avvocato Stefano Greco è stato il difensore di Medici Senza Frontiere durante il processo che l’ong ha affrontato all’interno della maxi-indagine Iuventa. Adotta una metafora per spiegare la scelta di impiegare spyware e intercettazioni per perseguire le ong accusate di favoreggiamento: «Usare un cannone, invece di un fucile, per ammazzare un moscerino».

Maturata a partire dal 2016, la maxi-indagine Iuventa si inserisce nel contesto della criminalizzazione delle ong che salvano i migranti in mare. Due procure hanno guidato questo processo: quella di Trapani, responsabile della maxi-inchiesta Iuventa, e quella di Catania, allora guidata dal procuratore Carmelo Zuccaro. Già all’epoca, la stampa si era divisa tra chi era a favore e chi contrario al pm, che diceva di essere in possesso di «conversazioni dirette, in lingua araba, tra soggetti che stanno sulla terraferma in Libia ed esponenti delle ong che dichiarano di essere lì pronti a recuperare i migranti», spiegava a Repubblica in un’intervista.

Ascolta il podcast di Newsroom

Il procuratore aveva istituito un gruppo di lavoro apposito, e, già nel 2017, chiedeva di dare maggiore impulso alle indagini con «intercettazioni dei telefoni satellitari utilizzati per richiedere i soccorsi». Queste intercettazioni, diceva Zuccaro, avrebbero avuto il vantaggio di precedere il momento del soccorso in mare. Per tale ragione il pm chiedeva in particolare maggiori investimenti sulle intercettazioni via radio. 

Per condurre l’indagine, alla fine, sono state utilizzate tecniche investigative particolarmente invasive: non solo le classiche intercettazioni telefoniche, ma agenti sotto copertura a bordo delle navi e spyware che hanno infettato gli smartphone degli attivisti. Vista la mancanza di copertura telefonica quando in navigazione al largo, sono state anche posizionate cimici sulla plancia della nave per sentire le discussioni del personale di bordo in mare aperto.

Ascoltate, sempre con microspie, anche le riunioni nella sede trapanese di Medici senza frontiere; e intercettati telefonicamente anche giornalisti che si occupavano del tema e avvocati con i loro difensori, tanto che il Consiglio nazionale forense (Cnf) in una delibera del 2021 aveva stigmatizzato «la reiterata violazione della segretezza e riservatezza delle conversazioni del difensore che abbiano ad oggetto momenti della strategia difensiva».

Al Giambellino, invece di soccorrere migranti in mare, gli attivisti del Comitato per la casa tra il 2014 e il 2018 hanno occupato abitazioni popolari rimaste sfitte. È stata la risposta del Comitato all’incalzante crisi abitativa che oggi – a dieci anni di distanza – è sempre più presente nel dibattito pubblico e politico della città. 

Gli avvocati difensori Mauro Straini e Eugenio Losco hanno per questo cercato di convincere il giudice di primo grado a non considerare l’ipotesi dell’associazione a delinquere. Affinché si verifichi il reato, deve essere commesso almeno da tre persone e deve prevedere una forma di profitto per l’organizzazione.

Nonostante dalle attività investigative dei carabinieri i membri del Comitato fossero stati identificati e l’utenza telefonica principale usata per le loro attività fosse in chiaro, un’ipotesi di reato così grave ha convinto il giudice per le indagini preliminari ad approvare le intercettazioni telefoniche per 40 utenze, tra ottobre del 2016 e aprile del 2017. Proprio per l’ipotesi di reato di occupazione abusiva, il nuovo dl Sicurezza ammette sempre lo strumento investigativo delle intercettazioni. 

In questo caso, per quanto accolte come prove nel processo, le intercettazioni non sono state sufficienti a sostenere l’accusa di associazione a delinquere durante il processo d’appello.

I giudici di secondo grado hanno rimarcato come l’occupazione di immobili di edilizia residenziale pubblica sia «cosa ben diversa dall’associazione a delinquere finalizzata alla esecuzione di un “vasto programma criminoso” per la commissione di un numero indeterminato e non preventivo di reati», come invece riteneva l’accusa. 

Infine il procedimento scaturito dall’operazione Scintilla di Torino, leggermente diverso dagli altri in quanto non riguarda un reato di solidarietà. L’indagine è partita dal ritrovamento di una ventina di plichi esplosivi destinati a varie città d’Italia per colpire aziende coinvolte nella gestione dei Centri per il rimpatrio (Cpr).

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La polizia giudiziaria ha individuato nel centro sociale Asilo occupato di Torino la matrice comune dei diversi attacchi e per questo motivo, nel 2019, le forze dell’ordine hanno proceduto al suo sgombero.

«Abbiamo sempre detto che gli episodi non erano riconducibili a un gruppo organizzato e tantomeno a un gruppo organizzato torinese», ha commentato alla Rai l’avvocato difensore degli anarchici Claudio Novaro, subito dopo il proscioglimento dei suoi assistiti dall’accusa di associazione sovversiva.

Secondo Novaro, un’imputazione tanto grave ha permesso sia di sgomberare il centro sociale sia di utilizzare le intercettazioni, «grimaldello per operare un’osservazione continuativa su soggetti appartenenti a determinate aree politiche, per monitorare le loro condotte e le loro frequentazioni», scriveva nel 2019 sempre Novaro sul blog Volere la luna. 

Quanto emerso dai processi analizzati non toglie che le intercettazioni siano fondamentali quando si indaga sulle organizzazioni mafiose. «I​​l metodo antimafia», spiega a IrpiMedia Franco Roberti, tra il 2013 e il 2017 procuratore generale della Direzione nazionale antimafia (Dna), «è un sistema basato soprattutto sulle intercettazioni, strumento principe delle indagini penali perché oggettivo».

«Ha funzionato in un’infinità di casi negli ultimi 30 anni – prosegue – e lo dicono anche le condanne a seguito dei processi». Le intercettazioni, poi, come ogni attività investigativa, sono sempre autorizzate da un giudice che «deve valutare gli indizi in base ai quali gli viene chiesta l’autorizzazione a intercettare una o più persone. Che poi valuti bene o male, dipende dai casi», spiega Roberti.

«In misura minore – aggiunge Roberti, fino al 2024 europarlamentare con il Pd – il metodo antimafia ha funzionato anche per il terrorismo». Il tema però è capire quando diventa sproporzionato e non necessario.

Cosa resta delle lotte per la casa e per i migranti

Nonostante le assoluzioni, i procedimenti penali sulle ong nel Mediterraneo, sul Comitato per la casa del Giambellino e sugli anarchici di Torino hanno avuto effetti significativi sulle comunità coinvolte e sulle cause delle diverse organizzazioni di attivisti.

«La prima vittima è stata il rapporto costruito a fatica tra ong e guardia costiera italiana», sostiene Stefano Greco, avvocato di Msf durante il processo che ha avuto origine dalla maxi-indagine Iuventa. «La seconda vittima – aggiunge – sono state le ong stesse: nel 2016 i media italiani le definivano “angeli del mare”, diventate poi “taxi del mare”». La campagna del 2017 di Msf ha visto una perdita del 7% (-4 milioni di euro) sulla raccolta di donazioni individuali rispetto all’anno precedente, scrive il Corriere della sera.

Al Giambellino, «la peculiarità è stata voler vedere nell’organizzazione degli abitanti di un quartiere un fenomeno criminale. Di trasformare una comunità politica in un’associazione criminale, nonostante la solidarizzazione contro gli sgomberi ci sia sempre stata nel passato, così come quella con gli occupanti, in particolare in quartieri disagiati», spiega l’avvocato difensore Eugenio Losco.

Il Comitato del Giambellino era una delle tante realtà che da anni si batte per avere maggiore disponibilità di case popolari a Milano, spesso sfitte perché senza le necessarie ristrutturazioni o troppo piccole. Dal processo è emerso l’intento del Comitato di mettersi al servizio della comunità, anche attraverso una serie di altre attività che si sono poi interrotte con l’inizio delle indagini nei confronti dei suoi membri. 

A Torino, dopo lo sgombero, l’Asilo occupato di via Alessandria 12 – nel quartiere Aurora – è ancora in attesa di riqualificazione. In zona, nell’ultimo quinquennio sono stati realizzati diversi studentati e un palazzetto dello sport.

Dal 1995 al 2019, l’Asilo occupato è stato uno dei presidi dei militanti torinesi e ora vive in uno stato d’abbandono. Ma aspetta una possibile riassegnazione: dopo i primi anni di stasi totale, infatti, dal 2024 il Comune ha cominciato ad accogliere delle mozioni che chiedevano il riconoscimento di alcuni spazi occupati come «beni comuni» da dare in cogestione alle organizzazioni occupanti, compresa Askatasuna, la realtà che ha gestito l’ex asilo di via Alessandrini.

Le indagini hanno sempre delle conseguenze. È il mestiere dei magistrati svolgerle e quello dei giudici è valutarne gli esiti. Ma l’iniziativa del decreto Sicurezza rischia di fornire per legge degli strumenti sproporzionati rispetto alla vera entità dei pericoli che si prefigge di sventare e sui quali saranno poi gli inquirenti a dover indagare.

È su questa ipotesi che poggia la critica di chi considera il decreto l’espressione di una deriva securitaria che rischia allora di colpire i singoli cittadini e le formazioni sociali che si attivano per adempiere a quel dovere di solidarietà politica, economica e sociale sancito più di settant’anni fa dall’articolo 2 della Costituzione italiana. 

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Crediti

Autori

Lorenzo Bagnoli
Laura Carrer

Editing

Raffaele Angius

Fact-checking

Lorenzo Bagnoli

Foto di copertina

Un momento degli scontri durante una manifestazione a Roma contro la guerra a Gaza a maggio 2025 © Kontrolab/Getty

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