La rete di Guo Wengui, il miliardario cinese in affari con Steve Bannon

Ricercato da Pechino, ha fatto dell’ex collaboratore di Trump l’alleato perfetto. Le posizioni anti-cinesi dei due, con il Covid, sono sempre più popolari. E in Italia trovano eco nell’estrema destra

11 Novembre 2020 | di Lorenzo Bodrero, Silvia Pittoni

Èil tardo pomeriggio del 4 giugno quando a New York una mini flotta di aerei monoelica sorvola ripetutamente la Statua della Libertà. Sono ben visibili sullo sfondo dell’inquadratura, che in primo piano riprende Guo Wengui, miliardario cinese ricercato in Cina, e Steve Bannon, ex stratega della campagna presidenziale del 2016 di Donald Trump. I velivoli trascinano grossi banner che celebrano la nascita del Nuovo Stato federale della Cina, auto proclamato tale dalle parole solenni dei due. La nuova entità politica ha come obiettivo principale «rovesciare il governo cinese». Il giorno scelto per l’inaugurazione, il 4 giugno, è l’anniversario delle proteste di piazza Tienanmen, evento simbolo della repressione cinese in tema di diritti umani.

Non riconosciuta da nessun Paese, la strana entità politica è stata bollata dalle autorità cinesi come «una farsa che non merita di essere commentata». Nata con l’intento di raccogliere intorno a sé quella parte della diaspora cinese critica nei confronti della Repubblica Popolare, è riuscita nell’intento di creare un movimento che si è espanso oltre i confini americani fino a raccogliere adesioni in Australia, Spagna, Regno Unito, Giappone, Nuova Zelanda e Italia. L’inaugurazione a New York viene trasmessa in diretta streaming sulle numerose piattaforme online create dallo stesso Wengui.

In Italia, il gruppo ha trovato nell’estrema destra un alleato in grado di darle visibilità, abile a cavalcare l’onda anti-cinese e il dissenso esacerbato dalla crisi sanitaria.

Guo, da imprenditore edile a dissidente politico

Prima di trovare riparo negli Stati Uniti, nel 2014 Guo Wengui risultava essere il 74esimo uomo più ricco della Cina, con un capitale superiore ai due miliardi e mezzo di dollari accumulato nei settori finanziario ed edile. Fin dal suo auto esilio, nel gennaio 2015, si proclama whistleblower informato sui segreti dei governanti e della élite politica cinese.

Nel 2017 raggiunge la popolarità anche negli Stati Uniti diventando membro dell’esclusivo club Mar-a-Lago, di cui proprietario è il presidente uscente Donald Trump. Nello stesso 2017 rilascia un’intervista al canale in mandarino della radioemittente pubblica Voice of America (VoA), che è interrotta dopo un’ora. La durata concordata era di tre. L’episodio ha messo in imbarazzo VoA: la portavoce del canale Bridget Serchak indicava in «problemi di comunicazione» il motivo dell’incidente. VoA, però, ha anche raccontato del fitto scambio di messaggi con emissari del governo cinese, che premevano per impedire che l’intervista andasse in onda del tutto.

L’Interpol aveva da poco emanato una “red notice” a suo nome, una richiesta a tutte le forze dell’ordine del mondo di arrestare un latitante, su richiesta del governo cinese. Pechino accusava Guo di aver corrotto l’ex vice ministro della sicurezza nazionale in un caso di appalti mai del tutto chiarito. Da allora, data anche la mancanza di accordi di estradizione tra Usa e Cina, le sue critiche verso il Partito comunista si sono intensificate, in attesa di una domanda di asilo negli Stati Uniti di cui non si conosce ancora l’esito.

Disinformazione e anti-Cina, i punti d’incontro con le tesi di Donald Trump

Nel 2017 Guo è entrato nell’industria dei media con la piattaforma di video-streaming GNews. Il ricco imprenditore dirige il suo piccolo impero mediatico da un lussuoso appartamento da 67 milioni di dollari al 18esimo piano di un grattacielo di Manhattan. Insieme a lui, alla guida del gruppo mediatico c’è Steve Bannon, il guru del sovranismo mondiale, tra i più accesi promotori delle politiche anti-cinesi degli Stati Uniti.

Lo scorso aprile i due hanno fondato il GTV Media Group, una società di informazione in cui convergono diverse piattaforme, sia di notizie sia di video in streaming. I contenuti veicolati sono spesso ripresi da giornali vicini a Trump, come Fox News o il New York Post, mentre altri media come il New York Times e il Washington Post tendono a trattare i presunti scoop di GTV come uno degli elementi della propaganda di disinformazione. Il voto per l’elezione del presidente degli Stati Uniti del 3 novembre è stato uno dei temi più trattati sul sito. Per quanto gran parte dei video siano in lingua cinese, infatti, il programma di punta di GTV è “War Room”, appuntamento quotidiano condotto da Steve Bannon destinato a raggiungere un pubblico internazionale.

GTV e l’universo mediatico intorno a Guo Wengui hanno fatto da sponda all’area pro Trump nel tentativo di screditare Joe Biden. In particolare giocandosi la carta delle relazioni di Biden senior a Pechino durante gli anni trascorsi in qualità di vicepresidente di Barack Obama. La tesi è che Biden abbia ricevuto pressioni da parte di suo figlio Hunter per ammorbidire i rapporti Usa-Cina a seguito di “mazzette”, a favore proprio del figlio. La vicenda è stata twittata anche da Trump, all’inizio della lunga campagna elettorale: «Ha preso un miliardo e mezzo di dollari dalla Cina, nonostante la mancanza di esperienza [di Hunter Biden, ndr] e senza alcun motivo apparente».

Che il figlio del presidente Joe Biden avesse interessi privati in Cina, e non solo, è cosa nota. Fino ad oggi non sono però emerse prove contro il neoeletto presidente, né su condotte illecite del figlio Hunter.

L’impianto dell’accusa è identico a quello già usato per il caso Ucraina, che ha tenuto banco durante una prima fase della campagna elettorale, nel 2019, momento a cui risale il tweet di Trump. L’ex presidente e i suoi alleati, infatti, accusavano Biden senior di aver fatto pressioni volte a rimuovere il procuratore generale ucraino Viktor Shokin nel periodo in cui il magistrato aveva un fascicolo aperto nei confronti della Burisma Holdings, società di cui il figlio Hunter era consigliere d’amministrazione. Secondo Trump, il comportamento dei Biden rientra nei reati di abuso di potere e conflitto di interessi.

Tuttavia la richiesta al governo ucraino era stata appoggiata anche da altri Paesi occidentali i quali giudicavano il procuratore troppo morbido nella lotta alla corruzione. A fine settembre, un’indagine sul ruolo di Biden in Ucraina condotta dal comitato del Senato americano per la sicurezza nazionale, a guida repubblicana, pur rimarcando «l’imbarazzo» causato dal figlio per i ruoli ricoperti in società estere, ha escluso ogni illecito da parte dei Biden. A dispetto dell’esito dell’indagine, Bannon ha continuato a dedicare al tema intere puntate del suo War Room.

Altro tema imprescindibile della trasmissione è il coronavirus, secondo Bannon prodotto e inoculato dalla Cina. Presenza fissa in trasmissione è la dottoressa Li-Meng Yan, personaggio ormai celebre in una larga fetta della comunità negazionista che si è conquistata qualche citazione anche sui media italiani. La presunta dottoressa sostiene che il virus sia stato creato in un laboratorio di Wuhan. I suoi “studi” sono apparsi su “Rule of Law Society” e “Rule of Law Foundation”, due associazioni non scientifiche finanziate da Guo Wengui e guidate da Steve Bannon. Lo scorso 21 ottobre, la CNN ha sottoposto gli studi a vari ricercatori e virologi che ne hanno sottolineato le criticità metodologiche, e ha inoltre scoperto che i documenti riportano frasi, grafici e teorie copiate per intero dal post di un blogger anonimo su GNews, il sito di Guo e Bannon. Nel frattempo, però, era passato oltre un mese dall’annuncio della dottoressa Yan, abbastanza perché la sua teoria fosse ripresa dai media di tutto il mondo e diventasse uno dei cavalli di battaglia dei complottisti.

L’alleanza, e i guai, con Steve Bannon

Poche settimane dopo la proclamazione del Nuovo Stato federale della Cina sono però cominciati i guai per entrambi. Secondo il Wall Street Journal, lo scorso agosto la Security and Exchange Commission (Sec), l’ente preposto al controllo dei mercati finanziari americani, ha avviato un’indagine sui 300 milioni di dollari di finanziamenti raccolti da GTV, a seguito di una segnalazione inviata da alcuni investitori che non avevano ricevuto la documentazione ufficiale dell’avvenuto investimento. Nel dicembre 2018, Guo aveva inoltre annunciato una donazione da 100 milioni di dollari a un’associazione no-profit guidata da Bannon per finanziare un’indagine con cui smascherare i crimini perpetrati dal Partito comunista cinese.

Anche la Consob, l’Autorità di vigilanza della Borsa italiana, sulla scia dell’omologa canadese ha segnalato GTV Media tra le società che offrono servizi di investimento senza le autorizzazioni necessarie. Guo, tramite i suoi canali, ha smentito tutto.

Un prestito di 150 mila dollari da Guo Wengui a Steve Bannon sarebbe all’origine dei loro legami, secondo il New York Times. Inoltre Bannon avrebbe offerto servizi strategici di consulenza per un milione di dollari all’azienda Guo Media nell’agosto 2018. Anche l’Fbi, secondo il Wall Street Journal, starebbe indagando sui conti di GTV, per quanto la società abbia smentito la ricostruzione del quotidiano di Manhattan. In un caso del marzo 2018 di fronte alla Corte della Florida meridionale, gli avvocati di Guo hanno querelato Michael Wolff, autore del bestseller Fire and Fury, per aver indicato il miliardario cinese come finanziatore di Bannon già nel 2018.

Il consulente politico americano è stato arrestato lo scorso 20 agosto quando la polizia postale dello Stato di New York lo ha prelevato con l’accusa di frode. Secondo le autorità statunitensi avrebbe utilizzato parte dei 25 milioni di dollari raccolti per il progetto We Build the Wall per usi personali. Al momento dell’arresto si trovava a bordo dello yacht di Guo Wengui, lo stesso da cui due mesi prima avevano annunciato il nascituro Nuovo Stato Federale della Cina.

Da Trump a Salvini passando per lo scandalo Cambridge Analytica, le alterne fortune di Steve Bannon

Bannon e Trump si conobbero nel 2010. A fare colpo sul futuro presidente americano furono le posizioni di Bannon sulla Cina e sulle politiche commerciali. I due si piacquero a tal punto che nella primavera del 2016 lo “stratega” fu chiamato a far parte della campagna presidenziale di The Donald. È ancora oggi considerato uno degli artefici principali della sorprendente vittoria alle presidenziali americane di quattro anni fa. Poi, il matrimonio volse a termine a causa di un’intervista in cui contraddiceva il presidente sulla questione Corea del Nord e, a seguito delle pressioni di Ivanka Trump e Jared Kushner, Bannon fu accompagnato alla porta. Ma la strada era già tracciata. Avrebbe portato, nel 2018, alla fondazione di The Movement, un’organizzazione per la promozione del nazionalismo economico e del populismo.

Dopo aver lasciato BreitBart (sito dell’estrema destra americana) ed essere stato coinvolto nello scandalo Cambridge Analytica, l’intento di Bannon era di replicare in Europa quello che Trump e il Tea Party avevano appena avviato negli Stati Uniti.

Identità, famiglia, protezione dei confini, cristianità, euroscetticismo, sono alcuni dei temi al centro di un movimento, presi in prestito dall’ “internazionale sovranista”, dentro cui convergere la narrazione delle nuove destre in giro per il mondo. Una retorica che comprende anche un nuovo modo con cui direzionare il discorso politico scalzando, così, radicate abitudini giudicate ormai inefficaci: lo scontro frontale in luogo del dibattito, una massiccia presenza sui media (tradizionali e social), l’utilizzo delle istituzioni per fini politici, un nuovo “nemico” da identificare a intervalli regolari e su cui convogliare l’attenzione pubblica. Tra adesioni formali e interesse apparente, The Movement ha attirato le attenzioni di Marine Le Pen (Francia), Viktor Orban (Ungheria), Geert Wilders (Paesi Bassi), Nigel Farage (Regno Unito), Jair Bolsonaro (Brasile) e, naturalmente, Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Tre giorni dopo la vittoria del M5S e del Centrodestra alle elezioni politiche del 2018, la Lega di Salvini si univa formalmente a The Movement. Da lì a poco vi sarebbe entrato anche Fratelli d’Italia quando, sul palco di Atreju in occasione della festa nazionale del partito, Giorgia Meloni accolse Bannon, il quale dichiarava che «dal vostro governo partirà la rivoluzione».

Sebbene The Movement non abbia portato a concrete azioni politiche, rappresenta comunque una sintesi tipica del modus operandi di Steve Bannon e delle forze politiche a cui la sua ideologia è destinata, individuabili nella parte destra ed estrema destra dell’emiciclo politico.

Gli ammiccamenti all’estrema destra italiana

A pochi mesi dalla sua nascita, il movimento politico del duo Bannon-Guo è arrivato fino alle piazze italiane. Ad accoglierlo, l’estrema destra. È successo lo scorso 1 ottobre quando in Piazza dell’Esquilino a Roma si sono radunate poche decine di persone dietro lo slogan «Take down the CCP!» (rovesciamo il partito comunista cinese) per protestare contro «le politiche dittatoriali del Partito e la sua strategia di distruzione delle economie mondiali».

Sul palco è intervenuto Giuliano Castellino, tra i volti più influenti di Forza Nuova a Roma e presentato come «una persona che lotta contro il comunismo in ogni forma da tanti anni». Castellino, onnipresente nelle manifestazioni no-mask e condannato in primo grado a cinque anni e mezzo di reclusione per l’aggressione a danni di due giornalisti de L’Espresso nel gennaio 2019, è vice segretario del Comitato Bocca della Verità, una delle strutture di punta del Movimento No Covid.

In Italia la galassia dei negazionisti del Covid-19 è composta da realtà molto variegate. Dietro l’opposizione alle politiche di controllo sanitario e di chiusura delle attività economiche si raccolgono istanze che vanno dal sostegno a teorie complottiste alla “dittatura sanitaria”, dalla battaglia per la libertà a quella per il reddito, per il lavoro e per la presunta perdita di sovranità. Da una delle prime manifestazioni no-mask, quella dello scorso 5 settembre, è nato il “Comitato Bocca della Verità”, creato da Forza Nuova, che si definisce come “coordinamento composto da associazioni e uomini liberi”.

Non è un caso che l’iniziativa sia scaturita da un partito di estrema destra, storicamente abile a convogliare attorno a sé un malcontento generalizzato, unico vero trait d’union all’interno di una comunità le cui posizioni sono spesso confuse e in contraddizione tra loro.

Al suo interno convergono realtà anti-Covid tra cui i gilet arancioni del generale Antonio Pappalardo, con l’appoggio di ex esponenti del Movimento 5 Stelle, e alcuni personaggi come il filosofo Diego Fusaro e l’arcivescovo Carlo Mario Viganò, ex ambasciatore del Vaticano negli Stati Uniti, che ha paragonato la pandemia da Covid-19 a una «colossale operazione di ingegneria sociale» architettata dai nemici di Trump.

Dal palco che celebrava la nascita del nuovo stato ombra cinese, Giuliano Castellino dichiarava: «Nazioni e popoli sono sotto attacco della tirannia globalista di Bill Gates e Pechino che con il Covid hanno accelerato il loro progetto di dominio mondiale. Questo Nuovo ordine mondiale filocinese vuole trasformare tutto il pianeta in una grande dittatura comunista, una grande dittatura sanitaria. Oggi saremo a sostegno dello Stato Federale della Nuova Cina fondato il 4 Giugno 2020 da Mr. Guo, uomo libero oggi esiliato negli Usa a causa della sua eroica protesta contro il PCC».

Secondo la piattaforma GNews le manifestazioni in corso contemporaneamente in Nuova Zelanda, Corea del Sud, Giappone, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Italia sarebbero state seguite da «milioni di persone» attraverso “War Room”.

A Roma tra gli striscioni esposti spiccava il nome di Himalaya Italy, il sito italiano di propaganda di GTV Media Group. Il movimento italiano ha una presenza costante su Twitter con diversi profili (come Himalaya_italia, HimalayaItaly, Himalaya_Italy, ItalyHimalaya), due dei quali (HimalayaItalia e ItaliaHimalaya) sono stati sospesi recentemente per aver violato le regole di Twitter. Himalaya Italy ha inoltre all’attivo due canali YouTube – in un video viene mostrata l’opera di volantinaggio a Roma e Milano nelle cassette postali e per strada – due profili Instagram (HmalayaItaly e Himalaya_Italia), un gruppo e due profili su Facebook dove vengono postati video di GTV e tweet di Matteo Salvini.

Alla manifestazione del 5 ottobre a Roma erano presenti anche esponenti dell’Associazione l’Eretico, punto di riferimento del complottismo italiano, tra cui il fondatore Pasquale Bacco, medico contrario alla “dittatura sanitaria del Covid-19” ed ex candidato nelle liste di Casapound nel 2013 e de La Destra – Fiamma Tricolore nel 2008.

Editing: Lorenzo Bagnoli | Foto: elaborazione IrpiMedia su immagini pandemicwarroom.org e gnews.org

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